venerdì 25 novembre 2011

Kenya 2002, n. 6: Il parco naturale di Tsavo est - 2

il mondo prima dell'avvento dell'uomo, nel silenzio totale ed assoluto fino all'orizzonte a 360°


percorriamo un tunnel interrato, che ci porta ad una sorta di bunker contro-vento, con spiragli per ammirare da vicino gli animali che vengono a rinfrescarsi e abbeverarsi
mamme e zie con giovani e con cuccioli




con un buono zoom
piccoli di ghepardo



all'abbeveratoio notturno


Ritorniamo su alle nostre camere, ma a mezzanotte si sentono dei rumori, tutti vanno a guardare dalla finestra e c'è una elefantessa col suo cucciolo che vengono nel cortile del Lodge e si mangiano tutti i fiori, e distruggono tutto il giardinetto, ma pochi si azzardano a cercare di mandarli via, gli inservienti hanno paura, uno tenta di scacciarli, ma viene rincorso da mamma-elefante e deve schizzare rapidissimo arrampicandosi su per un albero...


(continua)

Kenya 2002, n. 5: Il parco naturale di Tsavo est - 1


Partiamo verso l'interno della grandissima area del parco, il più grande e il più vecchio (1948) del Kenya, che copre circa 22mila kmq ed è suddiviso amministrativamente in Est e Ovest, lo Tsavo National Park, la parte ad Est del fiume Tsavo (e della camionabile e della ferrovia Nairobi-Mombasa) è di 13.800 km quadrati ... ma solo un terzo è accessibile ai visitatori.

un formicaio
una famiglia di struzzi 
(il nome stesso del Kenya deriva da una espressione bantu che significa terra degli struzzi)







ci devono essere dei leoni nelle vicinanze...


babbuini



la favolosa vista sulla immensa savana dalla terrazza:

lo stagno per l'abbeveramento

MZURI  SANA ! (molto bene!)
(continua per altre due puntate la visita al Parco)

a proposito di Hillman e delle nostre dotazioni

A seguito delle mail e dei Post di Lara e dei commenti che ha suscitato:
non so se già conoscete le opere di James Hillman uno psicologo archetipico, che è morto il mese scorso. Nel suo testo "Il codice dell'anima" riflette su varie biografie, in particolare per capire che cosa sia la vocazione, o inclinazione, o propensione, che ognuno di noi mostra di possedere come suo "dono" o dotazione specifica.
Io penso che il mix tra corredo genetico e esperienze concrete di vita (quindi nelle relazioni sociali, nella cultura vigente, nella storia) sia quel nucleo di cui si parlava nel nostro dibattito, e che potremmo denominare in vari modi a seconda dei nostri punti di vista. Ma al di là e previamente a ciò, o meglio al fondo di esso, personalmente penso che ci sia una energia vitale in ciascun essere individuale, sia vegetale che animale.

Quanto a Hillman vi invio questa sintesi della sua visione, che ho preso da internet (worldsocialsummit.org):


