venerdì 20 luglio 2018

11. in Centro America ( 2 - tra i Maya del Guatemala 1979)

eccoci all' 11° Post di questa serie di foto e testi di interesse etnografico, in questa puntata siamo
in Guatemala nel 1979,

la nostra piccola guida di allora (ediz.Uniclam, Parigi, 1978)

24 luglio
Passata Ciudad de Cuauhtémoc (dal nome dell'ultimo imperatore azteco di Tenochtitlàn) c'è la frontiera, che attraversiamo rapidamente senza problemi.  Dopo una insulsa lunga sosta a Huehuetenango, cittadina ladina, creola e meticcia (di 30 mila ab.), che si distingue nettamente dalla campagna attorno, con i suoi campesinos indios (il 53,6% della popolazione guatemalteca) che qui sono dei Mam (o Nam). La città (tenango è un termine ereditato dal periodo della invasione tolteca, che significa località) era stata importante prima della conquista (infatti significa Luogo degli Antichi), ma oggi è priva di interesse se non per escursioni sulla Sierra de los Chuchumatanes, la più alta del Centroamerica, con villaggi indios ancora molto tradizionali. 
Giungiamo con i consueti tempi lenti a Totonicapàn, poi a Quetzaltenango, per dirigerci finalmente verso il lago Atitlàn. Poco dopo il bivio c'è un mirador da cui si gode un panorama splendido del lago di Atitlàn e dei tre vulcani della sierra madre, Tolimàn, San Pedro e Atitlàn, che troneggiano (tutti sopra i 3000 metri s.l.m.) sono considerati monti sacri dagli indios; come pure i vicini vulcani Fuego, e Agua (in lingua maya Hunahpù), e gli altissimi (sopra i 4000) Acatenango, Tajumulco, e Tacanà.

l'unica cartolina che troviamo con il lago Atitlàn

Facciamo solo una sosta dopo le lunghe ore passate a fare curve e andare su e giù. Infine lasciato il bus, cambiamo mezzo. Scendiamo giù verso il basso sino alla riva del lago, verso Sololà con un colectivo, che è poi una camioneta vecchia e scassata, che continuando a frenare per la ripida discesa, trema tutta o tremano i suoi vari pezzi separatamente. Il tettuccio è bassissimo, ed è guidata da un tipo che si trascina con sè i suoi due bambini, e va spesso in folle giù per il pendio. Giunti sulla riva a Santa Cruz La Laguna, per andare a Santiago Atitlàn c'è solo una strada di terra, e ci si mette molto tempo, per cui cerchiamo e troviamo con difficoltà una barca, cioè una lancha, che ci faccia attraversare il lago, intanto mangiamo banane fritte con yogurt. Il lago si trova a circa 1600 metri di altitudine, ma l'acqua non è fredda o gelida, al contrario è a temperatura ambiente (il nome deriva da Ama - Titlàn, cioé acque tiepide). Tutta la costa lacustre è cosparsa di villaggi dei Kaqchikel (o Cakchiquel), e dei Tzutuhil, sicché ogni villaggio ha i suoi costumi tradizionali e i suoi colori. 

Quindi infine arriviamo sull'altra sponda, a Santiago Atitlàn, e veniamo letteralmente travolti da una fiumana festante di indios con i loro vari diversi costumi, che si stanno recando verso la piazza con la chiesa, dove si svolge una grande festa per il patrono San Giacomo =sant'Iago. Proprio quando arriviamo noi un gran numero di uomini col sombrero e coi bermuda a righe tornano da una partita di calcio con un altro villaggio, e convergono verso il paese. 
Con i nostri sacchi in spalla tentiamo di muoverci tra la ressa, alla ricerca di una camera, ma ben presto ci rendiamo conto che per il momento è impossibile, e non vogliamo perderci lo spettacolo della gente in festa. Faccio molte foto, per poi scoprire che non avevo agganciato la pellicola del rullino... Ricordo ancora adesso ciascuna di quelle foto mancate.



Passa la processione con i santi cristiani addobbati con tessuti e colori degli indios, che poi vengono messi in fila davanti alla scalinata della chiesa, con alcuni lumini davanti, e la gente che si precipita dinnanzi a loro a pregare ad alta voce. Oltre ai santi, che a volte possiedono alcune caratteristiche di antichi dèi maya, c'è pure il leggendario personaggio di Maximòn, del folklore locale, molto popolare ma le cui statue e raffigurazioni all'inizio della colonizzazione ed evangelizzazione furono espulse dalle chiese che vi vedevano un idolo "pagano" quindi abominevole, tanto che certuni lo chiamavano il "santo diabolico" (cfr. anche nel post precedente n.10).


Un gruppo con maschere danza con le maracas, un complessino con marimba (che è uno xilofono di legno dell'albero delle formiche, e può essere lungo sino a 4 metri!) suona su una sorta di palafitta di frasche. Intanto che si svolge la processione con i suoi santi di legno, una loro banda produce la sua musica scassata, c'è anche più in là un luna park paesano e la fiera dei prodotti locali. In chiesa il prete inizia il sermone, mentre nella vicina chiesa di una congregazione protestante si tiene una specie come di comizio ideologico (circa il 25% della popolazione del Guatemala sono affiliati a chiese protestanti, in gran parte pentecostali). Si sparano in gran quantità petardi e fuochi d'artificio, c'è pure un rodeo nell'arena. E il tutto avviene quasi contemporaneamente. 
Sono tutti allegri, ridono di frequente, si divertono moltissimo con poco, in certi casi sembrano ingenui, naif, e anche un po' infantili. 


Per associazione di idee mi vengono alla mente libri di Miguel Angel Asturias, con il suo romanzo sugli indios maya  "Uomini di maìs", e la sua raccolta di leggende, e di Carlos Fuentes, o di Garcia Marquez, e di Rigoberta Menchù, con la sua autobiografia, ma anche del peruviano Arguedas, con i suoi saggi su musica e danze indigene, o i romanzi di Dos Passos e anche di Hemingway. . . insomma emergono alla mente varie suggestioni...

Ma anche ci fanno impressione certi bimbi seri, che svolgono il loro lavoro nella fiera, vestiti già da omini in miniatura, e poi ci sono certi giovani uomini sposati che sembra proprio che abbiano al massimo 15/16 anni... Il fatto è che non c'è differenziazione di abito a seconda dell'età, ma solo a seconda del villaggio, o della etnia originaria.

Gli indigeni parlano delle lingue (Quiché, Caqchikel, Mam, Tzutuhil, Kekchì, Pocoman, Uzpantechi, Pokonchi, Nam, Ixil, Jacaltechi, Tzeltal, Tzotzil, ecc ...) che hanno una sonorità di tipo orientale, un po' spezzate, e con aspirate, ma comunque con tante vocali. La "famiglia" linguistica maya comprende circa 24 gruppi di idiomi, ed è parlata da più di 5 milioni di persone

Insomma siamo stati presi da un assalto innanzitutto di colori, poi di suoni, e anche di odori. Una gran voglia di sgranocchiare questo e quello dai banchi ... Ed è tale lo sbalordimento di quel che succede attorno, che appunto trascuriamo la ricerca dell'albergo per stare a guardare tutto con occhi grandi. Faccio comunque tante foto. Spesso lo sguardo va alla scalinata della chiesa, dive siedono prevalentemente donne e bambini. Le donne in gran numero portano sul capo avvolta una lunga fascia di tessuto che forma come una grande aureola rossa, che lascia scoperto il centro della testa. 

