martedì 6 novembre 2012

INDIA '78, (2) Rajahstan-Agra-Benares

Dal treno:

Le mucche e i bufali si bagnano nelle grandi pozzanghere a lato della ferrovia; è uno degli spettacoli più affascinanti vedere la calma serafica del bufalo che se la gode un mondo a immergersi pian piano nell'acqua e poi a star li tutto gongolante e un po’ ebete con fuori solo il musone.

 La locomotiva a volte sembra che abbia il fiatone. 



Molta gente vive ai margini della strada ferrata. Si susseguono villaggi, cittadine, città, mercati, strade, capanne, e la povertà delle campagne è indicibile, 




ma si vedono anche bei paesaggi, monti, cieli, ....
Stiamo andando col treno a Udaipur. 
Nelle stazioni del Rajahstan c'è una polizia con divisa kaki e turbante rosso con culmine nero, e portano i bastoni e li usano (come poi vedremo ad es. anche in Egitto). Abbiamo visto uno ammanettato e incatenato come nelle foto dell'Ottocento, che veniva portato via da due poliziotti.
tribuneindia.com



Il Rajahstan è uno Stato che comprende tutti i vecchi principati dei maharaja che non furono mai soggiogati dagli inglesi e rimasero come protettorati semi-indipendenti, oggi i maharaja non governano più ma sono sempre là nei loro palazzi. Ma il Rajahstan si chiama così anche perché la casta dominante in questa parte dell'India nord-ovest sono i Rajput, e ogni rajput oggi si sente un principe (anche se certi fanno i camerieri). Perciò il Paese in passato si chiamava anche Rajputana. Il Rajahstan è "India-India".


§-  UDAIPUR   (nello Stato del Rajahstan) 170 mila ab. è a 670 km da Delhi.


E' "la città dell'aurora", fondata dai rajput del clan Guhila. Nel VII sec., prende il nome dal principe Udai Singh che nel Cinquecento si stabilì qui per allontanarsi dalla invasione dei Moghol.


Udaipur è una città sul lago Pichola e sul lago Sagar. In mezzo al lago P. c'è un'isola (di 15 mila mq), completamente occupata dal palazzo del maharaja (Lake Palace del 1754) che l'ha adibita a Grand Hotel di lusso (questa era la sua residenza estiva, Jag Niwas), che dunque così sembra un palazzo costruito direttamente sull'acqua ed è stupendo. Una notte là è carississima, per nababbi, ci vengono grandi personaggi, allora è il maharaja stesso che riceve e fa gli onori di casa.


Ci sistemiamo nell'ostello di proprietà governativa chiamato "Tourist Bungalows" (bel posto).


Questa volta abbiamo proprio mangiato. Mangiamo: pollo in mayonese e senape; piselli con ananas; papaia; riso con pepe, cipolle, peperoni gialli e verdi, e avogado; cotolette di pesce e verdura fortissime; verdure miste in besciamella; patatine fritte; thè nero; tre soda. Quantità pazzesca, bel ristorante proprio, e pulito, un posto up: 31 rupie in due (=2500 lire; 1 rupia è circa 80 lire).


Andiamo a vedere stupendi templi jaïn in pietra scolpita. Nel tempio c'è un vecchiettino che modella pezzi di vetro colorato con una pinza, per farne decorazioni: spara schegge di vetro tranquillamente ogni dove, e qui si può stare solo a piedi nudi..., alla fine mi colpisce un dito del piede...
 In generale mi piace starmene seduto all'ingresso dei templi a osservare lo spettacolo dei vari tipi umani che entrano ed escono.




Fuori piove forte, e c'è ovunque melma, forse fogna, e con gli allagamenti si vedono galleggiare certe cacche di capra, mucca, asini, bufali, cavalli, e pisciate umane che si mischiano, ...le pedule infradito di gomma si appiccicano a terra, i piedi divengono quasi indelebilmente incrostati...




