martedì 2 ottobre 2012

II - nel Chiapas 1979

Diario di viaggio in Centroamerica nel 1979

vi riporto il diario che dei ragazzi (noi due) scrissero 33 anni fa su un avventuroso viaggio fai-da-te. Sono avventure d’altri tempi oramai, ma credo che possano dare un po’ un quadro di cos'era viaggiare in paesi allora cosiddetti  ”esotici” in quegli anni Settanta, una sorta di documento storico:


Nel viaggio del 1979, 
dopo il Messico centro-sud, e prima del Guatemala, abbiamo visitato lo Stato del Chiapas.

§. - il colorato Chiapas




Partiamo da Salina Cruz sulla costa dell'oceano pacifico dello Stato di Oaxaca, e dopo San Pedro Tepanatepec entriamo abbastanza in buon orario nello Stato del Chiapas, e poi saliamo, facciamo una lunga sosta a Tuxtla Gutiérrez, la capitale, da lì mancano solo 85 km in salita per arrivare nella regione india de Los Altos, ma insomma in totale ci vogliono 13 stressanti ore di viaggio in un pullman di 2a classe ... 

e a mezzanotte finalmente arriviamo a San Cristòbal de las Casas (a volte menzionato come Ciudad de Las Casas, o solo come San Cristòbal), che è a 2120 metri sulla Sierra, ed è stata sino alla fine dell'Ottocento il capoluogo del Chiapas. Il nome del Paese deriva da una tribù chiapaneca, cioè che viveva sul fiume chiamato Chià. Gli abitanti della città sono poco più di 40 mila, sono  meticci e creoli, solo il 20% della popolazione è amerindia della etnia Tzoltzil, mentre nelle campagne e montagne circostanti, in gran parte gli abitanti sono popolazioni maya di etnia tzoltzil, chamula, o tzeltal.


Troviamo alloggio alla "Posada del marquès"per 20 pesos in una stanzaccia con le pareti di legno appena costruita. In effetti tutta la posada è attualmente ancora in costruzione (forse proprio per questo qui abbiamo trovato posto...), e le tavole di legno sono giustapposte alla bell'e meglio di gran fretta, pur di fare il prima possibile tante tante più stanze possibile in quel volume, proprio calcolando lo spazio minimo per il passaggio dei piedi. Stanno costruendo altre stanze proprio nel bel mezzo del cortile, sono impazziti. Forse un giorno costruiranno un grande armadione di legno, con tanti cassettoni in ognuno dei quali si potrebbero stipare almeno cinque turisti... 
Fa freddo!  forse lo sentiamo di più perché veniamo su direttamente dalla spiaggia tropicale... dicevano che le minime notturne sono di dieci gradi, ma ce ne saranno 3 o 4 al massimo...

 Siamo stanchi e un bel po' rimbambiti, e stiamo girando a vuoto, non concludiamo nulla e spendiamo troppo per il mangiare. Ma la cittadina è bellissima. Ora stiamo invece in uno stanzone enorme con due letti, proprio di fronte alla Iglesia de San Francisco, e dall'altra parte si vede giù il patio col colonnato, e all'orizzonte vediamo la chiesetta sulla collina (iglesia del cerro), dove fanno spessissimo scoppiettare petardi quando arrivano su in cima alla lunga scalinata.





Questi amerindi maya sono più belli degli altri che abbiamo visto fin'ora, molto piccoli, a volte quasi un po' simili agli himalayani visti in Nepal ... Anche questi gentili, parlano piano, sottovoce, anche quando sperano che gli comperi le cosine che portano con sè: un poncho grezzo, delle borsettine tutte ricamate, delle grandi e belle farfalle, ... Ora una con il suo bimbo tenuto strettissimo sulla schiena dal suo robusto scialle di cotone, ce ne ha offerta una grigia gigantesca (un'ala era lunga 17-20 cm. con un corpo ciccione e lungo). Si dispiacciono questi gentili amerindi che noi non compriamo le loro cose, così gli diciamo più volte che sono proprio belle, ma che non possiamo spendere, e ci giustifichiamo dicendo che abbiamo i soldi giusti giusti per completare il nostro viaggio... Così almeno diamo loro forse una piccola soddisfazione, e ci sorridono senza molto insistere.
Spesso ci prende una pena per questa gente dall'aspetto timido, vestiti con le loro bellissime povere cose coloratissime, e ci dispiace veramente non poter comprare tutte quelle belle cose che ci mostrano.

Certo qui, anche se a volte si vede una estrema povertà, non ci sono gli spettacoli strazianti visti in India l'anno scorso, di gente con la lebbra o che moriva di denutrizione, là ci si sentiva in colpa per la nostra opulenza, salute, privilegi, anche se là si sentiva una profonda distanza culturale. Anche qui in parte c'è la sensazione netta della alterità, ma il fatto stesso di avere la possibilità di comunicare con la lingua spagnola, accorcia un pochino le differenze e distanze, rendendo possibile uno scambio, una comprensione dello stato d'animo. Ci si può informare sulle persone, la loro condizione, le loro difficoltà, e mostrare emapatia. Questa empatia che si instaura, o che ci figuriamo di vivere, ci immette sentimentalmente nel cuore dell'emarginazione, nel dolore, nel desiderio, che certi amerindi forse vivono nel confronto forzoso e nello scontro con un mondo che non comprendono forse e cui non appartengono. 



