martedì 14 agosto 2012

aforismi

Ieri sera hanno trasmesso su Sky Classics il film a sfondo un po' fantascientifico, di John Carpenter, del 1984, intitolato "Starman" (l'uomo venuto dalle stelle), con i giovani Jeff Bridges e Karen Allen, in cui il ricercatore chiede all'alieno prima che se ne vada, quale gli sia sembrata la caratteristica migliore dell' umanità, e lui rispose che gli esseri umani "sanno dare il loro meglio nei momenti peggiori...".

Poi vi riporto un paio di citazioni da Philip K. Dick:
"To remember and to wake up are absolutely interchangeable", cioé: Il ricordare e il risvegliarsi sono assolutamente intercambiabili. Quindi non dimenticatevi quello che avete imparato, il sapere e l'esperienza sono imprescindibili alla dimensione spirituale della assunzione di una consapevolezza più profonda e interiore.
E infine: "The physical universe is plastic in face of mind", cioé: L'universo fisico è plastico di fronte alla mente. Che ci ricorda che ognuno è il creatore del proprio Mondo, o come dicevano gli antichi latini, è l'autore della propria sorte. Ciascuno plasma la sua realtà, ovvero è responsabile del proprio karma, come dicevano gli antichi Veda indiani.

(Se avete dei commenti o delle interpretazioni da proporre scrivetelo nello spazio dei commenti)


giovedì 9 agosto 2012

La fedeltà come "valore"


Patrizia mi scrive:
"Ciao Carlo, dove sei? Cosa stai facendo?
Volevo chiederti: cosa pensi della fedeltà? Cosa vuol dire essere fedeli? A chi si deve esserlo? Esiste o è la solita invenzione dell'uomo?
Màh...."
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Complesso il tema della fedeltà!... se riguardi sul mio libro ("le maschere e gli specchi") ci sono delle parti sulla coerenza intesa come "valore", che per certi aspetti potrebbero essere accostate al tema della fedeltà, almeno per quanto riguarda la fedeltà intesa in una relazione sentimentale, e in certi contesti relazionali. 
Intanto ti posso dire che ad es. io e la mia compagna ci siamo conosciuti sui banchi del liceo, poi ci siamo re-incontrati appena iscritti all'università e ci siamo messi assieme. E così siamo rimasti per tutto questo tempo. Quattro anni fa per festeggiare l'inizio del nostro 40° esimo anno, ci siamo sposati in Comune, e i nostri figli ci hanno fatto da testimoni (chi meglio di loro?). Quindi per quanto riguarda quel tipo di fedeltà, di fatto ci ha mantenuti assieme pur senza avere tra noi obblighi di tipo legale e istituzionale.
Però in generale io penso che la fedeltà nelle relazioni di coppia intesa come un "valore" o come un principio assoluto, abbia anche un qualcosa di astratto e quindi "pericoloso" perché rischia di trasformarsi in un Mito, un feticcio, o in un vincolo avulso dalla vita e rigido, che ci potrebbe tiranneggiare, e forzare a comportamenti innaturali. Ciò che più conta invece è l'intesa e il desiderio reciproco l'uno dell'altro, e questo non deve essere dimenticato in nome di un principio astratto assoluto...  Perché un rapporto intimo e intenso si basa solo sulla comprensione, la amicizia/amore, la confidenza totale e lo scambio continuo nella condivisione. Il resto è un retaggio di una morale retriva e avulsa dalla realtà e dalla spontaneità, che nel passato anche recente è stata spesso generatrice di falsità, menzogne, ipocrisie, nascondimenti, e doppiezza morale. Il che ha generato molte più assurdità e sofferenze di quante -nonostante tutto- non ne avrebbe comportate la sincerità, l'apertura, e la stima. La realtà va sempre affrontata per quel che è, senza volerla ignorare o forzare. Il valore più grande è quello dell'amore e quindi della amicizia nella confidenza: quale miglior amico del compagno di vita? chi più ti potrebbe aiutare, e comprendere, se non chi ti conosce intimamente e ti apprezza? Pensa al rapporto tra genitori e figli: si potrebbe non comprendere e amare i propri figli persino in casi di situazioni estreme e di comportamenti  inaspettati da parte loro?? 