Il concetto di anima occupa, in tal senso, un posto centrale nel pensiero di Hillman, il quale non la identifica con lo spirito dell'uomo (come presupporrebbe un'interpretazione di tipo religioso) né con il suo corpo (da cui un'interpretazione di tipo psicosomatico) perché, a rigore, come spiega ne Il codice dell'anima, non è l'anima che appartiene all'uomo ma è l'uomo che è parte dell'anima del mondo. Il compito della Psicologia Archetipica in cui si riassume la sua riflessione teorica è, pertanto, quello di ascoltare l'anima mundi facendo attenzione ad ogni elemento e ad ogni luogo del mondo perché l'anima li permea di sé.
L'errore commesso dalla psicoanalisi è, invece, quello di ricacciare l'uomo nel passato, laddove, essendo le cause del suo malessere attuali, l'obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare l'individuo a problematizzare il mondo in cui vive nonché, più in generale, evidenziare e far condividere la necessità, per l'uomo postmoderno, di riconoscere le connessioni mentali e psicologiche che lo legano alle sue radici culturali antiche (o addirittura arcaiche), e non solo in quanto singolo portatore di turbamenti e patologie dell'anima, ma in quanto componente di una società non meno turbata e patologica di lui. Proprio perché le patologie dell'anima manifestano in realtà i problemi di adattamento della singola psiche alle richieste e alle pressioni del luogo sociale e storico in cui il suo portatore si trova ad agire, e i conflitti tra il "carattere", la "vocazione" e il "destino" del singolo e quelli della collettività in cui egli vive.
E' con la "teoria della ghianda" che Hillman chiarisce che cosa intende quando fa riferimento al "carattere", alla "vocazione" e al "destino" del singolo, che rappresentano la chiave per leggere il linguaggio cifrato che costituisce il "codice dell'anima". In particolare, rifacendosi alla filosofia di Platone, egli afferma che esiste un motivo per cui ciascuna persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che ci sono cose alle quali si deve dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d'essere.
La "teoria della ghianda" (al cui interno è racchiusa la vocazione, la motivazione a diventare quell'unica e splendida quercia che cercherà di essere) fa riferimento alla sensazione, spesso elusa, omessa o inascoltata, di essere responsabili verso qualcosa dai contorni confusi, ma che necessariamente ci chiama, ci spinge verso certe direzioni e non altre. Ogni persona, dunque, ha in sé un'unicità, un "carattere" che chiede di essere vissuto, una vocazione ad essere quell'unico, irripetibile individuo, ad essere la quercia alta e frondosa, o bassa e massiccia che la ghianda e il proprio demone hanno scelto, un "tempo" fuori dal tempo. Più precisamente noi siamo ciò che siamo in virtù di un demone che ci sovrasta, che altro non è che ciò che chiamiamo "destino" e che ha fatto sì che nascessimo in una certa epoca, da una certa famiglia e in certe condizioni.
In questo modo Hillman ci conduce per mano a riscoprire e recuperare "verità" non dimostrabili, ma indubbiamente sentite e sperimentate da ogni uomo. In termini filosofici è insita in questa posizione teorica il rifiuto a pensare la vita dell'uomo come una storia scritta esclusivamente da geni ereditati e influenze ambientali, che fin dall'inizio decidono per lui il copione che senza alcuna possibilità di sbavature, sarà costretto a recitare. L'ipotesi di Hillman, al contrario, ci riscatta da un destino meccanicistico di causa-effetto nella misura in cui ci restituisce la convinzione, o semplicemente la sensazione, di non essere al mondo per caso, che ci sono cose che ci fanno sentire vivi e pieni di significato ed altre vuoti e privi di senso.
Il viaggio che l'uomo compie all'"interno di se stesso" alla ri-scoperta dell'unicità del suo essere è per forza di cose anche un viaggio di trepidazione e di paura. Per quanto, come Hillman scrive nel Saggio su Pan, "la paura, come l'amore, può diventare un richiamo per la coscienza; si incontra l'inconscio, l'ignoto, il numinoso e incontrollabile restando in contatto con la paura, che eleva dal cieco panico istintuale del gregge al sagace, astuto, riverente sgomento del pastore".
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ovviamente è una sua visione, altri ne hanno espresse di differenti (ad es. cfr. la filosofa spagnola Maria Zambrano, dalla scrittura poetica, in particolare nel suo testo "Verso un sapere dell'anima"), questa sintesi ve l'ho "postata" solo per stimolo di riflessione ...   ciao a tutte/i   :-)

giovedì 24 novembre 2011

Sudafrica: la foresta naturale di Dlinza (3)


(seguito dalle due puntate precedenti)
Siamo nello stato del kwaZulu-Natal in un'area vicina alla cittadina di Eshowe (o Ishongwe), dove si trova la Dlinza Forest Nature Reserve, che si può visitare percorrendo un pontile sospeso a dieci metri di altezza, di facile percorribilità, che consente a chiunque di poter osservare anche le varie specie di uccelli che si posano sui rami più alti o che raggiungono i loro nidi.

