giovedì 13 aprile 2017

immaginario e formazione (da F.Braudel a J. Campbell)


21 marzo 2017 nel Dipartimento di studi umanistici della Università di Ferrara
trascrizione del mio intervento ad un incontro con gli studenti all'interno del tema: Il patrimonio dell’intercultura”

Già avete ascoltato altri quattro interventi su argomenti piuttosto differenti tra di loro e considerati da prospettive diverse, il che è un’ottima cosa in quanto stimola a compiere delle riflessioni, stimola ad istituire delle connessioni, a collegare, e azzardare comparazioni, … è sempre una buona cosa avere la possibilità di ascoltare più voci, che riferiscono di uno sguardo preso da angolature differenti, eventualmente su un oggetto (che magari può essere appunto l’intercultura) che ognuno di loro ritiene sia il medesimo, seppur risulti dotabile di qualificazioni diverse. 
Questa mattina l’invito che mi era stato offerto era di venire a parlarvi degli studi sui miti che un grande intellettuale americano aveva compiuto nel corso del Novecento, cioè Joseph Campbell. E’ un personaggio nato nel 1904 e deceduto nel 1987, per cui quest’anno ricorre il 30° anniversario della sua scompsarsa. Quindi si tratta di uno studioso che ha attraversato per intero quell’epoca  di grandi trasformazioni storico culturali -se mai ce n’è stata una diversa- che è il Novecento.  E' noto per  essersi interessato alla comparazione tra culture e mitologie, ed aver proposto interpretazioni controcorrente, che in quel momento parvero eccentriche.

due opere sulla religione popolare haitiana Voudu, della amica Maya Deren che fu molto aiutata da Campbell


CONTINUITA' E DISCONTINUITA'

Personalmente io ho vissuto la seconda metà di quel secolo, e già quella porzione mi è sembrata sufficiente per poter toccare con mano come certi mutamenti avvengano anche molto rapidamente e trasformino non soltanto la società ma anche la mentalità diffusa, cioè il modo di pensare della gente.
In generale giungendo ad una certa età della vita e volgendo lo sguardo indietro in prospettiva, ti viene da chiederti come mai ci sia stato questo così grande cambiamento? come era possibile da quella mentalità predominante quale ricordo che avevano gli adulti della generazione a me precedente, o anche della generazione degli anziani, dei miei nonni, che era in genere una mentalità così statica, chiusa, monocorde, pesante anche, per es. nei suoi imperativi morali,  …. come è stato possibile che ci fosse un cambiamento così drastico? 
E questa è una delle grandi problematiche, su cui appunto la vostra insegnante vi sta sollecitando con riflessioni sul cruciale tema della creatività. Ed ecco appunto questo è uno dei massimi temi della pedagogia, ma non solo, anche della psicologia, della sociologia, dell’antropologia culturale, della filosofia morale, della filosofia della storia, e insomma un po’ di tutte le scienze umane e non solo di esse. Io appunto insegnavo in questa stessa università, “Storia dell’Educazione”, ed essendo appassionato in genere alle problematiche di lunga ed anche lunghissima durata in ambito storico, ho sempre constatato che ci sono delle questioni e degli elementi in causa, dei dati, che risultano permanenti, nell'arco di millenni.

Voi sapete che questa metafora cui ora alludo è una suggestiva immagine che è stata proposta in storiografia da F.Braudel, il quale diceva che la storia della cultura umana è come un grande fiume con le sue correnti d’acqua, e in cui dunque vi sono correnti superficiali anche molto rapide e a volte agitate, e questa immagine simboleggia la storia dell’attualità, della contingenza, della cronaca, mentre ci sono invece delle correnti un pochino meno fredde e veloci, che stanno immediatamente sotto il pelo dell’acqua, che rappresentano i tempi di mutamento sul medio periodo, e poi più sotto quelle più lente che simboleggiano i mutamenti sul  lungo periodo, fino a quelle acque più stagnanti che stanno sul fondale del fiume e i cui cambiamenti, anche se il grande fiume sembra scorrere velocemente, sono minimi e assai lenti, e queste raffigurano la lunghissima durata. Ma a mio parere -e non solo mio, c’è poi anche l’alveo stesso in cui scorre il fiume, alveo che è fatto di terra compressa e di sassi o roccia, che rappresenta gli elementi di perennità, gli elementi stabili e costanti.