Annalisa porta catenine d'argento risuonanti ai piedi oramai più indicibilmente lerci. Si sente quando si muove. Anche la ragazza australiana che si era lamentata perché un letto nel dormitorio del "Tourist Bungalows" costava 500 lire, poi ha comprato anche lei le cavigliere d'argento risuonanti (e ha fatto benissimo); ma che tipo particolare...


    Oggi abbiamo visto un gruppo di scimmie che erano state mandate via da una casa, e sono salite su un palo della luce e di lì si sono gettate dall'altra parte della strada su un albero di un piccolo giardino privato. 


La passeggiata lungo il lago e stata bellissima, c'erano continui "cinguettìi" di vari uccelli, e il luogo era semi deserto e quasi selvaggio, cioè non sfruttato. 
Qui a Udaipur c'è anche qualche turista indiano. 
E poi siamo andati al giardino zoologico con i leoni, le pantere, le tigri, gli orsi, e tutti questi bei bestioni ... Facciamo un giro e vediamo che ci sono gabbie sparse nei prati e sotto gli alberi; ci fermiamo a guardare da una parte e non ci accorgiamo che dietro di noi (e vicino)
c'è una gabbia appoggiata nel prato vicino a un cespuglio, con un leone. Improvvisamente alle nostre spalle e a nostra insaputa..... questo fa un potente ruggito........ !!!!


 Oggi c'era in giro un cinghiale, mi sembrava proprio un cinghiale, o forse era solo un grosso porco peloso nero, che ha attraversato tranquillo e indisturbato la piazza. Ci dovremo abituare a questa convivenza con le bestie nelle città.

il tempio Jagdish che c'è proprio al centro della città storica 



Sulla veranda del "Tourist Bungalows" si stava benissimo la sera, a chiacchierare amenamente in anglofrancese con una coppia anglosvizzera, e poi andiamo in camera loro, ché hanno un fornellino da campeggio e ci offrono il thé. Hanno vissuto in un villaggio vicino a Madras per un anno e mezzo come insegnanti; lei là ha preso l'ameba. Adorano l'India, ognuno a suo modo, lui da intellettuale e un po' eccitato nei racconti, lei serafica e sorridente. Ma dicono che quel che a loro manca qui è la possibilità di ascoltare la musica classica europea.  Ci si racconta di altri mondi. 
Udaipur è proprio sul Tropico.... (=caldo sì, ma umido...in media d'estate le temperature variano tra una minima di 29° ad una massima di 42,3°, anche se siamo a circa 600 metri di altitudine.).

Le bambine in divisa tornano da scuola portano la cartella con il manico sulla fronte e il resto sulle spalle. 
Le donne usano il pezzo di sari che pende dalla testa per avvolgervi della roba, tipo borsa, e per coprire i bambini, e il pezzo che avanza dalla vita per fare come un borsellino (questo anche gli uomini), tutte senza bottoni e spille. 
Per fumare tengono la mano a pugno con la sigaretta tra l'indice e il medio, e aspirano tra il pollice e l'indice, come da noi molti fanno con lo spinello. 
 Diversi uomini portano anelli, braccialetti, orecchini, portano praticamente la gonna maxi, cioè il lunghi, vanno in giro tenendosi per mano o per un dito. Alcuni hanno un solo ciuffo molto lungo, oppure i capelli normali ma una ciocca lunghissima. Gli orecchini con una sorta di rosa incisa, hanno il fine di contraddistinguere un uomo di casta Rajput, così come i Sikh si riconoscono dal turbante, e i pandit dall'abito bianco e dalla bustina bianca in testa.


