mercoledì 5 giugno 2013

Sicilia jonica ( 7 ) Catania

domenica 2 giugno

Partiamo, salutiamo i camerieri e i ragazzi e le ragazze della reception, e sopratutto la nostra bella terrazza che ci rimarrà sicuramente a lungo nella mente.



Superiamo la "costa dei Ciclopi" tra Acitrezza e Acicastello, di cui già accennavo nel § sull'Etna, che intravediamo dall'alto della autostrada costiera, bellissima con i suoi faraglioni. Ma forse può meritare soffermarsi ora a raccontarne in breve il mito di origine. 
Si tratta dell'amore sorto tra la affascinante ninfa Nereide Galatea e il giovane pastorello Aci, figlio del grande antico dio pre-olimpico Pan. Amore contrastato dall'opposizione del ciclope Polifemo, il quale si sedeva su uno scoglio e si vantava delle sue proprietà, e della sua forza fisica, accompagnandosi col flauto. Era geloso di Aci e meditava di eliminarlo. Si aggirò per i boschi etnei, e vedendo Galatea tra le braccia di Aci, indispettito urlò di rabbia. Galatea spaventata si tuffò nello Jonio, e il pastorello si diede alla fuga ma fu ucciso da un enorme masso lanciatogli dal ciclope. Vedendo il masso cadere in mare, la ninfa mutò subito il sangue versato dall'amato, in una fonte di acque purissime che sfociarono nello Jonio, cosicché poterono unirsi alle acque marine in cui viveva Galatea (come si vede ci sono alcune assonanze col mito della fonte Aretusa). Ancor oggi il nome di Aci è ricordato da ben sette paesi che popolano la costa dei Ciclopi.
Il poeta Teocrito siracusano invece era più comprensivo verso i sentimenti del ciclope innamorato ma disdegnato e dispregiato:
"O candida Galatea, perché respingi chi t'ama?/ tu, bianca più della giuncata a vedersi, più turgida dell'uva acerba?/ Tu questi miei luoghi frequenti quando il dolce sonno mi tiene,/ e subito te ne vai quando il sonno mi lascia,/ e fuggi come la pecora che ha visto il grigio lupo./ (...) e cessar di guardarti, sempre di poi ed anche ora/ non posso, da allora: e tu non mi curi per nulla./ E io lo so, fanciulla graziosa, per qual cagion mi fuggi:/ perché folto a me un sopracciglio per tutta la fronte/ da un orecchio si estende sino all'altro, unico, enorme/ (...)" (da: "Il Ciclope", di Teocrito, tr. it. R.Cantarella, in "La letteratura greca d'età ellenistica", Sansoni, 1968).

CATANIA
Giungiamo in città imboccando la lunga e dritta via Etnea (già via Uzeda) che ci porta fino al centro. Troviamo il garage che ci avevano consigliato, dove posteggiamo la macchina con su tutti i nostri bagagli. Usciamo e ci ritroviamo nel bel mezzo del noto "mercatino del lunedì" che si chiama così perché si svolgeva in quel giorno, e che ora è sempre aperto. La grandissima maggioranza dei venditori con le loro colorate bancarelle è composta da extracomunitari di vari paesi, con prevalenza di pakistani e tamil di Sri Lanka, e senegalesi. I prezzi sono veramente incredibilmente bassi, anche per i capi di vestiario di discreta qualità. Bei vestitini da donna per 3€uro, T-shirts per 2€, eccetera (che sia roba rubata?). C'è un pigia-pigia della folla e un caos indescrivibile, e con musiche a tutto volume.

Abbiamo così dovuto confrontarci con una parte importante della realtà sociale della Sicilia odierna. Nonostante la sporcizia, e l' "inquinamento" acustico, è stato interessante, anche se naturalmente abbiamo dovuto badare con grandi e assidue attenzioni alle nostre borse e portafogli (io l'ho infilato la canottiera e la pelle...).
Passeggiamo guardando i negozi di via Etnea, in cui vediamo vetrine con cose di gusto e molto belle. Chiediamo informazioni a una signora, che ci dice di essere una rumena arrivata qua quarant'anni fa, ma poi andata a vivere negli USA, e parla parla e ci racconta la storia della sua vita, eccetera. Giungiamo nel centro storico.
Anche qui ci sarebbero dei resti archeologici greci che però non visitiamo. La città infatti fu fondata col nome di Katane nel 728 a.C. da un gruppo di Naxos. Sempre nell' VIII secolo il grande legislatore catanese Caronda stese la prima costituzione della Magna Grecia, e una delle più solide del mondo greco, essendo essa la Legge fondamentale, non poteva venire modificata se non per motivi serissimi, e chi voleva proporne una modifica poteva farlo esponendola alla assemblea con già il cappio al collo, e se la petizione non fosse stata approvata sarebbe stato impiccato seduta stante in quanto di fatto stava proponendo di trasgredire alla legge vigente...
I reati di falsa testimonianza e di diserzione al contrario non erano sanciti con la pena capitale, come era invece ovunque in uso, ma con l'esposizione alla pubblica vergogna. Altri suoi articoli di legge dicevano ad es.:"gli sposi saranno felici fintanto che si manterranno scambievolmente alla fede promessa. E' permesso il divorzio, e le figlie restano con la moglie e i figli presso il marito." (...) "Che vi siano pubblici precettori per istruire la gioventù, e che vengano pagati dal pubblico erario"... ecc.
Katane fu poi conquistata dai siracusani nel 475 e tutti gli abitanti ioni furono esiliati, e la polis fu rifondata col nome di Aitna (=Etna). Con la conquista araba nel IX sec. vennero importati e trapiantati qui i limoni e l'arancio amaro (per le arance oggi comuni si dovrà attendere i portoghesi che le portarono in Europa alla fine del Quattrocento), e diffusero nuove tecniche d'irrigazione che fecero fiorire le piccole proprietà agricole. Poi con i normanni si diffuse il latifondo. Il vescovo fu poi dichiarato anche signore della città.
Ma il centro storico di oggi è quasi tutto all'insegna del barocco siciliano settecentesco, di cui fu autore l'architetto Vaccarini, a causa del fatto che nel 1669 la lava devastò la sua periferia, e nel 1693 il terremoto distrusse gran parte dei quartieri di Catania. 
Attraversiamo la piazza dell'Università, che risale all'epoca degli Aragonesi. Poi giungiamo nella piazza del Duomo, dove c'è la famosa fontana dell'elefante (realizzata da Vaccarini ispirandosi a una illustrazione di F.Colonna), con una scultura antica in pietra lavica, chiamata dai locali Liotru dal nome del negromante (=che evocava gli spiriti dei defunti) il bizantino Eliodoro. Forse (secondo il geografo arabo Idrisi) fu portata qui dai cartaginesi, ed è ora sovrastata da un obelisco egizio dedicato al culto della dea lunare Iside, culto che tanto si diffuse anche in occidente nei secoli I e II dopo C., e a cui furono infine posti in cima i simboli di Sant'Agata...