Ecco, un dato permanente che ho visto presente nel corso della storia dell’educazione, è proprio quello della costante tensione tra continuità e cambiamento, tra tradizione e innovazione. Questa è semplicemente una constatazione, che non sottende alcun giudizio di valore, in quanto le tradizioni hanno oggettivamente svolto sempre una importante e grande funzione nella storia delle culture e delle civiltà, e sono quelle che tendono a mantenere il più possibile tali e quali i valori vigenti. Ma le tradizioni vengono spesso a cristallizzarsi e ingenerano il formarsi del tradizionalismo, un atteggiamento di rigida sovrastima della tradizione, idolatrata come contenente verità assolute e quindi universali ed eterne. Il che è matrice di chiusure e di modalità reazionarie per conculcare e obliterare deviazioni e innovazioni.
Però appunto è compresente anche quell’altro elemento in causa, che è l’elemento creativo, produttivo,  sopratutto in àmbito culturale. Tanto che c’è addirittura chi parla di “evoluzione culturale” dell’umanità (p.es. L.L.Cavalli-Sforza), che viene determinata appunto dall’apporto di nuovi elementi che entrano continuamente in gioco e che alterano o eludono i meccanismi che presiedono ad una condizione omeostatica. Elementi dunque che scombinano, modificano, fanno riconsiderare, o ricombinare gli elementi costituenti di una cultura o addirittura di una civiltà. E questo è l’effetto, il frutto, anche della creatività; e contestualmente anche la causa, cioè lo stimolo, al suo stesso insorgere e manifestarsi….  (come la guardia disse al re di Tebe: "Nulla o Signore possono gli uomini giurare inattuabile: pensiero nuovo rende vana la certezza antica", da Sofocle, Antigone, 2° episodio).
Ciò accade in parte per via dell’irrompere di nuove generazioni, dovuto al fatto, anch’esso permanente, per cui c’è un continuo ruotare di posizioni e di ruoli. Col tempo i figli diventano a loro volta genitori, e gli alunni divengono maestri. Quindi se ci si pone a studiare un qualsivoglia periodo storico, che esso sia l’Ottocento o piuttosto il Cinquecento, o il Settecento, … ci si rende conto che nell’ arco di quel secolo ci si sta in realtà occupando dell’apporto socio-culturale di individui e di gruppi sempre diversi, in quanto appartenenti a successivi cicli generazionali. Per cui in quel secolo (che pur, se visto in prospettiva da lontano, ci appare con una sua connotazione caratterizzante) le persone che erano presenti all’inizio non sono più tra quelle viventi verso il concludersi del medesimo secolo. Ci sono altri al loro posto, che a loro volta poi verranno anch’essi sostituiti. E questo non è altro che un evento fisiologico.  E più in generale si racconta la storia delle passate vicende proprio perché gli eventi si succedono e le società mutano, e più lentamente anche le culture mutano. Come scrisse Euripide nell' Ippolito: "...le correnti della vita si alternano,/ si alternano e cambiano eternamente" (edizione la Nuova Italia, 1980, vv. 1109-1110).  Il che è valido anche per quelle culture che a prima vista ci erano parse immutate da secoli, e quindi sarebbero rimaste statiche, ferme; ma se ne poté ben rendere conto Margareth Mead quando ritornò -decenni dopo i suoi studi antropologici- alle isole Samoa, oppure il nostro Folco Quilici quando ritornò a Tahiti ... persino laggiù il mondo era cambiato, certe mentalità e certi modelli di comportamento erano venuti meno...

In biologia qualsiasi oraganismo che si possa definire vivente, cioè che abbia continuità rigenerandosi nel lungo periodo, è strutturato in modo tale da aver trovato delle modalità e degli escamotages, per riprodursi eguale a sè stesso, ed essere sempre presente nonostante il decadimento e la scomparsa di elementi costitutivi che rimpiazza (cellule o individui). E ci sono degli storici e degli studiosi che sostengono che le culture e le civiltà sono a tutti gli effetti quasi come degli organismi, ovvero si comportano allo stesso modo di strutture complesse viventi, cioè in grado anche di saper innovare per poter continuare ad esserci, pur mantenendo una propria specificità peculiare. Così si intrecciano i due poli.
Dunque se non per altro, semplicemente per via dei cicli di vita generazionali, è costante nella storia il dato per cui c’è una continua e perenne tensione tra due spinte: la continuità versus la discontinuità, la riproduzione e la produzione, la tradizione e l’innovazione, l’osservanza degli usi consolidati e la creatività, conservatorismo e riformismo, tradizionalismo e utopismo.  Si veda per es. di M.Mead, Culture and Commitment - A Study of Generation Gap, (trad.it. Generazioni in conflitto, Rizzoli, 1972).