Assistiamo anche a uno spettacolino di rievocazione storica dell'arrivo degli spagnoli, i cui volti (caricaturali) sono raffigurati da maschere. La musica è suonata dai loro grandi e magnifici xilofoni di legno.


Probabilmente si tratta di una danza che ha per loro un valore apotropaico. Sono maschere bianche con gran baffi e barba a pizzetto, è el baile de la Conquista, una rappresentazione viva e anche satirica svolta in piazza dinnanzi al popolo locale sull' incontro/scontro tra Spagnoli e indigeni (che in realtà ricorda anche il fatto che dopo l'occupazione, continuò la conquista per tutto il Cinque e Seicento, nel senso della guerra contro gli "infedeli pagani", dato che i castigliani assimilavano mentalmente gli indios con i "moros maomettani" dell'Andalusia, che loro chiamavano pagani). La conquista culturale iniziò subito dopo lo sbarco del luogotenente di Cortès, Pedro de Alvarado, nel 1523, denominato dai maya Tunatiuh, si impadronì del Paese in un solo anno. Le capitali dei Quiché, Xela-hù, e Ku-markaj, furono bruciate e rase al suolo da Alvarado nel 1524. Anche la capitale del territorio dei Cakchiquel (o Kaqchikel), antagonisti dei Quiché, che si chiamava Yximchée, fu distrutta, cancellata. Come cancellata fu ogni espressione della cultura locale, sia religiosa, che letteraria, che artistica e architettonica. 


Nel libro maya del profeta giaguaro si legge:

«gli Dzueles (gli stranieri) insegnarono la paura, vennero a far sfiorire i fiori. Perché il loro vivesse, sciuparono e succhiarono il nostro fiore” (…) Ahi! rattristiamoci, poiché sono giunti!» (Profezia di Chumayel e Tzimin degli stranieri dalle barbe rossiccie).


uno dei rarissimi codici maya salvato dai falò

una illustrazione del famoso precisissimo calendario maya, 
secondo cui avevano calcolato che un anno dura giorni 365, 242129

Diego de Landa, un prelato al seguito, scrisse: «Trovammo anche un gran numero dei loro "libri", ma non contenevano altro che menzogne, demoniache. Li bruciammo tutti ... e gli indios si sentirono per ciò molto afflitti» (questo lo confessò in una sua Relazione scritta più tardi, nel 1566 quando era divenuto vescovo, e fu richiamato per dare spiegazioni, cfr. tr.it. ediz. Paoline, 1983, ma nel 1863 l'abate Ch.E. Brasseur de Bourbourg la trovò negli archivi storici di Stato a Madrid, e la tradusse in francese a Parigi facendola così conoscere in tutto il mondo degli specialisti). Sembra che quei roghi fossero durati per mesi. Anche questo fa parte di quel drammatico secolo XVI denso di contraddizioni e di fanatismi ideologici. 





alcuni dei 74 fogli del codice conservato a Dresda (ora scaricabili in pdf)



L'abate e scienziato de Bourbourg disse che il libretto ingiallito di De Landa era talmente impolverato e sporco, là dove era depositato, che certamente in tre secoli non lo aveva preso mai in mano nessuno. Il testo è importante anche e sopratutto perché ha fornito una prima chiave per comprendere una serie di astrusi "geroglifici" che erano incomprensibili, tanto che si riteneva fossero degli "ornamenti" architettonici. Dunque le informazioni dategli da due nobili convertiti (che sapevano ancora leggere e scrivere in geroglifici maya) e che De Landa riferisce, diverranno quasi come una sorta di stele di Rosetta per incominciare a tentare di decifrare la scrittura maya. Passato molto tempo dalla distruzione degli antichi testi, si finì per ritenere che i maya fossero dei selvaggi analfabeti dai riti sanguinari vissuti in un loro mondo dell'età della pietra, pari a quei contadini indios ignoranti che abitavano tutt'ora in quelle aree invivibili, i cui antenati non potevano certo essere stati i costruttori di quei monumenti abbandonati, e rimasti sino ad allora sconosciuti e nascosti sotto una spessa coltre di giungla tropicale. Dei tre antichi codici  rimasti, oltre a quello di Dresda e quello di Madrid, il terzo detto Pereziano, fu raccolto per caso nel 1860 in un cestino di un ripostiglio della Bib.Naz. di Parigi, tale era l'importanza che vi si dava... Nel 1947 le riviste «Illustrated London News» e «Life», pubblicarono delle fotografie di un recente scavo archeologico, in cui si vedevano due manovali locali, un uomo e una donna, vicino a dei bassorilievi con una somiglianza dal punto di vista fisico-antropologico, da non lasciare dubbi (cfr. C.W.Ceram, cit., pp. 407-410). Si iniziarono a studiare le grammatiche e le sintassi di quei cosiddetti impronunziabili e barbari dialetti indigeni dei contadini, e si cominciò a pensare che fossero imparentati con la antica lingua, o una loro filiazione diretta.


Passato il ciclone, ci rechiamo in un bar per chiedere dove cercare posto per la notte e la signora ci dice che è la padrona anche di un alojamiento (un alloggio, una locanda) annesso al bar.

C'è musica continuamente, con marimba, con il flauto indio chiamato pito o chirimià, o coi tamburi e tamburelli, o con le ocarine, o la chitarra. Questo viaggio è caratterizzato da queste incessanti canzoni tropicali che "fanno tanto ambiente", e non ci abbandonano se non per poche ore di notte. Sembra che questa gente non possa vivere senza musica. E giustamente. Più che altro si tratta di canzoncine allegre ma anche sgangherate, e però con un fondo di melanconia. Le orchestrine di marimba, o di certi personaggi simili a mariachis, che suonano abbastanza male, ma anche questo fa parte della realtà quotidiana. Nessuno si preoccupa se più canzoni si sovrappongono. Le parole delle canzoni sembrano sempre parlare di amori totali, focosi e spesso senza speranza. E bisogna anche dire che le canzoni sono un po' sempre quelle, che in Europa sono state scoperte negli anni quaranta e cinquanta, ma che qui c'erano già tali e quali anche prima. Così come gli abiti: sono sempre quelli, così la processione è sempre quella, e la fiesta pure, tutto è un po' sempre quello, in gran parte la senti, la percepisci questa dimensione di immobilità che si perpetua nel tempo. E' così la vita di campagna, dei campesinos. Forse solo adesso qualcosa sta cambiando, in parte anche a causa di quel po' di turismo, che prima non c'era, e poi la radio, il cinema, la televisione, le macchine, certi prodotti, gli abiti  in fibre sintetiche, prima non c'erano. Ma mi sembra che ancora prevalga la tradizione sul mutamento.




Infine torniamo verso il lago dove c'è un'aria calma e rilassata, diversa dalla frenesia della festa e del mercato. La señora del bar-alloggio dove ci siamo rivolti, il "Hi-Nim-Ya", ci diceva che i prezzi delle stanze sono màs altos en los dias de fiesta que en los dias de silencio, quindi siccome questa notte finisce la festa (durata vari giorni) d'ora innanzi i prezzi sono ribassati. E' stata corretta e gentile a dircelo, se no noi non avremmo nemmeno saputo della differenza tra festa e silenzio.
Il paese di Santiago Atitlàn è il capoluogo dei Tzutuhil, e si trova in una baia riparata. Donne che lavano i panni sulla riva, o raccolgono l'acqua con anfore, uomini che si bagnano o si lavano, baracche di legno o capanne, pattume sparso, richiami di uccelli tropicali, e vegetazione rigogliosa.