Il luccichìo dei beni di consumo che possediamo, li attirano e sempre più li attireranno, e così lentamente li fagocitiamo, li fagociteremo. Si vedono ancora bande di bambini con i loro ponchos e i sombreritos di paglia, ma la gente si affolla e fa crocchio davanti ai televisori accesi nei negozi, e così le donne lasciano i loro piccoli orecchini d'argento per mettersi quelli di plastica. Ecco qui due giovani che parlano tra loro probabilmente in tzoltzil, che vestono come in gran parte del resto del mondo con tessuti sintetici, e con banali T-shirts. Abbiamo già visto i frutti in parte antichi e in parte nuovi di questa assimilazione strisciante, di questo fagocitamento culturale omogeneizzante: i meticci delle città, che portano nomi spagnoli, vestiti tipo standard, e credendo così di poter essere considerati eguali a quei pochi discendenti bianchi, loro che hanno comunque quei nasi grandi, ricurvi, la pelle marrone, grandi bocche profilate, nette e carnose, come nei bassorilievi zapotechi o maya. 
Ma ecco invece un'altra giovane coppia che avanza tenendosi teneramente per mano. Sono piccoli, grossi o grassotti, ma soprattutto con spalle e fianchi larghi, e il volto bruno, il passo impacciato di chi forse non è abituato a portare scarpe da generazioni, con quell'andatura lenta dondolante e chiaramente a disagio, che abbiamo già osservato spesso, che hanno indosso in modo estremamente sgraziato e inadeguato magliette a maniche corte con vistose immagini stampate e banalissimi pantaloni e gonna forse ritenuti  "eleganti"e indossati per venire a guardare negozi in centro... Anche loro, se li confrontiamo con gente dei villaggi circonvicini con i loro begli abiti colorati tradizionali, viene un po' di tristezza.
La T-shirt viola scuro in materiale sintetico con davanti una figura stampata e una scritta sul petto dunque oggi è divenuta un mezzo di comunicazione che esprime, che è simbolo di uno status, di una condizione sul piano socio-culturale. Questi coniugi non intendono più essere riconosciuti a vista per l'abito campagnolo tradizionale e stigmatizzati come dei poveri contadini indigeni, o indios, ignoranti. L'abbigliamento che forse portavano anni fa, o che indossavano i loro genitori, non intendono più metterlo per nessuna ragione. Quella maglietta viola stampata di produzione industriale sta a significare: non sono ... indio, non sono ... un campesino. E in definitiva ad affermare: sono anch'io un messicano come tutti gli altri; e a dire a tutti: ecco ora ascoltateci, e sentite che anche tra noi parliamo spagnolo correntemente e correttamente, non c'è differenza tra noi e tutti voi, siamo messicani a pieno titolo.
Ma nello stesso tempo però lo sguardo indagatore del controllo sociale si è maggiormente affinato ed è in grado di cogliere piccoli segnaliche permettono di andare al di là, oltre la T-shirt, e riconoscere il tipo di origene contadina, sia pur mascherato, camuffato con un abito in serie che apparentemente lo accomuna al costume standard appartenente alla massa della popolazione. Una T-shirt dunque con funzione di normalizzazione e omologante.
Sicuramente all'anagrafe e ai rilevamenti per i censimenti, i due di quella coppia dichiareranno di sentirsi meticci, il che risponde sotto certi punti di vista alla verità. Dichiareranno orgogliosi di portare  nomi come Anna e Antonio, di essere di madrelingua spagnola, avendola appresa sin da piccoli e utilizzandola nella quotidianità domestica, di religione cattolica, di abitare in città, anche se stanno in quartieri di una periferia degradata per immigrati indios dalle campagne, eccetera; e sicuramente insegneranno ai loro figli esclusivamente lo spagnolo in modo che crescano senza conoscere nemmeno il dialetto del villaggio. Su questa base poi si redigono le statistiche nazionali, da cui si deduce la composizione etnica e culturale della popolazione.
In questo modo, almeno così credono i nostri due personaggi, nessuno potrà mai più avere motivi per dire loro: voi non c'entrate nulla con il nostro mondo, con la cultura latinoamericana (il che da un certo punto di vista è anche vero). Così come era consuetudine nella mentalità diffusa di qualche decennio fa, quando si diceva questa è America Latina, questa è la cultura, la musica, il linguaggio del continente  latinoamericano, e in questi Paesi dovrebbero sentirsi tutti pienamente dei veri fratelli latinoamericani.
Qualcosa di simile, anche se in misura e con implicazioni del tutto diverse, accade anche ai visitatori esterni; puoi essere là anche da lungo tempo, ma sei e sarai sempre uno straniero, dunque un estraneo, sarai sempre considerato tale, nel senso che sei un esterno, non c'entri, non fai parte del LatinoAmerica. Leggevo un articolo su una comunità di veneti emigrata nell'Ottocento e che essendo sempre rimasta residente nella stessa area di alcuni paesini vicini, i loro discendenti sono ancora oggi chiamati los italianos (naturalmente invece ci sono pure innumerevoli casi inversi di piena assimilazione e integrazione).