(In ambito pedagogico e sociologico potrei ricordare ad es. il manuale di A. Kazamias e B. Massialas: “Tradizione e mutamento. Saggio di educazione comparata” del 1965; o meglio le ricerche di S.N. Eisenstadt, “Da generazione a generazione”, classico studio del 1956, 1963, poi gli altri suoi “Mutamento sociale e Tradizione”, del 1974, e “Civiltà comparate - le radici storiche della modernizzazione”, del 1990; oppure di Lê Thành Khôi, “L’educazione comparata” del 1981, o “Culture, créativité, et développement”, del 1992; e altri.)



Sempre vi sono queste opposte spinte, da un lato quella per mantenere le cose come stanno e fidarsi delle esperienze passate nel dare soluzione ai problemi che insorgono nella storia di ogni società, dall'altro il rendersi consapevoli che problemi inediti richiedono soluzioni inedite. Oltre al ricambio generazionale c'è tra gli altri fattori che generano mutamento, anche il dato per cui quanto più è oppressiva la forza conculcante della riproduzione socioculturale, tanto più proprio quella reazione all'innovazione determina il configurarsi di una controazione di rigetto. Quindi da un lato vi è una forza statica, che vede ogni cambiamento come un rischio pericoloso cui opporre resistenza, e d’altro canto una spinta al dinamismo, al rinnovamento, che sorge per dare risposta ai problemi nuovi che si affacciano e che non possono venir affrontati come nella casistica pregressa, e che dunque da spazio alla creatività. Il che forgia così modelli pedagogici e didattici che enfatizzano l’apprendimento necessario a conformarsi ed inserirsi nei moduli vigenti; e di contro innovative pedagogie e didattiche che prediligono la sperimentazione, in modo da saper affrontare le sfide sempre nuove che si presentano, adottando ad hoc soluzioni nuove.  Perciò si dice con apparente paradosso che il buon maestro è colui che sa porre l'allievo in grado di fare a meno del maestro stesso. Cioè addestrare, abituare l'apprendista a far ricorso anche all'intuizione e alla creatività, ma ben conoscendo metodologie e tecniche  consolidate.
Ma vi sono in realtà una molteplicità di elementi di lunga e anche lunghissima durata che possono assicurare un senso di continuità (si veda per es. ancora di M.Mead, Continuities in Cultural Evolution, ristampato nel 1999).  Per esempio i miti, come le leggende (sacre e profane), e le fiabe del folklore, o le canzoni e le ballate popolari, o i detti e i proverbi, sono elementi che vengono creati spontaneamente in ogni contesto culturale nella fase mitopoietica, e che hanno anche la capacità di consolidare e perpetuare certe visioni del mondo e della vita, e anche le loro corrispondenti strutture sociali, e in particolare certi valori etici, con la forza della loro funzione pedagogica.
Ma nel contempo i miti vengono anche continuamente reinterpretati (o sostituiti da nuovi miti), per cui si scoprono in essi messaggi che prima non erano chiari, e in questa loro malleabilità favoriscono il rinnovamento. Come scrisse Tucidide: "Vecchie storie tramandate dalla tradizione, cessano di essere incredibili..." ( GdP, edizione Rizzoli, 1985, 1, 23). Ogni periodo storico crea i propri specifici prodotti cullturali, e i propri stili formativi. Dunque contemporaneamente all'opera di un meccanismo di riproduzione (una sorta di istinto di sopravvivenza di un organismo socioculturale), si alimenta una forza (forse di misura eguale e contraria) dirompente o di rinnovamento, motivata tra l'altro anche dal voler far fronte a problematiche nuove e impreviste ( cfr. a cura di M.Mead, Cultural Patterns and Technical Change, edito dall'Unesco nel 1954). 
Si tratta in definitiva dei concetti di omeostasi da un lato, e di auto-poiesi dall'altro, adottati nel lessico degli studiosi di biologia, e ora ripresi anche nell'ambito delle scienze umane.

