domenica 2 luglio 2017

La pedagogia orale omerica

una mia recente pubblicazione

Carlo Pancera
«La chiave del tesoro dell’oralità - La pedagogia orale omerica»

Quando il potere basato sulla parola era Gran Signore, risplendeva sotto l’égida della divina Mnemosyne

E’ stata pubblicata la prima traduzione italiana (curata dal dott. Michele Loré) dello studio del ricercatore americano Milman Parry sull’epiteto tradizionale in Omero, edito in francese a Parigi nel 1928: l’uscita di questo libro farà nuovamente parlare della complessa e annosa “questione omerica” e quindi anche dei suoi precedenti, cioè dell’epopea orale pre-omerica. 
Ma prima di tutto sarà opportuno sintetizzare in breve alcune necessarie premesse alla questione, che toccano più in generale problematiche sullo studio della produzione culturale orale nella Grecia arcaica precedente alla scrittura.

§. lo stato della vexata quaestio
Il periodo storico arcaico nell’area greca, riguarda le origini di quella cultura, e giunge sino al 500 circa a.C. Gli studi sulle fasi iniziali (periodo alto-medio-tardo Elladico) dal 2800 circa al 1000 a.C., si basano sulle ricerche archeologiche, e di ricostruzione storica della evoluzione linguistica, fino a prendere in considerazione quelle che paiono le parti più arcaiche dell’Iliade (ad es. il “catalogo delle navi” nel Libro II).  Già i primi canti di epos poetico potrebbero risalire anche al sec. XV a.C.
Le origini orali della cultura greca si situano infatti durante il periodo della ceramica a decorazioni in stile geometrico. Si sviluppano con il fiorire sulle isole dell’arte cicladica, ed egea, e sul continente di quella cosiddetta “micenea”. In ambito economico in questo primo periodo si colloca la diffusione della coltura dell’ olivo e della vite, e anche l’inizio dell’età del bronzo e delle tecniche metallurgiche. 
Che erano gli Achei? Inizialmente in Grecia si indicarono con Achaioì gli abitanti dell’ Acaia, che si fusero con la prima ondata immigratoria dei Dori (detta discesa degli Eraclidi). Forse la migrazione proveniva dalla regione anatolica che nei testi hittiti è chiamata Akhkhiyawa (parte dell’antica Panfilia).  Discendenti da un mitico eroe eponimo, Achéo, figlio di Xuto. Si chiamò acheo anche un insieme di dialetti.
Certo non è rimasto alcun documento che ci permetta di identificare una “letteratura” achea orale, anche perché la scrittura micenea (come già la minoica) era un mezzo utilizzato solo in ambito palaziale, e in campi come l’amministrazione, l’economia e il commercio, e con la fine di quella civiltà l’uso di quel mezzo scrittorio si estinse.
L’ epos “omerico” si forma a conclusione della fase mitopoietica e del più arcaico periodo di produzione “letteraria” dei poeti orali del cosiddetto “medioevo” ellenico. La vita nei castelli fortificati dell’Argolide aveva anche aspetti e occasioni raffinate. E forse quei cicli di epopee si tramandarono oralmente attraverso i cosiddetti secoli  “oscuri” della storia della Grecia. I vari canti di gesta leggendarie sarebbero stati poi collegati tra loro per opera della “dinastia” di aedi che era sotto il patrocinio del leggendario fondatore il poeta cieco Omero. 
Ma restarono diverse antinomie nei contenuti, e anche diseguaglianze nel tono poetico all’interno dei due più celebrati grandi poemi epici della “bottega” o “scuola” degli omeridi. La prima fase di “cucitura” di canti da parte dei rapsodi si sarebbe svolta in area eolica, e dell’Arcadia, e poi si sarebbe accresciuta ed evoluta in ambito ionico. Così si potrebbero spiegare le permanenze di espressioni tipicamente eoliche e arcadiche, non sempre ben sostituibili nella parlata ionica. L’influenza della poesia eolica (monodica), come della musica dorica (corale) restò a lungo importante. Il vasto repertorio di leggende dei cicli eroici dell’epoca della piena oralità verrà secoli più tardi ripreso anche dai primi autori di tragedie e di commedie, e utilizzato durante le maggiori festività.
In quell’ampio arco storico privo di scrittura, si ritiene che si formino dunque i canti epici omerici, che raccontano vicende degli antenati achei (o Argivi o Danai) in modo idealizzato e astorico (poiché usi e costumi e tecniche descritti sembrano piuttosto quelli di un passato relativamente “recente” rispetto alla composizione dei versi, piuttosto che non quelli di tempi più antichi). L’uno, l’Iliade, per quanto riguarda le cose di guerra, facendo riferimento ai tempi del leggendario assedio a Troia (forse uno scontro tra achei e hittiti, ha-tru-sas, che interpretando Erodoto si collocherebbe attorno al 1200 a.C.), 

dove troviamo personaggi mitici ad es. maestri come Chirone e Fenice, e grandi eroi come Achille, e si mostrano le virtù del coraggio e dell’onore. 