Ciò dovrebbe essere di stimolo a una migliore qualità del rapporto, cioè a una più profonda condivisione e conoscenza, ma questa si può avere solo nella fiducia; non basta il principio di fedeltà... è più importante la conoscenza e la comprensione. Cioè quello che voglio dire è che mi pare un falso problema, e che comunque non sia cosa da porre al centro, mentre una relazione affettuosa dovrebbe basarsi su altri valori di riferimento, altre prospettive, tra cui la confidenza, la sincerità, la condivisione, la conoscenza e la comprensione. Ma in definitiva ogni coppia intesa come una unità di due che si sono scelti reciprocamente, dovrebbe cercare, e imparare ad autogestirsi e affrontare congiuntamente i propri problemi. E lo si impara soltanto nella pratica del dare.
Il che è ovvio non fa sì che come per magia non ci siano dispiaceri, problemi, sofferenze. Ma quel che volevo dire è che è importante che queste non siano causa di risentimenti, odi, vendette, e non portino a dimenticare l'amore provato. Quindi meglio non irrigidirsi sul tema di una categoria astratta come il principio di fedeltà. La vita va affrontata quanto meno riducendo al massimo i motivi autolesionisti.

Scusami sai, se mi esprimo così, ma io sono un frutto (o forse dovrei dire un "coautore") del fantastico Sessantotto, a cui partecipai, di quelli che allora erano giovani studenti entusiasti che volevano cambiare il Mondo (e che in parte hanno in effetti contribuito a svecchiare un po' la morale allora dominante). 
Quindi risento ancora dell'influsso di quella impostazione, che pur nelle mille e più sue  componenti, era essenzialmente antiautoritaria in quanto era una ribellione alla morale e alla mentalità borghese dominante, da parte dei suoi stessi figli (o figliastri). Inoltre non a caso nel suo seno esplose anche l' antimaschilismo, poi femminismo, per una revisione profonda dei rapporti tra i due generi, da porre su un piano di eguaglianza nel rispetto della diversità e delle specificità.

Ognuno dunque  (come in tutti i comportamenti) si regoli secondo la sua "natura", la sua personalità, purché ciò non vada a causar danno ad altri. Per chiedere di essere rispettati e compresi per quello che si è, occorre nel contempo dare rispetto e comprensione.

Cerchiamo dunque, almeno nello spirito,  di mantenere come riferimento quelle belle utopie...
:-)

PS: vedi anche la recensione di un libro sul tema, in Repubblica di domenica19 agosto scorsa; e il tema collegato in Repubblica di sabato 18, sulle separazioni: "condividere anche il lutto sentimentale, ci aiuta a sopportarlo"; e infine (sempre per chi di voi compra il giornale ogni giorno, o lo legge in biblioteca o su internet) vedi l'articolo sul tema della sincerità sul Corriere della sera di lunedì 20 agosto.

lo scopo nella vita ?

Una amica, Reby, mi scrive dal suo sito "Quasifacile.it" per chiedermi: Carlo, qual'è il tuo scopo nella vita ?

Cerco di risponderle così:


ciao cara, praticamente mi chiedi un consuntivo della mia vita? Wow! non poca cosa! però alla mia età, ed essendo appena andato in pensione, mi cogli in una fase in cui sto proprio ripensando a queste problematiche.... 
Ti posso dire (per quel che mi riguarda) che uno scopo me lo ha dato il lavoro che ho scelto, ovvero operando nel campo educativo e dell'insegnamento.