Ma non vi sono solo queste polarità. Simbolicamente ritroviamo sulla lunghissima durata per es. le antinomie tra ciò che è rappresentato dalle divinità solari da un lato e dalle divinità lunari dall'altro; oppure quel che rappresenta il dio Vishnu (il Preservatore del Mondo) e d'altro canto il dio Shiva (il Cambiatore del Mondo) nella religione hindù; oppure la tensione tra l'apollineo e il dionisiaco nella spiritualità ellenica (per molti versi simile al luminoso Febo e all'ebbro Bacco nella cultura latina).
Un altro motivo perennemente presente è quello della dialettica tra la componente mascolina e quella femminina. Si pensi  ad una impostazione matriarcale e ad una patriarcale, non solo nell'organizzazione della rete di parentele, ma anche in generale nell'organizzazione sociale e forse sopratutto in ambito spirituale.






Joseph Campbell era appunto uno studioso di questo tipo di problematiche. In particolare si è occupato di miti e mitologie. Sono stato ora chiamato a parlarne perché sta per uscire entro il 18 maggio un mio libro su questo Autore, che ho intitolato “La forza del mito” (edizioni Moretti & Vitali, Bergamo, ISBN 978-88-7186-673-4), 

Carlo Pancera
La forza del mito
L’eroico viaggio di J. Campbell
attraverso la mitologia comparata


cioè l’energia, la potenza del mito, il suo potere di continuare ad essere presente seppur sotto molteplici cangianti forme (come quelle raffigurate nelle "Metamorfosi" di Ovidio o nella favola di Apuleio in "Amore e Psiche" o nel poema filosofico di Lucrezio).

Joseph Campbell chi era? è stato uno studioso che -come accennavo- è andato controcorrente, in molti casi possiamo dire che Campbell ha dimostrato di avere un “tasso” di creatività e di originalità veramente alto. E’ riuscito a produrre innovazione nel suo complesso campo, cioè lo studio delle mitologie comparate.



SOMIGLIANZE E DISSOMIGLIANZE
Aveva notato che in alcune discipline accademiche che si occupano di mitologia, per es. l’etnologia, l’antropologia culturale, la storia della letteratura, l’educazione comparata, la storia dell’evoluzione delle culture, ci si impegnava (ed accade tutt’ora) soprattutto a cercare di evidenziare bene, di precisare, quali siano le differenze che intercorrono tra differenti tradizioni, tra una società ed un’altra, tra un’epoca storica ed un’altra epoca, tra una civiltà e un’altra civiltà, … J.Campbell è stato uno studioso tra i pochi (e non è che siano ancor oggi in molti) che invece si è occupato prevalentemente delle similitudini, delle permanenze, delle continuità anziché delle discontinuità. In particolare della continuità nella discontinuità, e del loro intreccio.
Si è interessato di quegli elementi che nelle varie culture siano comparabili, proprio in quanto si possono individuare dei parallelismi, studiando culture anche distanti tra loro non solo geograficamente (cioè culture che sembra abbiano avuto ben pochi contatti reciproci) ma anche storicamente, nel corso del tempo. E ciò nonostante l’avvicendarsi dei cicli generazionali.

Che cosa ha a che fare questa problematica di ricerca con il tema dell’intercultura ? Moltissimo, intanto ti pone già in partenza di fronte ad un’altra prospettiva, un’altra angolatura, uno sguardo, un obiettivo di ricerca, e quindi di percezione e di conseguenza anche di strumenti di comprensione originali e particolari. Cioè si pone come mèta la ricerca dell’ “umano”, di che cosa sia, in cosa consista l’elemento specificamente “umano” dell’essere umano. Edgar Morin per es. intitola un suo libro alla ricerca dell’umanità dell’Umanità. Se il secondo termine si riferisce a un dato biologico, alla specie umana, il primo termine si riferisce ad un aggettivo, in questo caso un aggettivo qualificativo, cioè a qualcosa che attiene alla scala dei valori, che attiene dunque ai contenuti e alle metodologie, ma anche alle mentalità, e addirittura alle finalità di una ricerca. 
Che cos’è dunque che qualifica la nostra specie? La specie umana è caratterizzabile come quella che mostra di avere, di estrinsecare, la capacità di agire in un modo che potremmo qualificare come un modo “umano”, con una qualità che è peculiare dell’essere umano. Quella attitudine ad agire nei confronti dei propri simili e del mondo in quella maniera che dagli antichi latini è stata chiamata di “humanitas” (termine parallelo a "civilitas", come traduzione del greco "paidéia"), che mostra, rivela, “umanità”. Per cui vi sarebbero del valori, per la nostra specie universali, di “umanità”. Campbell ed altri riflettevano che allora forse è ipotizzabile una “unità psichica della specie umana”.
Questa la particolarità degli obiettivi di ricerca con cui è partito Joseph Campbell.