Per fortuna che ero andato a parlare a Sololà con quelle due italiane che ci hanno consigliato di prendere la barca per Santiago, anziché andare a San Andrès o Panajachel, che sono più turistiche.

Al café restaurante "El Cayuco", dove si ritrovano gli europei e nordamericani, si può prendere un enorme yogurt con frutta tropicale e miele. C'è sempre come contorno un ottimo guacamole, cioè puré di avogado con pomodori e cipolle dolci, o avogado con salsina rosa. I frijoles sono neri e grossi e con un sapore un po' diverso dal nostro. Poi c'è il magüey, quel frutto viola che sembra un fico d'india con coloranti, che è dolce e buono. Ci rimpinziamo di frutta tropicale ma non solo, mangiamo anche pollo, e pesce fresco del lago, o che arriva dalla costa sull'oceano.

In uno slargo laterale anche gli indigeni si prendono una sosta





I gestori del Hi-Nim-Ya sono veramente gentilissimi, la pensioncina è semplice e pulita; un po' mi dispiacerà partire. 
Impariamo anche due parole in k'iché (o qwiché), ovvero: shiskarreth (o almeno così ci sembra...) per dire buon giorno, e heckh per il mais. Benché in generale in Guatemala il 66% della popolazione parli lo spagnolo come prima lingua (nelle città e lungo la strada Panamericana), in provincia, nei borghi e nei villaggi delle campagne molti contadini parlano nelle lingue di antico ceppo maya (che i ladinos e i meticci chiamano spregiativamente dialetti indios). Sarebbero circa 6,5/ 7 milioni i guatemaltechi a dichiarare che una delle lingue di ceppo maya è la loro sola lingua materna, ma molti ormai sono bilingui, e molti indios comunque sanno almeno un po' di spagnolo di base, i più assimilati di solito sono i meticci.

- un giro per Sololà
La piazzetta di Sololà, semplificazione del nome indigeno di T'zolojy'a, a 2.114 metri di altitudine, non è più vuota e tranquilla come quando eravamo appena arrivati, ma si è aperto il mercato locale ed è animata da indios colorati. Ci inoltriamo in salita. 

Annalisa


Il costume distintivo di certi uomini di un paesino vicino sono semplicemente i calzoni bermuda a righe, almeno nei giorni di festa ci tengono a rimarcare in pubblico la loro appartenenza e origine.
Continuiamo a salire
una donna con bimbo ad un telaio rudimentale detto "a tensione", o "a chiodo"

E arriviamo al mercatino locale





CHICHI (al mercato)
Andiamo poi verso nord, a Santo Tomàs Chichicastenango (in lingua quiché="luogo delle ortiche", che è il luogo dove nel 1541 si rifugiarono i sopravvissuti fuggiti da Ku-markaj messa a ferro e fuoco; e che divenne brevemente sede provvisoria della amministrazione spagnola quando nel 1773 la prima capitale della colonia, ora chiamata Antigua, crollò per un terremoto; intanto che si edificava la nuova Guatemala Ciudad) ora è un paesone di più di 10 mila abitanti in gran parte appunto maya -quiché. Anche qui siamo a quasi duemila metri di altezza. Ci dirigiamo subito verso il luogo del loro famoso mercato. Lì è dove si radunano e appoggiano i loro prodotti per terra. Donne con le coperte piegate in cima alla testa, il tocoyal,  una specie di copricapo, e con decori di righine colorate differenti a seconda dei villaggi di provenienza, come pure sulle gonne e le camicie, alcune hanno fili d'argento in mezzo, e altri ricami coloratissimi su stoffe già coloratissime. 
 Eccoci in pieno mondo indio guatemalteco... Inoltre anche qua siamo praticamente gli unici stranieri 
(si legga per cfr. la descrizione del "villaggio di Chichicastenango" fatta durante un suo viaggio nel 1933 da Aldous Huxley, in "Oltre la Baia del Messico", tr.it. F.Muzzio editore, Padova)
(anche se ora, 2018, leggo che è invece la destinazione più frequentata dal turismo...)










Ora forse starete pensando che sto un po' troppo abbondando con le foto, ma questo luogo ha una forza attrattiva, è dotato di un magico potere di seduzione, per cui non riesco a contenermi. Vorrei come d'incanto essere ancora là anche adesso e riprovare quelle stesse emozioni. Data la mia formazione per me è come potere fare un viaggio anche a ritroso nella storia e vedere dal vivo come è una società tradizionale (ma forse per i nostri paesi occidentali industriali dovrei tornare ai tempi del padre del mio bisnonno..., comunque mi fanno tornare alla mente alcuni racconti di mio nonno paterno, che era di una famiglia povera della campagna di Caravaggio in provincia di Bergamo).  Ad ogni modo -a parte che in un diario di viaggio le foto d'ambiente non sono mai troppe- ora è anche un modo per far calare il lettore dentro questa realtà, questo mondo lontano, a cui non siamo abituati a pensare, a tal punto che ancor oggi chiamiamo queste popolazioni, popoli dell'America Latina (!!?).






Più tardi entriamo in una trattoria per cenare, ma alle 19 e 40 mandano via la gente che arriva perché dicono che hanno finito la roba da cucinare ... così dicono, ma probabilmente si sono stufati di servire e di cucinare perché al sabato c'è più gente del solito ...!

- CHICHI (la religiosità indigena)

 il borgo di Chichicastenango

 la chiesetta degli indigeni

verso il cimitero

Al mattino ci alziamo presto, e andiamo subito alla chiesa domenicana di santo Tomàs (san Tommaso), dato che è lì che si possono osservare le pratiche devozionali indigene, anche se il culmine sarà dal 18 al 21 dicembre per la festa del patrono.

sono quasi tutti autori statunitensi tradotti (peraltro validissimi), ma non avevamo trovato null'altro

I portali delle due chiese bianche che si fronteggiano sono illuminati dai falò e dai ceri, ma coperte dai fumi e dagli incensi che vengono sparsi in giro da scatoloni di latta. 





Molti indigeni non entrano neanche in chiesa, o solo fugacemente, ma ci tengono molto a accendere incenso sui gradini, dove rimangono a sostare a lungo, o a portare fiori, masse di fiori. 


 Ci sono dei curanderos (guaritori) che si occupano di qualcuno, e sciamani, chiamati spregiativamente dai conquistadores spagnoli e della borghesia creola brujos (= stregoni), che fanno i loro rituali. 
Tengono una mano sulla spalla del richiedente, o gli appoggiano un bastone sul capo mentre fanno invocazioni agli dèi della pioggia, o del raccolto, o chiedono protezione per un matrimonio, intanto che si rivolgono ai santi. Ci sono i "fattucchieri"(hechiceros), cioè quelli che conoscono le ricette per le pozioni, chiamati chuch-kajau, anche questi vengono qui consultati.