In effetti forse posso dire che sono stato finora al mondo facendo "il ponte", facendomi "canale", ovvero facendo da tramite, cioè educando, facendo passare alle nuove generazioni (o a conoscenti ed amici di varie età), quel che mi sembrava importante che non andasse perduto del patrimonio di culture, di riflessioni, di tentativi di cui è costellata la storia umana, insegnando la complessità delle cose, cercando di trasmettere passioni, di comunicare i miei entusiasmi per la bellezza di certe questioni o di certi "prodotti" del pensiero, e dello spirito, ... 

In questa attività in cui ho iniziato dei giovani instradandoli in un certo percorso, cioè cercando di fare da stimolo, ho anche cercato di conoscere gli altri e di capirli, in modo da poter dare loro qualcosa nel momento in cui li conoscevo e li ascoltavo, cioè mentre imparavo da loro. 
Insomma nella mia attività, ho cercato di trasmettere mie osservazioni e domande sulla complessità di questo mondo, dei nostri simili, della vita. E per me ha significato conoscere meglio me stesso grazie al rapporto con gli altri, tramite la conoscenza di altri.
In definitiva, se mi fossi tenuto tutto solo per me, allora che senso avrebbe avuto il conoscere e cercare?
quindi credo un po' così: ho fatto da ponte, ho avviato, instradato, e anche insinuato dubbi e credo pure stimolato il senso critico, e la libera riflessione, e la creatività in molti giovani, cercando di non ostacolare questa tensione verso certi orizzonti con atteggiamenti di pesantezza, pedanteria, paternalismo, autoritarismo, e tutti quegli orpelli che nell'insegnamento rendono insopportabile ogni cosa e vanificano ogni  obiettivo educativo. Perciò mi sono spessissimo affezionato a persone, luoghi, situazioni, avendo compartecipato e interagito con umanità (queste almeno le mie pie intenzioni). 
E poi siccome ho cercato di stimolare con estrema discrezione, e "facendo lunghi giri", cioè prendendo le cose per via indiretta, forse molti con cui ho interagito non se ne sono accorti più che tanto del mio stimolare, anzi forse poi non ricordano nemmeno che c'entrassi io con le loro riflessioni. Questo l'ho potuto constatare in vari casi.

Però nella mia vita sono sempre rimasto molto dubbioso su tante cose, e spesso mi scoraggio e ho bisogno di isolarmi e stare con me stesso.
Boh, tutto qui. non credo di aver avuto altra funzione valida... né penso di avere avuto alcunché di eccelso in questa mia qualità. 
Comunque non ho mai sentito questo come fosse un mio "dovere", o il mio lavoro, semplicemente mi veniva spontaneo così. 

E poi oltre a questi aspetti che potrebbero essere visti come validi per definire uno  "scopo",  un senso per la mia vita (e che non so se sempre li ho praticati e se li ho svolti sempre bene, al di là delle intenzioni...) ci sono state tante cose nella mia vita che, ora che ci ripenso a distanza, le ho proprio mal fatte, o non capite (in molti casi nei primi anni a causa di un'età troppo giovane o della mancanza di esperienza sufficiente), che mi dispiace aver fatto e pensato, ma è andata così. E dunque in un certo senso mi autogiustifico… Nel complesso non rimpiango nulla. Il tutto va preso nel suo insieme ... non ti pare? c'è del buono e dello storto... 

Nel fare un consuntivo, debbo anche dire che nel corso della mia vita ho avuto molti motivi e occasioni di sofferenza, ma alla fin fine l'aver sofferto, l'aver patito, mi ha permesso di maturare, di capire più profondamente, quindi ci sta pure quello...

Grazie per avermi pungolato, cari ciao

( postato il 10 agosto anche su http://www.quasifacile.com/istinto/scopo-vita/comment-page-1/#comment-4580 )

venerdì 3 agosto 2012

sto leggendo Ph. Dick


Da ieri sono in montagna, e sto continuando a leggere Philip K. Dick (come vi avevo già scritto sul blog il 24 giugno e l' 1 e il 2 luglio); per darvi una idea di chi sia (se non conoscete questo autore, e filosofo), vi riporto un mix di recensioni di sue opere che qui ho ritoccato e fuso:

Philip K. Dick ha dato voce e immagini alle tematiche piú radicali: il tema del ricordo e della rimozione, il rapporto tra individuo e potere, la nascita e l'affermarsi di una società tecnologica e autoritaria, l'ascesa inarrestabile delle grandi corporazioni economiche e finanziarie a livello planetario globale. Riflessioni che Dick ha avviato fin dagli anni Cinquanta, e che hanno avuto un influsso profondissimo sull'immaginario contemporaneo, rendendolo un autore profetico e anticipatore.