Quindi non tanto con i ristretti ambiti di quello che ancora ai suoi tempi si riteneva in occidente l’oggettto di studio della mitologia, ovvero lo studio delle credenze del passato precristiano, nelle culture dei tempi antichi. Concezione che opera con uno sguardo rivolto innanzitutto e prevalentemente al passato, a epoche che precedono il pensiero scientifico, e lo stesso pensiero filosofico. Quindi gli studi di mitologia allora sembravano alla mentalità vigente  studi svolti riferendosi a credenze in qualcosa che oggi non interessa più quasi a nessuno, a tematiche e contenuti "superati", il cui vigore, la cui pregnanza, si sono praticamente estinti, ed è perciò un settore ormai riservato a studi eruditi e ricerche accademiche.


 Invece Joseph Campbell è partito già allora (stiamo parlando degli anni Venti e dei primi anni Trenta) con uno sguardo da subito non solo etnologico, ma anche antropologico culturale, in primo luogo incentrato sulle culture indigene dei popoli nativi nordamericani,




che poi è sfociato addirittura in uno studio di carattere psicologico e di psicologia del profondo (cioè con interessi vicini a discipline nuove che erano appena sorte o che stavano muovendo i loro primi passi). In questo caso i modelli di riferimento emblematici di differenti formazioni socio-culturali, e in particolare in differenti forme di espressione, possono anche essere simili, o gli stessi, in archi di tempo di lunga durata, quindi non solo in società e culture antiche ma anche moderne e addirittura contemporanee.
I miti ne sono un esempio paradigmatico. I miti, i racconti, le narrazioni che chiamiamo mitologiche, sono presenti in tutte le culture e in tutti i tempi. Questa è una problematica che riguarda la pedagogia, ad es. Jerome Bruner diceva che tutta la pedagogia essenzialmente si occupa di narrazioni attraverso cui passano visioni del Mondo e dell’Uomo, e anche la stessa Pedagogia produce narratività (cfr. il suo  Making Stories). Ed è questo quel che caratterizza anche i miti.


In tutti i popoli e tempi sono stati formulati racconti che le rispettive culture considerano come fondanti, fondativi dei propri valori identitari. Joseph Campbell ha riscontrato che si possono tuttavia trovare motivi simili e comparabili, che dunque costituirebbero un minimo comun denominatore dell’ “umano”. Ci sono a suo parere moltissime similitudini, cioè c’è un insieme di elementi caratterizzanti, relativi a quel che viene descritto durante la narrazione, alle modalità di passaggio da un momento a quello successivo, e relativi ai personaggi in questione, alle metafore che sono contenute e che vogliono comunicare quel che è sotteso alla narrazione, quell che la trascende, eccetera. 
Il mito è sempre esistito sia in passato che nell’attualità, e infatti una delle opere maggiori di Campbell  è un testo del 1968 sulla mitologia creativa, in cui in due volumi tratta di cosa siano i miti della nostra società, della nostra epoca, ed evidenzia come ci sia ancor oggi una continua presenza attiva del  fattore che si denomina mitopoietico, cioè produttore di visioni e narrazioni mitiche.

L’elemento mitico è sempre di attualità semplicemente perché avviene che nel tempo si strutturano narrazioni che sono un pochino divergenti, e/o cui si conferiscono significati che possono essere un po’ differenti, riferiti a situazioni un po’ diverse da quelle tradizionali, e si modificano o rovesciano magari i ruoli degli agenti in azione, e mutano alcuni valori di riferimento che erano stati fissati dalla tradizione, ma comunque essi vengono a costituire un elemento di riferimento, di confronto, per cui si determinano dei remakes continui, delle riattualizzazioni, e delle variegate interpretazioni.
Noi ormai con i mezzi di comunicazione che oggi imperano, siamo meglio abituati a saper cogliere le citazioni e le continuità. In particolar modo ciò avviene nel mondo dell’arte cinematografica e dei video telematici. Così come nelle generazioni passate era avvenuto nelle trasmissioni radiofoniche, e prima ancora nelle opere della lirica, come era stato pure nelle canzoni, e nel teatro. Si riprendono delle tematiche, dei moduli, e li si ripropongono sotto vesti nuove. Campbell diceva che si trattava di vino novello in botti antiche.