Cerchiamo di stare un po' discosti ad osservare "da etnografi", senza disturbare, le gestualità, le espressioni verbali, i comportamenti, che si svolgono tutti seguendo un loro cerimoniale liturgico antico. 
Saliamo la scalinata facendoci largo tra gli indios che stazionano lì, pregando o accendendo fuochi, entriamo attraversando la cortina fumogena all'incenso, il pavimento è totalmente ricoperto di petali, e di fiori sparsi per terra, ci sono moltissimi ceri accesi (velas), e le pareti sono annerite a causa di questo.  Chi prega dinnanzi alle immagini o alle statue poste tutte lungo le pareti, versa intanto un po' di acquavite, e lascia offerte in frutta, o immaginette, o bottigliette di bibite, pacchetti di biscotti, o i biscotti sbriciolati, sigarette, banconote, e generalmente prega a voce alta in una lingua indigena con ogni tanto parole o frasi in spagnolo come fossero formulette magiche (ma c'è anche -raramente-  chi prega recitando le preghiere cattoliche in spagnolo). In generale accendono i ceri sul pavimento.  Ora entra in chiesa un gruppetto, uno mentre dice le sue orazioni fa una gran scoreggia, c'è ovunque una gran puzza di piedi e di alcool, per cui dopo un po'  usciamo anche per l'eccessiva fuliggine. 
Qui si tratta dunque di folklore, della cultura popolare odierna dei campesinos indios. Ma poi c'è anche una spiritualità che è quella storica  della civiltà maya.


 siccome non ho ritenuto di fare foto all'interno, riporto le immagini da tre delle pochissime cartoline che si trovano qui 


 Chi ne è al corrente riprende ispirazione da certi brani del libro sacro dei Maya, il "Popol-Vuh" (o Popol Buj, o Wuj, ritrovato  all'inizio del Settecento nel convento francescano qui adiacente, e poi depositato, ma "dimenticato", negli archivi della biblioteca dell'Università), o agli "Annali Cakchiquel" (o Kaqchikel), scritti nel 1606 da discendenti "convertiti" di nobili maya, o al libro delle "Profezie di Chilàm Balàm" (pubblicato e tradotto da A. Mediz Bolio nel 1930), tra i pochissimi testi sopravvissuti fortunosamente della cultura maya. 

Al tempo del ns viaggio ne faceva riferimento solo C.W. Ceram, tradotto in it. "Civiltà sepolte" da Einaudi nel 1950, e a livello storiografico J. Eric S. Thompson  nel suo studio "Civilization of the Maya" del 1927, e Edward H. Thompson, in "People of the Serpent", Londra 1932, e più di recente l'antropologo Victor Von Hagen, The World of the Maya, 1960).

Oggi il Popol Vuh è pubblicato da vari editori e tradotto in varie lingue, ed è risorto e produce il suo influsso specialmente sui (rari) lettori indigeni o meticci di matrice maya. Il testo era parte della tradizione orale ma era stato"scritto" con le tecniche pittografiche di promemoria. Purtroppo era stato bruciato dall'Inquisizione e quindi in segreto alcuni ex funzionari o sacerdoti maya, o loro figli, che lo conoscevano a memoria o sapevano a chi chiedere conferme, lo riscrissero in lingua quiché ma utilizzando l'alfabeto latino poiché scrivere con i segni maya era proibito per legge, ed infine lo consegnarono a qualcuno del convento francescano. Certo l'alfabeto latino non era adatto a riprodurre i differenti suoni del quiché, e inoltre molti testi poetici andavano cantati, e anche danzati, ma almeno così l'essenziale del contenuto andava preservato per tempi migliori. Poi quasi due secoli dopo, nel 1702 qui a Chichicastenengo il sacerdote Francisco Ximénez lo trovò, e invece di gettarlo o nasconderlo, padre Ximenez lo ricopiò, e dato che conosceva bene la lingua locale ne fece anche una traduzione in castigliano. Quest'ultima venne poi scoperta da un inglese e un abate francese nella metà dell' Ottocento negli archivi dell'università dove nessuno sapeva che vi fosse depositata. (In seguito è stato pubblicato anche in italiano da Tea nel 1988). Viene in mente una nota frase di Rigoberta Menchù: "Noi altri abbiamo dissimulato la nostra identità, e abbiamo tenuto molti segreti: per questo siamo discriminati"...



[Oggi anche le guide turistiche ne parlano, si veda sopratutto la "guida oro" sul Centramerica delle edizioni Gallimard del 1995 poi riedita e trad. it. dal TCI nel 2004, cfr. cap. VI]

Oggi [2018] abbiamo da tempo a disposizione del pubblico vari testi da codici che ancora pochi decenni fa erano noti agli specialisti soltanto, o non esistevano. E inoltre sono stati fatti grandissimi passi anche nell' interpretazione e traduzione degli scritti maya su pietra nei monumenti e resti archeologici.
Una antologia delle testimonianze locali sulla invasione spagnola, è quella famosa a cura di Miguel Leòn-Portilla,  del 1959, 1964, rivista nel 1970 (e trad. it. nel 1974 per Adelphi), cfr. Parte 2a. La sua uscita in edizione economica fu importante perché sino ad allora si erano lette solo le cronache spagnole di quel tempo, e comprensibilmente il testo fu definito "sconvolgente".


Ma come dicevo, è qui proprio a Chici che si è ritrovato il documento che attesta l'esistenza di una letteratura pre-hispanica che i roghi dell'Inquisizione spagnola riuscirono a far scomparire e far credere fosse inesistente. E si tratta di un lungo poema, o canto, di tipo spirituale: il Popol Vuh cui pure accennavo sopra. Esso ci parla di coppie di divinità, il Creatore e il Formatore, il Vincitore e il Serpente Piumato, la Dèa Madre e il Dio Padre,  essi "stavano nel chiarore accecante, di un cielo in cui tutto era ancora in sospeso, in silenzio, immobile", ed essi diedero vita alle forme in modo armonico, creando entità diverse, come uccelli, piante, animali e esseri viventi di ogni tipo e specie.
I Maya nella loro epoca "classica" elaborarono una matematica su base 20 molto perfezionata, che serviva per il computo anche su lunghe distanze dei cicli del tempo, e per i calcoli astronomici, da cui deriva il loro precisissimo calendario ( si veda già in K. Birket-Smith, Le vie della Civiltà, 1941, 1947, tr.it Sansoni, 1957, parte seconda, cap. 8, pp. 537-539; oggi cfr.: R. La Paglia, il calendario maya, Xenia, 2011; in ambito scientifico vedi  W.A.Saturno, su «Science», 336, 6082, maggio 2012).

Scriveva il premio Nobel, Le Clézio:
“ Il credere ai sogni e ai vaticini è l’espressione per molti popoli amerindi, di una profonda idea filosofica, quella del corso e ricorso del tempo. Il concetto lineare del tempo, nato dal nulla e che al nulla finisce, è tanto estraneo alle culture amerindie, quanto l’idea di un Mondo puramente materiale privo di finalità. Questi uomini che vivevano con intensità l’incontro tra reale e soprannaturale, questi uomini che sentono che la loro vita è una piccolissima porzione dell’esistenza divina, e che nel mondo che li circondava, negli animali, nelle piante e nei fenomeni naturali vede altrettante espressioni della divinità, non potevano concepire un universo senza fine, in cui il tempo se ne fuggisse via verso il nulla. Una acquisizione straordinaria fu, nell’epoca maya classica, il calendario e il computo a lungo termine, che si basava sulla convinzione, appunto, di un universo sferico, in cui il tempo ricomincia senza sosta. Per l’europeo del Rinascimento, appassionato della scienza e scettico, il mondo dell’amerindio era totalmente incomprensibile.” (Jean-Marie G. Le Clézio, traduzione in francese de Les prophéties de Chilam Balam, Gallimard, Paris, 1976, dalla Prefazione).