Comunque sul piano economico e sociale la povertà non è condizione esclusiva solo degli indigeni, ma riguarda un po' tutte le componenti della popolazione. Non è difficile immaginarsi che un giorno ci sia una insurrezione, una rivolta, degli indios per riguadagnare una posizione dignitosa e rispettata alla loro cultura, o/e una revoluciòn per motivi sociali. L'esempio del movimento sandinista in Nicaragua sta suscitando molte simpatie e speranze (o forse illusioni). Avevo letto un romanzo su Sandino, di Selser.

Quel che non manca mai nei posti per mangiare a buon prezzo sono i fagioli, in tutte le salse possibili... Ci sono fagioli, fagiolini, fagioloni, ce ne sono di neri, di rossastri, di bianchi e di giallognoli-arancioni, insomma proprio come per gli esseri umani... Il piatto diffuso sono i fagioli fritti, anzi frijoles refritos.

Il centro storico di epoca coloniale è bellissimo con chiese e palazzi, straordinari, è curioso che la città non sia stata dichiarata patrimonio culturale dell'umanità. Le stradine sono calme, e gli indios silenziosi. E' tutto rilassato e tranquillo. Si mangia a La Casa Blanca una comida corrida (menu fisso) per 20 pesos. C'è molto artigianato; negozietti con camice, pantaloni, casacche, ponchos, tessuti, ceramiche; in centro c'è anche una libreria, "El Recoveco" dove compero di Octavio Paz, El laberinto de la soledad, del 1950, da poco ristampato dal Fondo de Cultura Econòmica, México, sett.1978, che mi appassiona e mi aiuta molto a capire questo Paese e i suoi abitanti. Di sera tutto chiude, resta solo la cafeteria central

Oggi siamo al mercato di San Juan de Chamula (a 10 km da San Cristòbal), i chamulani hanno un forte sentimento della loro identità. Per il mercato convergono a piedi da ogni dove, dalle campagne circostanti. La chiesetta è deliziosa e all'interno si vedono scende di devozione commuoventi per la loro ingenuità naïf e la loro semplicità estrema.





ma casualmente in questo bel mercato indigeno e colorato abbiamo una piccola emozione imprevista: vediamo ben cinque Lacandones con alcuni bambini! che sono arrivati fin lì dai loro villaggi sperduti nel profondo della giungla. Ci affascina il loro aspetto, non abbiamo mai visto da vicino persone di un livello così primitivo come loro. Gli uomini indossano solo una tunica di cotone bianco grezzo, ma questi qui hanno anche calze e sandali. Capelli molto lunghi con una frangia sulla fronte. Si sono portati dietro

http://html.rincondelvago.com/lacandones.html
alcune frecce che forse vorrebbero vendere, con punte molto aguzze, e piume colorate di uccello  in fondo. Ma dopo poco restano troppo affascinati dalle cose del mercato, così colorate e lucide, che forse non si ricordano più di cercare di vendere le loro frecce, e comunque continuano a portarsi con sè frecce e arco. Vediamo che poi in quella piccola confusione che si può creare in un mercato, si sono un po' separati e poi si sono persi tra di loro, e due di una coppia non trovando dove siano gli altri sono molto preoccupati. Sono abituati a vivere per conto loro in quella parte della foresta chiapaneca, lungo il rio Usumacinta, che si chiama appunto selva Lacandona. Sono circa seimila su un territorio di circa seicento mila ettari. Sanno come sopravvivere traendo tutto ciò che è di loro fabbisogno dal contesto naturale in cui abitano. Alcuni sono stati convertiti al cattolicesimo, o sono divenuti pentecostali o avventisti, ma in un contesto di grande sincretismo con i culti e le credenze tradizionali, mentre una parte, circa 860 individui, ancora segue strettamente solo la religione maya.
I Lacandoni si costruiscono piroghe molto profonde dove restano sempre dritti in piedi. Dormono assieme in grandi capanne, ma ogni unità famigliare ha la sua "cucina". Hanno sempre preferito restare per conto proprio, con pochi e rari contatti con il resto del mondo, impedendo ad estranei di stanziarsi nel loro territorio. (speriamo che nei prossimi tempi, con l'aumento dell'industria del turismo non si organizzino gite di gruppo nella foresta in visita ai villaggi Lacandoni).
le cascate all'ingresso nell'area della selva Lacandona

 
tutte foto di Gertrude Blom

Il popolo dei lacandoni è stato studiato da Edward Weyer jr., si veda il suo libro "Primitive Peoples Today", Chanticleer Press, poi per la Doubleday&Co., New York, 1958, che raccoglie le sue ricerche sul campo presso 14 differenti popolazioni


Poi tradotto in italiano per l'editore Valentino Bompiani, nel 1960, a cura di Alberto Manzi:
di cui poi si fece anche una riduzione per ragazzi, a cura di Vittorio Aureli, in tre libretti illustrati di piccolo formato, suddivisi per continenti, editi nel 1966: 

Ecco alcune foto dal suo libro:



Una associazione che si preoccupa di proteggerli è l'istituto di studi antropologico-culturali Na-Bolom (che in lingua tzoltzil significa "casa del giaguaro"), una associazione di studi fondata dall'archeologo danese Frans Blom e sua moglie Gertrude, etnografa e fotografa e documentarista, che ha sede a San Cristòbal ed è un museo, un centro studi, una associazione di volontariato sociale, e una biblioteca.