Allora Campbell si chiede come mai nel sentire comune ancor oggi si pensa comunemente che i miti appartengano al passato, mentre continuamente si producono racconti di tipo mitologico o narrazioni leggendarie o storie di genere fiabesco. Da dove dunque scaturisce questa tensione creativa, questo impulso mitopoietico, questa spinta alla creazione, o ri-creazione, o ri-dotazione di senso di racconti e storie che ciclicamente ritornano, si ripresentano…
Evidentemente se l’atto creativo per es. in ambito “letterario” o artistico, è sempre presente, quindi è qualcosa di inarrestabile (di qui la forza del mito), è perché esso è connaturato ai processi cognitivi tipici delle culture umane. La narratività, la produzione di opere che trasmettono sensazioni e messaggi dai contenuti profondi, configurano un elemento basilare della “umanità” dell’Umanità. Quell’opera di comunicare tra soggetti diversi in cui sono sottese allusioni, metafore, simbologie che fanno da elemento “rivelatore” di significati profondi, di questioni, di interrogativi, di problematiche che “premono”, che devono esternarsi, perché sono di carattere cosmogonico, di valore paradigmatico, o di carattere sociale che coinvolgono un intero gruppo umano o una intera società, oppure costituiscono una importante comunicazione di tipo interculturale, è un opera sempre in corso d’opera. Messaggi che con i dovuti aggiustamenti del caso, si fanno ascoltare e stimolano, inducono, la volontà di capire, la necessità di sapere come la narrazione andrà a finire, dove ci porterà, dan luogo al bisogno di commentare, di interpretare, per conferire, per dotare di un senso queste visioni, queste narrazioni. Miti, leggende, storie, sono dunque componenti basilari di ogni cultura e di ogni civiltà.

I MILLE E UN VOLTI DELL'EROE PARADIGMATICO
Il primo libro che Joseph Campbell scrisse è forse il più largamente conosciuto (su un insieme di almeno una trentina di volumi importanti e un centinaio di pubblicazioni). Il primo libro, lo scrisse all’età tra i 40 e i 45 anni, negli anni Quaranta, si intitola “L’Eroe dai mille volti”  (traduzione italiana edizioni Lindau). Riguarda le avventure del protagonista di un grande viaggio, che inizialmente sceglie -ma poi si trova costretto- di agire in un contesto differente da quello che gli è noto ed usuale, per raggiungere determinati obiettivi (che poi magari cambiano un poco in itinere). Il protagonista, che è l’eroe di questo avventuroso e “periglioso viaggio” incontra molte difficoltà, ci sono degli ostacoli da sormontare, c’è chi lo contrasta, e dunque il suo è un percorso accidentato. Che -come Campbell chiarisce- va visto come un percorso in cui si viene sottoposti a delle prove, per cui esso è evidentemente una metafora di un percorso iniziatico, dunque tipicamente pedagogico, durante il quale serendipicamente, cioè sia che lo avesse voluto o cercato oppure no, il protagonista si imbatte in un qualcosa, che forse era anche inaspettato, che risolverebbe le problematiche che lo avevano indotto a intraprendere questo viaggio. Questo conseguimento finale è per lui non solo una illuminazione, che gli permette di comprendere molte cose, ma è anche una realizzazione personale. Il nostro eroe è riuscito a raggiungere l’obiettivo. E invece alla fine il protagonista non si accontenta di quel che ha raggiunto, e di solito -per motivazioni che possono risultare abbastanza ardue da comprendere- decide di ritornare alla situazione che aveva voluto abbandonare, anziché rimanere nel campo in cui è giunto, quindi ritorna al punto di partenza. Ritorna nel suo mondo, nella sua dimensione d’origine, nella sua Terra, nella società che aveva rifiutato, tra il suo popolo ignorante e/o inetto, a comunicare quel che aveva conseguito e compreso, a rendere anche gli altri partecipi di quanto è costato raggiungere quell’ obiettivo, e infine condividerne il senso, il significato del “tesoro” prezioso raggiunto.



E’ un testo molto ponderoso, che prende in esame mitologie di vari popoli e di tutti i tempi, dando prova del fatto che Campbell era un uomo dalle conoscenze vastissime e profonde, grazie a cui mostra i motivi di continuità, le somiglianze e i parallelismi riscontrabili nell’analisi del mito eroico del grande viaggio, come viene formulato nelle più diverse culture e civiltà. Ed evidenzia anche la straordinaria energia degli stimoli alla creatività che vengono dall’impegnarsi nella vita, nel mondo, nel conseguimento di un obiettivo, nel perseguire ciò che può dar senso alla propria esistenza. Quindi evidenzia così come siano tutte metafore, continue metafore, quelle che costellano e costituiscono l’ossatura della trama delle narrazioni mitiche. Più avanti nel tempo, sopratutto poi nella età anziana Campbell espliciterà che il messaggio principale dice: guardate che l’eroe pur con i suoi mille volti (per cui spesso può sembrare che si tratti di un altro protagonista di un’ altra storia, ma che in effetti è sempre il medesimo che cambia solo la maschera) siete in definitiva voi stessi… o comunque è di te che la favola narra, quei contenuti ti riguardano intimamente.



Il che lo ritroviamo anche in una altra sua ponderosa opera in quattro volumi intitolata “Le maschere di Dio”, in cui mostra che Dio (come l'eroe umano) ci appare con mille diversi volti, sotto i suoi vari ruoli e funzioni, per cui viene da noi pensato, concepito, tramite molte immagini, e ce ne facciamo le più diverse rappresentazioni.  Ma non si tratta che di apparenze, di apparenti mutazioni, mentre ciò che cambia sono in sostanza le maschere che coprono il volto … il mito ci mostra i suoi molteplici aspetti, e il fatto che venga da noi chiamato con molti diversi nomi, non toglie che ciò di cui stiamo parlando è pur sempre la divinità, e il nostro concetto del divino, ed il relativo immaginario, che in ogni cultura e in ogni epoca si viene sviluppando al proposito.




Nei racconti mitici sull’eroe che intraprende un viaggio di conoscenza, l’uditore, o il lettore, può ritrovarsi, riconoscersi -celato sotto traccia- in quella figura emblematica del protagonista con le cui vicissitudini si sta immedesimando. Tanto più se intuiamo che si tratta di un viaggio interiore comunicato per metafore e allegorie, tramite il linguaggio delle immagini, in cui la ricerca che l'Eroe compie, è il percorso che porta ad una più profonda conoscenza di noi stessi. Nelle narrazioni orali con un gruppo coeso, nella celebrazione dei riti connessi al mito, ad es. con ritmi, musica e danza, in un contesto fisico appropriato, si attiva una modalità pluripercettiva e si percepisce la sensazione mistica della compartecipazione.
Ma di fatto le cose stanno all'inverso, ovvero sono speculari ai processi di identificazione in un personaggio: in realtà è una modalità psichica comune il proiettare al di fuori di sé le immagini e i simboli che sorgono nel profondo della nostra interiorità, che ci sembra possano così prendere forma reale venendo oggettivati e reificati. Per cui oltre che un processo di identificazione in un personaggio fittizio ed emblematico, vi è a monte il fatto che siamo noi a proiettarne la rappresentazione in opere creative per es. di tipo artistico o letterario o teatrale, ecc. Le figurazioni fantasmatiche che si producono nei sogni degli autori (singoli o collettivi) dunque hanno un valore metaforico pregnante, che viene socialmente riconosciuto, tanto che nell'animo dei lettori o fruitori dell' opera fa scattare un processo di identificazione. I membri di una cultura dunque si riconoscono specchiandosi nelle figure dell'immaginario che la loro cultura produce... Così si intrecciano le due componenti di questa polarità: spettatore/attore, lettore/lettura. L'anonimo o collettivo autore dei miti, delle leggende, dei proverbi, ecc. e il loro uditore e fruitore, creano e condividono quella espressione culturale.


L’eroico protagonista allora è ognuno di noi, a patto che ci si senta compartecipi, che ci si lasci trascinare e coinvolgere dalla energia vitale (che gli antichi greci chiamavano ménos) comunicata dalla narrazione. Questo è il versante pedagogico della narrazione mitica, la funzione pedagogica che essa svolge. L’energia che riceviamo è sempre maggiore di quella che abbiamo speso impegnandoci nel seguire il racconto con intensa compartecipazione, se entriamo con cuore empatico nel campo di risonanza con la narrazione. Così come è certo che si consumano energie quando si sta andando effettivamente alla ricerca di qualcosa di importante per noi stessi, di indispensabile, … ma non è che le energie si sprechino, anzi si constata che esse si moltiplicano, grazie alla neuroadrenalina che in quel contesto produciamo.


L’obiettivo delle narrazioni mitiche sui processi iniziatici è quello di stimolare ad intraprendere una vita vissuta con maggiore consapevolezza, con più profonda conoscenza di sè, condotta con maggiore attenzione ai processi delle proprie e altrui trasformazioni interiori, con maggiore attenzione a capire quali siano le reali motivazioni che ci spingono a compiere certi atti, e a reagire ai contesti, alle interazioni e agli eventi in derterminate modalità, in modo da poter essere pienamente un adulto membro attivo e cosciente del corpo sociale di cui si sente parte. Dunque in questo caso gli eroi siamo noi stessi. E l’obiettivo, o l’orizzonte, è di porci in grado di compiere una autoanalisi, o comunque di farsi carico di curare la propria autoformazione permanente, cioè esso è di tipo essenzialmente mentale e sentimentale, e quindi interiore....



….Ma ora purtroppo mi avvisano che il tempo a mia disposizione è fuggito e devo stringere per terminare questo mio intervento. Dunque salto rapidamente ad una breve considerazione conclusiva. 
Per quanto riguarda dunque l’essenza del messaggio di Joseph Campbell per affrontare le problematiche posteci dall’intercultura, esso è una sollecitazione ad andare pure controcorrente rispetto a chi insiste nell’ evidenziare prima di tutto e sopratutto le differenze tra persone di matrice culturale diversa, che portano a sottolineare le incompatibilità, gli elementi di attrito, e tutto ciò che ci può rendere reciprocamente incomprensibili e intollerabili gli uni agli sguardi degli altri… Piuttosto cerchiamo di sdrammatizzare anziché attizzare il conflitto tra culture, dovuto ai processi di mondializzazione e di globalizzazione in atto (che già alla sua epoca stavano iniziando a farsi evidenti). 
Quindi l’invito è ad insegnare in cosa consista l’umanità dell’ Umanità, ad insegnare a saper cogliere ed apprezzare la ricchezza dei mille volti, dei mille aspetti, delle molteplici maschere, la ricchezza del fiorire di mille e una storia. Un messaggio che induce a cercare di trovare le somiglianze, le similitudini, tra civiltà diverse così come si esprimono nella cultura, nella letteratura, nell’arte, nella spiritualità, per enfatizzare le continuità e i perallelismi, e per riconoscere come si esprime e si è espressa la creatività a partire da basi e contesti differenti. Mettere in evidenza “il tesoro” del patrimonio dell’intercultura è un modo perché si scoprano, si vedano i possibili contatti e ponti, perché si consolidi il terreno grazie a cui si può comunicare gli uni con gli altri, e sopratutto (poiché  non basta volere e sapere comunicare, anche se sarebbe già una prima buona cosa) sopratutto per accrescere la conoscenza e da qui quindi la comprensione reciproca. E fare ciò pur mantenendo la propria identità specifica, pur constatando le differenze, ma imparando ad apprezzare il contributo di arricchimento che può venire da chi altrimenti non avremmo potuto mai nemmeno incontrare, i "portatori" di altre culture … Il bello dell’umanità è anche proprio dato dal fatto che essa è varia, molteplice, composta da mille e una personalità, caratteri, comportamenti, mentalità, tradizioni e culture, questo è il fascino delle diversità, proprio così come il mondo è bello e merita visitarlo perché vi sono mille e più paesaggi, panorami, contesti naturali, storici e geografici inaspettati, che ci allargano la mente, allargandone le vedute, parimenti allo stesso modo vi sono storie, costumi, usanze, pensieri, credenze, immaginari, con forse più colori di quanti ne abbia l’arcobaleno …

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Già in settembre avevo preannunciato l'uscita di questo mio libro durante un seminario italo-spagnolo sull'intercultura che si è svolto a Berlanga in Castiglia nella sede del CEINCE, Centro Internazionale sulla cultura scolare diretto dal prof. A. Escolano:



i cui Atti sono stati pubblicati in gennaio in un libro a cura di Giorgio Poletti:


in cui compare  come 7° capitolo il mio intervento "Formazione e mitologia in J.Campbell" (pp. 93 - 108 ), edizioni Voltalacarta, di Ferrara.
Per chi volesse leggerlo il contenuto è del tutto diverso rispetto a questo intervento qui riportato: è piuttosto una sintesi della problematica sul contrasto tra la pressione dell'istinto e le scelte creative nell'umanità.

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