L’altro, l’Odissea, sull’epico peregrinare alla ricerca della giusta via, dell’eroe Odysseo, per quanto attiene alla navigazione, alle esplorazioni di terre e mari lontani, ai contatti con altri popoli, 


al commercio, e in cui si parla della vita di corte, del governo, dell’astuzia, della saggezza, e delle virtù domestiche delle quali è fedele custode la donna. L’educazione eroica (che è stata denominata anche “cavalleresca”) addita esempi di bravura, di intelligente coraggio nell’azione, di disciplina, di senso pratico, di scaltra prudenza, e racconta delle amicizie, delle solidarietà, di come ci si addestra, di come ci si esprime e ci si comporta nelle più varie situazioni. 
Intessuta con questi elementi si esplicita una visione del mondo e della vita  (Lebensanschauung).  Questi canti dell’epos ellenico, la cui matrice probabilmente risale all’epoca “micenea”, la memoria dei quali è posta sotto il patronato poetico-retorico di Clio (da kle-Fos, klûo, gloria, fama, onore, buon nome, kléa, le belle imprese), la Musa che “celebra” la tradizione e la sua trasfigurazione (metapoiesi) in mito, sono intessuti da versi che rappresentarono importanti strumenti per favorire l’integrazione dei giovani introducendoli all’ethos, alle costumanze, agli usi e alle maniere, caratteristiche della base culturale comune dei popoli greci. 
Essi ispiravano giovani, e non, ad imitare i loro eroici e mitici antenati, mostrandoli come modelli esemplari di chi ha saputo combinare saggezza e azione, riflessione e gloria. Riferendosi ai quali potevano dar forma e contenuti ai loro valori etici fondamentali.  Da qui si forgiava l’ethnos ellenico, legato alla continuità di sangue delle stirpi, la cui origine sta in questi leggendari tempi “fuori dal tempo”, i tempi eroici.  Essendo opere considerate significative sia sotto il punto di vista pedagogico, che poetico, estetico, etico, storico, e giuridico, i canti omerici sono, dal secolo IX (sempre stando a quanto si deduce da Erodoto), come una sorta di “enciclopedia tribale cantata” dell’epoca (cfr. Havelock), il perno dell’educazione dell’età aristocratica, e il leggendario poeta cieco è da allora considerato il sommo Maestro di tutti gli elleni, l’istitutore della Grecia (“tutti i greci hanno imparato da Omero” disse Senofane, Fr.B9 in DK), e i suoi canti epici erano tenuti in rispetto come dei testi sacri. 
Ancora all’epoca di Senofonte, nel suo “Symposion” un commensale dice di essere un auditore “quasi quotidiano” dei rapsodi, e afferma: “mio padre m’ obbligò ad imparar tutti i versi d’Omèro: anche adesso potrei citare a memoria tutta l’Iliade e l’Odissea” (III,6).


Si suppone dunque l’esistenza a Chio degli Omeridi, una corporazione di rapsodi professionisti, e che i due poemi sarebbero forse stati composti e articolati da due curatori che hanno di fatto imposto unità di struttura poetica al materiale che trovavano nelle fonti dell’epica popolare orale, tramandata secondo i metodi tradizionali dei cantori ( o aedi) che inneggiano alla gloria dei condottieri o qasirewe (=basileis) presso le corti (vedi i personaggi di Demodoco, o di Femio). Il che potrebbe indicare che doveva esistere un ciclo epico pre-esistente l’Iliade, cioè i cosiddetti Poemi del Ciclo Troiano, attribuiti al mitico Dictys cretese (in effetti A.Meillet segnalava che l’esametro dattilico mal si adatta alla lingua greca (e non trova altre corrispondenze in ambito indoeuropeo) e dunque forse era una antica forma metrica della civiltà minoica. 
Comunque prevalentemente essi riguardavano altre fasi della guerra di Troia, rispetto ai canti omerici, e potrebbero essere anche coevi alla composizione dell’Iliade stessa. Essi di fatto continuarono a venire tramandati soprattutto relativamente a vicende seguenti alla conquista della rocca di Ilio, e risalirebbero dunque all’epoca del periodo palaziale di Argo, Mycene, Tirynto e Pylo. C’è in effetti una linea interpretativa che tende a collegare l’Iliade alla cultura “micenea”. La lingua degli Argivi, micenei, ecc., decifrata nel 1952 da M.Ventris e J. Chadwick per i testi composti nella scrittura “lineare B” (e, studiata da  R.Woodard, e in Italia da C.Consani, M.Negri e M.Facchetti per la più antica “lineare A”, detta minoica), è incisa su tavolette con una scrittura sillabica di circa 90 caratteri, ed è una lingua di famiglia protogreca. Se le tavolette minoiche in lineare A di Cnosso e Festo, risalgono al periodo tra il 1750 e il 1450 a.C., quelle di Pylo e Mycene sono del 1200 a.C. 


In esse si rilevano molti dati comuni alla lingua omerica (l’Iliade come insieme organico e continuativo sarebbe poi stata redatta attorno all’ 850, e si considera anche l’ipotesi che la compilazione completa dell’Odissea sia avvenuta a più di un secolo di distanza, quindi verso il 750 a.C). E d’altronde anche altre epopee successive con cicli di canti  come le "Argonautiche" o la  "Tebaide", si rifecero anch’esse a trame di epoca micenea.