E' un evento molto raro poter incontrare ei Lacandoni a così breve distanza, poiché di solito restano isolati. Siamo stati fortunati. E poi li reincontriamo nel pomeriggio andando alla Blom House, dove gli addetti ci spiegano appunto che oggi sono stati trasportati al mattino qui per portare un bambino in ospedale, e probabilmente ritorneranno al villaggio stasera via elicottero.
Poi li rivedremo ancora in un bar-comedor dove il padrone li conosce e li ospita servendo loro una birra leggera, poi chiede se vogliono mangiare qualcosa e rispondono lentamente con quella loro voce sommessa che mangiano volentieri carne. Ma poi dopo poco se ne vanno, prima che la carne fosse stata loro portata, e siccome si accorgono che il proprietario ci è rimasto male nel vederli avviarsi all'uscita, allora si consultano e rimangono.



Quella Casa Blom (Na Bolom), di Frans e Gertrude, ci è piaciuta molto, con il suo giardino tropicale, e tutti quei begli oggetti di grande interesse etnografico esposti nelle varie stanze. Anche gli ambienti interni ci paiono molto belli. Questa gente sono tutti volontari che si dedicano a salvare una cultura, con grande entusiasmo e disponibilità.
   

 Nel bar e galleria d'arte, c'è un patio fiorito con fiori tropicali enormi, piante rigogliose nel giardino, e un'aria fresca gradevole. Ci sono anche diversi studiosi, che vediamo entrando nella stupenda biblioteca con il caminetto acceso, dove qualcuno è seduto in poltrona a leggere un libro. C'è una atmosfera rilassata, che denota non solo un ambiente di studio, ma di  persone che hanno anche compiuto una scelta di vita.

In centro al paese di San Juan de Chamula c'è un posto, che si chiama "Olla podrida" (pignatta putrida o fradicia, nome di un piatto di stufato di pollo con salsiccia e legumi, ma che si può fare anche col baccalà),

è una trattoria-bar-negozio, che intende indirizzarsi a gente del tipo di quelli della Blom House, ed è impostato con molto buon gusto e cura per i particolari. L'altra sera eravamo lì e ci siamo attardati accanto al caminetto acceso, attorno a cui ci sono dei divani che creano una atmosfera salottiera per intimi amici, che amano conversare. C'era un giovane messicano con un volto "alla Ché", che suonava bene canzoni  sudamericane, usando vari strumenti, gli si è poi affiancato un meticcio con un mandolino molto particolare da cui traeva sonorità da xilofono... E' stata una serata bellissima, con atmosfera calda e raccolta, rilassata, con luce soffusa, e ritmi trascinanti. La ragazza seduta di fronte a me sembrava una russa, magari nipote di boiardi dato che ha occhi un po' asiatici....
Il padrone del locale in effetti è un ebreo russo, cittadino Usa, che si è sposato con una messicana e ora hanno un bellissimo bimbetto di 3 mesi. Anche lui è un tipo un po' particolare, con un fascino discreto, e un bel sorriso. E poi c'è un grassone che beve birra senza sosta, ogni tanto va a tenere la cassa, blatera qualcosa, fuma grossi sigaroni Habana, e infine crolla sulla poltrona dopo aver ravvivato il fuoco nel caminetto.
Oggi invece al "Café central" c'è quel tipo, che c'era pure gli altri giorni, con la pelle olivastra, i capelli lunghi lisci, delle giacche morbide lunghe, e le camicie senza colletto, con foulards, che fuma la sua pipa e legge. Parla bene spagnolo, inglese, francese. Noi fantastichiamo e lo immaginiamo essere un peruviano rivoluzionario che studia a Parigi, figlio di ricchissima famiglia di possidenti, ma ribelle e radicale. Poi c'è il vecchio nordamericano, capellone, con i capelli tutti bianchi, che si siede al tavolo con qualcuno, e parla, parla, parla, racconta di tutto, della sua vita avventurosa. Ieri con lui c'era un bambino messicano meticcio e lo chiamava papi.
Questo di inventarsi leggendarie storie è un po' un viaggio mentale che si fanno tante volte i viaggiatori favoleggiando sui personaggi che capita di incrociare nel percorso ...
Poi c'è il tipo, pure anziano, che stava nel salotto-biblioteca della Casa Blom, che invece era uno studioso di un qualche centro di ricerca nordamericano, con tempi lunghi di permanenza qui, che si comportava come se lui fosse a casa sua. Ci sono diversi nordamericani, soprattutto giovani, che paiono stare qui, parlano fluentemente spagnolo. Sul bus per San Cristòbal c'era un signore nordamericano con il suo figlio di circa dieci anni che faceva una gran confusione tra spagnolo e inglese.
Una québecoise vende anellini e collanine, la mettono in prigione col foglio-di-via, e lei invece appena esce continua a rimanere qui e a fare le cose di prima!....
Tra altri viaggiatori con cui ci siamo affiancati, sia pure solo per un poco, c'erano anche due italiani (gli unici visti sino ad ora, di cui uno aveva vinto il viaggio per due a un concorso televisivo. Poi una coppia di francesi che avevano trovato un volo molto molto a buon prezzo con la linea Capitol, e viaggiavano per tutta quanta l'AmericaLatina, e sul Pacifico si erano avventurati a nuotare al largo e non sapevano più tornare a riva, e lei poi è restata non so più quanto in ospedale. Ora Annalisa sta giocando a domino con Alain, un francese alsaziano, che avevamo già incontrato a Salina Cruz, e che viaggia con pochi soldi fino a Natale, fa l'operaio idraulico a Mulhouse. Poi ci sono degli olandesi che incrociamo continuamente.
Questo per dire dell'ambiente dei viaggiatori, è bello identificarsi come simili e parlarsi e poi riconoscersi e passare un tratto assieme, è un modo di socializzare particolare meno superficiale di quanto non possa sembrare, e che ti da sicurezza e supporto, ti fa sentire parte di una comunità internazionale vagante e diffusa.
             