Da quel che ci diceva un ragazzetto gli indigeni sono discriminati anche nelle celebrazioni delle festività, e persino nel costituire loro orchestrine musicali per le fiestas... E' quel ragazzetto indio che ci aveva parlato ieri sera con quel suo ritmo lento, e che ci pareva un po' sbronzo, lo reincontriamo oggi, ed è ancora così, come trasognato. Alcool? funghi? oppure davvero è così di carattere? Comunque ci ha raccontato un sacco di cose interessanti su Chichicastenango. Ci ha parlato di cosche rivali, di gente che vive sulle spalle degli altri, della amministrazione locale a cui possono partecipare ora anche dei rappresentanti degli indios [il 93% della popolazione della cittadina e dintorni qui in questo territorio sono di stirpe Quiché], e che è corrotta. Ma i ladinos a suo parere tengono ancora saldamente in mano il potere e giocano come vogliono con i poveri indios, anche con i nuovi rappresentanti.  Secondo lui il potere è dato loro dalla istruzione: siccome tutti i ladinos sono tra i pochi qui che hanno studiato, possono tenere l'amministrazione, ogni atto politico passa attraverso di loro, sono padroni dell'economia, quindi fanno ciò che vogliono. Lo sollecitiamo anche su altri aspetti, sul mercato del lavoro, sui giovani, sulle tradizioni, ma manca totalmente in questo ragazzo qualsiasi altra prospettiva nella analisi della situazione, dato che effettivamente gli mancano le conoscenze ecc. (d'altronde teniamo presente che in media in Guatemala il 63% sono analfabeti, e lo sono pure il 44% dei ragazzini in età scolare; di fatto al di fuori delle città, in provincia, ovvero nelle campagne, la percentuale sale al 78% ..). Lui soprattutto è preso dal fatto che -come probabilmente molti altri come lui- aspira ardentemente a poter fare il suonatore di marimba. Però ci vuole una certificazione e non ne possiede una perché dice che costa circa l'equiv. di settecento mila lire. E dunque il suo desiderio rimane frustrato, e siccome lo ha identificato come l'unico modo possibile per lui per poter emergere, questo ostacolo gli fa crescere molti risentimenti (comprensibilmente) ed è per questo che beve...

Ripensiamo un po' alle differenze riscontrate tra il Chiapas e il Guatemala, e ci sembra di aver visto in Messico più rispetto per gli indigenas, un qualche tentativo di recupero della loro cultura, con le loro specificità, o meglio forse più che altro solo di preservazione e conservazione di certe loro  tradizioni. Comunque invece qui ci sembra di notare un forte contrasto tra i ladinos,  i meticci  (un terzo della popolazione) e gli indigeni di origine maya. Tra i meticci ci sono sia assimilati che non assimilati alla cultura dei latino-americani di origine creola.
Qui a Chichi, come anche a Sololà, c'è l'edificio della Alcaldìa municipal (cioè il comune locale) e di fianco la Auxiliadora indigena, sulla cui porta vediamo sostare in piedi dei capi di Confrarias (confraternite) con un abito nero, giacchetta e calzoni al ginocchio, e una sorta di copricapo rosso "a turbante". Li rivedremo anche stasera. Poi c'è uno, che secondo me è un cacicco (capo clan indigeno), vestito come quelli ma senza turbante, che sta passando praticamente tutta la giornata a fare dei riti col copàl davanti alle due chiese fino a sera tardi. 
Insomma intanto a vedere non solo che certe chiese sono frequentate da indigeni e altre no, ma anche che ci sono come due municipi separati... ci rendiamo conto che qua l'apartheid è vigente a livello istituzionale, e in Europa quasi non se ne sa nulla.

Oggi nella chiesa più piccola, c'era un tizio che parlava ad alta voce con certe statue di santi, e raccontava le sue cose, la sua vita; aveva acceso molti ceri, e portato dentro moltissimi petali di fiori, ma anche arance, mele, e limoni come offerta. Poi aveva fatto bruciare un piccolo falò (dentro in chiesa) e agitato più volte il secchiellino dell' incenso/copàl, e ora faceva vari percorsi in ginocchio per implorare ora questa ora quell'altra statua. Poi vedremo anche altri uomini fare similmente, con le mogli che fanno da assistenti.
Non pochi camminano scalzi e hanno dei piedi impressionanti, sembrano a volte come se fossero mummificati ...

Oggi la cittadina è sconvolta dai preparativi per il mercato dei turisti che si terrà domani martedì. Per cui se ieri era un villaggione di campagna, calmo, silenzioso, tranquillo, con le sue stradine semideserte, i boschi visibili subito dopo le ultime case, pochi rumori e motori, piuttosto  si udivano i versi delle galline, dei maiali... domani cambierà volto.
Poi abbiamo visto che in effetti han cominciato presto ad arrivare da ogni dove, facendo fiesta, e a darsi da fare a montare intelaiature di legno con teloni sopra, invadendo la piazzetta e tutte le stradine. Stasera sembrava una cittadina occupata dai lanzichenecchi... Bancarelle, strutture precarie, tendoni, gente che bivacca, che dorme all'addiaccio per le strade ...




 un bambino viene mandato su una palma a sistemare un collegamento elettrico


Poi alla sera ecco masse di turisti stranieri bianchi (prevalentemente gringos del nord) che arrivano con i pullman, e riempiono tutti gli alberghetti, le pensioncine, tutti gli alberghi e gli hotel, tutto viene stravolto in funzione della grande market session (o jam session) di domani.

- al Pascual Abaj
Stamattina fuggiamo dal paese sconvolto e irriconoscibile a causa della folla più incredibile. Andiamo fuori dall'abitato per fare una passeggiata in montagna tra pini e ruscelli, alla ricerca del Pascual Abaj (o Pascuala Abaj). 
Si tratta di una antica statua alta solo 80 centimetri, che rappresenta una divinità maya, forse quella del mais. Il nome significa "Signore di pietra".
I conquistatori spagnoli provarono varie volte a proibire la devozione verso quello che chiamavano l'idolo pagano, ma non vi riuscirono mai nei secoli. Ancora oggi viene mascherata come devozione a San Pasquale. Il suo culto sarebbe originario dell'etnia maya dei Mam di Huehuetenango. 




Dunque si esce da dietro il municipio verso la campagna, in direzione sud-est, ma non c'è assolutamente nessun tipo di indicazione, ci dicono che si trova a soli 40 minuti di cammino dal centro del paese.
Un indio fortunatamente ci indica un sentierino che si inerpica sulla collina, per evitarci di fare la strada che è piena di cani da guardia, e di cani randagi. Dopo tre kilometri siamo con letteralmente il cuore in gola, ansanti, anche a causa del clima afoso e soffocante, su uno spiazzo contornato da alberi che c'è in cima al cerro (colle), vicino all'antico villaggetto di Patzité, ma per fortuna nostra giungiamo proprio in tempo per assistere ad un rito propiziatorio (appena da pochissimo già iniziato) di una bruja (fattucchiera) che -ci diranno dopo- è stata richiesta dalle due persone che erano lì presenti.
Io intanto mi sventolo con il mio sombrero inseparabile, leggero e simpatico, e pur restando fermo in rispettoso silenzio, osservo interessatissimo ed emozionato.