Sul piano prettamente storico, riguardo al periodo che va dal 1200 all’ 800 circa, o periodo dell’arte ceramica, e delle maschere funerarie in lamine d’oro, abbiamo solo qualche informazione proveniente dall’archeologia e dai documenti dei popoli orientali (Frigi; Hittiti; Lydi; Assiri; Egizi). Questo periodo è segnato da invasioni - Etoli, Beoti, Magneti, Tessali, e Dori dal nord, e Danai persino dalle coste egizie- che travolsero il tessuto sociale preesistente, 
e denota una fase per certi versi di regressione e decadenza, al punto che gradualmente si perse anche l’uso della stessa scrittura sillabica (datronde usata solo per scopi pratici e amministrativi). Perciò questi secoli trascorsi tra la scomparsa della Lineare B e l’introduzione dell’alfabeto fenicio, poi opportunamente adattato alle lingue elleniche: sono chiamati i "secoli oscuri", del periodo del cosiddetto “medioevo” elladico, secoli in cui la trasmissione culturale era esclusivamente affidata all’oralità.
Secondo leggende, più tardi Licurgo acquistò da una corporazione di rapsodi di Samo una redazione su pelli conciate di capretto, che restò il riferimento per Sparta; e sarebbe stato Solone (verso il 600 a.C.) a decretare formalmente i due poemi come componenti essenziali della paidéia attica. Pisistrato fece convenire ad Atene (tra il 560 e il 530) rapsodi, poeti ed artisti, e fece raccogliere le migliori versioni tramandate (sembra che il suo primogenito Ipparco portasse ad Atene un testo raro dall’Arcadia, vecchio di cento anni). 
Pisistrato richiese di disporle in un ordine che rimanesse d’ora innanzi “canonico”, e quindi di porre per iscritto una redazione definitiva, e infine la depositò nel tempio di Pallade Athena. Si tratta di una operazione culturale che comportò difficili scelte tra le possibili varianti, e che quindi esigeva delle comparazioni, delle riflessioni e dei ripensamenti, sulle diverse possibilità e loro interpretazioni, e sul senso che veniva attribuito loro. 
Si inaugura così una caratteristica del processo di civilizzazione che consiste nell’intervento della autorità della polis nell’ambito della cultura, e della approvazione dei suoi testi fondativi. 
Nasce di conserva un nuovo tipo di tradizione, quella dei testi approvati, per cui la scrittura anziché venire a rafforzare, come ci si aspettava, il raggiungimento della garanzia di conservazione della memoria nel tempo, da forma ad un cànone, e mentre pone il problema della scelta di ciò che va conservato, e letto, cioè imposto, a tutti come migliore, causa in tal modo la perdita definitiva di patrimoni culturali di tradizioni locali, di tradizioni famigliari, o specifiche di certe “dinastie” o catene di rapsodi, perchè oramai stigmatizzate come non canoniche. E sembra che Ipparco vigilasse poi (528-514 a.C.) con scrupolosa severità a che i rapsodi recitassero i due poemi omerici solo in quell’ordine e secondo quella versione scritta, durante le feste delle Grandi Panatenaiche (facendosi però così odiare da molti), proprio al fine dichiarato di educare la cittadinanza in modo uniforme, e rendere pertanto così più agevole la governabilità della polis. Sembra infatti che certe supposte interpolazioni fossero confutate ad es. dai megaresi. Ciò non esclude comunque che parti delle due opere siano poi  state rimaneggiate anche più tardi, nel corso delle varie ricopiature da parte degli scrivani e degli ‘amanuensi’, o poi per opera dei grammatici alessandrini in età ellenistica.

Nell’epopea omerica si riflette sul fatto che in guerra -come anche in pace- il pathos è ciò che muove l’eroe, ma pure la discordia, e che non sempre le virtù e l’intelligenza possono dominare gli eventi, e che il destino incombe e trascende l’uomo. Il sentimento di giustizia può dirimere conflitti che sono creati dagli uomini e da loro possono esser sedati, come insegna Nestore ad Agamennone.

Inoltre dai due poemi cogliamo il fatto che nella società i produttori (cheirotéchnoi) erano esclusi dall’ambito decisionale comune, come dai più sacri riti. 
Il contrasto tra la bravura dell’eroe e il fato che lo travolge, è centrale nel ricercare nella superiorità delle leggi un principio di valore universale. Perciò i suoi ammiratori -ci riferirà Platone- ritenevano che “valesse la pena riprenderlo in mano e studiarlo, per il governo e l’educazione dell’umanità” (in "Politéia", Resp. X, 606e)


Per Milman Parry, come per vari altri autori di ricerche e di studi su questa questione, va distinto il periodo in cui si viveva in un contesto di oralità cosiddetta primaria, nella quale cioè non esisteva nell’orizzonte mentale alcuna conoscenza del mezzo scritto, nè alcun rapporto con testi scritti, rispetto ad un successivo periodo detto di oralità “secondaria” in cui la produzione orale avviene in parallelo con l’invenzione/introduzione della scrittura greca, benchè questa resti inizialmente in un ambito limitato d’uso strumentale.  
Per Havelock poi il periodo che giunge a conclusione all’incirca proprio negli anni di formazione del giovane Socrate, si può definire come una fase di transizione da una oralità mimetico-poietica (cioè produttrice di composizioni orali e di loro drammatizzazioni, o che produce comunicazione attraverso immagini, oggettivate o meno), in cui il momento “compositivo” è operato solo “mentalmente” e quello espositivo oralmente (così come il far passare degli enunciati da una generazione all’altra avviene suscitando con la parola immagini nella mente dei destinatari, o esponendo a voce ciò che viene tracciato in una figura). Transitando poi ad un’oralità concettuale-dialettica (cioè con un discorso e una comunicazione intessuta di sequenze temporali, di relazioni causali, di astrazioni, di rigorose concatenazioni logiche, di vinvoli sintattici, ecc.), che preludeva ad una diffusione dell’ alfabetizzazione, e che si sviluppa in parallelo alla crescita di importanza culturale della scrittura di testi di supporto alla memoria. 
Nella società arcaica dell’epoca micenea cui Omero  fa riferimento, ad es. l’epopea era cantata dagli aedi toccando la cetra, la cui musica era parte integrante della comunicazione (e il canto ad esempio degli inni omerici con la musica, era parte di cerimonie cultuali). Più tardi i citaredi semplicemente accompagnano l’esposizione dei vari canti con il suono sottofondo dello stumento musicale, durante i festeggiamenti che si affiancavano a occasioni cerimoniali nel palazzo, o maniero (oikos) del Signore locale. Infine, verso il VII sec., si giunge alla recitazione, scandita con il ritmo dei versi, affiancati o meno da un sottofondo strumentale (e infine nel IV secolo lo si fa entro le mura domestiche anche indipendentemente da cerimonie o festeggiamenti, allontanandosi così definitivamente dalla tradizione arcaica).
Havelock nelle sue analisi sulle origini del pensiero filosofico considera con particolare attenzione i poemi di Parmenide e di Empedocle. Studia i frammenti più antichi e fa notare che molti di essi presentano ancora una scansione di tipo esametrico, come in Senofane. E comunque anche quando l’esametro viene abbandonato si resta in ogni modo nell’ambito della composizione poetica, e sono proprio i versi di Parmenide e di Empedocle tra i più antichi veri e propri “primi testi scritti della Filosofia” che si abbiano tutt’oggi. Havelock inoltre si chiede perchè Eraclito e Democrito scrivessero invece aforismi. Gli aforismi secondo lui erano usati come “note” e quindi avevano senso solo all’interno di una comunicazione orale: dal frammento si poteva partire per spiegare tutta la concezione sviluppata oralmente dal pensiero eracliteo, o tutta la filosofia democritea. In questo modo la scrittura viene usata “semplicemente” in senso strumentale. Più tardi Euripide, e poi Platone continuano tuttavia ad affermare alla loro epoca che la scrittura è solo un farmaco per la memoria: non erano quindi ancora di fronte ad una nuova civiltà consolidata basata e imperniata sulla scrittura, si può dire che solamente si fa sempre  più spesso ricorso al supporto di un testo scritto in ambiti diversi. Quindi il costume generale era imperniato sulla comunicazione e trasmissione orale, ma i testi ritenuti importanti erano fissati per iscritto (ad es. i canovacci delle opere teatrali).