                                    attorno alla casa Na-Bolom

Una scritta sul bus è questa: "Si no sabes que hacer no venga hacerlo aquì", se non sai che cosa fare, non venire a farlo qui... Ci sono in giro tantissimi ubriachi, borrachos
Oggi ha cominciato a piovere che eravamo ancora a Chamula, e poi si è messo proprio a diluviare mentre eravamo sballottati nel camion.
Chamula: una grande piazza con una prevalenza di blu turchese nei vestiti delle donne. Uomini con bastoni a tracolla, che vigilavano attorno. Un mercato blu con pochi generi in vendita; per forza che i chamulani vanno a fare spese al mercato di San Cristòbal.

Il pavimento della chiesa è tappezzato, cosparso interamente di aghi di pino, si sente profumo di incenso, cera, e altro. Non ci sono panche. Grandi festoni di carta colorata solcano l'aria da una parete all'altra.

Ora c'è un grosso gruppo di persone sulla destra disposte a rettangolo per un battesimo "in massa" di bimbini piccoli. Il prete pare come un po' imbarazzato, ogni tanto dice qualcosina in spagnolo al microfono, e uno traduce lungamente in chamulano. Intorno per tutta la chiesa ci sono per terra gruppi di indigeni, famiglie, singoli, accendono decine di piccoli ceri per cui poi pregano dinnanzi alle molte statue di santi collocate lungo i muri. Ma pregano veramente quello specifico santo e nient'altro che quello? o lo concepiscono come una figura che riassume in sè anche caratteristiche che sono piuttosto derivate dalla tradizione del folklore, che ha le sue origini lontane nella religiosità precolombiana ? Ogni statua porta sul petto uno specchietto; questi indios si avvicinano, ci si guardano dentro, pregano pronunciando litanie antiche nella loro lingua aborigena, e offrono a questi dèi "cristiani e pagani" contemporaneamente, davanti ai loro ceri accesi per terra, tra gli aghi secchi di pino, accanto ai braceri con la carbonella ardente, bottigliette di alcoolici, o di pepsi-cola o altro, assieme a pacchetti di sigarette e banconote. Alla fine poi si bevono le bottigliette. Non c'è propriamente un altare in fondo, ma supporti per le statuette, tavolini mobili pieni di bicchierini con un lumino acceso dentro: i dominatori hanno violato, violentato, distrutto, e rubato ogni possibile corredo dei precedenti templi, magari solo perché era d'oro o d'argento, ma alla fine il Cristo, poverocristo, è stato inglobato da Maximòn o da altre figure tradizionali, così come i santi lo sono stati da parte degli spiriti, e le agiografie da parte del patrimonio di leggende preesistenti.


A Zinicantàn, un villaggio tzoltzil (o sotz'il), sono molto venerati San Lorenzo (festeggiato il 10 agosto), San Sebastiano (alla cui festa sono presenti animali che compaiono nei racconti mitici, come scimmie, corvi, e possibilmente un giaguaro), Giovanni battista, il Signore di Esquipulas (in Guatemala, un Cristo nero, grande meta di pellegrinaggi), e la Virgen del Rosario (che è Madre del Santo Sepolcro) equiparata alla dea Luna e patrona di tutte le donne, ma anche è molto presente il solare Signore della Terra, Kùkul-càn in lingua maya, simboleggiato da un serpente piumato (si pensi anche a Quetzalcoàtl), e il cui nome nel chamulano di qui mi pare sia qualcosa che suona come Totak-Can, o Totàn-Kan (simile dunque al Grande Spirito dei Lakota, gli Sioux), forse è una pronuncia distorta di Htotik (il "Padre nostro" in tzotzil, o sotz'il). Il Signore della Terra si era incarnato in forma umana, e un tempo era adorato sotto l'immagine di un muñeco, di un pupazzo di legno, ovvero di statua lignea, ed era rappresentato seduto su una sedia, ovvero su un trono, a cui davano da bere e da fumare (come si faceva durante le feste e le cerimonie, perché così più facilmente si poteva riuscire ad entrare in contatto con il mondo delle divinità), ed era bianco con occhi azzurri. La leggenda popolare racconta che un giorno il muñeco, il simulacro, la statua di legno, scomparve, e allora tutti pensarono che essendo ubriaco fosse andato via e fosse arrivato sino al mare dove fosse annegato. Quando poi arrivarono i conquistatori spagnoli con i loro missionari, e mostrarono l'immagine di Cristo, credettero che il Signore della Terra fosse tornato, e subito ripresero ad adorarlo sotto quella nuova immagine (una credenza simile l'avevano anche i Nahuatl, gli Aztechi, e quelli di Cholula, a proposito di Quetzal-còatl). Il che fece indignare i missionari (si legga quel che ne dice Joseph Campbell in proposito). Anche la croce ad es. per i Zinicantecos non ricorda, non simboleggia, soltanto quello strumento romano di tortura in legno su cui fu messo a lenta morte Cristo tra indicibili patimenti, quanto piuttosto rinvia all'incrocio tra i 4 venti e le 4 direzioni del mondo, il punto di incrocio è una porta magica attraverso cui gli uomini possono entrare in contatto con le divinità ancestrali, e vanno a chiedere che ci siano buoni raccolti, o se venga concesso loro il permesso di tagliare un certo albero, o per implorare di guarire da una malattia.
Il Cristo dunque è ancora oggi comparato al Solare Signore della Terra. 
Alle nozze le donne vengono in tempio vestendo uno huipil bianco adornato con piume di gallina. 