La assiste un tizio ed è presente anche un giovane, forse suo figlio. Non c'è assolutamente nessun' altro, il boschetto è bello, c'è silenzio, si odono i suoni degli uccellini, e tutto attorno allo spiazzo ci sono delle pietre, poi in un punto c'è un circolo di pietre grosse annerite e tra queste una più scura con scolpito un volto abbozzato, e con un falò acceso dinnanzi.
 La vecchia officiante compie i sui gesti rituali millenari, poi ogni tanto si ferma e sorride soddisfatta. Agisce molto concentrata, ma a volte viene interrotta dai suoi accompagnatori che sembra pongano un quesito. A un certo momento la vecchia, aiutata, taglia il collo ad una gallina sopra al fuoco del tumulo centrale, ne fa bruciare la testa, e, sempre con orazioni, sprizza il sangue sulla faccia della statua, tutta affumicata, e poi sulle varie pietre e sui fuochi che sono tutt'attorno.
taglia la testa di una gallina viva
brucia la testa

e spruzza il sangue sul volto del Pascual Abaj

 Per cui poi gira rapidamente dappertutto spargendo il sangue recitando delle formule verbali.

Siamo contemporaneamente sbalorditi, essendo la prima volta che assistiamo ad una cerimonia del genere, e quindi anche incantati dato che ci sembra di essere catapultati in un mondo lontanissimo anche nel tempo, e in parte disgustati per il sacrificio, a causa di una nostra tenerezza animalista. Resta impressa indelebilmente la figura della bruja e l'immagine del taglio della gola. Per associazione d'idee il pensiero va (non solo al sacrificio di Ifigenia o a quello mancato di Isacco) ma  a tutti i poveri animali che han fatto da "capri espiatori", e sopratutto agli esseri umani sacrificati in ogni tempo della storia e luogo e popolo del mondo adducendo le più diverse "giustificazioni". Restiamo fermi e ammutoliti, perplessi. Il venticello nel bosco umido ci procura un brivido.

Ma il fascino perverso di questa cerimonia nel silenzio della collina in campagna comunque è grande, anche se quel tipo di culto della fattucchiera di per sè è qualcosa che non ci appartiene e anche ci disgusta. Lei non è un Ajkùn, una sorta di "sacerdote" che nelle comunità indigene svolge una serie di funzioni... lei è solo una hechicera, fattucchiera.

Ma un conto sono le pratiche cui ricorre sopratutto il popolino di campagna, per fare degli "incantesimi", preparate delle pozioni o decotti dal potere magico, o praticare delle fatture, dei malefici, o per proteggersi dal male, eccetera. Cioè qui si tratta della subcultura popolare, parte del folklore. E intanto mi sovvengono immagini fantasiose di come invece potessero essere stati i riti religiosi antichi, oramai dimenticati, come quelli che si svolgevano nei templi in cui officiavano i sacerdoti  (tali per casta di nascita) per le varie cerimonie collegate ai cicli della natura, alle costellazioni celesti, allo spirito dei monti, o degli alberi,  o anche al culto dei defunti, o per implorare un intervento miracoloso, o per venerazione di una divinità. Purtroppo quasi tutto il ceto, o i clan, o le caste, egemoni nella società maya sono stati sterminati con la conquista, e poi nel corso dei primi cento, centocinquant'anni, quindi tutta la "intellighenzia" detentrice della cultura superiore, sia in campo astronomico, che matematico, che relativo alla compilazione del calendario, alla musica al canto, alla poesia, eccetera, nei vari campi dei saperi, ma anche gli scrivani e gran parte anche degli artigiani, sono scomparsi ed è rimasto solo il popolo contadino, ovvero i loro discendenti, sia i più "puri" che i più meticciati.

Dal paese salgono fin qui gli echi di lontani rumori e vocii del mercato, si sente un motorino, e qui in cima al colle, tra gli alberi col profumo di resina dei pini scavati per toglierne il nettare, sotto ad un cielo ancora assolato e nell'aria calda nonostante si stia per rannuvolare, ecco questi moderni antichi maya che compiono gesti e pronunciano parole sacre nate da una cultura e una storia in gran parte dimenticata e perduta, in omaggio ad una grezza scultura che forse ha come dicono 2300 anni (e certo non è minimamente comparabile alle straordinarie opere di scultura che sono state prodotte nelle epoche pre-hispaniche dall'arte maya). 

L'impressione però è anche che con questi popoli vinti, il cristianesimo non abbia gran ché attecchito, anzi si sia solo meticciato, e che i preti in quelle chiese tappezzate di petali, piene di bottigliette di acquavite, e di sigari e sigarette, e di fuliggine, farfuglino inutilmente richiedendo di adempiere ai loro riti europei, parlando in una lingua e per una religiosità di casta...(cioè dei padroni creoli), ma non adatta né adattata alla religiosità e alla lingua del popolo locale. Ma anche che l'ostinatezza di questi montanari colorati, e questo piccolo spiazzo nel bosco, nero di fumo e illuminato e caldo di fuoco, mi sembra che marchino il segno imbarazzante delle difficoltà dei vincitori ad imporsi, e contestualmente quelle dei bis-pronipoti degli sconfitti a vivere infine nel presente.
Dunque nella venerazione del mais divinizzato, ogni anno ci sono processioni per propiziare un buon raccolto. Le statue sia di "san Pasquale" (anche San Pascualito Rey, Signore della morte) che di Pocojil, antico Signore della pioggia, vengono ricoperte da rami e fiori, e là si portano immaginette e statuette di quei santi cui vengono addossati antichi attributi locali, e carta colorata, e marzapane per le offerte e per festeggiare. 

Qui a Chichi nella chiesa di san Tomàs, come dentro la chiesetta di Sololà, cosparsa di aghi di pino, tutta adorna di festoni di carta colorata e di pepsi-cola, tra gli odori di piedi sudati e del copàl che impregna di sè le porte delle chiese assediate dalla devozione degli indios, sin dai primi gradini della scalinata  tutta occupata dai loro falò, si celebra continuamente il funerale della chiesa romana cinquecento volte morta tra le gestualità dei campesinos ignoranti che se ne sono appropriati. Hanno fatto la loro scelta di mimetizzazione per salvarsi, hanno accolto solo i simboli esteriori, propinati loro per attirarli dentro ad una matrice culturale europea, cogliendo di istinto l'essenza pagana del culto dei santi e dei martiri (ovvero degli Eroi della fede) che a propria volta la Chiesa aveva già adattato agli antichi sentimenti religiosi della romanità, rimasti vivi a livello del folklore popolare dei primi secoli d.C.
Ma a parte queste critiche alla chiesa cattolica locale che era ed è stata in Centro e Sud America troppo complice di politiche discriminatorie ed ha cogestito il potere compromettendosi con potenti latifondisti, con politicanti e con militari, estremamente reazionari, non va comunque dimenticato che gran parte della popolazione è ignorante, e quindi anche legata a supersitizioni, scongiuri, pozioni, amuleti, pratiche magiche, per cui è normale per loro recarsi da una fattucchiera per regolare i propri problemi, ed è ad es. diffusa la credenza negli spiriti o nella presenza nella vita quotidiana delle anime dei defunti ... Asturias l'ha un po' tratteggiato nei suoi romanzi e racconti, così come nel Sud hanno fatto Arguedas, Manuel Scorza, Carlos Fuentes, e Juan Rulfo, e tanti altri.