M. Parry nota che il nuovo linguaggio (Havelock direbbe della oralità concettuale/dialettica) è costituito da una struttura e strumentazione che era già presente nelle poesie orali, che furono riportate a memoria per generazioni attraverso le varie fasi della civiltà arcaica, e poi di quella di transizione alla “classicità”. Certo questo passaggio fu graduale e comportò tempi lunghi ed un notevole e intricato travaglio (cfr. gli studi di Ernest Hoffmann, e di Bruno Snell). 


Ma qui ora volevo piuttosto segnalare, (oltre all’insorgere di contrasti e contraddizioni impreviste) la nuova relazione che si intesse tra tradizione e cànone, come tipica -nel processo di civilizzazione- del passaggio dall’oralità alla scrittura (cfr. il mio articolo sulla rivista: «La società degli individui» n.43, a.XV, F.Angeli editore, 2012/1 ).
Nella comunicazione orale tutto concorre per capire non solo il contenuto, ma anche il senso che si vuole dare al messaggio. Non si tratta solo di oralità, ma di comunicazione totale che comporta una relazione personale e personalizzata. Sappiamo che nell’ambito di una cultura esclusivamente orale basata sulla valorizzazione delle capacità di ritenzione e quindi di riproduzione, gli stessi concetti di spazio, tempo, causa, sono non-lineari, e di difficile acquisizione e comprensione. La memoria è piuttosto di tipo strutturale, e si appoggia sulla cadenza, sulla rima, sulla metrica, sull’intonazione, sulla melodia del canto, sul timbro della voce, sulla relazione personale, sugli atteggiamenti corporeo facciali, sul contesto della comunicazione, essendo questi gli elementi che aiutano non solo a ritenere ma a comprendere (nel senso di cum-prehendere) il significato di un testo declamato.  In generale analizzando i contenuti della comunicazione nelle culture orali, si fatica ad identificare delle condizioni spazio-temporali che danno senso ma contestualmente relativizzano i contenuti di un messaggio, perchè i parlanti portano tutto al presente e alla situazione in cui sono inseriti. Il passato, come tempo anteriore a quello da noi sperimentato,  è visto come una dilatazione del presente stesso: non c’è l’ idea che il passato stia definitivamente a monte e che un evento che al momento poteva apparire non significante sia causa di ciò che sta accadendo ora.  Lo stesso vale per il futuro, il che fa sì che non si sia maturata la capacità di gestire situazioni ipotetiche, ossia non si hanno i prerequisiti per astrarre dalla realtà attuale, considerandola come solo una delle possibili e progettando ad es. un domani diverso dall’ oggi.  Questo appiattimento e questa adesione alle norme e alle tradizioni vigenti è dovuto anche ad un’ altra caratteristica: ogni parola coincide con un oggetto della realtà, ossia è portatrice di un contenuto che coincide con un dato di fatto. Non vi sono quindi molti concetti astratti (se non riferentisi a generalizzazioni) perchè il vocabolario dei parlanti è costituito, per la maggior parte, da termini concreti, che hanno a che fare con la realtà oggettiva. Queste caratteristiche della cultura orale segnano dei limiti e determinano delle capacità: dall’ introduzione dell’ alfabeto sono dovuti poi passare diversi secoli perchè esso diventasse fondamentale nella vita delle persone. 
Inoltre c’è una complessa tecnologia specifica dell’ oralità  (e parimenti poi ve ne sarà una nell’ ambito della comunicazione tramite scrittura). Quando la parola scritta diventa centrale nella costruzione culturale di una società si produce uno scarto tra chi ha fissato i contenuti dello scritto, ossia l’ autore, e il fruitore: alcuni concetti fissati per iscritto non sono più il patrimonio personale dei membri di una generazione che li trasmette ai figli e che controlla tale trasmissione, ma rimangono nel tempo per essere fruiti da chiunque. Questi scritti hanno senso in se stessi, ossia i loro contenuti vengono oggettivati, reificati, come se avessero vita propria.  (cfr. il mio: «La Paideia greca», Unicopli, Milano, 2006, parte seconda).
La cultura orale, ancestrale (negli antichi "Veda" trascritti in sanscrito si trova: « In origine era il Dio Prajapati / e il Verbo era presso di Lui /e il Verbo stesso era veramente il Supremo Dio. » ), con la sua sacra tradizione, venne sfidata e messa alla prova dalla nuova tecnica scrittoria.
Mentre nella cultura orale la comunicazione era esclusivamente personale, la cultura scritta è più impersonale: non è un caso che il passaggio ad una cultura impersonale e che contempla anche concetti astratti, coincida con l’ inizio della storiografia. Il passato inteso come insieme di eventi di cui si fissa la memoria, è una dimensione che spiega come si è  determinato il presente: Erodoto e Tucidide non propongono elenchi, genealogie di persone che si susseguono le une le altre, anzi Tucidide scrive con la consapevolezza e il desiderio di spiegare il presente, che diventa relativo ed ha determinanti proprie (così come il futuro). Con l’egemonia della cosiddetta cultura scritta è facilitata la comprensione dei rapporti di causalità, linearità temporale, consequenzialità, per cui si segue un criterio logico, e tutto ciò rende possibile la progettualità, si strutturano perciò strumenti di comprensione-interpretazione del significato di uno scritto che si sta leggendo-decifrando, e forse declamando.