(il viaggio continua in: III - Guatemala, postato nel blog a fine settembre 2012)

lunedì 1 ottobre 2012

IV - in Belize, 1979

Al di là dell'Atlantico
continua il diario del nostro viaggio in Centroamerica nel 1979 (4a puntata)

black BELIZE

Fino a sei anni fa si chiamava Honduras Britannico, sviluppandosi lungo la costa nord-ovest del golfo di Honduras nel mar dei Caraibi. Dal 1964 è un territorio autonomo del Commonwealth, che nei prossimi anni avrà accesso alla piena indipendenza (1981) con il nome di Belize: 20 mila kmq. 
Passiamo il confine, e lentamente procediamo a Roaring Creeks, vicino a cui da dieci anni è in lenta  costruzione la futura capitale chiamata Belmopàn, proseguiamo per Never Delay e Butcher Burns, e arriviamo a Belize City.
Eccoci nella città tanto temuta perché ci hanno parlato dei suoi ladroni che mettono con facilità una bottiglia rotta sotto la gola dei turisti stranieri cercando dollari Usa ... e oltretutto, a quanto ci dicono, la polizia lascia fare o anzi è connivente.

Cogliendo l'occasione della fine della potenza marittima spagnola, nel Seicento gli inglesi, che avevano aiutato lo svilupparsi della pirateria, vollero assicurarsi un territorio sulla terra ferma in Centroamerica. Le grandi foreste del Petén contenevano grandi fonti di legname e forse anche di spezie e di essenze, e dunque cominciarono a stabilire un porticciolo per l'attracco in modo da iniziare attività commerciali. Sotto il dittatore ladino Carrera che voleva attirare protezione dalle rivendicazioni spagnole, fu firmato nel 1859 un accordo con gli inglesi che riconosceva loro l'uso di questa costa e parte dell'entroterra su cui già da più di un secolo avevano un loro porto, in cambio della costruzione di una ferrovia che collegasse la capitale del Guatemala al mar dei caraibi. Ma la ferrovia non fu mai costruita e i governi della repubblica presero a rivendicarla indietro, ma inutilmente. Nel 1945 fu inserita nella costituzione guatemalteca l'affermazione della propria sovranità sul territorio. Quando il governo inglese nel 1961 annunciò l'autonomia interna in vista del raggiungimento dell'indipendenza dentro il Commonwealth entro un ventennio, il Presidente del Guatemala minacciò la rottura delle relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna esigendo la restituzione del territorio. Ora (1979) il paese è retto da una assemblea legislativa di 15 membri, dei quali 9 eletti, e da un governatore. [mentre poi nel settembre 1981 è divenuto indipendente e dieci anni dopo anche il Guatemala lo ha riconosciuto come Stato. La Camera è elettiva].

Da allora si è sviluppato il traffico sulla strada costiera verso nord, che collega il territorio a Chetumal nello Yucatàn messicano. Il paese ha circa 120 mila abitanti, di cui forse 30mila a Belize city, che è costruita su una penisola sporgente nel mare.
Dunque noi giungiamo alla linea di frontiera con il solo passaporto, per fermarci qualche giorno.
Le autorità di frontiera rilasciano una carta turistica per l'entrata provvisoria, anche senza visto, su presentazione di un biglietto di uscita (e mostrando, dollari alla mano, che abbiamo abbastanza soldi).

Il progetto è di andare su un'isola, ma la cittadina di BC non ci dispiace, e il timore covato per giorni svanisce in una atmosfera piacevole, data da casette esclusivamente di legno, in gran parte su palafitte. BC è tutta intersecata da canali.
L'aspetto è di un paesone, e le case tutte colorate danno all'insieme un'aria bonaria. Nettissima prevalenza di neri, ma ci sono anche non pochi bianchi, e soprattutto moltissimi mulatti. In mare ci pare di intravedere una balena con la sua grande pinna di coda.

Ci sentiamo  rilassati, tanto che scordando ogni cautela di prudenza Annalisa va con Silvia a fare la

shop di generi vari assortiti


spesa, beccandosi una gran pioggia scrosciante; il tempo è talmente inclemente che cominciamo a chiederci se sia sensato andarsene su un'isola sperduta. Intanto scrivo una lettera a casa visto che il negozietto Jet's Bar qui a fianco fa anche servizio da ufficietto postale.