la guardia forestale


la aerial boardwalk sospesa a dieci m. dal suolo


da una torretta di osservazione per birdwatching


carlo_pancera@libero.it

viaggio in Sudafrica nell'agosto 2008 (2)

VIAGGIO IN SUDAFRICA,  2
Siamo partiti per un magnifico viaggione per tutto il mese di agosto 2008 in Sudafrica, e là c'è una natura di una bellezza incantevole. 
Siamo stati prima a Cape Town e girando nei suoi dintorni (stupendi) e, oltre ad un paio di gg di pioggia invernale e di freddino, abbiamo avuto un bel sole "di marzo", e abbiamo visto i pinguini, le foche, e le balene... 
Poi con un volo interno low-cost siamo andati a Durban (nella provincia del Kwazulu-Natal) e siamo stati in costume da bagno sulla spiaggiona ad ammirare i surfisti, e di lì abbiamo affittato un auto robusta e abbiamo iniziato il nostro grande giro (ma il Sudafrica è grandissimo e ne abbiamo girato soltanto una parte), non solo nei dintorni (e-Thekwini), ma siamo stati due-tre gg. a Eshowe in una pensioncina casalinga di una signora boera, abbiamo fatto bird-watching in una foresta dove hanno costruito una passerella di legno di un paio di km per cui cammini a dieci metri d'altezza; e quindi siamo andati in giro nella zona visitando il territorio storico del Regno degli zulu (lo Zululand), e poi un grande parco naturale e faunistico (il favoloso Hluhluhue-Umfolozi), dove abbiamo visto tanti begli animaloni e animaletti, e villaggi ecc. 
Quindi siamo stati 4 gg nel Regno indipendente dello Swaziland, dove pure siamo stati con la nostra auto in parchi naturali e faunistici, che ci è piaciuto molto (bottegucce, ristorantini, esposizioni...ecc.). 
Poi siamo andati nello Mpumalanga (il paese dell'alba) nell'immenso Kruger Park che abbiamo girato (solo in minima parte, è più grande di una regione italiana) con la nostra auto. E poi nel terzo canyon del mondo, con cascate e panorami mozzafiato, e lì abbiamo fatto anche alcune attività divertenti accompagnati (abbiamo girato nella foresta per un paio d'ore con delle potenti specie di go-kart 4 ruote, i quads; michele ha fatto una avventurosa discesa di un fiume in una specie di kayak, e poi ha fatto anche un sentiero con attraversamento fiumi con la "funivia a mano"). Insomma tante cose, e infine siamo stati un paio di gg a Pretoria (ora ridenominata Tshwane) nello stato del Gauteng. 
Certo, il viaggio è stato impegnativo abbiamo fatto moltissimi km in auto, e ogni giorno era denso di obiettivi e cose da fare e da vedere. Siamo stati in alcuni villaggi di cultura tradizionale un po' del tipo dei nostri musei della civiltà contadina, dove ti mostrano come si viveva una volta, quale era la cultura materiale e spirituale tradizionale, e abbiamo assistito a affascinanti e emozionanti danze, in questo modo abbiamo imparato anche un pochino della storia e della particolare caratteristica di alcuni popoli locali, in particolare gli zulu e i swazi, ma anche un po' i bantu e gli n'debele (quelli con le donne che portavano i cerchi al collo). 
Mi sembrava di riandare ai primordi, agli esordi della civiltà. Che ritmi, che compartecipazione nei loro canti, e nella imitazione di gesti e suoni degli animali e della natura..! Anche abbiamo visto interessanti musei antropologici e etnografici (in particolare quello a CapeTown e quello dell'ex-Transvaal a Pretoria). Quindi non solo natura, e animali nei parchi da safari, ma anche cultura. Abbiamo sentito tanta musica locale tradizionale, e ammirato tanti bellissimi oggetti delle culture di un tempo, ma anche oggetti artistici e di artigianato di squisita fattura. E abbiamo incontrato e chiacchierato con tanta gente. Turisti proprio pochini (tranne che nei parchi), tutti solo intruppati in gruppi organizzati di agenzia con i loro pullman, e viaggiatori liberi per proprio conto non ce n'erano quasi per nulla.

