giovedì 13 aprile 2017

preannuncio dell'uscita del mio ultimo libro su J.Campbell


21 marzo 2017 nel Dipartimento di studi umanistici della Università di Ferrara
trascrizione del mio intervento ad un incontro con gli studenti sul tema: Il patrimonio dell’intercultura”

Già avete ascoltato altri quattro interventi su argomenti piuttosto differenti tra di loro e considerati da prospettive diverse, il che è un’ottima cosa in quanto stimola a compiere delle riflessioni, stimola ad istituire delle connessioni, a collegare, e azzardare comparazioni, … è sempre una buona cosa avere la possibilità di ascoltare più voci, che riferiscono di uno sguardo preso da angolature differenti, eventualmente su un oggetto (che magari può essere appunto l’intercultura) che ognuno di loro ritiene sia il medesimo, seppur risulti dotabile di qualificazioni diverse. 
Questa mattina l’invito che mi era stato offerto era di venire a parlarvi degli studi sui miti che un grande intellettuale americano aveva compiuto nel corso del Novecento, cioè Joseph Campbell. E’ un personaggio nato nel 1904 e deceduto nel 1987, per cui quest’anno ricorre il 30° anniversario della sua scompsarsa. Quindi si tratta di uno studioso che ha attraversato per intero quell’epoca  di grandi trasformazioni storico culturali -se mai ce n’è stata una diversa- che è il Novecento.  E' noto per  essersi interessato alla comparazione tra culture e mitologie, ed aver proposto interpretazioni controcorrente, che in quel momento parvero eccentriche.

CONTINUITA' E DISCONTINUITA'
Personalmente io ho vissuto la seconda metà di quel secolo, e già quella porzione mi è sembrata sufficiente per poter toccare con mano come certi mutamenti avvengano anche molto rapidamente e trasformino non soltanto la società ma anche la mentalità diffusa, cioè il modo di pensare della gente.
In generale giungendo ad una certa età della vita e volgendo lo sguardo indietro in prospettiva, ti viene da chiederti come mai ci sia stato questo così grande cambiamento? come era possibile da quella mentalità predominante quale ricordo che avevano gli adulti della generazione a me precedente, o anche della generazione degli anziani, dei miei nonni, che era in genere una mentalità così statica, chiusa, monocorde, pesante anche, per es. nei suoi imperativi morali,  …. come è stato possibile che ci fosse un cambiamento così drastico? 
E questa è una delle grandi problematiche, su cui appunto la vostra insegnante vi sta sollecitando con riflessioni sul cruciale tema della creatività. Ed ecco appunto questo è uno dei massimi temi della pedagogia, ma non solo, anche della psicologia, della sociologia, dell’antropologia culturale, della filosofia morale, della filosofia della storia, e insomma un po’ di tutte le scienze umane e non solo di esse. Io appunto insegnavo in questa stessa università, “Storia dell’Educazione”, ed essendo appassionato in genere alle problematiche di lunga ed anche lunghissima durata in ambito storico, ho sempre constatato che ci sono delle questioni e degli elementi in causa, dei dati, che risultano permanenti, nell'arco di millenni.

Voi sapete che questa metafora cui ora alludo è una suggestiva immagine che è stata proposta in storiografia da F.Braudel, il quale diceva che la storia della cultura umana è come un grande fiume con le sue correnti d’acqua, e in cui dunque vi sono correnti superficiali anche molto rapide e a volte agitate, e questa immagine simboleggia la storia dell’attualità, della contingenza, della cronaca, mentre ci sono invece delle correnti un pochino meno fredde e veloci, che stanno immediatamente sotto il pelo dell’acqua, che rappresentano i tempi di mutamento sul medio periodo, e poi più sotto quelle più lente che simboleggiano i mutamenti sul  lungo periodo, fino a quelle acque più stagnanti che stanno sul fondale del fiume e i cui cambiamenti, anche se il grande fiume sembra scorrere velocemente, sono minimi e assai lenti, e queste raffigurano la lunghissima durata. Ma a mio parere -e non solo mio, c’è poi anche l’alveo stesso in cui scorre il fiume, alveo che è fatto di terra compressa e di sassi o roccia, che rappresenta gli elementi di perennità, gli elementi stabili e costanti.



Ecco, un dato permanente che ho visto presente nel corso della storia dell’educazione, è proprio quello della costante tensione tra continuità e cambiamento, tra tradizione e innovazione. Questa è semplicemente una constatazione, che non sottende alcun giudizio di valore, in quanto le tradizioni hanno oggettivamente svolto sempre una importante e grande funzione nella storia delle culture e delle civiltà, e sono quelle che tendono a mantenere il più possibile tali e quali i valori vigenti. Ma le tradizioni vengono spesso a cristallizzarsi e ingenerano il formarsi del tradizionalismo, un atteggiamento di rigida sovrastima della tradizione, idolatrata come contenente verità assolute e quindi universali ed eterne. Il che è matrice di chiusure e di modalità reazionarie per conculcare e obliterare deviazioni e innovazioni.
Però appunto è compresente anche quell’altro elemento in causa, che è l’elemento creativo, produttivo,  sopratutto in àmbito culturale. Tanto che c’è addirittura chi parla di “evoluzione culturale” dell’umanità, che viene determinata appunto dall’apporto di nuovi elementi che entrano continuamente in gioco e che alterano o eludono i meccanismi che presiedono ad una condizione omeostatica. Elementi dunque che scombinano, modificano, fanno riconsiderare, o ricombinare gli elementi costituenti di una cultura o addirittura di una civiltà. E questo è l’effetto, il frutto, anche della creatività; e contestualmente anche la causa, cioè lo stimolo, al suo stesso insorgere e manifestarsi….  (come la guardia disse al re di Tebe: "Nulla o Signore possono gli uomini giurare inattuabile: pensiero nuovo rende vana la certezza antica", da Sofocle, Antigone, 2° episodio).
Ciò accade in parte per via dell’irrompere di nuove generazioni, dovuto al fatto, anch’esso permanente, per cui c’è un continuo ruotare di posizioni e di ruoli. Col tempo i figli diventano a loro volta genitori, e gli alunni divengono maestri. Quindi se ci si pone a studiare un qualsivoglia periodo storico, che esso sia l’Ottocento o piuttosto il Cinquecento, o il Settecento, … ci si rende conto che nell’ arco di quel secolo ci si sta in realtà occupando dell’apporto socio-culturale di individui e di gruppi sempre diversi, in quanto appartenenti a successivi cicli generazionali. Per cui in quel secolo (che pur, se visto in prospettiva da lontano, ci appare con una sua connotazione caratterizzante) le persone che erano presenti all’inizio non sono più tra quelle viventi verso il concludersi del medesimo secolo. Ci sono altri al loro posto, che a loro volta poi verranno anch’essi sostituiti. E questo non è altro che un evento fisiologico.  E più in generale si racconta la storia delle passate vicende proprio perché gli eventi si succedono e le società, e le culture mutano. Come scrisse Euripide nell' Ippolito: "...le correnti della vita si alternano,/ si alternano e cambiano eternamente" (edizione la Nuova Italia, 1980, vv. 1109-1110).
In biologia qualsiasi oraganismo che si possa definire vivente, cioè che abbia continuità rigenerandosi nel lungo periodo, è strutturato in modo tale da aver trovato delle modalità e degli escamotages, per riprodursi eguale a sè stesso, ed essere sempre presente nonostante il decadimento e la scomparsa di elementi costitutivi che rimpiazza (cellule o individui). E ci sono degli storici e degli studiosi che sostengono che le culture e le civiltà sono a tutti gli effetti quasi come degli organismi, ovvero si comportano allo stesso modo di strutture complesse viventi, cioè in grado anche di saper innovare per poter continuare ad esserci, pur mantenendo una propria specificità peculiare. Così si intrecciano i due poli.
Dunque se non per altro, semplicemente per via dei cicli di vita generazionali, è costante nella storia il dato per cui c’è una continua e perenne tensione tra due spinte: la continuità versus la discontinuità, la riproduzione e la produzione, la tradizione e l’innovazione, l’osservanza degli usi consolidati e la creatività, conservatorismo e riformismo, tradizionalismo e utopismo. 
(In ambito pedagogico e sociologico potrei ricordare ad es. il manuale di A. Kazamias e B. Massialas: “Tradizione e mutamento. Saggio di educazione comparata” del 1965; o meglio le ricerche di S.N. Eisenstadt, “Da generazione a generazione”, classico studio del 1956, 1963, poi “Mutamento sociale e Tradizione”, del 1974, e “Civiltà comparate - le radici storiche della modernizzazione”, del 1990; oppure di Lê Thành Khôi, “L’educazione comparata” del 1981, o “Culture, créativité, et développement”, del 1992; e altri.)