Che senso di pena ci avevano suscitato ieri le lamentazioni accorate, compiute procedendo lentamente sugli scalini (anche in ginocchio). E poi vediamo tra le candele strisciando le ginocchia nude, un vecchio pellegrino questuante perdono in spagnolo nella chiesa di Chichi profondendosi in richieste individualistiche ad ogni statua di santo esposto lungo i muri della navata (e li ha passati tutti, uno per uno). Pena per la sensazione di disperazione affranta che emanava da quelle perorazioni lamentose e supplichevoli mormorate e biascicate dal poveretto. E immaginiamo la sua disperazione. Non abbiamo invece assistito poi alla processione degli auto-flagellanti, di pesante esibizione barocca ispanica, perché troppo fastidiosa per la nostra vista è l'auto-mortificazione della carne e l'ossessione dell'accusarsi peccatori colpevoli di fronte al Padre severo il cui occhio indagatore è onnipresente per redarguire. Questo modo di vivere la devozione ci fa sentire fortemente distanti ed estranei sul piano della mentalità e della cultura. A mio modo di vedere tutto ciò ha assai poco a che fare col messaggio di Gesù, ma fa parte solo di pratiche folkloriche tipiche degli strati sociali poveri più deprivati ed emarginati, e della psicologia sociale di chi è parte di "sub-culture" o forse di culture subalterne (che si tratti di ladinos o di indigenas o di mestizos...).
Il periodo della fiesta intanto è terminato, e si chiude con una messa all'aperto.



Un limpidissimo cielo tutto stellato con la falce di luna, silenzio, qualche giramondo a zonzo per curiosare, tutto è pronto per compiere il ciclo settimanale che rompe la consueta vita della borgata. Una orchestrina toca la marimba in una cantina (osteria), gridolini di ahi-ahi-ahi, intanto si ode una donna che chiama il figlio, e si sente pure una chitarra, un guitarròn e una piccola batteria.

Mi ripropongo di leggere i miti maya, per capire meglio quella antica cultura che è lontana nel tempo ma che ancora si fa sentire. cfr. per es. K.A. Taube, Miti aztechi e maya, tr.it. Milano, 1996; e altri:




Per un inquadramento storico e generale si veda: "Mytologies of the Primitive Planters: The Middle and Southern Americas", cioè il tomo della parte Terza, del secondo volume dell'opera di Joseph Campbell, Historical Atlas of World Mythology, Harper &Row Publishers, New York, 1989,  cap."Agricultural Developments in the Mesoamerican Matrix", pp. 252-267. (essendo assai improbabile trovarlo nelle nostre biblioteche, si veda in tr.it. J.Campbell, Le figure del mito, 1974, Red edizioni, 1991 cercando nell'indice analitico: civiltà Maya, e Kukulkan; o anche in A.Eliot, M.Eliade, J.Campbell, L'universo fantastico dei miti, 1976, Mondadori, 1977 


Ripartiamo
Ce ne andiamo a Quetzaltenango  (la seconda maggiore città, = "luogo del mitico uccello piumato" Quetzal), che prese il posto dell'ex capitale dei quiché Xela-hù, che fu bruciata e rasa al suolo da Alvarado nel 1524.
E' lì dove speriamo di trovare una stanza in un alberghetto con il caminetto a legna in camera! si attraversano campi di cotone, di canna da zucchero e di caffé, e poi si va un po' su di altitudine (2333 m.) così ci rinfreschiamo un attimo... Qui in questa zona l' 80% degli abitanti sono indios maya, sia asimilados che non asimilados.

Il Guatemala è denominato "il Paese del quetzal", 


ma il suo nome Guatemala secondo certi esperti deriverebbe da come lo chiamavano gli Aztechi nella loro lingua nàhuatl: Quauhite-malla, il paese delle aquile, o Quauhite-mali con rif. alla foresta umida... Mi viene in mente che potrebbe derivare forse anche da Quauhite-maya, il paese dei maya, ... o almeno io mi ero fatto questa idea. Invece altri dicono che venga da Quactemallan, ovvero aquila catturata, conquistata... oppure chissà...


Partiamo per andare a vedere siti archeologici dove rimarremo ammirati dal livello di civiltà raggiunto dai Maya pre-colombiani. Quel che stupisce è vedere questi grandi palazzi e templi edificati da ottimi ingeneri, constatare che erigevano steli da 65 tonnellate senza avere paranco e verricello...e ammirare i loro osservatori astronomici per approfondire la conoscenza del cielo stellato ma anche delle matematiche, e contemplare magnifici affreschi disegnati da bravissimi pittori, o leggere le poche opere letterarie di cui oggi disponiamo, e poi pensare ad es. che quel popolo non utilizzava i metalli per le proprie attività di sussistenza, e non erano allevatori di bestiame e che non utilizzavano animali da trasporto, erano dediti all'agricoltura ma non avevano l'aratro, scolpivano la pietra con pietre...  
Come è noto dopo il depauperamento della terra coltivata troppo sfruttata i Maya si trasferirono dal Petèn (Mayab) verso il mare dei Caraibi e poi più a nord nella penisola dello Yucatàn, in conseguenza di ciò nel Petèn le radure che erano state occupate da centri cerimoniali e città, e anche coltivate a mais, furono occupate da una fitta foresta "secondaria" e ne restarono inghiottite. Quindi i Maya sostituirono, anche nell'ampia pianura del nord, il mais alla foresta pluviale, approvvigionandosi di acqua dai grandi pozzi naturali detti cenotes (descritti da D. DeLanda), con una rete di collegamento sotterranea tra loro. Ma alla lunga anche nel nuovo territorio il sistema "taglia-e-brucia" esaurì le capacità nutritive del terreno, a fronte di un incremento demografico eccessivo, e passati alcuni secoli anche quei centri abitati deperirono... e infine verso l'anno 1200 d.C. la civiltà maya si esaurì. Quella particolarissima forma di semi-nomadismo non poteva essere sostentata, tanto più senza arare ma solo con dei pali foraterra... (cfr. A.Salza, Atlante delle popolazioni, già cit. in precedenti Post, pp. 244-249). Il divino civilizzatore Kukulkan (=Quetzalcoatl) non tornò dunque a suggerire vie di sviluppo alternative.