Il livello di alfabetizzazione si lega dunque ad una capacità superiore di una astrazione raffinata, alla qualità della stessa, e alla capacità di concepire il proprio ruolo come individuo, ossia ci si chiede: come si pone il singolo, con le sue caratteristiche personali, in relazione alla rete sociale. In questo contesto si struttura una copula: Scrittura e lettura...come si potrebbe separare questa coppia di gemelle monozigote ? La loro è come una danza ritmica in cui l’una incessantemente rimanda all’altra. In seguito si comprenderà anche come il leggere testi composti con il linguaggio tipico dell’espressione scritta, abitui a modellare il pensiero e avvii un suo disciplinamento. 

 Mentre il tipo di educazione che troviamo nella cultura orale e analfabeta ha la caratteristica della ripetizione continua (iterazione): tutto si basa sulla memorizzazione, che viene facilitata anche dall’ uso di una particolare intonazione. (Anche in seguito l’intonazione chiarisce il senso di ciò che viene detto, in quanto poi nei testi scritti non esisteva nemmeno l’ interpunzione). Una terza caratteristica è quella della fedeltà, ossia della disposizione a rimanere fedeli, a non modificare niente affinchè tutto venga trasmesso esattamente così com’è sin dall’origine. Il travisamento è un peccato gravissimo. Nella cultura orale non vi devono essere fraintendimenti verbali, ogni parola e frase detta va ridetta identica. La cultura orale però ha anche aspetti di duttilità: svolgendosi nell’ambito di un livello personalizzato, per cui lo stesso concetto viene ripetuto in modo diverso a seconda dell’ uditòre e dell’ uditorio, che è in ascolto, ma coinvolto, quindi la comunicazione dell’oratore richiede capacità creativa. Ma la caratteristica più importante sta nel fatto che la comunicazione orale, in un contesto di cultura orale, richiede un alto grado di immedesimazione. Chi la produce deve farsi anche un po’  attore, e il fruitore deve sentirsi coinvolto in misura tale da immedesimarsi in ciò che sta ascoltando. 
Nella dimensione dell’ oralità  si crea una situazione di “tensione” tra interlocutori viventi che si consuma in quel momento: se non si è compartecipi, la finzione di un racconto non crea empatia. Nell’ uomo della cultura scritta ci sono infinite possibilità sia di immedesimazione che di distacco, una nuova cultua cerca di rompere l’ immedesimazione che in un processo formativo ha valore forgiativo: al posto di essa e della mimesi, dunque si cerca di introdurre una dialettica che consenta di tornare indietro e ripercorrere il percorso fatto nella catena dei passaggi concettuali dati dal domandare e dall’interloquire. Al posto dell’oralità poietico-mimetica i sofisti e Socrate infine introducono una oralità concettuale: questo è il contributo dirompente (sopratutto dei dialoghi socratici). Ma tali discussioni, diatribe, e dialoghi, si prestano assai difficilmente ad essere fissati per iscritto, così come sono anche assai ardui da tramandare a memoria nel loro dipanarsi dialettico e nelle loro concettualizzazioni ricche di astrazioni. Anche se nei testi platonici si fa riferimento spesso alla memorizzazione di quella che era stata la reale performance orale originaria per cui è ritenuta necessaria la testimonianza primaria di chi aveva ascoltato con le proprie orecchie, o almeno di chi ne aveva poi memorizzato la relazione diretta da parte di un partecipante.
E dalla Sicilia venne il sapiente Gorgia nell’agorà di Atene a ricordare a tutti che il discorso orale ha un forte potere, è un gran condottiero (lògos dynàsti mégas estìn, EE.8), e il filosofo Platone ci tramanda di quando il saggio Socrate gli andò dinnanzi per saggiare la parola del rinomato oratore (grande dunque era il peso e l’importanza data alla comunicazione orale ancora nel V e IV secolo ). 