Sempre vi sono queste opposte spinte, da un lato quella per mantenere le cose come stanno e fidarsi delle esperienze passate nel dare soluzione ai problemi che insorgono nella storia di ogni società, dall'altro il rendersi consapevoli che problemi inediti richiedono soluzioni inedite. Oltre al ricambio generazionale c'è tra gli altri fattori che generano mutamento, anche il dato per cui quanto più è oppressiva la forza conculcante della riproduzione socioculturale, tanto più proprio quella reazione all'innovazione determina il configurarsi di una controazione di rigetto. Quindi da un lato vi è una forza statica, che vede ogni cambiamento come un rischio pericoloso cui opporre resistenza, e d’altro canto una spinta al dinamismo, al rinnovamento, che sorge per dare risposta ai problemi nuovi che si affacciano e che non possono venir affrontati come nella casistica pregressa, e che dunque da spazio alla creatività. Il che forgia così modelli pedagogici e didattici che enfatizzano l’apprendimento necessario a conformarsi ed inserirsi nei moduli vigenti; e di contro innovative pedagogie e didattiche che prediligono la sperimentazione, in modo da saper affrontare le sfide sempre nuove che si presentano, adottando ad hoc soluzioni nuove.  Perciò si dice con apparente paradosso che il buon maestro è colui che sa porre l'allievo in grado di fare a meno del maestro. Cioè addestrare, abituare l'apprendista a far ricorso anche all'intuizione e alla creatività, ma ben conoscendo metodologie e tecniche  consolidate.
Per esempio i miti, come le leggende (sacre e profane), e le fiabe del folklore, o le canzoni e le ballate popolari, o i detti e i proverbi, sono elementi che vengono creati spontaneamente in ogni contesto culturale nella fase mitopoietica, e che hanno anche la capacità di consolidare e perpetuare certe visioni del mondo e della vita, e le loro corrispondenti strutture sociali, e in particolare certi valori etici, con la forza della loro funzione pedagogica.
Ma nel contempo i miti vengono continuamente reinterpretati (o sostituiti da nuovi miti), per cui si scoprono in essi messaggi che prima non erano chiari, e in questa loro malleabilità favoriscono il rinnovamento. Come scrisse Tucidide: "Vecchie storie tramandate dalla tradizione, cessano di essere incredibili..." ( GdP, edizione Rizzoli, 1985, 1, 23). Ogni periodo storico crea i propri specifici prodotti cullturali, e i propri stili formativi. Dunque contemporaneamente all'opera di un meccanismo di riproduzione (una sorta di istinto di sopravvivenza di un organismo socioculturale), si alimenta una forza (forse di misura eguale e contraria) dirompente o di rinnovamento. 
Si tratta dei concetti di omeostasi da un lato, e di auto-poiesi dall'altro, adottati nel lessico degli studiosi di biologia.

Ma non vi sono solo queste polarità. Simbolicamente ritroviamo sulla lunghissima durata per es. le antinomie tra ciò che è rappresentato dalle divinità solari da un lato e dalle divinità lunari dall'altro; oppure quel che rappresenta il dio Vishnu (il Preservatore del Mondo) e d'altro canto il dio Shiva (il Cambiatore del Mondo) nella religione hindù; oppure la tensione tra l'apollineo e il dionisiaco nella spiritualità ellenica (per molti versi simile al luminoso Febo e all'ebbro Bacco nella cultura latina).
Un altro motivo perennemente presente è quello della dialettica tra la componente mascolina e quella femminina. Si pensi  ad una impostazione matriarcale e ad una patriarcale, non solo nell'organizzazione della rete di parentele, ma anche in generale nell'organizzazione sociale e forse sopratutto in ambito spirituale.





Joseph Campbell era appunto uno studioso di questo tipo di problematiche. In particolare si è occupato di miti e mitologie. Sono stato ora chiamato a parlarne perché sta per uscire in maggio un mio libro su questo Autore, che ho intitolato “La forza del mito” (edizioni Moretti & Vitali, Bergamo), 


cioè l’energia, la potenza del mito, il suo potere di continuare ad essere presente seppur sotto molteplici cangianti forme (come quelle raffigurate nelle "Metamorfosi" di Ovidio o nella favola di Apuleio in "Amore e Psiche" o nel poema filosofico di Lucrezio).

Joseph Campbell chi era? è stato uno studioso che -come accennavo- è andato controcorrente, in molti casi possiamo dire che Campbell ha dimostrato di avere un “tasso” di creatività e di originalità veramente alto. E’ riuscito a produrre innovazione nel suo complesso campo, cioè lo studio delle mitologie comparate.



SOMIGLIANZE E DISSOMIGLIANZE
Aveva notato che in alcune discipline accademiche che si occupano di mitologia, per es. l’etnologia, l’antropologia culturale, la storia della letteratura, l’educazione comparata, la storia dell’evoluzione delle culture, ci si impegnava (ed accade tutt’ora) soprattutto a cercare di evidenziare bene, di precisare, quali siano le differenze che intercorrono tra differenti tradizioni, tra una società ed un’altra, tra un’epoca storica ed un’altra epoca, tra una civiltà e un’altra civiltà, … J.Campbell è stato uno studioso tra i pochi (e non è che siano ancor oggi in molti) che invece si è occupato prevalentemente delle similitudini, delle permanenze, delle continuità anziché delle discontinuità. In particolare della continuità nella discontinuità, e del loro intreccio.
Si è interessato di quegli elementi che nelle varie culture siano comparabili, proprio in quanto si possono individuare dei parallelismi, studiando culture anche distanti tra loro non solo geograficamente (cioè culture che sembra abbiano avuto ben pochi contatti reciproci) ma anche storicamente, nel corso del tempo. E ciò nonostante l’avvicendarsi dei cicli generazionali.

Che cosa ha a che fare questa problematica di ricerca con il tema dell’intercultura ? Moltissimo, intanto ti pone già in partenza di fronte ad un’altra prospettiva, un’altra angolatura, uno sguardo, un obiettivo di ricerca, e quindi di percezione e di conseguenza anche di strumenti di comprensione originali e particolari. Cioè si pone come mèta la ricerca dell’ “umano”, di che cosa sia, in cosa consista l’elemento specificamente “umano” dell’essere umano. Edgar Morin per es. intitola un suo libro alla ricerca dell’umanità dell’Umanità. Se il secondo termine si riferisce a un dato biologico, alla specie umana, il primo termine si riferisce ad un aggettivo, in questo caso un aggettivo qualificativo, cioè a qualcosa che attiene alla scala dei valori, che attiene dunque ai contenuti e alle metodologie, ma anche alle mentalità, e addirittura alle finalità di una ricerca. 
Che cos’è dunque che qualifica la nostra specie? La specie umana è caratterizzabile come quella che mostra di avere, di estrinsecare, la capacità di agire in un modo che potremmo qualificare come un modo “umano”, con una qualità che è peculiare dell’essere umano. Quella attitudine ad agire nei confronti dei propri simili e del mondo in quella maniera che dagli antichi latini è stata chiamata di “humanitas” (termine parallelo a "civilitas", come traduzione del greco "paidéia"), che mostra, rivela, “umanità”. Per cui vi sarebbero del valori, per la nostra specie universali, di “umanità”. Campbell ed altri riflettevano che allora forse è ipotizzabile una “unità psichica della specie umana”.
Questa la particolarità degli obiettivi di ricerca con cui è partito Joseph Campbell.

Quindi non tanto con i ristretti ambiti di quello che ancora ai suoi tempi si riteneva in occidente l’oggettto di studio della mitologia. Cioè lo studio delle credenze del passato precristiano, nelle culture dei tempi antichi. Cioè con uno sguardo rivolto innanzitutto e prevalentemente al passato, a epoche precedenti il pensiero scientifico, e lo stesso pensiero filosofico. Quindi gli studi di mitologia allora sembravano alla mentalità vigente  studi svolti riferendosi a credenze in qualcosa che oggi non interessa più quasi a nessuno, a tematiche e contenuti "superati", il cui vigore, la cui pregnanza, si sono praticamente estinti, ed è perciò un settore ormai riservato a studi eruditi e ricerche accademiche.


 Invece Joseph Campbell è partito già allora (stiamo parlando degli anni Venti e dei primi anni Trenta) con uno sguardo da subito non solo etnologico, ma anche antropologico culturale, in primo luogo sulle culture indigene dei popoli nativi nordamericani,




che poi è sfociato addirittura in uno studio di carattere psicologico e di psicologia del profondo (cioè con interessi vicini a discipline che erano appena sorte o che stavano muovendo i loro primi passi). In questo caso i modelli di riferimento emblematici di differenti formazioni socio-culturali, e in particolare in differenti forme di espressione, possono anche essere simili, o gli stessi, in archi di tempo di lunga durata, quindi non solo in società e culture antiche ma anche moderne e addirittura contemporanee.
I miti ne sono un esempio paradigmatico. I miti, i racconti, le narrazioni che chiamiamo mitologiche, sono presenti in tutte le culture e in tutti i tempi. Questa è una problematica che riguarda la pedagogia, ad es. Jerome Bruner diceva che tutta la pedagogia essenzialmente si occupa di narrazioni attraverso cui passano visioni del Mondo e dell’Uomo, e anche la stessa Pedagogia produce narratività (cfr. il suo  Making Stories).


In tutti i popoli e tempi sono stati formulati racconti che le rispettive culture considerano come fondanti, fondativi dei propri valori identitari. Joseph Campbell ha riscontrato che si possono tuttavia trovare motivi simili e comparabili, che dunque costituirebbero un minimo comun denominatore dell’ “umano”. Ci sono a suo parere moltissime similitudini, cioè c’è un insieme di elementi caratterizzanti, relativi a quel che viene descritto durante la narrazione, alle modalità di passaggio da un momento a quello successivo, e relativi ai personaggi in questione, alle metafore che sono contenute e che vogliono comunicare quel che è sotteso alla narrazione, quell che la trascende, eccetera. 
Il mito è sempre esistito sia in passato che nell’attualità, e infatti una delle opere maggiori di Campbell  è un testo del 1968 sulla mitologia creativa, in cui in due volumi tratta di cosa siano i miti della nostra società, della nostra epoca, ed evidenzia come ci sia ancor oggi una continua presenza attiva del  fattore che si denomina mitopoietico, cioè produttore di visioni e narrazioni mitiche.

L’elemento mitico è sempre di attualità semplicemente perché avviene che nel tempo si strutturano narrazioni che sono un pochino divergenti, e/o cui si conferiscono significati che possono essere un po’ differenti, riferiti a situazioni un po’ diverse da quelle tradizionali, e si modificano o rovesciano magari i ruoli degli agenti in azione, e mutano alcuni valori di riferimento che erano stati fissati dalla tradizione, ma sempre essi vengono a costituire un elemento di riferimento, di confronto, per cui si determinano dei remakes continui, delle riattualizzazioni, e delle variegate interpretazioni.
Noi ormai con i mezzi di comunicazione che oggi imperano, siamo abituati a saper cogliere le citazioni e le continuità. In particolar modo ciò avviene nel mondo dell’arte cinematografica e dei video telematici. Così come nelle generazioni passate era avvenuto nelle trasmissioni radiofoniche, e prima ancora nelle opere della lirica, come era stato pure nelle canzoni, e nel teatro. Si riprendono delle tematiche, dei moduli, e li si ripropongono sotto vesti nuove. Campbell diceva che si trattava di vino novello in botti antiche.

Allora Campbell si chiede come mai nel sentire comune ancor oggi si pensa comunemente che i miti appartengano al passato, mentre continuamente si producono racconti di tipo mitologico o narrazioni leggendarie o storie di genere fiabesco. Da dove dunque scaturisce questa tensione creativa, questo impulso mitopoietico, questa spinta alla creazione, o ri-creazione, o ri-dotazione di senso di racconti e storie che ciclicamente ritornano, si ripresentano…
Evidentemente se l’atto creativo per es. in ambito “letterario” o artistico, è sempre presente, quindi è qualcosa di inarrestabile (di qui la forza del mito), è perché esso è connaturato ai processi cognitivi tipici delle culture umane. La narratività, la produzione di opere che trasmettono sensazioni e messaggi dai contenuti profondi, configurano un elemento basilare della “umanità” dell’Umanità. Quell’opera di comunicare tra soggetti diversi in cui sono sottese allusioni, metafore, simbologie che fanno da elemento “rivelatore” di significati profondi, di questioni, di interrogativi, di problematiche che “premono”, che devono esternarsi, perché sono di carattere cosmogonico, di valore paradigmatico, o di carattere sociale che coinvolgono un intero gruppo umano o una intera società, oppure costituiscono una importante comunicazione di tipo interculturale, è un opera sempre in corso d’opera. Messaggi che con i dovuti aggiustamenti del caso, si fanno ascoltare e stimolano, inducono, la volontà di capire, la necessità di sapere come la narrazione andrà a finire, dove ci porterà, dan luogo al bisogno di commentare, di interpretare, per conferire, per dotare di un senso queste visioni, queste narrazioni. Miti, leggende, storie, sono dunque componenti basilari di ogni cultura e di ogni civiltà.

I MILLE E UN VOLTI DELL'EROE PARADIGMATICO
Il primo libro che Joseph Campbell scrisse è forse il più largamente conosciuto (su un insieme di almeno una trentina di volumi importanti e un centinaio di pubblicazioni). Il primo libro, lo scrisse all’età tra i 40 e i 45 anni, negli anni Quaranta, si intitola “L’Eroe dai mille volti”  (traduzione italiana edizioni Lindau). Riguarda le avventure del protagonista di un grande viaggio, che inizialmente sceglie -ma poi si trova costretto- di agire in un contesto differente da quello che gli è noto ed usuale, per raggiungere determinati obiettivi (che poi magari cambiano un poco in itinere). Il protagonista, che è l’eroe di questo avventuroso e “periglioso viaggio” incontra molte difficoltà, ci sono degli ostacoli da sormontare, c’è chi lo contrasta, e dunque il suo è un percorso accidentato. Che -come Campbell chiarisce- va visto come un percorso in cui si viene sottoposti a delle prove, per cui esso è evidentemente una metafora di un percorso iniziatico, dunque tipicamente pedagogico, durante il quale serendipicamente, cioè sia che lo avesse voluto o cercato oppure no, il protagonista si imbatte in un qualcosa, che forse era anche inaspettato, che risolverebbe le problematiche che lo avevano indotto a intraprendere questo viaggio. Questo conseguimento finale è per lui non solo una illuminazione, che gli permette di comprendere molte cose, ma è anche una realizzazione personale. Il nostro eroe è riuscito a raggiungere l’obiettivo. E invece alla fine il protagonista non si accontenta di quel che ha raggiunto, e di solito -per motivazioni che possono risultare abbastanza ardue da comprendere- decide di ritornare alla situazione che aveva voluto abbandonare, anziché rimanere nel campo in cui è giunto, quindi ritorna al punto di partenza. Ritorna nel suo mondo, nella sua dimensione d’origine, nella sua Terra, nella società che aveva rifiutato, tra il suo popolo ignorante e/o inetto, a comunicare quel che aveva conseguito e compreso, a rendere anche gli altri partecipi di quanto è costato raggiungere quell’ obiettivo, e infine condividerne il senso, il significato del “tesoro” prezioso raggiunto.



E’ un testo molto ponderoso, che prende in esame mitologie di vari popoli e di tutti i tempi, dando prova del fatto che Campbell era un uomo dalle conoscenze vastissime e profonde, grazie a cui mostra i motivi di continuità, le somiglianze e i parallelismi riscontrabili nell’analisi del mito eroico del grande viaggio, come viene formulato nelle più diverse culture e civiltà. Ed evidenzia anche la straordinaria energia degli stimoli alla creatività che vengono dall’impegnarsi nella vita, nel mondo, nel conseguimento di un obiettivo, nel perseguire ciò che può dar senso alla propria esistenza. Quindi evidenzia così come siano tutte metafore, continue metafore, quelle che costellano e costituiscono l’ossatura della trama delle narrazioni mitiche. Più avanti nel tempo, sopratutto poi nella età anziana Campbell espliciterà che il messaggio principale dice: guardate che l’eroe pur con i suoi mille volti (per cui spesso può sembrare che si tratti di un altro protagonista di un’ altra storia, ma che in effetti è sempre il medesimo che cambia solo la maschera) siete in definitiva voi stessi… o comunque è di te che la favola narra, quei contenuti ti riguardano intimamente.



Il che lo ritroviamo anche in una altra sua ponderosa opera in quattro volumi intitolata “Le maschere di Dio”, in cui mostra che Dio ci appare con mille diversi volti, sotto i suoi vari ruoli e funzioni, per cui viene da noi pensato, concepito, tramite molte immagini, e ce ne facciamo le più diverse rappresentazioni,  ma non si tratta che di apparenze, di apparenti mutazioni, mentre ciò che cambia sono le maschere che coprono il volto … il mito ci mostra i suoi molteplici aspetti, e il fatto che venga da noi chiamato con molti diversi nomi, non toglie che ciò di cui stiamo parlando è pur sempre la divinità, il nostro concetto del divino, ed il relativo immaginario, che in ogni cultura e in ogni epoca si viene sviluppando al proposito.




Nei racconti mitici sull’eroe che intraprende un viaggio di conoscenza, l’uditore, o il lettore, può ritrovarsi, riconoscersi -celato sotto traccia- in quella figura emblematica del protagonista con le cui vicissitudini si sta immedesimando. Tanto più se intuiamo che si tratta di un viaggio interiore comunicato per metafore e allegorie, tramite il linguaggio delle immagini, in cui la ricerca che l'Eroe compie, è il percorso che porta ad una più profonda conoscenza di noi stessi. Nelle narrazioni orali con un gruppo coeso, nella celebrazione dei riti connessi al mito, ad es. con ritmi, musica e danza, in un contesto fisico appropriato, si attiva una modalità pluripercettiva e si percepisce la sensazione mistica della compartecipazione.
Ma di fatto le cose stanno all'inverso, ovvero sono speculari ai processi di identificazione in un personaggio: in realtà è una modalità psichica comune il proiettare al di fuori di sé le immagini e i simboli che sorgono nel profondo della nostra interiorità, che ci sembra possano così prendere forma reale venendo oggettivati e reificati. Per cui oltre che un processo di identificazione in un personaggio fittizio ed emblematico, vi è a monte il fatto che siamo noi a proiettarne la rappresentazione in opere creative per es. di tipo artistico o letterario o teatrale, ecc. Le figurazioni fantasmatiche che si producono nei sogni degli autori (singoli o collettivi) dunque hanno un valore metaforico pregnante, che viene socialmente riconosciuto, tanto che nell'animo dei lettori o fruitori dell' opera fa scattare un processo di identificazione. I membri di una cultura dunque si riconoscono specchiandosi nelle figure dell'immaginario che la loro cultura produce... Così si intrecciano le due componenti di questa polarità: spettatore/attore, lettore/lettura. L'anonimo o collettivo autore dei miti, delle leggende, dei proverbi, ecc. e il loro uditore e fruitore, creano e condividono quella espressione culturale.


L’eroico protagonista allora è ognuno di noi, a patto che ci si senta compartecipi, che ci si lasci trascinare e coinvolgere dalla energia vitale (che gli antichi greci chiamavano ménos) comunicata dalla narrazione. Questo è il versante pedagogico della narrazione mitica, la funzione pedagogica che essa svolge. L’energia che riceviamo è sempre maggiore di quella che abbiamo speso impegnandoci nel seguire il racconto con intensa compartecipazione, se entriamo con cuore empatico nel campo di risonanza con la narrazione. Così come è certo che si consumano energie quando si sta andando effettivamente alla ricerca di qualcosa di importante per noi stessi, di indispensabile, … ma non è che le energie si sprechino, anzi si constata che esse si moltiplicano, grazie alla neuroadrenalina che in quel contesto produciamo.


L’obiettivo delle narrazioni mitiche sui processi iniziatici è quello di stimolare ad intraprendere una vita vissuta con maggiore consapevolezza, con più profonda conoscenza di sè, condotta con maggiore attenzione ai processi delle proprie e altrui trasformazioni interiori, con maggiore attenzione a capire quali siano le reali motivazioni che ci spingono a compiere certi atti, e a reagire ai contesti, alle interazioni e agli eventi in derterminate modalità, in modo da poter essere pienamente un adulto membro attivo e cosciente del corpo sociale di cui si sente parte. Dunque in questo caso gli eroi siamo noi stessi. E l’obiettivo, o l’orizzonte, è di porci in grado di compiere una autoanalisi, o comunque di curare la propria autoformazione, cioè è di tipo essenzialmente mentale e sentimentale, e quindi interiore....



….Ma ora purtroppo mi avvisano che il tempo a mia disposizione è fuggito e devo stringere per terminare questo mio intervento. Dunque salto rapidamente ad una breve considerazione conclusiva. 
Per quanto riguarda dunque l’essenza del messaggio di Joseph Campbell per affrontare le problematiche posteci dall’intercultura, esso è una sollecitazione ad andare pure controcorrente rispetto a chi insiste nell’ evidenziare prima di tutto e sopratutto le differenze tra persone di matrice culturale diversa, che portano a sottolineare le incompatibilità, gli elementi di attrito, e tutto ciò che ci può rendere reciprocamente incomprensibili e intollerabili gli uni agli sguardi degli altri… Piuttosto cerchiamo di sdrammatizzare anziché attizzare il conflitto tra culture, dovuto ai processi di mondializzazione e di globalizzazione in atto (che già alla sua epoca stavano iniziando a farsi evidenti). 
Quindi l’invito è ad insegnare in cosa consista l’umanità dell’ Umanità, ad insegnare a saper cogliere ed apprezzare la ricchezza dei mille volti, dei mille aspetti, delle molteplici maschere, la ricchezza del fiorire di mille e una storia. Un messaggio che induce a cercare di trovare le somiglianze, le similitudini, tra civiltà diverse così come si esprimono nella cultura, nella letteratura, nell’arte, nella spiritualità, per enfatizzare le continuità e i perallelismi, e per riconoscere come si esprime e si è espressa la creatività a partire da basi e contesti differenti. Mettere in evidenza “il tesoro” del patrimonio dell’intercultura è un modo perché si scoprano, si vedano i possibili contatti e ponti, perché si consolidi il terreno grazie a cui si può comunicare gli uni con gli altri, e sopratutto (poiché  non basta volere e sapere comunicare, anche se sarebbe già una prima buona cosa) sopratutto per accrescere la conoscenza e da qui quindi la comprensione reciproca. E fare ciò pur mantenendo la propria identità specifica, pur constatando le differenze, ma imparando ad apprezzare il contributo di arricchimento che può venire da chi altrimenti non avremmo potuto mai nemmeno incontrare, i "portatori" di altre culture … Il bello dell’umanità è anche proprio dato dal fatto che essa è varia, molteplice, composta da mille e una personalità, caratteri, comportamenti, mentalità, tradizioni e culture, questo è il fascino delle diversità, proprio così come il mondo è bello e merita visitarlo perché vi sono mille e più paesaggi, panorami, contesti naturali, storici e geografici inaspettati, che ci allargano la mente, allargandone le vedute, parimenti allo stesso modo vi sono storie, costumi, usanze, pensieri, credenze, immaginari, con forse più colori di quanti ne abbia l’arcobaleno …

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Già in settembre avevo preannunciato l'uscita di questo mio libro durante un seminario italo-spagnolo sull'intercultura che si è svolto a Berlanga in Castiglia nella sede del CEINCE, Centro Internazionale sulla cultura scolare diretto dal prof. A. Escolano:



i cui Atti sono stati pubblicati in gennaio in un libro a cura di Giorgio Poletti:


in cui compare  come 7° capitolo il mio intervento "Formazione e mitologia in J.Campbell" (pp. 93 - 108 ), edizioni Voltalacarta, di Ferrara.
Per chi volesse leggerlo il contenuto è del tutto diverso rispetto a questo intervento qui riportato: è piuttosto una sintesi della problematica sul contrasto tra la pressione dell'istinto e le scelte creative nell'umanità.

domenica 12 marzo 2017

Egitto 1978/79 (2° da Luxor verso Sud)


§. - 2  (da Luxor-Karnak in poi)

Proseguiamo sulla strada che costeggia il grande fiume con le sue acque apportatrici di vita

 donne e bambini a lavare e a rinfrescarsi

I villaggi stanno discosti rispetto alla terra fertile e bruciano al sole, ed è sulle parti secche e sassose che si trovano anche le antiche necropoli, poi dietro c'è il deserto di dune.


Andiamo a Luxor (in arabo Al-Uqsur che significa "i palazzi"), città che sorge presso i resti della antica Tebe egizia (che sono nella vicina Karnak). Per entrare in città si passa a lato di Karnak e vediamo il famoso grande "colosso di Memnon", così denominato perché per molto tempo si credette che rappresentasse l'eroe etiopico Memnone che sarebbe caduto all'assedio di Troia.



Si tratta in realtà di due colossi gemelli (rappresentanti entrambi Amenhotep III) di 720 tonnellate ognuno, e alti 16,6 metri, che facevano da guardiani al gigantesco complesso templare detto "il tempio dei milioni di anni", costruito su 35 ettari di estensione, in occasione del riconoscimento di Amenhotep come l'incarnazione in terra del Dio Amon (o Amenh). Alcune fessure tra le grandi pietre che compongono una testa, producevano un suono alla brezza dell'alba, che si credeva fosse la sua voce post-mortem (da quando l'imperatore romano Settimio Severo fece restaurare la statua i suoni scomparvero). Ora è tutto in rovina, crollato per le esondazioni annuali del Nilo, dopo più di 3400 anni dalla edificazione, ma anche così fa molta impressione.

Ci possiamo mettere  con le nostre tende in un bel prato in un quartiere nuovissimo

Appena dopo 4 km c'è Luxor (a 630 km dal Cairo),

carrozze che fanno la spola sul percorso da Luxor a Karnak e viceversa

ed entriamo nel sito archeologico vero e proprio della capitale del cosiddetto Nuovo Regno (e rimase tale per mezzo millennio), che i greci chiamavano la Tebe d'Egitto e gli egizi Waset, cioè città-scettro, ovvero capitale, soprannominata anche "l'harem di Amon", Nô-Amon :
biglietto di ingresso al sito 

Innanzitutto percorriamo il viale delle sfingi (in epoca tolemaica chiamato in greco Dromos) che collegava il tempio di Luxor a quello di Karnak.

Il tempio fatto erigere da Amenophis I è dedicato al Dio Amon, alla consorte Mut, Dèa della fertilità e dell'acqua, e al loro figlio il Dio lunare Khonsu. Ogni anno durante il mese dell'esondazione periodica del Nilo, si celebrava la festività di Opet, in cui si trasportava per il viale delle sfingi la statua di Amon da Karnak a Tebe (al tempio di Luxor) dove il Dio si congiungeva con Mut (rito che mi ricorda quello del tempio di Madurai in India...). Davanti all'entrata al tempio ora c'è un solo obelisco in quanto l'altro è stato regalato al re di Francia Luigi Filippo nel 1831 dal sultano egiziano Mohamed Alì (l'anno prima la Francia aveva conquistato la vicina Algeria), e lo si può ammirare a Parigi dove sta al centro di place de la Concorde.

Tebe era il maggior luogo egizio di venerazione di Amon, Dio onnipresente, signore degli Dèi, e padreterno della Trinità dei sacerdoti tebani che ho appena citato. Molte religioni contemplano una trinità suprema, come gli hindu hanno la Trimurti di Brahma, Shiva e Vishnu (ma anche le tre caste sociali), i greci  Zeus, Poseidone, e Ade (ma anche le tre Grazie, le tre Moire, le tre Erinni), i romani Giove, Marte e Quirino (e anche per loro le tre Parche e le tre Furie), i Germani Wotan, o Odino, Thor, e Frye; la cosa è stata studiata in particolare da G.Dumézil che la reputa una simbologia caratteristica delle culture indoeuropee che si ritrova anche in ambito sociale nelle tre funzioni: sacerdoti (e capi politici), guerrieri (soldati e forze dell'ordine), e produttori (allevamento, agricoltura, commercio). La triplicità la ritroviamo anche in filosofia, si pensi alla concezione platonica dell'anima tripartita (concupuscibile, volitiva, razionale), o alla dialettica hegeliana (tesi, antitesi, sintesi). 
Più sopra riferivo della credenza nel ka, che è l'essenza divina che c'è nella nostra anima, nella religiosità tebana si pensava che ognuno nascesse sotto il patrocinio di una stella, la sua buona stellina che lo segue e lo protegge per tutta la vita, dopo di ché con la morte corporea il ka vola in cielo (la stella è rappresentata a cinque punte e può somigliare a un uccellino: con il  capo, le ali e  le zampe, oppure è immaginata come una lucciola o una farfalla luminosa), e torna verso la sua stella prediletta dove potrà brillare di luce eterna.


biglietto per il nuovo museo aperto nel 1975

Poi visitiamo il nuovo museo che è molto ben fatto (ci avevano messo 5 anni a costruirlo, finalmente era terminato nel 1969, e poi hanno collocato gli oggetti nel 1972, e inaugurato il museo soltanto nel dicembre 1975......). Comunque ci sono reperti eccezionali e non è un museo che ci si può perdere.

Tebe e Karnak sono edificate sulla "sponda dei vivi", ora andremo nella parte al di là delle sacre acque del fiume della vita, sulla sponda dei morti, dove ci sono tombe e necropoli. Questa bipartizione delle due rive mi ricorda un po' il Gange a Benares...
Passati sull'altra sponda del Nilo, entriamo nell'adiacente territorio del Governatorato di Wadi al-Jadid, dove -passato il canale-  inizia il regno di Osiride il Dio dell'oltretomba.

Visitiamo il tempio funerario di Menerptah, quello di Thutmose, e poi la Valle dei Re, e quella delle Regine.  Per avvicinarci all'area di ingresso delle tre tombe che possiamo visitare, prendiamo il "trenino" a causa del sole troppo rovente e delle distanze.



Entriamo nella tomba di Sethi I, che ci produce una grande impressione (anche perché ripensiamo alle mummie che avevamo da poco visto), che magnificenza!, e che ambiente magico... e poi tra l'altro proprio là vicino vediamo che c'è quella di Tut-ankh-Amon 




(i cui stupendi reperti avevamo ammirato al museo del Cairo). Forse qualcuno avrà letto il romanzo sul ritrovamento della tomba, che ha scritto Christian Jacq nel 1992 (traduz. it. L'affare Tutankhamon, mezzo secolo di drammi e passioni,  Bompiani - RCS Libri, Milano, 1997).




Ma tornando alla tomba di Sethi, che è la più profonda e lunga (136 metri),


Joseph Campbell commentava così la sua visita: "vicinissima [alla tomba di Tutankhamon] è la tomba di Set I, enorme ed interamente dipinta e scolpita. Un'opera d'arte perfetta, fatta per non essere mai vista. Vi si respira l'atmosfera di una realtà eterna. L'anima, o meglio un aspetto dell'anima, il , è rimasto nella tomba. (...)" (da "Il racconto del mito", trad.it. Oscar Mondadori, p.66). In effetti grande era la personalità di Sethi (il cui volto mummificato avevamo visto al Cairo) tanto che ancora la stiamo ricordando ...





la grande sala del sarcofago di Seti I  (che è a Londra)




Tra i resti più notevoli citerei il sarcofago di Thutmosi III  scolpito in un unico enorme pezzo di quarzite rossa. 

Poi ci rechiamo nell'altro arido vallone del ruscelletto sotterraneo (wadi) di fianco,  è la dimora delle spose, dove ci sono le tombe delle regine, e delle principesse 
l'accesso alle tombe non è sempre agevolissimo (prima assolato e poi dentro freddo)


 dipinti della tomba della regina Nefertari



Visitiamo poi il sito riferito al faraone Ramsete II il Grande (1303-1212 a.C.), e oltre alla enorme statua (era alta 20 metri e pesa mille tonnellate, ora è crollata a terra rompendosi in alcuni pezzi), visitiamo il museo accluso al tempio: "Ramesseum" è il nome dato da Champollion al complesso archeologico nel suo insieme.


a sin. un pezzo della grande statua

Forse sarebbe questo il famoso faraone che scacciò Mosé (v. il libro dell'Esodo).  Come si sa una interpretazione storica, (ripresa ad es. da Sigmund Freud nel suo testo "Mosé e il monoteismo"), sostiene che Mosé fosse un nobile e un sacerdote della corte di Akhenaton, e che una delle sue figlie raccogliesse dalle acque Mosé bambino. Con la morte del faraone innovatore e la fine della fase monoteista del Dio Sole, Mosé sfuggì alla restaurazione dei sacerdoti di Amon, andandosene con un gruppo di operai del Delta a lui fedeli, per continuare a suo modo la religione monoteistica. Ma invece le interpretazioni oggi più diffuse indicano appunto in Ramsete II il faraone che cerca di recuperare gli schiavi-costruttori in fuga... (altri ancora indicano Meremptah, il figlio e successore di Ramesse).
Comunque sia, il tempio di Ramses II a Medinet Abu è veramente grandioso.


Infine andiamo al vicino sito dove sono sepolti i nobili di corte, e i dignitari della XVIII dinastia (ci sono circa 300 tombe).

Si va sull'altra riva

Su questa sponda arida ci sono da fare dei lunghi percorsi in salita, e quindi molti locali offrono ai visitatori degli asinelli per non stancarsi al sole


ma c'è una certa concorrenza tra i proprietari dei ciuchini

e spesso le contrattazioni vanno per le lunghe


 la biglietteria (a sin. il nostro accompagnatore)
 verso le tombe


Nelle tombe ci sono affreschi di grande raffinatezza:
raffigurazioni nelle tombe di Menna, di Sennefer, e di Nacht

ritorniamo

Poi vediamo anche l'antico villaggio egizio degli artigiani, e il cui tempio fu ampliato dalla regina Hatshepsut ( e in seguito  utilizzato come chiesa copta, Deir al-Madina, che è  il nome con cui ancor oggi gli arabi indicano il sito).

Con la bella la tomba di Inher-ka :

Quindi entriamo al cosiddetto "monastero egizio del Nord" (al-Deir el-Bahri), con il grandioso complesso funerario, Royal Funerary Temples, appunto della famosa regina Hatshepsut (una delle  sette o nove, che hanno regnato come faraoni-donna), forse un po' troppo restaurato,  e anche quello di Thutmosi III, che sta a chiusura della Valle.
 ticket per un rapido giro  (riding taf-taf) del vasto complesso

E' un complesso che fa molta impressione fin da quando lo si avvista da lontano. 
Le ricerche archeologiche sono ora in mano ad una istituzione tedesca. E' un insieme molto vasto. Il solo tempio della grande regina era definito "il sublime dei sublimi" monumenti. La vacca sacra Hathor da allora in poi viene raffigurata con una testa di donna.
Oltre ai vari templi c'è anche una ampia necropoli.

Poi torniamo alla vicina  Karnak per visitare il grande tempio di Amon:
biglietto per il sito archeologico
biglietto per il tempio di Amon


Questo, come il precedente tempio di Luxor, è uno dei maggiori e più vasti siti archeologici d'Egitto. Sia per l'uno che per l'altro tutte le guide dedicano diverse pagine per illustrarne tutti i dettagli e spiegarne i significati.
Tra le cose che più colpiscono c'è la grande area denominata "bosco di colonne", inoltre molto bello nella sua "semplicità" è il Portale settentrionale. Il cosiddetto "grande recinto" delimita una ampia area dove ci sono diversi templi e monumenti, tra cui molto bello il tempio di Khonsu con le colonne dai capitelli a forma di papiro, e anche il laghetto sacro.

Accanto alla strada che portava alla valle dei Re, c'è il bel tempio di Sethi I del 1300 av.C. detto "la gloria di Sethi".

Passata una terza vecchia diga, arriviamo a Edfu (o Idfu), cittadina di 20 mila ab.,  e visitiamo il famoso Tempio d'oro (in realtà tempio dedicato a Horus),  uno dei più importanti complessi religiosi egizi, che si raggiunge con un traghetto essendo sulla riva sinistra del grande fiume.

Mi torna alla mente che Joseph Campbell e sua moglie Jean Edman fondarono nel 1972 a Manhattan (NYC) un teatro che chiamarono "Theater of the Open Eye" dal simbolo egizio dell'occhio aperto e vigile di Horus, che equivale alla Porta del Sole o porta della luce, che da accesso al "regno di lassù",  cioè alla dimensione spirituale. 


il grande scarabeo sacro

Nelle terre fertili qui con questo sole è tutto in fiore (siamo all'inizio di gennaio)



Visitiamo anche un'isola del Nilo, detta isola delle banane. Sotto il sole rovente giriamo per la piantagione di palme afosa.






e andiamo anche dove c'è un giardino tropicale veramente lussureggiante, con custode all'ingresso




Torniamo sulla strada della costa lungo-Nilo




Sempre ci accompagna la realtà della povertà estrema dei fellahin e del loro contesto duro e difficile




fellah in posizione di riposo che osserva i suoi meloni

Anche qui vige il rito del sorseggiare il thé bollente (chiamato chay), magari insaporito da una fogliolina di mentuccia.


Continuiamo a scendere sempre più verso Sud. Passando ci indicano dove all'interno c'è il Gebel el-Silsila, la maggiore cava di pietra arenaria dell'Egitto, con cui si costruirono molti templi tra il 2000 a.C. e la fine del dominio romano.

Dopo 165 km da Luxor arriviamo a Kôm Ombo, con il tempio dedicato al coccodrillo, e al Dio dalla testa di sparviero. Ptah è il Dio creatore, patrono e demiurgo della capitale Menphis, protettore degli artigiani e degli architetti, poiché questo è ciò che era: il supremo architetto.  Quindi anche Dio della conoscenza e del sapere. Dal suo principale tempio, cioè "Casa della sapienza di Ptah" = Hutga Ptah, deriverebbe -come storpiatura- il nome con cui gli antichi greci chiamarono l'Egitto = Aigu ptos. I greci identificarono Ptah con Efesto  (Vulcano in latino), il Dio del fuoco.

  
Il cosiddetto "doppio tempio" presenta una architettura particolare.

Ma ora non mi attardo di più in dettagli di "egittomania" dato che tutta questa parte dell' Egitto da Karnak-Luxor a Gurna,  Esna, Edfu, Kom Ombo fino ad Assuan è talmente straordinariamente fitta di magnifiche vestigia dell'antichità, e ci sarebbe troppo da dire.

Anche qui si vedono grandi colombari, ovvero edifici adibiti a piccionaie


rivendita in città di pane arabo ( pittà )


Siamo ora di fronte al villaggio di Nasser City sorto negli anni di costruzione della nuova grande diga, per ospitare i lavoratori e i tecnici. I 35 mila operai erano in grande parte nubiani del luogo.

Infine a 232 km da Luxor (ma 900 dal Cairo) raggiungiamo Assuàn o Aswan (130mila ab.), e vediamo la grandiosa diga, la High Dam (Sadd El-'Aali) sul Nilo, progettata da ingegneri sovietici, e il grande e lungo Lago Nasser che si è creato.  La diga è lunga 3600 metri (5 km totali) e larga quasi un chilometro alla base, e quasi 50 metri al vertice, ed è alta 111 m. sul livello del fiume, e in totale il volume è di 43 milioni di metri cubi. I grandi generatori installati hanno una potenza di più di 2 GW. La diga produce 20 milioni di kw/h all'anno.
Il lago Nasser è lungo più di 480 km, e largo fino a 16 km. Più di 90 mila abitanti dei villaggi lungo le rive del fiume hanno dovuto essere evacuati. La grande diga stata ultimata nel 1970.
Accanto alla diga si erge un grande monumento alla amicizia tra l'Egitto e la Russia, che si vede fin da molto lontano. Purtroppo non riesce a passare lo sbarramento dei filtri della diga la gran parte del famoso limo che fertilizzava i campi (il "divino dono del sacro Nilo"), e il governo ora è costretto ad importare concime dall'estero e a impiantare fabbriche di fertilizzanti chimici. Inoltre all'estuario il fiume non esce più con la consueta forza e la sua corrente non riesce a contrastare le acque mediterranee che stanno dunque salinizzando eccessivamente la regione del Delta.

Ovviamente come accade in tutti i bacini idrici delle dighe, non si può usufruire delle coste o fare il bagno o cose simili, peccato perché ci sarebbe un bel panorama.

Siamo alla Prima Cataratta ...!
facciamo il gran pranzo di "stra-lusso" per celebrare la fine del viaggio col pulmino, nel ristorante del Cataract Hotel, con vari piatti dal tacchino del Fayum, alla dolcissima baklawàh:



Bella la visita all'isola Elefantina, in arabo Jeziret Asswan (anticamente era una fortezza a guardia del confine meridionale), con il suo giardino botanico, ed il mercato. E' lunga un km e mezzo e larga mezzo. I blocchi di rocce scure della parte sud erano sembrate come dei grossi elefanti che vanno a bagnasi in acqua.

Ma vediamo su un'altra isola anche il tempio di Philae, con i giganteschi portali con grandi colonne ed i bei bassorilievi del tempio di Iside. Purtroppo viene periodicamente in parte inondato essendosi alzato il livello delle acque del fiume a causa della nuova diga. Giriamo un po', ci sono anche vari altri templi antichi.
Vediamo le famose cave di granito, con l'obelisco incompiuto ( di 1170 tonnellate). Vediamo pure dal battello i templi nubiani di Kalabasha (e Beit al-Wali, e Keck Kertass), vestigia dell'antichissimo regno dell'Alto Egitto (regno nubiano costituitosi verso il 3300 avanti C.) che comprendeva il territorio tra la prima e la sesta cataratta. Anche questi templi sono stati smontati e ricostruiti 45 km più a nord, per salvarli dalle acque del lago artificiale creato dalla diga (così come pure per dei massi con disegni rupestri del 7500 a.C.).

Vediamo in cima a un colle il Mausoleo dell'Agha Khan, ma non ci andiamo.

Visitiamo con una escursione -in parte su dromedario- il più antico monastero copto ancora in funzione, quello di San Simeone, del VII sec. d.C.


(sul deserto oggi si può leggere il libro di I.Bachmann , trad. it. editore Cronopio, Napoli)

che è molto "imbucato" all'interno.

la croce della chiesa copta egiziana


la Chiave della Vita degli antichi egizi, o croce di Ankh


I copti -come già accennavo- sono etnicamente i discendenti diretti degli antichi egizi (in greco antico aigyptoi, pron. eghipti, o egupti) convertitisi al primo cristianesimo in seguito alla predicazione di San Marco, nel corso degli anni quaranta, successivamente alla morte del Messia, Marco fu poi ucciso nel 68 ad Alessandria.
Ma la minoranza copta non è adeguatamente protetta, anzi viene sempre più marginalizzata. In effetti la loro semplice presenza incrina il carattere arabo dello Stato, e l'identità islamica del Paese. Ma sono comunque loro gli autoctoni aborigeni. Nonostante tutte le ostilità e la considerazione come di cittadini di serie B, oggi sono ancora stimati tra il 6 e il 12% della popolazione dell'Egitto. La chiesa copta è presente anche più a sud, nel sud-Sudan e sopratutto in Etiopia. Mentre la lingua copta si è quasi del tutto persa come lingua parlata,  resta nei testi liturgici della chiesa come lingua sacra.

 il pope
 la chiesa
l'ingresso all'area del monastero e al villaggio

 in una casa: il capofamiglia
 il forno
le donne 
 la colombaia sopra al magazzino
il magazzino - stalla

 il maestro con gli alunni
 la porta dell'aula scolastica (con il segno della croce cristiana)

alcuni giovani


Ritornati proseguiamo ancora lungo il grande fiume, che scorre attraverso un deserto creando attorno a sé un mondo tutto suo





la preghiera del tramonto, che qui sembra in linea di continuità con le invocazioni antiche al grande fiume sacro 

Al mattino seguente sul presto assistiamo alla visita del Presidente della Repubblica el-Sadat  ad Aswan!, proprio mentre siamo lì noi...che abbiamo messo le tende in fila una dopo l'altra nel pratino dello spartitraffico tra le due corsie ....! (non c'era altro terreno pubblico che potessero concederci)... Veniamo colti di sorpresa e usciamo a vedere.