Dick ha dedicato tutta la sua vita a interrogare e interrogarsi sulla natura ultima di ciò che intendiamo per realtà e di ciò che essa potrebbe effettivamente essere, quindi sulla natura della percezione e della appercezione, sulla malleabilità dello spazio così come del tempo e del suo "scorrere" lineare(?), su cosa si possa intendere per "umano", quale sia la sua quintessenza specifica, e quindi sul rapporto e sulla distinzione tra ciò che è naturale e le sue artificiali riproduzioni o repliche, e infine sulla relazione tra umano e divino.

Dick esprime il suo complesso mondo interiore nella maniera più compiuta. Agli slittamenti progressivi e inarrestabili della realtà, si aggiungono dunque anche i vistosi contorcimenti del tempo, problematiche a cui l'autore ha sempre mirato e che ossessivamente ha perseguito. Si alternano nei suoi romanzi e racconti l' evoluzione dell'automazione e di simulacri artificiali; la sostituzione della memoria biologica con una memoria artificiale premodellata ad arte; l'impossibilità di distinguere l'essere umano "biologico e organico" a base di carbonio,  da un fantascientifico replicante androide sintetico e a base di silicio... (dalla realizzazione del quale oggi non siamo poi tanto lontani, si pensi solo a tutti i "pezzi di ricambio" oramai disponibili, per cui già si parla di "uomo bionico", e i progressi della tecnologia di manipolazione genetica ).

Le ultime sue opere prima di morire troppo prematuramente nel 1982, riguardano la sua visione "ionica" e postmoderna dell'universo come una grande mente con le proprie sinapsi. Con vigore visionario e magnifiche immagini e intuizioni, ci introduce nel cuore stesso del mistero del cosmo. I suoi concetti di spazio sono non- e post- euclidei, e il tempo presenta molteplici stratificazioni e svolgimenti anche contorti in cui i vari livelli si toccano e si intersecano.

Tutto cominciò all'inizio del 1974 con una rivelazione accompagnata da visioni, di una forma non umana ed estremamente complessa di intelligenza ordinativa chiamata VALIS (Vast Active Living Intelligence System).

Chi o cos'è Valis? È un'imperscrutabile entità intelligente che vive nello spazio profondo, e che emana uno sconvolgente flusso di informazioni ? o forse una formula, o una energia? o, ancora, un essere vivente vero e proprio? Philip Dick ritorna a porre i suoi interrogativi: cosa rappresentano la realtà e il divino? Esistono davvero oppure sono semplicemente concetti partoriti dalla nostra mente? un onnipresente "spirito" onnisciente è capace di impregnare di sé l'universo: "La trilogia di Valis" è l'ennesima, efficacissima variazione dickiana sul tema della realtà-divinità nel contesto della quale gli uomini si dibattono. ("quel che ho visto è reale, cosa sia però proprio non lo so né mi aspetto di saperlo mai").

I suoi laceranti dubbi si esprimono attraverso l'impietoso giudizio della propria componente femminile, che scetticamente partecipa alla sua ricerca della verità metafisica, decidendo infine di abbandonarlo al proprio destino. Con ciò forse allude alla presenza nel suo subconscio, della gemella monozigota morta poco dopo la nascita ("in rapporto a lei io sono condannato a essere sempre insieme/separato in una oscillazione", così scrive in Exegesis ).