Questa statuetta dell'elefante è divenuta simbolo di Catania = "Lu sìmmulu ufficiali dâ cità di Catania è la statula di petra làvica dô liafanti, chiamatu dê catanisi Liotru, e a iddu è lijata n'antica  liggenna".

Entriamo in un paio di bellissime e ricche gelaterie-pasticcerie nella piazza, come ad es. quella di Caruso:

e poi scendiamo verso la bella porta Uzeda, ammiriamo il giardino,

Osserviamo alcuni negozietti,

per girovagare poi tra le bancarelle del pesce (la pescherìa)







e di frutta e verdura, e in genere del mercato alimentare.


Intanto ci guardiamo attorno per il pranzo, e vediamo nei negozi alimentari, nelle rosticcerie, nei bar, che ci sono anche piatti particolari come ad es. le "cartocciate" (con prosciutto, mozzarella, pomodoro e olive), o il tonno "a cipollata" (un filetto di tonno con sopra cipolline caramellate) che sono specifiche della cucina catanese tradizionale.
E varie altre specialità



 prova e ti ricrederai


Quindi percorriamo la via Vitt.Emanuele, vediamo la piazzetta san Francesco e l'inizio di via dei crociferi, per infine fermarci in piazza Mazzini, un piazza quadrata deliziosa con porticati tutt'attorno, dove pranziamo da Maurizio (un vero personaggio, tiene tutto sotto controllo dalla sua sedia sotto i portici), alla trattoria "I vecchi sapori".





Ci è molto piaciuta questa parte della città. Oltretutto c'è pure una bella brezza marina piena di ossigeno.
Infine andiamo a vedere il castello Ursino, bellissimo. Fatto costruire da Federico II di Svevia, verso il 1240, su quella che allora era una isoletta davanti all'ingresso del porto, a sua protezione. 
Divenne poi sede della corte aragonese, e più tardi dei Viceré di Spagna, sino alla eruzione del 1669 che giunse sin lì, riempì il fossato e proseguì spostando la costa molto più in avanti, per cui poi rimase per un quarto semisommerso da lapilli e cenere, con un paio di torri gravemente danneggiate, e privato del suo ruolo, fu infine adibito a carcere nel 1837 e poi a caserma.



Restaurato, o come si disse, restituito in seguito a restauro "liberatorio" al suo originario splendore a cominciare dal 1934, è ora sede del museo civico. Il museo purtroppo è chiuso in questo orario, avrei voluto vedere le famose collezioni raccolte a fine settecento dal principe di Biscari (una delle gradi famiglie aristocratiche) e le donazioni del barone Zappalà Asmundo, del 1954, che fu anche tra i promotori della cosiddetta Belle-époque siciliana (anch'esso parte di una grande famiglia feudale, un suo antenato fu nel 1434 cofondatore dell'Università), ma non è stato possibile.



Nel pomeriggio andiamo all'aereoporto di Fontanarossa. Dal finestrino dell'aereo vedremo dall'alto l'Etna, e lo stretto di Messina. Certo che Scilla e Cariddi si stanno proprio vicini-vicini ...



Al rientro in "padania" c'è una atmosfera grigia, è nuvoloso, pochi colori sbiaditi, e c'è umido, umido, umido, fa freddino... visto che come primavera è un po' moscia, speriamo che presto venga anche qua l'estate...

(fine)
carlo_pancera@libero.it

questo diario sulla Sicilia orientale è presente anche sul blog:
http://www.viaggimiraggi.it/Diari/?number=635


PS: per quanto riguarda il periodo greco antico, ho consultato "Megàle Hellàs", Storia e civiltà della Magna Grecia, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli e altri, edizioni Garzanti e Vanni Scheiwiller, 1983, poi UTET; Francesco Carruba, "Autori classici greci in Sicilia", ediz. Boemi, Catania, 1996; Antonino Scifo, "I Greci in Sicilia", Almaeditore, Catania, 2012. Per la mitologia cfr. Apollodoro, "Bibliotheke, i miti greci", a c. di P. Scarpi, trad. di M.G. Ciani, Fondazione L.Valla, 1996.

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