§. la tesi di Parry e Lord, la chiave del tesoro dell’oralità
Come dicevo in apertura, è uscita nel novembre 2016 per l’editore Ivo Forza di Cosenza la prima traduzione in italiano (a cura di Michele Loré) dello studio fondativo del pensiero e delle ricerche di Milman Parry: “L’epiteto tradizionale in Omero”.
Oramai chiunque studi i testi dell’epopea omerica non può non conoscere le ricerche svolte da Milman Parry. Come è noto nell’analisi di quei testi era  stata da tempo evidenziata  una serie di epiteti ricorrenti, ma anche di ripetizioni, per cui si parlava di cliché di quel genere letterario, e anche di stereotipi propri di quella arcaica cultura. 
Nelle sue ricerche nell’ambito un dottorato in studi classici presso l’università della Sorbona a Parigi (dove era stato inviato dalla Università di California - sede di Berkeley), egli ha documentato come lo stile omerico fosse denso di espressioni fisse, che chiamò “formuile” a cui si faceva ricorso in quanto esse si addattano bene alle esigenze della metrica quando si tratta di esprimere una certa idea. Quindi non si trattava solo di banali ripetizioni, quasi di sviste stilistiche, né di semplici scene replicate, o di epiteti ricorrenti che quasi formavano il soprannome di un personaggio, ma piuttosto di una tecnica che serviva per facilitare la memorizzazione degli innumerovoli versi e così venire incontro alle esigenze degli aedi, dei cantori.
La brillante e documentatissima tesi esposta alla fine del 1926 gli valse non solo il conseguimento del dottorato con privilegio di pubblicazione (nel 1928), ma anche una notevole fama nell’ambiente degli studi classicisti. Qui Parry sostenne che l’uso di versi-formula cioè di formulazioni “preconfezionate” racchiuse in un solo verso o in un emistichio, dovevano essere ritenute elementi di tecniche compositive nell’ambito di una cultura totalmente orale. Per cui i poemi epici omerici erano parte dell’espressione culturale di un popolo illetterato, e quindi si ricollegavano, e ne costituivano il punto culminante di più alto valore artistico, ad una lunghissima tradizione precedente l’introduzione dell’alfabeto greco, la cultura dei cosiddetti “secoli bui” successiva al declino della civiltà micenea e della sua scrittura sillabica.
Quindi essi erano dati chiave per comprendere l’epoca della poesia orale, e per comprendere le modalità non solo di creazione e composizione, e anche della fidedegna trasmissione delle tradizioni attraverso dei canti. 
L’aedo dopo una invocazione alla propria protettrice e patrona (del tipo: ti prego fa’ che risuoni in me il canto di quei versi che narrano le grandi imprese degli eroi … ecc), oppure “narrami,  parlami”, fammi udire la tua voce (moi énnepe, in latino verrà reso con: insece), inizierà soltanto “quando già tutta sentiasi in cor la Musa”, dopodiché il vate riproduce fedelmente a memoria tutta la composizione della dizione, parola per parola, verso per verso, infallibilmente per rispettto al venerato testo (cfr. “il divino cantòr” Demòdoco nell’Odyssea).
Nella poesia epica orale vi erano formule convenzionali per esprimere il fatto che qualcuno si si alza per prendere la parola, o si risiede avendo terminato, o per dire che una divinità sta ispirando le parole che vengono pronunciate. o per dichiarare le propria identità, o chiederla ad un ospite, o per significare che va ascoltata con rispetto la parola di un anziano. Oppure per descrivere la mischia di una battaglia, o per segnalare una cesura temporale, come la fine giornata ("il Sol celato, ed imbrunito il mondo"), oppure il sorgere del primo albeggiare (in cui si ripete sempre la formula de “l’aurora dalle dita rosate”, o “d’in su l’àureo trono” ), oppure per lamentarsi o per rassicurare, o altro … In questa ottica vanno viste anche le similitudini, le metafore, le allegorie ricorrenti, che non sono dunque da giudicare come frasi copiate da altri autori, e quindi come fossero delle cadute di stile…!, ma sono parte di questa modalità comunicativa e parte della caratteristica di un genere espressivo orale, come per es. quello corale, oppure quello lirico (con la lira), o quello epico (con la cetra, o scandendo il ritmo con una verga), ecc.
Per mandare a memoria migliaia di versi, senza alcun ausilio di annotazioni, c’era necessariamente bisogno di un riferimento ‘tecnico-pedagogico’. Esso consisteva appunto nel ricorso alla metrica, e ad un sistema epitetico. Per aiutarsi a memorizzare, l’aedo si avvaleva di questi mezzi: il ritmo, dato dal verso esametrico, che gli facilitava il ricordo delle parole, il sistema epitetico fisso, che gli dava l’opportunità di sapere che in certi casi sempre in quel dato luogo del verso si trovava un determinato epiteto; e la cosiddetta “formula”, cioè una frase, o un gruppo di termini utilizzati nelle medesime condizioni metriche in riferimento a situazioni similari e/o per esprimere una medesima idea di fondo (cfr. M. Parry e A. Lord, The Singer of Tales, 1960, vedi in bibliografia).
E nell’ambito degli studi omerici, la tesi di Parry e Lord è oramai considerata un “punto di svolta” ineludibile.
Scriveva J.Russo nel 1976: “Il monumentale contributo di M.Parry agli studi omerici ci ha insegnato a leggere sotto una nuova luce l’Iliade e l’Odissea” (Arte e comunicazione nel mondo antico, p.53); e F. Bertolini la chiama “la rivoluzione omerica di M.Parry” (in: Lo spazio letterario della Grecia antica, vol.I, p.109). Rivoluzione che si potrebbe forse sintetizzare con queste sue affermazioni: «Tutto quel che sappiamo è che l’autore o gli autori di questi poemi rispettano fedelmente la tradizione di una dizione aedica e che questa è la ragione per la quale i loro stili, a giudicare dal loro uso degli epiteti, si combinano l’un l’altro (…). Abbiamo la garanzia che entrambi i poemi (…) sono completamente arcaici. Ma se volessimo conoscere il numero dei bardi che contribuirono all’Iliade e all’Odissea, dovremmo guardare altrove e non al loro stile» (M.Parry in: The Making of H.V…., vedi in bibliografia)
Da cui si evince che la tradizionalità e la formularità della dizione omerica sono da ricondursi al loro carattere orale (Bertolini, v. in bibliografia, p.114)
Quindi le ripetute formule consentono di chiudere una scena per aprirne un’altra. Scriveva Moses Finley: “poeta e pubblico si riposano spesso assieme, per così dire, quando ricorrono le ben familiari dita rosate dell’aurora e i messaggi ripetuti parola per parola”. E parimenti dice Pierre Vidal-Naquet: “Talvolta dei versi interi, anzi dei gruppi di versi, sono ripetuti ed aveva spesso sfiorato gli eruditi la tentazione di dichiararli interpolati. Alcuni studiosi avevano eliminato molteplici versi, in particolare a causa delle ripetizioni. Ma oggi questo stile arcaico si chiama stile formulare. A scoprire il segreto fu uno studioso americano, morto giovanissimo, che scriveva in francese, e si chiamava Milman Parry. Epiteti e formule hanno una funzione ben precisa: far riposare l’aedo nella sua lunga recitazione, che prende così un carattere automatico, e fornirgli delle pause (…)” e dei supporti (cfr. P.VidalNaquet, Il mondo di Omero, Perrin, Paris, tr.it. edizioni Donzelli, 2000, pp.107-108).



Quindi questo studio di Milman Parry significò dunque una rivoluzione nell’ambito della cosiddetta “questione omerica” e più in generale della comprensione dei prodotti dell’epoca preletterata. 
Per cui è un importante contributo quello che Michele Loré ha fornito mettendo a disposizione la traduzione del fondamentale studio di M.Parry, che sino ad oggi, a novant’anni dalla sua pubblicazione, ancora non era stato mai tradotto in italiano. Oltretutto il testo era di non facile reperimento, essendo da decenni esaurito e fuori commercio, benché fosse noto e spesso menzionato dagli studiosi, che vi si riferivano come ad un punto di svolta nodale nello studio della Grecia arcaica (ma che andava reperito e studiato nelle non molte biblioteche specialistiche in cui era conservato). 
L’uscita in italiano nella versione di M.Loré di questo testo di M.Parry è pertanto stato un contributo notevole, dato che questo è lo studio che ha aperto la strada ad un approccio non solo linguistico e filologico, ma anche etnologico ed antropologico alla cultura in cui i poemi omerici erano sorti, cioè di quella epoca successiva alla fine della civiltà micenea, e dell’uso della sua scrittura, e precedente l’introduzione dell’alfabeto ellenico (ottenuto modificando e adattando quello fenicio). 
Michele Loré ha svolto la sua traduzione della tesi dottorale di M.Parry, oltre che sulla edizione del 1928 nelle pubblicazioni delle Belles Lettres in francese, anche controllando la versione del testo in inglese. Quindi pubblicare in italiano questo scritto, è stata una iniziativa lodevole di M.Loré, in quanto ora rende facilmente accessibile a chiunque in Italia ne sia interessato, questo studio di capitale importanza.

L’autore Milman Parry, che aveva compiuto i suoi studi con il noto linguista Antoine Meillet, poi concepì il progetto di andare a studiare le modalità di composizione e di trasmissione di canti epici presso popolazioni che ancora alla sua epoca vivessero in un contesto illetterato, e fossero dotati di una tradizione orale legata al folklore popolare. Meillet gli fece conoscere  le ricerche di uno studioso dell’epica cantata bosniaca, lo slavista Matija Murko.
Così una volta rientrato negli Stati Uniti, e divenuto ricercatore presso l’Università di Harvard,  ottenne un finanziamento grazie a cui potè recarsi nel Regno di Yugoslavia con un suo amico e collaboratore, Albert Lord, e con un interprete, munito di una apparecchiatura fonografica  Edison per registrare su dischi di alluminio. 


Durante il loro soggiorno negli anni 1933-34-35 in villaggi delle campagne bosniache in zone difficilmente accessibili in cui l’analfabetismo era generale, trovarono ancora cantori di storie girovaghi, che avevano un ricchissimo repertorio di canti tradizionali con cui tramandavano oralmente i racconti di gesta eroiche della storia locale. Queste “liriche”, ovvero le parole, i “testi” dei canti, da loro registrati col fonografo, sono in numero di 12.500, e vi sono anche associate fotografie in b/n, e un raro video in cui si vede eseguire un canto epico accompagnato da un rudimentale strumento a corde, dal cantore Avdo Mededovic, che Parry e Lord consideravano il più colto e raffinato pastore-esecutore, dotato di una memoria straordinariamente vasta.
 Queste documentazioni etnografiche sono raccolte e conservate nella “Milman Parry Collection” dell’Università di Harvard, nel dipartimento di studi classici che era diretto da Eric Havelock. Ne riferì, dopo la prematura morte accidentale di M.Parry, l’amico e collega Albert Lord nel suo volume “The Singer of Tales”, già cit., pubblicato nel 1960 dallo Harvard College (cfr. la trad. it. della riedizione del 2000: “Il cantore di storie”, Argo, Lecce, 2005).
Milman Parry potè così constatare che la sua teoria sulla “oral-formulaic composition” era riscontrabile anche tra quei cantori girovaghi analfabeti. Sono documentazioni che potrebbero interessare anche i neuro-linguisti per studiare come la memoria se costantemente esercitata possa lavorare e esprimersi senza supporti esterni (nè scritti nè di altro genere) e avere prestazioni di livello eccezionale anche in individui che non hanno mai ricevuto un metodo di studio nè alcuna istruzione formalizzata. Quindi si è compresa la funzione fondamentale del ritmo, della musica, della metrica e del verso, e in particolare di espressioni codificate  “prefabbricate”, relative a epiteti e a formule fisse ricorrenti.  
Dopo la improvvisa morte di Parry, Albert Lord compì ulteriori viaggi di studio e di raccolta in Bosnia e in  Herzegovina, Montenegro (Crna Gora), Kossovo, Macedonia slava, sui monti dell’Albania, e in villaggi remoti della Bulgaria, sia alla fine degli anni Trenta che poi subito dopo la 2a guerra mondiale, nei primi anni Cinquanta.
Nel 1970 il figlio Adam Parry pubblicò i testi inediti del padre nel già cit. volume “The Making of Homeric Verse” (da cui Michele Loré ha potuto controllare la versione inglese della tesi). Altri manoscritti, annotazioni, e materiali sulla poesia eroica tradizionale dei popoli slavi del sud, sono reperibili nella Widener Library (Room C) della Harvard University.
 Dopo di allora sono stati compiuti vari altri studi e ricerche sulle tradizioni epiche cantate del folklore, da parte di etnologi e di antropologi culturali in varie altre culture orali nel mondo, che possono utilmente venire comparate ai poemi epici slavi e balcanici studiati da Parry e Lord.


Per quanto riguarda l’epoca di cultura orale nella Grecia arcaica, vi sono poi stati come è noto gli importanti studi di Eric Havelock, di Walter Ong, di Jack Goody e di altri che si interessarono sia alle culture orali, che alle origini della letteratura, e alle origini del pensiero filosofico, autori che si collegarono tra l’altro alle ricerche in scienze della comunicazione compiute da Harold Innis, e da Marshall McLuhan. 

Certo non è facile per una persona del XXI secolo riuscire a calarsi in fondo ad un pozzo del tempo così profondo e lontano, … possono aiutare letture di ricerche in etnografia, Etnologia, Demologia, e Antropologia Culturale condotte in contesti illetterati o analfabeti. Ancora nel secolo appena trascorso si potevano trovare popolazioni che non conoscevano la scrittura e che vivevano in società paragonabili al neolitico, ma oggi è assai difficile introdursi nelle oramai rarissime comunità di “non-contattati”, o “non-ancora-contattati” (ma rilevati da sorvoli aerei). Ve ne sono alcune in Amazzonia, e in Nuova Guinea. Altre comunità isolate vivono come ai primordi della rivoluzione dell’agricoltura. Di recente (2015) è stato prodotto un film di genere documentaristico (“Tanna”) girato in un’isola dell’arcipelago delle Vanuatu (ex-Nuove Ebridi), che si ispira ad una storia vera, e che è stato recitato da persone locali non-attori, che non avevano mai saputo che esistesse e cosa fosse il cinema. In queste occesioni il largo pubblico occidentale scopre incredulo realtà che non immaginava potessero ancora esistere, cioè di società di tipo tradizionale e di cultura orale. Ma che sono ai nostri giorni comunque società che hanno consapevolezza dell’esistenza di un mondo altro a loro “esterno”. Mentre tornando indietro in epoche preistoriche (o proto-storiche, come ai tempi della epopea omerica) la dimensione dell’oralità era totale.

In generale si può dire che in Occidente, dopo l’introduzione della scrittura -e poi dell’alfabeto-, e dopo l’invenzione della stampa (che ha consolidato la nozione di civiltà del libro introducendo la riproducibilità in quantità massive di un testo), sta facendo ora i suoi primi passi una terza fase (cfr. R. Simone, La Terza Fase, Laterza, 2000)
Oggi sono diffusi ovunque segnali con figurine stilizzate e simboli, più facili da capire di una scritta. E non è più molto usuale nelle scuole dell’obbligo far esercitare le facoltà di memorizzazione, al punto che non pochi alunni non sanno le tabelline perché possono utilizzare una calcolatrice con il loro cellulare. Di certo scrivono più facilmente sulla tastiera del PC o su quella virtuale del tablet e dello smartPhone, che non sul cartaceo. Tra loro si scambiano sempre più foto e filmati che non messaggi scritti. La diffusione di video su YouTube e sui social networks sta riportando in uso molti elementi della trasmissione orale e visiva, come ad es. nei video tutorials. Oggi non pochi pre-adolescenti imparano il funzionamento delle cose meno dai foglietti di istruzioni, che non sanno più comprendere e che comunque non leggono, che piuttosto dai video dimostrativi. Per cui stanno perdendo la capacità di spiegarsi per iscritto, e con estranei. Imparano molto sulla vita e sulla società dalle parole delle canzoni, in particolare se con basi musicali molto ritmate, e accompagnate da video colorati e attraenti, e comprensive di gestualità e danze. Forse nell’immediato futuro si dovrà sviluppare di nuovo l’insegnamento delle mnemotecniche, della metrica e di elementi di logica. 

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Il sopracitato mio testo, è stato pubblicato in forma più concisa e abbreviata in:

C.Pancera, Recensione del libro a c. di M.Loré:  M.Parry, “L’epiteto tradizionale in Omero”, IF, Cosenza, 2016, uscito sul semestrale: ECPS Journal: «Journal of Educational, Cultural and Psychological Studies», LEDedizioni, Roma, n. 15 del giugno 2017.
ECPS Journal – 15/2017
http://www.ledonline.it/ECPS-Journal/

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