Nel corso di un'attività letteraria che comprende romanzi, racconti di fantascienza e storie non collocabili in generi letterari precisi, Dick si proclama non già solo autore di fantascienza, ma ricercatore del fantastico. Fu accusato di essere un autore schizofrenico, e Dick rivendicò questa condizione, definendosi "personalità schizoide o pre-schizofrenica", dando al termine un' accezione particolare: è una condizione che determina sofferenza reale, ma anche una grande libertà creativa e immaginativa. Grazie ad essa Dick riesce a immaginare una realtà al di fuori dei limiti consueti, con un processo simile al misticismo, agli stati di allucinazione indotti da sostanze psichedeliche, oppure dovuti a spontanee manifestazioni neurologiche.

"Fortuna e sfortuna non si possono avere simultaneamente. O ... sì ?", scrive Dick in "La svastica sul sole".

mercoledì 4 luglio 2012

una caratteristica della amicizia

Negli ultimi giorni anche le piccole scosse (lo "sciame" sismico) sono andate diminuendo non solo di intensità ma anche di numero, sinché oggi -stando a quanto risulta su internet- sarebbe il primo giorno in cui ancora non si è registrata una scossa... Evviva! finalmente! forse può voler dire che (per ora) è finita... speriamo bene.

Amici ci hanno invitato a mangiare e altri a dormire da loro quando la nostra casa era un assoluto caos. Altri amici ci hanno aiutato a ritirare su da terra le scaffalature, le librerie e le cose, a mettere le cose in scatoloni e a fare spazio per muoversi (non avevamo accesso alla lavatrice, o io al computer nel mio studio, ...). Altri hanno aiutato a fare ordine. Altri a fissare e mettere in sicurezza mobili, librerie, scaffali, ecc. Altri amici hanno pazientemente ricostruito -come con un puzzle- alcune cose che si erano rotte, e hanno restituito forma a ciò che era andato in pezzi... (un bel tavolino dell'Ottocento, vari soprammobili, vasi, statue e statuette, souvenirs di viaggi, cornici, oggetti di famiglia, ecc. ecc.). Anche se alcune cose sono andate in briciole, o si sono frantumate in modo irrimediabile (dei vasi antichi, un grande tavolo di cristallo, ecc.), comunque ora casa nostra è divenuta di nuovo vivibile, e quasi tutto è ritornato parzialmente più o meno al suo posto (si trattava soprattutto di migliaia di libri). L'aspetto generale non è più inquietante. Nei prossimi tempi potremo pian piano con pazienza perfezionare il tutto a nostro gradimento...
GRAZIE! a tutti quanti.



(a questo proposito vedi il post "20 maggio", e i successivi)

E' il "vantaggio" di essere oggetto di amicizia, anche se questa non si misura in vantaggi e svantaggi, né la si prova e la si pratica per questo. Singolare caratteristica di questo straordinario sentimento.
Gli antichi greci chiamavano erastés chi provava e dava amicizia, e eròmenos colui che ne era destinatario, e fruitore (su un altro livello si riferivano con quei termini all'amante e all'amato).
Non sempre chi ama qualcuno è corrisposto, e non sempre veniamo amati, cioè suscitiamo l'amore, proprio da parte di coloro che vorremmo che ci amassero. E' il tema trattato nel dialogo platonico "Fedro" in cui si confrontano i discorsi di Lisia, di Fedro, e quello diplomatico -ma di convenienza- di Socrate, cui fa seguito quello suo critico più sinceramente autentico e sentito. Egualmente troviamo queste tematiche nel dialogo "Liside", e nel "Simposio" o "Convito", e in altri.

cari ciao a tutti voi che leggete....
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Il famoso oratore Lisia dunque avrebbe insegnato all'amico Fedro:
(...)"se è un dovere fare piaceri a coloro che più sono bisognosi, meriterebbe allora che anche in altri casi si sia più benèfici non tanto verso le persone maggiormente rispettabili, ma verso quelle più bisognose, e più grande è l'angustia da cui vengono liberati, e più saranno riconoscenti."

(così avrebbe sostenuto il grande rètore Lisia, almeno secondo Platone, vedi in Fedro, 233d cui fanno seguito i dubbi e le critiche socratiche).

lunedì 2 luglio 2012

Fan parte della realtà anche i prodotti della immaginazione? che cos'è la realtà nella sua interezza?


Philip K. Dick è uno scrittore americano (morto trent'anni fa), i cui romanzi hanno ispirato famosi film come Blade Runner, Minority Report, Truman Show, Matrix, The Island, Paycheck, Next, ecc.
In un romanzo di Ph.Dick, "Divina invasione", Emmanuel dice: "Bisogna sospettare di ogni realtà troppo compiacente. Quando le cose diventano ciò che noi vorremmo, lì c’è del falso. È quello che vedo qui. Il tuo mondo ti accontenta, e in questo si svela per ciò che è. Il mio mondo invece è testardo. Non cederà. Ma un mondo recalcitrante e implacabile è un mondo reale".
Dunque cosa è vero e cosa è falso? l'uno è solo il concreto, e l'altro solo il fantastico?  il materiale e il mentale?  ne siamo sicuri? o ci sono diversi piani di realtà, magari compenetrati tra loro...? il mondo dell'effettuale si intreccia con il mondo del possibile, e con quello del probabile, o no? come interagiscono? Da dove nascono gli sviluppi futuri?

E in un suo articolo  uscito nei primi anni Sessanta Philip Dick scrive:
"Vedere poco può essere pericoloso, ma dannazione... e  se si vede troppo?" .
E' proprio vero che certe volte si riesce a rendersi conto che non si vedevano cose che poi ti sembrano evidenti, la mente non può accettare certe realtà, oppure i tuoi strumenti mentali non sono adatti nemmeno ad accorgersi di quello che a priori non è contemplato... A volte capita (sempre a posteriori) di rendersi conto che non avevamo capito proprio niente, perché eravamo noi stessi ad impedirci di vedere... Pur avendo l'intelligenza in grado di comprendere, e avendo le conoscenze e le informazioni, non eravamo in grado di capire, e tanto meno di comprendere....
A volte sembrerebbe che ciascuno viva in un suo mondo, pur convivendo con altri, che probabilmente pure loro vivono in mondi propri... Impera l'incomunicabilità, la distorsione, la inautenticità ...
E nel contempo chi invece vede in profondità, chi vede oltre i limiti, al di là degli stereotipi, che riesce persino ad andare oltre i paradigmi della propria stessa cultura, è incompreso, osteggiato e resta vittima delle mentalità chiuse e ristrette che lo circondano, desta scandalo, sorpresa, indignazione, stuzzica l'intolleranza, è concepito come una provocazione, uno scandalo vivente, e diviene a volte una vittima sacrificale...
(cfr di Dick ad es. uno dei suoi primi romanzi: E Jones creò il mondo, oppure uno dei suoi ultimi: Radio Libera Albemuth, e tanti altri...)

"Vedere ciò che non è ancora, è infatti un paradosso, e i libri di Dick ne sono permeati: percepire e non vedere, intuire una realtà e non esserne certi, smarrire il senso della causalità degli eventi ma sapere che potranno accadere." (M.Gigli in "FaraNews", n.6 - giugno 2000).
A questo proposito secondo Umberto Rossi: "Nella narrativa di Dick, la verità non è uno stato di cose, non è qualcosa di stabile e fissato una volta per tutte: la verità è un evento". (U.Rossi, The Twisted Worlds of Ph. K. Dick, McFarland, 2012).

Interessante l'analisi di Fabrizio Chiappetti nel suo libro su Dick, "Visioni dal futuro"
"Lo sguardo di Dick non è rivolto verso un futuro immaginario, non cerca di mettere a fuoco qualcosa di ancora molto lontano e quindi non allarmante ma, dandolo quasi per scontato e gettandoci direttamente nella sua tragica indeterminatezza, nella sua incertezza," (...)
si dirige piuttosto verso la nostra "realtà" presente e passata. 
"La fantasia, o l'immaginazione che dir si voglia, è una facoltà che ha radici antiche e profonde nell'animo umano. (...) Il termine fantasia e' di derivazione greca e significa immaginazione, facoltà di rappresentazione, immagine o figura. Sin dall'origine è evidente il legame tra questo termine e il senso della vista; tuttavia, si tratta di un vedere molto speciale. Nell' accezione quotidiana la parola fantasia indica un modo tutto particolare di vedere la realtà, consistente nella creazione di una possibilità che la realtà si presenti diversa da come è, o da come emerge ogni volta dalla combinazione dei tanti fattori in gioco."

In un interessante post di Elisa Emiliani di fine febbraio scorso (nel blog http://criticaimpura.wordpress.com/ di Sonia e Antonella), si legge ad esempio che in "Scorrete lacrime" (1970-74), là dove il personaggio inizia a "vedere meglio" la realtà, ciò che era reale cessa di esistere in favore di una dimensione alternativa, che si sgretola a sua volta per tornare alla realtà precedente, quando il protagonista inizia ad avere seri dubbi che il "reale" sia davvero reale, e immagina come più auspicabile un'altra realtà. Ma per Dick si tratta di "mondi", o dimensioni, o piani di realtà parzialmente coesistenti, e costitutivi di ciò che è reale. La complessità di queste intersezioni e intrecci è tale che non è possibile prenderne conoscenza pienamente. "si avverte la suggestione di Kant", ma "il Kant che considera insolubili i problemi metafisici e che ritiene che la cosa in sé possa essere colta solamente attraverso la pratica, nelle azioni che mirano a legarsi a una legge interiore ma allo stesso tempo universale."

I personaggi di Dick, ovvero gli attori nella realtà, hanno -sia pure abbozzata e forse inconsapevole- una loro concezione del reale, che permette loro di orientarsi nel mondo in cui vivono (o in quello in cui credono di vivere), sino a che  al verificarsi di certi eventi questa viene falsificata ai loro occhi e nella loro mente, così che si sgretola con loro sgomento e stimola la messa in atto di uno sforzo pratico per connettersi ad altri parametri interpretativi e di vita, e sostituirla con una alternativa soddisfacente. Si passa così dal vivere in un certo mondo, completamente immersi e integrati in esso, al vivere in un mondo altro e esprimere un'altra nostra  personalità (Dick individuava tre tipi di psiche compresenti nella mente di ognuno di noi, in cui "ciascuna psiche è associata a un Mondo ben preciso"). 

Una delle domande cui Dick cerca risposta è appunto questa, di cosa è composta la realtà? (e scrive che nel suo ultimo romanzo "presuppone che i tre regni della Commedia dantesca siano tre modi di vedere la realtà; però non della prossima vita, ma proprio di questa Dante è la nostra guida; la soluzione al mistero della nostra  esistenza corporea si trova già nella Commedia, anche se tutti pensano che riguardi l'altro mondo...").  
e necessariamente l'altra è che cosa è l'essere umano, o meglio: in cosa consiste la vita umana, la sua realtà vivente?


domenica 1 luglio 2012

cosa più colpisce e fa riflettere?


Sono d'accordo con la studentessa torinese Elisa quando scrive sul suo blog http://firebird-997.blogspot.it/ :

"Al giorno d’oggi teorizzare una filosofia sistematica sarebbe inopportuno. Oggi non si pretende più di racchiudere la realtà in uno schema, si ha coscienza del fatto che le speculazioni teoriche non possono tenere conto degli infiniti fattori presenti nel mondo tangibile. In altre parole: per quanto una teoria possa essere logica e corretta non riuscirà a rispecchiare correttamente la realtà.

Dobbiamo dire che la filosofia è morta? La filosofia sistematica è morta fuori da ogni dubbio, possiamo quindi dire che non è più possibile una filosofia come la conoscevamo. Si deve ora operare una fondamentale distinzione tra la teoria (propria della filosofia nota, quella fissata nei testi) e la filosofia come stile di vita.