Per le pagine sulla visita del Petén guatemalteco, sul sito di Copàn in Honduras, sul Belize, e sulla regione maya dello Yucatàn, si vedano i miei post caricati nel settembre/ottobre 2012, ma relativi sempre al viaggio del 1979:

http://viaggiareperculture.blogspot.com/2012/09/guatemala-e-non-solo-nel-lontano-1979.html
http://viaggiareperculture.blogspot.com/2012/10/yucatan-3.html

http://viaggiareperculture.blogspot.com/2012/10/diario-sul-belize-1979.html


BIBLIO per ampliare gli orizzonti:

Si vedano i capp. di C.A.Nowotny, "L'area mesoamericana", in Die Neue Grosse Volkerkunde, a c. di H.A. Bernatzik, , 1954, tr. it. Popoli e razze, vol. 3°, Casini edizioni, 1965. E a c. di R.Biasutti, Le razze e i popoli della Terra, vol. IV, Parte Sesta,  di Biasutti e di J.Imbelloni, cap. 8, Utet, 3a ediz. 1959. rist. 1967.
Inoltre cfr. "I popoli della Terra", Europa Verlag, 1973, tr.it. Mondadori, 1975, 1981, vol. III, Messico e America Centrale, le poetiche pagine del premio Nobel  Miguel Angel Asturias sul Guatemala, pp.106-113.
Sulle popolazioni di matrice maya del Guatemala (e vicini Honduras, Belize, e Yucatàn), si vedano i  reportages nei numeri della rivista «National Geographic», vol.176, n° 4, oct. 1989, "La ruta maya" (82 pagine),

e nel vol. 187, n° 2, feb. 1995, e -sulla versione Nat.Geo. Italia-, il n. di agosto 2013. E il n. speciale di «Carnet» a c. di G.Ieranò e D.Domenici, in occasione della grande mostra a Palazzo Grassi a Venezia nel 1998/99; e infine si veda il DVD "Maya un impero perduto", con fascicolo di Judith Lange, della rivista «Archeo», DeAgostini-Rizzoli Periodici, suppl. al n. 4 del 2004. Infine il Dvd della BBC, "Il mistero dei Maya", tr.it. Digital Adventure, Milano, distribuito pure esso da «Archeo».
Sempre interessante l'enciclopedia. geografica Il Milione, dell'Ist. Geo. DeAgostini, Novara, 1963, il vol.XI, pp. 195-240; e l'aggiornamento nella nuova edizione del 2000; e (più introduttivo): Visitando il mondo, in 9 voll., vol.3, Mondadori, 1988.

Per i magnifici e coloratissimi abiti tradizionali si sfogli il bel libro di C.L.Pettersen, Maya de Guatemala, Vida y Traje, (in spagnolo e in inglese), University of Washington Press, 1977 (280 pagine):




Per una analisi di aspetti socio culturali, si veda lo studio di Ph. Wearne, pubblicato dal gruppo Minority Rights, nel 1994 (2a edizione)

e di Anita Gramigna, il suo  libro edito da Unicopli, Milano, 2016, relativo alle sue ricerche sul campo tra i Kaqchikel:

E come guida per viaggiatori (che nel 1979 non esisteva) c'è di Pietro Dossena, Guatemala, Yucatan e Belize, Polaris ediz., Faenza, e a questa si aggiunge la scelta tra la Rough Guide di Ian Steward, oppure la Lonely Planet, o la Routard, e le guide su internet.

Una introduzione storica divulgativa è stato il fascicolo "L'America prima di Colombo", supplemento di «Archeo» n. 3 (85) del marzo 1992, DeAgostini-Rizzoli, di 96 pagine, per il Quinto Centenario. Si legga l'ancora affascinante "romanzo dell'archeologia": Civiltà sepolte di C.W.Ceram, 1950, tr.it. Einaudi, Torino, 1952, e uno dei testi di V. von Hagen, Il mondo dei Maya, tr.it. Newton Compton, 1977, o Alla ricerca dei Maya, tr.it. Rizzoli, 1976. Interessante anche di Jacques Soustelle, les Mayas, P.Hatmann, Paris, 1952 trad. esp. FCE, 1988. Ma come testo di storiografia il rif. è a Herbert Wilhelmy, La civiltà dei Maya, Piper, 1981, tr.it. Laterza, 1985 (che fece i suoi viaggi di studio nel 1966,1976, e 1979);  e anche Aa.Vv., Gli ultimi regni maya, tr.it. Milano, 1999

Per quanto riguarda le matematiche si veda il saggio di John S. Justeson "Pratiche di calcolo nell'antica Mesoamerica", nel vol. II dell'opera Storia della Scienza, Ist. Enc. It. Treccani, Roma, 2001, pp. 976-990, Sez. III, cap. terzo. (In cui viene illustrato come avessero simboli per i numeri, sapessero fare calcoli avanzati, e padroneggiare algoritmi, e che scoprirono la importanza di avere un simbolo per lo zero.)

E si veda anche la bibliografia in fondo al precedente post n. 10 sul Chiapas.

Una interessantissima teoria interpretativa dei disegni e simboli astratti maya è esposta in un opuscolo con molte illustrazioni di José Diaz Bolio, La geometria de los Mayas y el arte crotalico, del 1975, 46 pagine, per cui moltissimi disegni  stilizzati e simbolici prenderebbero ispirazione dalla venerazione e profonda conoscenza di varie specie di serpenti endemici. 





Sul piano storico: è fondamentale lo studio di Herbert Wilhelmy, Welt und Umwelt der Maya, Piper, München, 1981, tr. it. La civiltà dei Maya, Laterza, Bari-Roma, 1985, rist. RCS, 2004 (con amplissima bibliografia). 
Poi D. Webster, The Fall of Ancient Maya, 2002, tr.it. La misteriosa fine dell'impero maya, Roma, 2004

Inoltre va consultato Il Mondo dell'Archeologia, opera in 2 voll. dell'Ist. Enc. It. Treccani, Roma, 2002, nel secondo vol. cfr. i § sui Maya. E sempre dell'Ist. Enc. It. Treccani, la Enciclopedia Archeologica, Roma, 2004, vol. IV, Parte prima, sul Mesoamerica. 


Sull'arte, tra i tanti si veda delle edizioni White Star di Faenza (cioè del National Geographic-Italia) il volume fotografico di Davide Domenici, I Maya. Storia e tesori di un'antica civiltà:

Per quanto riguarda credenze e pratiche religiose cfr. il saggio di Mercedes de la Garza, "Le forze sacre dell'Universo Maya", (con 4 pagg. di bibliografia), nel volume a c. di L.E. Sullivan, Aa.Vv., Culture e religioni indigene in America centrale e meridionale, trad. it. Jaca Book, Milano, 1997, vol. 6 del Trattato di Antropologia del Sacro in 12 volls. a c. di J. Ries.

E' importante per comprendere quelle culture informarsi sulla loro religiosità e spiritualità, dato che fino ad un recente passato si faticava a denominare religione l'insieme delle credenze e superstizioni dei contadini indigeni odierni, e ancor più forse le religioni antiche dei Maya storici e delle altre popolazioni circonvicine, ed erano considerati solo come folklore le prime e idolatria le seconde. Si aveva in mente per gli antichi Maya solo l'aspetto sanguinario della pratica dei sacrifici umani (il che "giustificava" le ecatombi compiute dai conquistatori). Si evitava di soffermarsi sulla sacralizzazione della natura, e sul valore attribuito ad alcune realtà naturali, come la grotta, il pozzo, il monte, l'albero, le stelle, ecc.
Rinvio all'opera a cura di F.Lenoir e Y.T. Masquelier, Encyclopedie des religions, Bayard, Paris, 1997, tr.it. La religione, Utet, Torino, in 6 volumi, 2001, vol. 3°, cfr. M.Cocagnac, "Le forme antiche della vita religiosa in Messico e Guatemala", pp. 545-574.   Si veda anche: A. Lopez Austin, "La religione del Mesoamerica", in G.Filoramo, Storia delle religioni, vol. 5: religioni dell'America pre-colombiana e dei popoli indigeni, Laterza, Bari-Roma, 1997, pp. 5-75.

E il noto lavoro di J.Eric S. Thompson, Maya, History & Religion, in una recente riedizione:


Per ascoltare della musica tradizionale moderna, con i loro grandi xilofoni, si può acquistare via internet: