giovedì 21 settembre 2017

Viaggio in Etiopia - 14 (dal mercato di Turmi fino a Konso) 200 km.

28 agosto
Stamane ci alziamo più presto e andiamo al mercato settimanale di Turmi. Anche perché la prevista gita al villaggio di Erboré, una etnia interessante, è impraticabile in quanto è caduto un ponte, e chissà quanto tempo ci vorrà prima che lo ripristino. Peccato, perché Erbore o Arbore è una tribù di diecimila pastori nomadi, che si imparentano attraverso i matrimoni con le tribù circostanti, e sono per molti versi simili agli Tsemay.
Comunque qui al mercato di Turmi convergono persone da tutte le provenienze.







sorgo

teff

Anche oggi c'è molto caldo e sopratutto un sole forte spaccacranio.
Partiamo e lasciamo il basso corso dell'Omo, con le sue popolazioni che salutiamo con già un po' di nostalgia, usciamo da quei territori in cui nei villaggi si conserva ancora una modalità di vita "primitiva", in cui si può vedere l'Africa Nera più profonda. Popolazioni nomadi o semi-nomadi, che praticano solo poco le coltivazioni di sussistenza, e con mezzi rudimentali, e che basano la loro sopravvivenza facendo i mandriani e i pastori, oltre ad alcuni che ancora ricorrono a caccia, pesca e raccolta. Dove la presenza degli stessi metalli viene dall'esterno, è dovuta al contatto con centri in via di sviluppo, alcuni addirittura sono ad uno stadio pre-ceramico. Anche se utilizzano oggetti ad es. di plastica acquistati nei mercati, il loro stile di vita non si è modificato (se non di qualche minima virgola) da quello che era da secoli o millenni, e le tradizioni vengono rispettate con grande scrupolo.  Perciò sono anche guerrieri, per es. nelle razzie di mandrie, con raids e contro-raids. Anche se  in alcuni villaggi dormono infilandosi sotto mucchi di frasche e paglia, cioè non sanno costruirsi delle abitazioni, eppure alcuni di essi ci hanno affascinato, consentendoci di fare una esperienza di come potesse essere la vita quotidiana in tempi antichissimi. Ogni tanto mi tornava alla mente per associazione di idee, il progetto di Pasolini a seguito di un suo viaggio nell'Africa tribale del 1968, cfr. "Appunti per una Orestiade africana" (vedi dvd dell'Espresso, Roma, 2016), e il dibattito sul concetto di "negritudine" di Senghor, con gli interventi di F.Fanon, A.Césaire, e J-P.Sartre ...

Comunque una fase di lenta transizione si è aperta anche per loro, alcune abitudini e alcune mentalità cominciano ad essere oggetto di riflessione critica, alcuni popoli sono in via di evoluzione rispetto a solo tre-quattro decenni fa. E la valle dell'Omo sino a una quindicina d'anni fa era poco conosciuta e trascurata e marginalizzata. Inoltre non solo le generazioni adulte si susseguono con notevole rapidità, e amplissima è la presenza di giovani e di bambini (anche il boom demografico è un problema), ma nel contempo è anche estremamente scarsa la presenza di persone in età anziana, più tenacemente conservatori e ascoltati come voce autorevole. Anche le società e le culture dell'oralità hanno le loro metamorfosi, pur con tempi di lunghe durate. Ma sono evoluzioni che vanno maturate e sedimentate. Ogni etnia, popolo, e villaggio come abbiamo visto ha i suoi tempi.

 foto da manifesti

(postcard HTRT)

Ora dunque ci rimettiamo in viaggio per salire verso le montagne Humu, e scendere a Weyso. Lungo tutto il percorso non c'è asfalto se non a tratti. Cioè magari si attraversa un paesino e per un chilometro è asfaltata, ma poi cessa all'uscita, come dice Izack te lo fanno vedere così, solo come un esempio. Al bordo strada ci sono grossi cumuli di legname in vendita, o di fascine di arbusti, o di charcoal, cioè di carbonella, per cui chi passa sosta a comprare questi sacconi per la propria cucina. Attraversiamo a passo d'uomo il paesino di Aluba un paese di contadini tutto dedito ai lavori agricoli e di terrazzamenti. Si ricominciano a vedere uomini e donne tutti coperti e vestiti.  Le capanne hanno una chiusura in cima alla punta del tetto, o in terracotta, o di legno (o anche a forma di ombrellino di paglia).
La casupole e le casette sono più che altro rettangolari o quadrate, con la tettoia di lamiera ondulata. Il passaggio dalla abitazione rotonda a quella squadrata ha un notevole significato sul piano culturale.
Ogni paesino visto, lo abbiamo "conquistato" a prezzo di lunghi percorsi sulla 4x4 su strade o percorsi in terra o anche su piste di sabbia e polvere.
Ecco di nuovo le donne contadine  con la balza ripiegata in vita, sono gonne di tessuto a strisce coloratissime che mutano foggia e disegni man mano che passiamo colline e montagne. Lungo la strada vediamo che vendono vecchi kalashnikov, che sono utili per difendere le proprie mandrie dalle razzie, e per affermare la esclusiva su certi pascoli. Questi continui scontri poi proseguono per generazioni come erano le vecchie faide tra pastori sardi. A volte in realtà portano il fucile per mettersi in mostra, come fino a poco fa (e un po' ancora adesso) facevano con lance, bastoni, faretre per frecce, e coltellacci, o altre armi esibite.
Belle campagne verdi e coltivate, che mostrano la terra rossa. In poco tempo siamo passati da 32° prima di iniziare la salita, a 26° su in collina. Poi approcciamo le Chenche mountains.
Ci sono i covoni di fieno di vecchio stile. Le donne con quelle gonne mi sembrano un po' le antenate delle donne caraibiche con quei colori sgargianti.
Ci sono sempre tante persone che camminano per la strada nelle due direzioni.




Infine dopo circa 200 km giungiamo a Konso, che avevamo già attraversato in andata. Il grosso borgo denominato Karat conta circa cinquemila ab. e si trova a 1600 m. slm.  ed è il capoluogo di un territorio di 2300 kmq. e di circa 300 mila ab. di 41 villaggi della stessa etnia (Konso Land), ripartiti in nove clan (ma sono contemplati matrimoni interclans). I Konso parlano in una lingua del gruppo basso-cuscitico. Vi sono in parte cristiani ortodossi, in parte musulmani, ma nella vita quotidiana rimangono radicate credenze di tipo animistico. Sono sedentari, agricoltori, abili terrazzatori, e costruttori.

Ci sistemiamo nel bel "Kanta Lodge", tutto fiorito, in un bungalow in muratura ben concepito, e andiamo a pranzo nel gradevole ristorante all'aperto, sedendoci all'ombra di un grande alberone, dove soffia una piacevole arietta. Il proprietario è mezzo svizzero e mezzo etiope.
Anche qui prendiamo lo shiro, che chiamano Tagabino.
il Lodge dal ns terrazzino
l'ingresso nel bungalow



Poi andiamo subito fuori, al mercatino qui dietro l'angolo, che abbiamo intravisto passando, e che sembra vivace e colorato, ma diamo solo una occhiata.










negozio dove si fanno, o si sostituiscono, le suole di gomma per infradito, sandali, scarpe




mercoledì 20 settembre 2017

Viaggio in Etiopia - 13 (andiamo a vedere un villaggio di Karo e uno di Hamer )

(continuazione del 26 ag.)

Ritornando vediamo dei dik-dik, una gazzella, quegli uccelli blu cangiante, dei tacchini ginnifor, dei babbuini, alcuni gruppi di asini allo stato brado, dei bei cani sempre di una specie etiope col pelo giallone-castano, forse i cosiddetti cani da prateria. Poi capre, sia bianchicce, sia marroncine, pecore di diverse specie (o sotto-specie), e un paio di scoiattoli.
Immensi pianori vuoti, o semi-vuoti, ovvero apparentemente disabitati da esseri umani. 
Arrivati a Turmi vediamo che c'è un cosiddetto bazar, cioè una iniziativa sotto un tendone a favore della raccolta fondi per un progetto da presentare. 
Rientriamo nel bel Buska Lodge.



27 domenica
Izack conosce tutti gli autisti che incrociamo, e anche molti degli hotel o dei ristoranti. Ma anche in generale tanta gente: sono oramai 25 anni che fa questo percorso come accompagnatore nei tour. 
Si vedono in giro sempre tanti bambini, e anche tantissimi animali ovunque, come lo yellow hornbill (un bucerotide), o uccellini, o scimmie. 
Ci sono molte acacie ombrellifere, e quelle fatte un po' a forma di imbuto, cespugli fioriti, e per es. quelli con le foglie un po' ovali,

oppure una specie di piccoli baobab trees con piccoli fiorellini rosa, oppure i grandi cespuglioni con fiori di un giallo intenso.


l'alveo del fiume ha il letto asciutto

E tanta gente sul lato delle strade che va, cammina, cammina. Da queste parti molti che camminano da soli, portandosi con sé i loro reggitesta di legno.
L'auto traballa e vibra tutta, anche a causa delle ondulazioni del terreno. Così c'è sempre un rumore di fondo, fisso, continuo, e spesso non ci si sente tra sedile davanti e sedile dietro. Ci sono tanti villaggi isolati, in questi luoghi sterminati. La gente "cittadina ", come p. es. a Turmi o Jinka, disprezzano  quelli dei villaggi ritenendoli come inferiori. La strada va peggiorando, e c'è anche qui un camion ribaltato, forse durante una pioggia che aveva reso il terreno melmoso. Poi un altro.





Attorno ci sono termitai e uccelli; c'è sempre più terreno sabbioso.

Intanto Izack mette su una musichetta, come un motivetto per bambini, che è cinese, e a lui piace tanto. Ma per fortuna mette anche musiche e canzoni etiopi, che di solito non son male. Certe sono d'amore e melodiose, altre sono più canti ritmati le cui parole raccontano storie di contadini, o vicende di contrasti, o altri temi tradizionali.

Continuando la sterrata verso ovest, dopo Murle c'è in fondo a una lunga strada malmessa il nostro obiettivo. Posteggiamo dove c'è il gruppetto di guide locali e di autisti. Qui c'è pure un "ristorante" per loro.

il ristorantino detto anche casa per ospiti

Izack e il "comitato d'accoglienza"

il villaggio è là sotto, lungo l' Omo river

Scendiamo dalla scarpata e giungiamo in un villaggio della Karo tribe, che si chiama Kocho, ed ha solo 527 abitanti. Anche qui siamo in basso, a 470 m. slm.
Qui vicino al fiume, come pure nelle visite di ieri, è area malarica, e quindi bisogna abbondare con l'Autan, anche se ormai è abbastanza raro (almeno una volta finita la stagione delle grandi piogge) esser beccati da una zanzara malefica. Comunque è già da Jinka, anzi da  ben prima, che dormiamo sotto delle zanzariere. Può aiutare prendere della vitamina del complesso B (la B1, B6 e la B12), che da alla pelle un odore che le disturba. (Altre prevenzioni sono la profilassi con il Lariam, o il Malarone, o altri farmaci antipaludismo, ma a me disturbano molto, e sono ormai molti anni che non li ho più presi).
E' gente di derivazione nilotica.  I Karo sono tutti allevatori, pastori, o pescatori, certi hanno anche un piccolo orticello, e altri sono agricoltori, e coltivano sorgo, tiff, o mais, oppure lavorano in piantagioni di cotone. I karo sono una etnia di ceppo nilotico, oramai ridotti a uno scarso numero a causa delle emigrazioni verso le città, e forse rischiano seriamente di estinguersi almeno per quanto riguarda la loro specifica cultura materiale. Sono soliti dipingersi il corpo, body painting, con calce bianca, e praticare delle dolorose (e pericolose) scarificazioni a scopo decorativo. Anche loro portano degli acrocchi in testa, dei supporti per infilarci penne d'uccello. E usano i reggicapo di legno per riposare e dormire, in modo da non schiacciare la pettinatura e preservarla. Mangiano la carne di vacca e di capra, o di pecora, e bevono la birra di sorgo fermentata. Ma alcuni lavorano in paese, e altri commerciano con i loro vicini Yangato, e frequentano i mercati locali.





depositi di sorgo o mais, sollevate di quasi un metro da terra su dei paletti





donne che si dipingono decori a vicenda



I bambini sanno dire qualche parola in inglese (ma a quanto dice Izack non in amharico, che sarebbe la lingua franca in Etiopia, ma forse perché non vanno a scuola).

da un manifesto
Sanno costruire delle belle capanne robuste e ampie.

Ritorniamo al nostro Lodge per un tardivo pranzo. Prendiamo un piatto tradizionale e tipico etiope, il Shiro (detto anche Tegamino). Che è una crema di fagioli locali, e pomodori, cipolle, aglio. Molto buono. Noi anziché con l'intera (che proprio non ci piace) lo mangiamo con il pane.


Poi andiamo a curiosare al negozietto che c'è in ricezione, dove prendiamo alcune cosine.
Oggi fa un caldo, caldissimo! Ieri pure ma c'erano alcune nuvole, mentre oggi è proprio il sole che ha raggi fortissimi che ti bersagliano attraversando un cielo limpido e una bella aria pura (qui non ci sono certo industrie inquinanti...). E picchia come un martello arroventato.

Nel tardo pomeriggio andiamo verso sud a visitare un vicino villaggio abitato dagli Hamer. La popolazione hamer già l'avevamo conosciuta incontrandoli al mercato (sia a Dimeka che a Key Afer).  Sarebbero in totale circa 50 mila, di lingua del ceppo omotico.


Entriamo nel grande recinto che contorna tutto l'abitato, con una guida locale. Vivono in aree ulteriormente recintate per ogni famiglia, con due o tre capanne a seconda del numero dei famigliari. Annesso c'è un recinto per le bestie. E così via accanto ci sono le altre famiglie, spesso parenti. Sono anche loro mandriani e pastori. Come sempre tutti i maschi son fuori con gli animali e ritornano all'imbrunire. Intanto donne e prole sono intenti a preparare le pelli, a macinare, a farsi le acconciature ai capelli, a cucinare i cibi.
Gli abbigliamenti li abbiamo già visti nelle foto delle precedenti puntate sui mercati, anche se certi particolari cambiano a seconda del villaggio di provenienza.

Gli uomini hanno orecchini, e braccialetti, e le donne anche collane e cavigliere, e oltre alle conchigliette, anche con ornamenti che risuonano (tipo tappini di bottiglie).

Le donne portano solo una pelle bovina di copertura sotto la vita (anche se ai mercati si mettono una canottiera o Tshirt).  Di solito gli uomini hanno una sola moglie, o due, solo rarissimi tre.

a questa donna abbiamo regalato una saponetta, 
il ciuffetto del bimbo ha una funzione anti-malocchio

giovane sposata



La capigliatura femminile è fissata con burro, o altro grasso animale, e fango o polvere di una terra rossastra. Anche il corpo è tutto molto unto di grasso e di colore dell'argilla. Forse da qua deriva il nome greco con cui erano conosciuti nei paesi mediterranei, cioè aithiops che vuoi dire color rame, o argilla, o color bruciato. Quindi gli uomini dalla pelle bruciata, abbronzata, cotta al sole. Questa cura del corpo è per farsi belle al ritorno dei mariti. Di solito hanno un caschetto di ciocche a boccoli finissimi, mentre altre volte hanno come delle "scaglie" di ricci, in questo caso si tratta delle nuove spose giovani o giovanissime. Quelle con il collare di metallo hanno lo status di prima moglie.
Abbiamo regalato qua e là delle bustine di crema per il viso.  Nessuna ha ringraziato,  ma poi sembrava di intuire che apprezzassero. La conferma l'abbiamo avuta al momento di andarcene: una giovane ci viene dietro fino al parking perché fa capire che lei non l'ha avuta (comunque poi non ha fatto alcun cenno di ringraziamento).

Anche qui è molto profonda la credenza negli spiriti e nella magia e malocchio, e ricorrono a esorcismi e amuleti per proteggersi, sono vive molte superstizioni ad es, riguardo agli spiriti maligni.
Da piccoli sia a femmine che maschi viene praticata la circoncisione. Come sempre ci sono tanti bambini. I figli in genere non vengono mandati alle scuole. Sembra effettivamente che gli scolarizzati non abbiano poi più molta coscienza della loro identità originaria, e che siano più propensi a assumere una identità nuova "moderna" andando a vivere in paesi, e cittadine (o nelle periferie delle città), secondo le modalità là vigenti. E quindi sono più disposti a lasciare perdere usanze e costumi tradizionali. Per cui chi vive nei villaggi in molti casi è perché non ha alternative possibili, non solo dunque per scelta, cioè perché è attaccato alla cultura specifica originaria. Ma di fatto chi ha sempre e solo vissuto nel mondo del villaggio ha orizzonti limitati, non basta andare una volta la settimana a un mercato. Ci sarà più probabilmente un intreccio complesso di una varietà di elementi. Certo la vita nelle campagne è dura, ma lo è anche nelle baracche delle periferie urbane se non trovi come procurarti uno stipendio (o non sai fare le cose che son richieste in città).
Ma comunque queste sono solo mie impressioni e elaborazioni.

Le capanne sono grandi e sono vere e proprie case con la base in legno, e sembrano piuttosto robuste.
Dentro alle capanne hanno un soppalco, e l'entrata sembra come una finestra bassa.
Ogni entrata, nel villaggio, nel recinto, in casa, comporta di abbassarsi e chinar la testa, ed è anche un segno di rispetto.

Appena arriviamo ci si avvicina una donna con un bimbetto che ha una escoriazione brutta ad un piedino. Le diamo i soldi per pagare il medico, e per comprare una pomata. Ma insistiamo e le facciamo promettere che andrà da un medico e che userà i soldi per il bambino. Sembra sincera, perché è molto preoccupata per il suo piccolo, e in effetti qui molto facilmente si potrebbe infettare.
La recinzioni o palizzate di separazione sono ben costruite, sono fatte di tronchesi. Hanno evidentemente un forte senso della proprietà famigliare.