E’ definibile come filosofica la spinta a porsi domande, a crearsi e a creare problemi, a porre dubbi relativi a questioni la cui realtà sembrerebbe scontata; la filosofia tende a distruggere le certezze e a riformularle. Filosofia non è semplicemente speculazione teorica studiata su un testo, non è uno sterile sapere libresco. La filosofia è l’espressione di ogni mente insoddisfatta dalla conoscenza in suo possesso. Chiunque si ponga domande può definire se stesso un filosofo, purché tenti di rispondersi logicamente, ovvero seguendo una linea di pensiero coerente.

Se si intende dunque la filosofia come metodo critico per rapportarsi al mondo si può affermare con una discreta sicurezza che non morirà mai, nonostante l’“industria culturale” contemporanea tenda ad appiattire i giudizi degli individui. Ci si chiederà come far uscire questa particolare specie di filosofia, che è strettamente personale, dalla sfera del singolo. La risposta è immediata: la si può rendere pubblica attraverso l’arte. La letteratura contemporanea è intrisa di filosofia, così come alcune composizioni musicali.





In tutte le sue forme la filosofia è ed è sempre stata espressione del proprio tempo. Studiarla scissa dal suo contesto storico, sociale ed economico significa mutilarla delle sue radici, delle ragioni stesse della sua esistenza. Ogni periodo storico è gravido delle proprie peculiari questioni irrisolte intrise di specifiche caratterizzazioni. 

(...) 
La filosofia odierna si trova sensibilmente tra i libri di fantascienza e la musica di denuncia, nei discorsi dei ragazzi incerti del futuro che si trovano di fronte ad un mondo sempre meno ingenuo: basta saperla ricercare ponendosi personalmente in discussione davanti a ciò che ci circonda. La poesia, la musica, i romanzi sono destinati ad essere tra i primi eredi della cultura filosofica occidentale, perché questi, rispetto alle altre forme di comunicazione, colpiscono in maniera sorprendentemente diretta la sfera intuitiva degli individui senza togliere al contempo nulla ai processi razionali, che devono elaborare i concetti, una volta assimilati."


SOFFERENZA = CONSAPEVOLEZZA PROFONDA  ?



Lirica di John Dowland, poeta e musicista del Seicento, nel suo secondo libro di composizioni per liuto:

"Scorrete lacrime, dalla vostra fonte fluite! 
Lasciatemi piangere, per sempre esiliato, 
dove l'uccello nero della notte 
canta la triste infamia di lei, 
lì lasciatemi vivere disperato.

Spegnetevi, luci vane, non brillate più! 
Nessuna notte è nera abbastanza 
per coloro che disperati piangono la fortuna perduta. 
La luce altro non rivela che la vergogna.

Ma i miei tormenti verranno alleviati, 
dacché la pietà è fuggita 
e lacrime e sospiri e gemiti 
i miei stanchi giorni di ogni gioia hanno spogliato.

Ascoltate! Voi ombre che nel buio dimorate, 
imparate a disprezzare la luce. 
Felici, felici coloro che all'inferno 
non sentono il disdegno del mondo."

( brano riportato in Ph.Dick, vedi cit.sotto).

"La sofferenza è l’esito finale dell’amore, perché è amore perduto. Tu capisci, lo so. Però non vuoi pensarci. E’ il completamento del ciclo dell’amore: amare, perdere, soffrire, lasciare e lasciarsi, poi amare di nuovo. Jason, soffrire è la consapevolezza che dovrai essere solo, e al di là di questo non c’è nulla, perché essere solo è il destino ultimo, definitivo di ogni creatura vivente." 
(Philip K. Dick, Flow my tears, 1970,74, tr.it. Scorrete lacrime, disse il poliziotto,  editrice Nord 1976, poi Mondadori, 1998, ora Fanucci editore, 2007)