Cinque anni fa c'è stata la quarta devastante guerra tra Egitto e Israele. Da quando Sadat si è poi recato in Israele a fine novembre dell'anno passato (1977), e poi in dicembre il primo ministro israeliano Begin ha reso la visita al Cairo, si sono intensificati i colloqui per giungere ad un Trattato definitivo di pace tra i due Paesi, tramite gli sforzi del presidente USA Carter, per cui giusto un paio di mesi fa (settembre 1978) l'accordo è stato raggiunto a Camp David. Il che ha fatto guadagnare ai tre il premio Nobel per la pace.  Ma a seguito di ciò si è formato il cosiddetto "fronte del rifiuto" da parte di vari leaders di gruppi politici arabi e da alcuni capi di stato arabi, e i mezzi di comunicazione radiotelevisivi e la stampa di molti paesi arabi hanno sobillato la fazione dei musulmani integralisti egiziani contro il presidente Sadat.
Anche già al Cairo avevamo visto suoi ritratti (spesso accomunati a quello di Nasser di cui Sadat era stato il vice), e anche magliette T-shirt con il suo volto (molto nubiano di aspetto, anche se è nato nel delta). In questi anni si è impegnato per affermare il diritto alla pensione e all'assistenza a anziani e invalidi, ma non è riuscito a garantirli nei fatti. Almeno ha portato ad un trattato di pace. Le inutili guerre hanno divorato almeno 50 miliardi di dollari, e dato luogo a bilanci statali in cui quasi un terzo è stato destinato alle forze armate, all'acquisto di aerei e armi, il che ha impedito lo sviluppo economico. Quando è ritornato da Camp David cinque milioni di egiziani lo hanno accolto trionfalmente per le vie del Cairo. E' prevista la costruzione di un grande monumento in suo onore.
Mi fa piacere averlo potuto vedere di persona così da vicino.

Nasser e Sadat (foto al Cairo, di G. Josca)



Giungiamo ad Abu-Simbel (a 295 km dalla diga), con i suoi magnifici e imponenti monumenti (El-Sibu temple, e Amada temple). Come si sa furono sezionati, segmentati e ricostruiti 220 metri più indietro e 65 metri più in alto, in modo che non restassero sommersi dal bacino idrico della nuova diga.  La campagna per il loro salvataggio fu lanciata dal'UNESCO. Le quattro grandi statue scolpite nella roccia superano in altezza i colossi di Memnone. Si utilizzarono le più sofisticate tecniche moderne, e si usufruì dell'esperienza dei marmorini di Carrara. Operazione internazionale a direzione svedese che durò quasi cinque anni con grande orgoglio generale per questa ciclopica impresa.
Alla fine però il raggio di luce dell'alba che due volte l'anno attraversava tutto il tempio per andare ad illuminare in fondo alla sala finale i volti delle statue degli Dèi Ptah, Ammon, e Ra,


e del faraone Ramses II nel giorno del suo compleanno, non è più in perfetta angolazione, che invece era di una precisione millimetrica.
Infine per garantire stabilità si dovette sovrapporre una cupola in calcestruzzo armato.


Purtroppo molti monumenti e resti archeologici di "minore" fama, non hanno potuto venir salvati, e si è persa così una parte della memoria dell'Umanità (come ad es. la piazzaforte di Kasr Ibrim).
E d'altronde anche la diga di Assuan, che con la grande produzione di energia elettrica garantisce la possibilità di un notevole sviluppo industriale, civile e anche di irrigazione per l'agricoltura, non lascia passare che una ridotta parte del limo che ha sempre costituito il fantastico concimante naturale della terra d'Egitto, come già accennavo poc'anzi. Per cui l'aumento di terre coltivabili previsto in diecimila km quadrati di zone aride non si è che solo in minima parte realizzato.
Lungo la strada si vedono questi agglomerati di casupole schiacciati dal sole che picchia



Qui già siamo in Nubia, che è una regione, o un Paese, che si estende dall'isola Elefantina verso sud, abitato prevalentemente da autoctoni africani neri. Forse il suo nome deriva dalle miniere d'oro che esistevano qui (oro in egizio si diceva nbu). Diversi nubiani sono stati faraoni e hanno governato il paese sopratutto ai tempi della XXV dinastia. Più tardi è fiorito il regno di Cush, con capitale prima a Napata, poi più a sud a Meroe, la storia di questo regno africano-egizio è poco nota e poco studiata, ma molto interessante.

Facciamo altri bei giri in feluca (in arabo faluka, tipica piccola imbarcazione a vela),







Ritorniamo che è già sera e sta imbrunendo:







Visitiamo dei villaggi di nubiani (che sono neri neri), arrivando vicinissimi al confine con la repubblica del Sudan.

E questo è il punto più meridionale che raggiungiamo nel viaggio (a 23°30'), un po' al di sotto del Tropico del Cancro. Il paesaggio qui è decisamente un altro rispetto a prima. Nei dintorno la casette dei villaggi nubiani, costruite con pietre, argilla e sabbia, sono dipinte di vari colori, dal giallo all'azzurro, al rosa, e decorate spesso da fiori, o da gabbiette con uccellini.


Come dicevo, andiamo anche noi a fare un giro su quelle barche a vela che portano al massimo 5 o 6 passeggeri. Scendiamo a girare per i paesini. Purtroppo le lingue indigene nubiane (matuki e fadaki) si stanno perdendo a causa del sempre più pressante processo di arabizzazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa, e le scuole, sia per bambini che per adulti. 

Se fossimo in Europa questa sarebbe una regione autonoma, magari anche a statuto speciale, e la cultura e la lingua nativa sarebbero protette. Particolari sono pure la musica, le danze, i mobili, ceri abbigliamenti, e l'artigianato di collane, orecchini, braccialetti, anelli, cavigliere, ecc. Producono anche dei loro amuleti e talismani.
villaggi nubiani costruiti sotto le palme anziché nella zona arida







Più a sud, in Sudan settentrionale, c'è quella parte di Africa che nell'antichità fu colonizzata dagli egizi, e dalla loro cultura; si trovano diverse piramidi minori, e mastabe e tombe, e monumenti (che forse visiteremo un giorno in un viaggio in Sudan...)

Al termine, dopo aver percorso un tratto di navigazione su un battello lacustre torniamo da Abu-Simbel ad Aswan,


Ritorniamo alla sera tardi ad Assuan

ma il mercato è ancora aperto



Prendiamo infine il treno per ritornare al Cairo. Il che si rivelerà un viaggio scorrevole, nonché  piacevole, ed era interessante stare a guardare dal finestrino (in prima classe in vagone riservato per stranieri, che va fino alla Ramses Station, la stazione centrale del Cairo, è per noi piuttosto economico, ed è di buona qualità).

In conclusione volo diretto per Roma dove sostiamo a casa di amici. Quindi rientro a Milano con sosta presso le nostre famiglie e visita dai parenti, e di lì poi a casa a Ferrara (che sbalzo climatico!...).

(ritorneremo in Egitto nell'aprile 2007 con i nostri due figli)