Appena cessa il pioggione andiamo sul molo, e là ci imbarchiamo sul motoscafo di un gringo giovane che ritorna alla sua isola privata con la famiglia, e intanto dandoci un passaggio in boat-stop, si rifà del prezzo del carburante offrendosi di portarci a Caye Caulker (key in inglese, o in spagnolo cayo =isoletta), che è subito "prima" della "sua". Durante la lunga traversata, assalti di pioggia torrenziale ci scoraggiano; il mio "impermeabile" è bagnato fradicio da parte a parte. Ma la famigliola yankee non si scompone, sono abituati. Il nostro quaderno-diario si bagna anche se era dentro due sacchetti di plastica.


ecco la piccola key Caulker, vista dall'alto

L'isoletta (veramente isolata....) ci piace subito molto. E' stupenda! Ci godiamo tantissimo la luna piena sul mare, e al mattino dopo un alba rossa straordinaria. Qui si fanno scorpacciate di ottime aragoste. Oggi andremo alla barriera corallina (che ormai chiamiamo sempre la "corriera barallina" in omaggio ai trasporti pubblici scassatoni della terraferma). Siamo contenti.

Per prima cosa siamo stati due notti da Toni Vegas, un piccoletto chiacchierino che ha voglia di scherzare e che affitta delle stanze, senza reclamizzarsi troppo. Ha un terreno con delle palme su cui appendiamo le nostre amache e ci passiamo il pomeriggio con i tre compagni vicentini con cui abbiamo fatto amicizia sul bus: Beppe Guasina, Silvia Brunello, e Paola Fobasacco. Qui ci sono da circa un mese due nordamericani con il loro bimbo piccolo di nome Salomon, che a un anno e quattro mesi ancora non cammina. Lui aiuta il procedere lentissssimo dei lavori di Toni alla costruzione di una sua bella barca nuova.



I nostri tre amici passano una notte senza riuscire a dormire sulle amache sotto una tettoia. Intanto noi facciamo finalmente il bucato usando la riserva d'acqua piovana. Qui tutti hanno dei gran serbatoi d'acqua piovana che utilizzano anche per bere, e che certamente ci rifilano anche nelle orrende aranciate annacquate, di squash in bottiglia.  In generale tutte sono casupole di legno (alcune dipinte all'esterno) sopraelevate, e vicino ad un lungo molo per uscire a pescare, e con una botte per l'acqua piovana. Non ci sono giardinetti né recinzioni, né nomi di strade.





Noi poi andiamo a dormire sopra al bar di Martinez, per 5 B$, in una stanza, o cubabitacolo di cartone e assi di legnaccio, ricavata semplicemente portando via spazio a un terrazzo: Terrazzo su cui poi appendiamo l'amaca grande. Stranamente il cubabitacolo di cartone regge una ennesima pioggia tropicale torrenziale.

 le camere sono sopra al bar


Annalisa   ammira un gran cumulo di bellissime conchiglione




Annalisa annota:
«Prescrizione "medica" tipica dei caraibi: se avete un raffreddore, portatevi su un'isola dentro ad una barca in mezzo a una bufera, colà giunti aggiratevi nel villaggio tra gli acquazzoni (con o senza impermeabile fa lo stesso), oppure anche esponetevi sudati al vento di mare...  Tra le molte possibilità di scelta sul che fare, andate per la prima volta nella vostra vita alla barriera corallina con le mestruazioni e tuffatevi in acqua per mantenere ben saldo il vostro raffreddore...»
Annalisa ha sempre seguito alla lettera queste preziose prescrizioni.
Il nostro cubabitacolo è situato esattamente sopra all'unico juke-box esistente in tutta l'isola, per cui possiamo così ascoltare infinite e infinite volte al giorno, il bar è aperto dalle 8 alle 23, il ripetersi della stessa canzone (carina, ma divenuta insopportabile) "Ring my Bell", che impazza su tutta la costa da Puerto Barrios a Livingstone, al Belize (a proposito sentiamo alla radio che a puerto Barrios è scoppiata una epidemia di malaria).
C'è sempre sempre un forte vento costante.



Da queste parti di solito al buco delle finestre c'è solo una zanzariera, e qualche volta, per impedire l'eccessivo ingresso del vento o della pioggia di traverso, ci sono delle listelle di legno orientabili, tipo veneziana.

Poi troviamo un posto in una casa dove poter stare tutti assieme, e che da sulla spiaggiona.

Qui parlano un creol-english, ma molti parlano anche uno spagnolaccio, o una specie locale di spanglish, e quasi tutti sanno sia español che english.

In questo villaggio, oltre a non esserci -come in altri villaggi- né i nomi delle strade né i numeri delle case, non ci sono nemmeno le strade se non la main street. Le palafitte semplicemente sono state fatte lì, più o meno vagamente allineate e distanziate formando del tutto casualmente alcune simil-viuzze, ma soprattutto dando un'aria estremamente sparpagliata al paesino, anche se non confusionaria.
main street


Non ci sono nemmeno delle insegne, tranne che in tre casi, per cui semplicemente dopo un po' che sei lì impari che dalla señora tale si può andare a mangiare (previa ordinazione), che la talatra vende delle cose, e che la talaltra ancora affitta dei letti, o che la signora di là in fondo fa delle torte alle carote.
Ognuno si fa per così dire i propri orari personali, e ha una dispnibilità limitatissima di spazio per vendere o per darti il pranzo, e così tutto assume una atmosfera estremamente famigliare e confidenziale, dato che stai o nell'unica camera, o subito fuori dalla porta aperta...