Purtroppo non c'era in questo periodo il loro famoso rito di iniziazione all'adultità, che consiste nel saltare sopra a dei tori affiancati e camminare fin dall'altra parte senza cadere.
(da una post card HTRT)

Accidentalmente, ho urtato un basso paletto conficcato a terra vicino ad altri, che serve da futuro sostegno ad uno di quei magazzini per lo stivaggio di cereali. Il calcio è stato abbastanza forte perché mi ero mosso in modo deciso per affrettarmi a raggiungere gli altri che si erano allontanati, e essendo distratto dal fatto di guardarmi attorno, non ho abbassato in tempo lo sguardo... insomma avendo i calzoncini corti, mi sono fatto una abrasione della pelle in corrispondenza dell'osso della tibia, niente di che, però dato che prendo delle pillole anticoagulanti, quel po' di sangue non smette di fuoriuscire. Devo tornare all'auto per disinfettarmi, quindi non proseguo la visita.

Prima di ripartire la guida mi vuole parlare. Mi soffermo anche se non ho avuto simpatia per questo accompagnatore, che in definitiva non ha saputo illustrare nulla. Gli avevo chiesto di parlarmi delle crocchie a calotta porta-penne, e dei bambini mezzi rasati a zero. A parte che non ti parlano mai dei loro problemi o conflittualità interne. Spesso queste guide locali non sono dei veri mediatori interculturali. Comunque mi dice che lui aiuta una associazione di assistenza agli orfani, e se posso dargli qualche vestito. Mi sembra in realtà che dicesse così per far intendere che lui ha bisogno di vestiti per sé. Gli do un pochino a malincuore i pantaloni che uso di solito, e anche lui li prende e se ne va senza ringraziare (eppure lo sa un po' di inglese). Anche questi mi sembrano un po' dei grezzi.

Saliti in auto per seguitare col nostro percorso, incrociamo lungo la strada molte donne che evidentemente tornano da un mercato.


Sono molto diffusi i monili e le decorazioni fatti di piccole conchigliette bianche, che si denominano cauri, queste sono state per secoli utilizzate come monete, e quindi la loro abbondanza attorno al collo o sui bordi delle pelli e delle vesti, è sempre stata segno di ricchezza, e prosperità. Essa ha il suo nome scientifico in latino di Cyprea moneta, in quanto Cipro era la patria di Venere-Afrodite, e in effetti è anche simbolo sessuale assomigliando alla vulva. Oggi è utilizzata come amuleto, talismano porta fortuna. Proviene dall'arcipelago delle Maldive, e tramite mercanti musulmani giungeva al porto di Mombasa nella colonia britannica del Kenya, o a Lamu, e di lì al lago Rodolfo (ora Tùrkana) alle foci dell'Omo. C'è sempre stato un gran traffico da parte di mercanti e c'è ancora, anche se il suo valore è oggi insignificante. Comunque sfoggiare di averne molte, magari antiche, cioè risalenti alla bisnonna, è segnale di benessere e di potere del clan di appartenenza o della propria famiglia.

(foto ETTE)


Anche le pelli avevano tradizionalmente un valore, a seconda se sono di leopardo, di leone, oppure di mucca. Quindi queste donne le sfoggiano quando vanno ad un mercato. Oggi come abbiamo visto si vendono come souvenir per turisti, come d'altronde si vende di tutto, qualsiasi cosa pur di procurarsi nel denaro per gli acquisti. Vendono persino dei poggiatesta, che sono di solito considerati oggetti strettamente personali.

 (foto di Hamer da post cards HTRT)

Comunque in generale in questi ultimi villaggi visitati (Benna, Ari, Dassanech, Karo, e gli Hamer) non ci siamo sentiti presi d'assalto al grido ferenji ferenji! come scrivono altri viaggiatori nei loro diari, gli unici erano forse i bambini per i quali il nostro arrivo è una occasione di gioco, e il richiamo you, you era una espressione di divertimento e eccitazione. Chissà forse i bambini credono veramente che i bianchi si chiamino Iù, e che tutti noi apparteniamo al popolo Iù di lingua inglese. Dunque forse solo i Mursi per ora sono stati quelli più insistenti e anche un po' sfacciati (per non dire aggressivi che mi sembra troppo). Queste popolazioni invece mi hanno impressionato piuttosto per il loro modo di vivere estremamente essenziale e "povero" per quanto riguarda la componente culturale.