(segue nella prossima puntata)

l'antichissimo popolo dei San (Sud-Africa), 1


in seguito alle visite a musei storici, antropologici ed etnografici in Sudafrica ho raccolto e sistemato una serie di dati. Quanto segue è tratto dal Museo Nazionale di Storia Culturale (National Cultural History Museum) che ha sede a Pretoria (Tshwane).

1. -  INFORMAZIONI FORNITE DA SAN NEL XIX SECOLO

Negli anni '70 dell'Ottocento Wilhelm Bleek, un linguista proveniente dalla Germania, e Lucy Lloyd raccolsero le credenze, i miti e i racconti e altre testimonianze del popolo San (ovvero /Xam). 
Un gruppo di San, gente che parlava la lingua /Xam, furono incarcerati nella prigione Breakwater di Città del Capo nel 1867 per essersi lanciati in contrattacchi a seguito di sequestri e invasioni di terreni. Bleek richiese che i membri del gruppo fossero rilasciati ed affidati alla sua custodia. Il suo obiettivo era di registrare il loro linguaggio e annotare aspetti della loro cultura. La sua richiesta gli venne accordata, e così, col tempo sia Bleek che Lloyd acquisirono una fluente capacità di esprimersi in lingua /Xam, ed essi riempirono dodicimila pagine con annotazioni su credenze e ricordi. Senza questa risorsa, molto del significato implicito dell'arte rupestre non avrebbe mai potuto essere scoperto.

//Xabbo, (vedi foto), le cui parole furono registrate nell'estesa documentazione di Bleek e Lloyd, diede voce alle aspirazioni spirituali del popolo San con le parole: "noi che siamo stelle, noi dobbiamo camminare per il cielo" (...)"poiché noi siamo cose celesti (del paradiso)".

Oltre al tesoro di informazioni che la documentazione Bleek ci fornisce, la nostra conoscenza delle credenze del popolo San ci perviene anche da altre fonti. 
Qing, una persona San che scampò all'uccisione del suo gruppo, nel 1873 comunicò le sue visioni introspettive sul significato della loro arte al magistrato Orpen. E' questa la prima e più antica relazione sul significato dell'arte rupestre lasciataci da una persona San.

Quando gli fu chiesto cosa significassero certe pitture di uomini con teste da rhebok (una specie di antilope), egli disse: "Essi erano uomini che erano "morti" e che ora vivono nei fiumi, e che furono "spogliati" nel momento stesso dell'avvento dell'eland (=grande antilope), di cui avete visto dipinte le danze". In questa citazione Qing in effetti si riferisce ad aspetti del significato simbolico dei dipinti. Quando egli riferì che Cagn aveva detto al popolo che essi sarebbero "morti" o "sarebbero stati spogliati" o che "sarebbero andati sottacqua", ciò significava che essi sarebbero andati in trance o entrati nel mondo dello spirito. Tali concezioni sono espresse nell'arte attraverso pitture.

2
IL POPOLO SAN E IL LORO MODO DI VITA

I San hanno uno stile di vita egualitario caratterizzato da inclusività e condivisione. Essi erano cacciatori/raccoglitori, pittori, contastorie, e uomini (e donne) di medicina. Essi parlavano diverse lingue con click, con l'uso di schioccare con la lingua sul palato, in varie parti dell'Africa meridionale. I San di oggi sono gente moderna come chiunque altro, ed hanno forti legami famigliari e di parentela. Lo scambio di doni (ovvero hxaro) è una importante modalità di mantenimento della rete di relazioni con parenti e amici dimoranti altrove.
I vari gruppi di cacciatori/raccoglitori svilupparono ingegnose forme di vita nei vari tipi di ambienti. Essi avevano una profonda conoscenza delle piante stagionali, e i loro stili di vita si imperniavano attorno all'utilizzo efficiente delle risorse naturali.
Tuttavia ciò che è balzato maggiormente in evidenza è stato il legame spirituale che il popolo San ha mantenuto con l'ambiente, dato che il mondo spirituale San era altrettanto parte del loro paesaggio quanto lo erano i fiumi, le montagne e le nubi portatrici di pioggia.