C'è veramente una atmosfera moooolto rilassata... Non ci sono mezzi di trasporto, nè motorizzati né non, di alcun genere, tranne 1 piccolo furgoncino, 2 bici, e sul mare diverse, ma non fastidiose, barchette a motore. Si cammina.
I ragazzini scorrazzano liberi dovunque, non ci sono pericoli, e poi siamo su un'isoletta, dove ci si potrebbe perdere? e come scappar via?

Oggi dunque andiamo a fare snorkeling alla "corriera barallina" con la barca di Alfonso, cinque ore per 5 B$ maschera-boccaglio inclusi,

ma in realtà non avevamo pensato che ci si ferma un po' prima (perché la chiglia della barca non si danneggi con i coralli e gli scogli) e si deve raggiungerla a nuoto, il che è un problema dato che da là viene una corrente contraria fortissima... Il sole picchia forte, ci cospargiamo di olio protettivo.

Andiamo in un altro punto un po' più in là, alla frattura nella barriera, dove tra l'altro il fondale è anche più ricco.
Tutti i pesciolini colorati ti sguazzano attorno senza spaventarsi per la nostra presenza. Giriamo gli occhi attorno continuamente cercando di fissare nella memoria i colori violenti o delicati e le fosforescenze di certi pesci che ci passano sotto. Sulle concrezioni coralline si muove tutta una vita ricchissima che sta ancorata al fondo e noi molte volte non riusciamo a capire nemmeno quando si tratta di vegetali o di animali. Quando noi nuotiamo vicini ogni tanto ci indichiamo con la mano un pesce particolarmente bello. Mentre sto fermo alcuni piccoli pescettini prendono confidenza e mi vanno sui piedi, o mi assaggiano tra i peli delle gambe. Silvia vede un pescione veramente grosso e si spaventa. Io seguo per un po' un branco di pescioni blu e azzurri nelle loro peregrinazioni. Ci sono dei ricci con aculei lunghissimi: In definitiva questa parte della barriera corallina è un intrico di grossi coralli gialli.

Sulla barca ci bruciamo (=ustioniamo) per il sole, e sì che siamo già ben abbronzati... Alfonso si sdraia sul fondo della barca e si fa una spinello di erba mentre ci aspetta.

Anche qua i pellicani si tuffano in mare a capofitto, ci sono uccelli a forma di balestra, pappagalli in quantità dentro le case, eccetera.
Vediamo purtroppo una grande tartarugona morire lentamente di sofferenze per soffocamento: vengono ribaltate all'insù e poi appena muoiono le danno da mangiare come carne prelibata. Giuriamo che mai mangeremo carne di tartaruga per buonissima che possa essere...
E poi: siamo stufi strastufi di mangiare solo sempre aragosta !!!! anche se costa 2B$ (=1 $Usa) basta!

Ci sono delle specie di zancudos microscopici punzecchiantissimi che passano attraverso la rete della zanzariera... anche se in compenso non ti fanno uscire il sangue come quei mosquitos della foresta.
Ci compriamo una bottiglia di rhum locale, ma poi ne compriamo un'altra perché quella era di rhum bianco (a 6 dolares beliceños che valgono mezzo dollaro Usa) e non era un gran ché, mentre questa di color malto  (7 belizean dollars), della Caribbean Rum dei Cuello Brothers, è buonissssima.

Silvia raccoglie due cocchi appena caduti e Beppe riesce a tirar fuori la noce, mangiamo la polpa morbida e fresca con il rhum versato nella vaschetta della mezza noce, e il latte al rhum è squisito!
Solo qui in tutto il viaggio ci capita che ci offrono da fumare erba buona, marijuana.
Compriamo anche una bottiglietta di olio di cocco per 75 cents usa. Il 13 agosto provo a scrivere una lettera a mio padre, chissà se la riceverà...?




C'è un vero artigiano che pian pianino fabbrica tutto lui da solo uno yacht per un cliente canadese, tutto a mano senza mai usare attrezzature elettriche. Questo signore ci dice anche che l'albergo accanto (uno dei due soli esistenti) è di "un americano", dicono così anche loro per gli statunitensi ...
Eppure c'è dappertutto sui prodotti la scritta "hecho en Centroamerica" (=made in CentralAmerica).




Lasciamo l'isola su una barca che fa meno acqua di quella dell'andata, e poi a B-city sbagliamo la direzione perdendo così tempo prezioso, e allora prendiamo un taxi (lentissimo) con cui arriviamo proprio al momento della partenza della corriera riuscendo a prendere gli ultimi 5 posti!
Si viaggia nella foresta, pochissime casette e villaggi, Sand Hill, Lucky Strike, Orange Walk sono frazioncine, sosta a Corozal Town, che è un paesino piccolissimo. Gran negroni e negrette. In sostanza sono territori quasi spopolati. Poi si passa il confine con il Messico e si entra nello Yucatan.
Capolinea a Chetùmal, una città assurda e insulsa.

(continua con: la quinta puntata sulla stupenda penisola dello Yucatàn)