Alcune pareti dipinte e alcuni siti,  erano collegate ad importanti eventi rituali come il propiziarsi la pioggia, l'iniziazione e la cura. I doni soprannaturali dei propiziatori di pioggia sono considerati con molto rispetto attraverso tutta l'Africa meridionale e ci sono molte raffigurazioni di serpenti con testa di antilope e di teschi associati all'avvento della pioggia.

3
Per i San la Grande Danza a volte chiamata "danza di cura" o "danza di trance", è il rituale religioso centrale rappresentato attorno al campo del falò. Dopo alcune ore di danze, gli sciamani fanno esperienza di visioni come rivelazioni dal mondo soprannaturale. 
Centrale per la danza è l'energia sovrannaturale nei canti. Questa energia, secondo i San, la si trova anche negli animali, in particolare nello eland (o antilope alcina).

I San cercavano di imbrigliare l'energia sovrannaturale durante la danza di trance e sfruttarla per approcciare il mondo dello spirito. In questa danza le donne usavano sedersi in cerchio battendo le mani e cantando mentre gli uomini e alcune donne danzano attorno a loro in circolo.

Ciò va avanti per ore fino a che essi sono in stato di trance. I San credevano che quando essi fossero in tale stato, andassero nel mondo dello spirito. Svolgevano tale danza vicino ad un eland appena ucciso e in rifugi con pitture rupestri.

In alcune zone dell'Africa meridionale la Grande Danza si svolge tuttora regolarmente come un mezzo per risolvere problemi di relazione o disagi e malattie tra le persone, e difficoltà ambientali come periodi di siccità. 
I danzatori sono sovente adornati con rattles, cerchi tintinnanti, alle gambe che danno un contributo alla musica ed anche danzano con bastoni per spingersi innanzi. Scaccia mosche (fly-whisks) vengono utilizzati per spazzar via (flick) frecciate di malattia che i San ritengono esser lanciate contro di loro da esseri malvagi che stanno nel mondo dello spirito. Nell'arte rupestre spesso si vede gente che danza battendo specie di raganelle (clapping) attorno a figure ricalcate.


4
Gli eland sono simboli evocativi di sentimenti religiosi, della benevolenza del creatore, e della prosperità in un mondo ideale. Tra le antilopi africane lo eland è una delle più grandi. Esso è l'animale più di frequente raffigurato nell'arte rupestre sud africana. Lo eland ha una grande quantità di grasso, sostanza cui i San attribuivano potenza sovrannaturale. I San credevano che l'universo fosse beneficiato da energia sovrannaturale che si poteva presentare sotto varie forme. Lo eland rappresentava la più grande concentrazione di tale potere sovrannaturale. Anche il miele, i dolci, e  il sangue contenevano una grande quantità di tale energia. Lo eland era l'animale più caro a Cagn, la figura del creatore nella mitologia del sud San. 

Gli eland erano centrali in numerosi rituali San e erano visti come animali della pioggia. I San consideravano che il grasso di eland avesse una forte potenza sessuale, connettendo così lo eland alla fertilità umana. Il sangue di eland è  pure correlato con la potenza spirituale e si ritiene che il sangue di eland mescolato con la pittura imbeva ulteriormente le immagini dipinte con layers di potere sovrannaturale. Tale potere era prevalente anche nei canti eland spesso cantati durante cerimonie di trance.

Lo/a sciamano/a San credeva che il proprio spirito acquisisse un potere dell'animale nell'esperienza di trance. Si ritiene che la gran parte dei dipinti fosse correlata ai rituali di cura e che fossero metafore per l'esperienza dei curatori in trance. In tale stato essi/e visitavano il territorio dello spirito in modo da aver accesso al potere soprannaturale necessario per curare i mali sociali e fisici della gente.
Ancora ai nostri tempi tra i bushmen  (San, Khoisan, e !Kung) queste pratiche si sono conservate.



(segue per altre due puntate)