Pasto da tre rupie con lo svizzero in un posto dove c'eravamo dati appuntamento, ma che è difficile da trovare e poi è senza insegna in inglese, come di solito accade invece per i posti per mangiare o dormire, e poi è difficile scovarlo perché loro non sanno dare indicazioni razionali. Comunque sono gentilissimi, qui nel Rajahstan sono più gentili e più calmi e sorridenti che altrove. Per fortuna che prima di partire avevo imparato a leggere l'alfabeto hindi. Lui aveva detto: pasto eccezionale in un bel posto pulito, e lei aveva rettificato dicendo che tutto è relativo a quel che ci si aspetta. Comunque un autentico indian meal da mangiare con le mani, tutto in un grande vassoio di latta. A noi però hanno dato le posate. Se chiedi avrai di più per il medesimo prezzo. Io non sopporto tanto questi cibi perché sono piccantissimi, altrimenti sarebbe roba buona. Tutti sono molto cortesi.

Udaipur quando piove è una fogna; per questo tutte le case hanno l'ingresso sopraelevato di almeno tre grossi gradini rispetto al livello strada; si allaga tutto. C'è un ragazzino che ci accompagna, ci son sempre ragazzini che si appiccicano per farti da accompagnatori, come quello fanatico religioso ad Amritsar. Poverino questo è proprio gentile, discreto e paziente, vuole fare esercizio di inglese. Ci aiuta a comprare le forbicine, il pettine, gli spazzolini da denti e il dentifricio, tutte cose che ci avevano rubato in treno (e anche il mio bellissimo coltello pieghevole a più lame, nuovo, ora sostituito con una roba ossidabile incredibilmente poco resistente). Ci porta in giro per le stradine dove ci sono un sacco di bellissimi dipinti naïf di fianco alle porte delle case. Finiamo a casa sua, dove ci mostra la sua collezione di francobolli di cui è orgogliosissimo.

Come dicevo molte case della parte storica di Udaipur hanno dei disegni colorati sui muri, con dèi, elefanti, maharaja, scenette di vita popolare, volti di rajput con gran baffoni e turbanti,  è proprio una tradizione locale (che poi si è un po' diffusa).






Abbiamo visitato il City Palace (un altro  palazzo reale, per un terzo visitabile come museo) che è la più vasta reggia di tutti i regni del Rajahstan. E' un complesso di edifici, giardini, padiglioni, torri, cupole, terrazze. 
Anche il tizio che ci ha accompagnato a visitare il Maharaja Palace era orgogliosissimo delle tradizioni e della storia di Udaipur. E' in effetti come dicevo prima, un palazzo favoloso, con giardini pensili, stanze con mosaici luccicanti, e una vista superba. Ma oltre allo City Palace, c'è il palazzo che occupa l'intera superficie della isoletta in mezzo al lago Pichola, detto Lake Palace.
 il  lago e Lake Palace
 la città vista dallo City Palace da cui si vede perché Udai è detta "la città bianca"






Annalisa annota: «La miseria colpisce a fondo. Non posso certo dare una moneta a tutti quelli che la chiedono, né si può darla a uno senza che saltino fuori subito altri imploranti.
 Allora, in linea di massima, non si fa la carità a nessuno; ma è difficile quando i bambini chiedono battendosi il pancione vuoto, o dei vecchi chiedono del pane. Così mi sento la stronza ricchissima, che potrebbe con un gesto risolvere la giornata a qualcuno, ma non lo fa, per comprarsi poi un sari di seta o un monile d'argento. Ma anche se io so di non sfruttare personalmente nessuno, non posso fare a meno di pensare che vivo in un paese sfruttatore. Sempre sensi di colpa... E' comunque un argomento comune di cui si parla quando si chiacchiera con qualche altro viaggiatore. Che contrasto tra le mie catenine d'argento alle caviglie e l'incredibile sozzura dei piedi...».
Ma è così per tutte le donne qui, magari sono contadine o persone povere, ma sono sempre adornate da bei monili tradizionali, e anche se hanno sari e abiti puliti, certo tutte hanno i piedi un po' sporchi...


§. - VERSO JAIPUR
Partiamo in treno per Jaipur, che sta a 430 km da Udaipur. Cerchiamo di ottenere lo sconto con la tessera internazionale studenti che gentilmente ci hanno fatto al CTS, bisogna andare all'edificio Baroda House in centro, e poi se viene accettata fare domanda al Divisional Superintendant Office  vicino alla stazione di New Delhi. . .
Maiali selvatici in gruppi che dormono ai crocevia e poi se ne vanno a spasso. I soliti bufali che stanno a bagno nelle pozze che si formano lungo le strade.
 Non andiamo al Monte Abu dove ci sono magnifici templi jaïn, perché diluvia troppo. Ad ogni modo di solito quando piove ormai si è imparato a non preoccuparsi più tanto, perché anche se ti inzuppi, poi dopo viene il sole fortissimo che ti asciuga subito, quindi continui a fare le tue cose e a camminare senza ripararti poi molto, a meno che si intende, non ci sia quel torrente monsonico dall'alto in basso di durata lunghissima. 
A tutte le stazioni diversi bambini bussano al finestrino per avere dei soldi.


Nelle Retiring Rooms delle stazioni ci sono quasi sempre Refreshing Rooms, e il Restaurant, diviso in Vegetarian e non-Veg. Poi ci sono le Waiting Rooms, per Ladies e miste. La gente entra, e si spoglia, resta in mutande, va a fare la doccia, poi torna e si cambia, tranquillamente, e nessuno ci fa caso. Sui soffitti, e anche sui marciapiedi dei binari (nelle stazioni grosse) ci sono vari ventilatori. Anche nei vagoni ci sono ventilatori in buon numero, ma molte volte sono rotti.


 JAIPUR
   Jaipur è la capitale dello Stato, ha 560 mila ab., ed è soprannominata "la città rosa", andiamo a riposarci al parco, dove ci sono pure percorsi-gioco per bambini, è un posto da film hollywoodiano.

Seduti ad una panchina del parco pubblico, pieno di scoiattolini, osserviamo un vecchio coi capelli e la barba bianchi, scuro di pelle, che fa il bucato dei suoi due stracci rossi ad una pozza d'acqua, poi si mette addosso qualcosa, il tutto molto lentamente, si spoglia e si copre con un telo rosso senza mai farsi vedere nudo con una abilità eccezionale; stende i suoi stracci al sole e si dispone ad aspettare accucciato. A pochi centimetri di distanza da noi, tre-quattro bambini cenciosi osservano noi che osserviamo, e ci pare ci prendano per i fondelli, poi ridiamo con loro, e li fotografiamo.


Questo albergo di Jaipur, trovato girando a piedi come consigliava la guidina che abbiamo, e quindi senza prendere alcun rickshaw, è bellissimo, relativamente alle aspettative, si intende! Le camere sono disposte su due piani a quadrilatero attorno ad un giardinetto con fontanella. Noi stiamo al primo piano (che qui chiamano secondo), sulla terrazza. E la sera su questa terrazza dell'Assam Hotel la temperatura è piacevolissima. La mattina andiamo, senza aver fatto colazione, alla ricerca del Tourist Office che a Jaipur dovrebbe esserci, e finalmente lo troviamo; sta dentro al parco di un bellissimo albergo dello Stato, e una volta entrati in questa dimensione da gran turismo occidentale rimaniamo affascinati. Sotto al porticato ci sono poltrone di vimini, nel parco inservienti e giardinieri annaffiano e fanno pulizia. Il cesso è impeccabile e profumato. Dopo un quarto d'ora di relax sulle poltrone, ci decidiamo a spendere per una favolosa colazione. Nel ristorante ci sono decine di turisti francesi che stanno ultimando la loro lautissima colazione e che si lamentano per la sporcizia, per il sevizio pessimo e parlano male degli indiani che manco conoscono, poi fuori un pullmann li aspetta per portarli ben protetti in giro della città. Et merde a vous, alors!
La stradona principale è la via commerciale dei negozi.


Al fantastico osservatorio astronomico del Settecento, Jantar Mantar, di enormi dimensioni, proprio dietro al palazzo del maharaja, ci sono un sacco di scimmiette nervosine e tutte scatti. 
Annalisa si avvicina a una bambina che la guadava fissa negli occhi, ma subito arriva la madre incazzata e in hindi ci dice, credo, di andar via. 
Il cortile che porta al palazzo sembra la piazza d'armi di un castello durante l'invasione dei lanzichenecchi, per cui non sai se è lì che devi andare oppure se stai violando una zona proibita... Ma ci sono anche dei bar dentro al cortile, e bestie, e uffici con code. Quando trovi l'entrata, il palazzo è davvero meraviglioso.

C'è il famosissimo palazzo "dei venti" (Hawa Mahal), costruito nel 1799 per permettere alle donne dell'harem di corte di guardare in strada la vita cittadina da ogni parte, senza poter essere viste a loro volta (ci sono decine di bow-windows con più spiragli), poi c'è il City Palace del maharaja, la fortezza, e tanto altro. 


 negozi più di lusso in edifici storici e  signorili
 il  Palazzo dei venti
 l'ingresso al palazzo reale


L'India è un paese di colori (degli abiti, degli oggetti d'artigianato, e dei tessuti, e del paesaggio), anche per le città del Rajahstan, che si chiamano: Udaipur la città bianca (per le case a calce, però con bei disegni colorati sulla facciata); Jaipur è la città rosa, o rossa, (per la verniciatura degli edifici storici); e poi c'è Jodhpur la città azzurra (per le numerose case di quelli di casta brahminica dipinte di un blu quasi "elettrico"); e Jaisalmer, è color miele-dorato (per le sabbie del deserto). Ma anche molte finestre dei palazzi reali nelle diverse città sono in effetti delle vetrate di vari colori.
Ricordo un diario di viaggio  d'una decina d'anni fa, di Federico Patellani su "Epoca", proprio sulle città del Rajahstan, intitolato "Il Paese dei figli di Re", che mi colpì molto, anche per le sue belle fotografie (poi uscito come libro: Viaggio nell'India favolosa, edito da A.Mondadori, 1963).
A Jaipur si compra benissimo l'avorio, come ad Udaipur, ma ad Udai è piuttosto l'argento che si paga poco. Ci sono anche dei bei batik. E pietre, e tessuti, e arazzi, e gioielli d'ogni prezzo. Molto spesso sono oggetti di raffinata bellezza.

AMBER.  Andiamo con l'autobus alla vicina Amber, lungo la strada il paesaggio è stupendo, con antichi palazzi e fortezze abbandonati, o riutilizzati così da gente che ci bivacca dentro, e finalmente incontriamo gli elefanti, tanti, che fanno enormi cacche, ma secche e pagliose. Ti guardano e ti vengono incontro per vederti meglio, fanno un po' impressione, ma sono buonissimi, molto intelligenti. Stanno lì per portare i turisti su per la salita che va sino al palazzo e alla fortezza in cima alla collina, salgono lenti in processione dondolante, e i passeggeri sono protetti da grandi ombrelli colorati. Noi non vogliamo spendere e andiamo a piedi (idiozia: fa un caldo!). Su è favoloso, e si vede un panorama vastissimo con il lago e poi tutta la città. La fortezza fu costruita in cima al colle alla fine del Cinquecento, da un valoroso condottiero rajput. All'interno c'è pure una "sala del piacere" con una bellissima porta di sandalo intarsiata con avorio, di raffinatissima fattura. 


il posteggio per elefanti 



Domani ce ne andremo, dunque senza essere andati a Jodhpur, a Jaisalmer, a Pushkar .... ecco tanti altri motivi per ritornare una prossima volta [e in effetti ritorneremo in Rajahstan].



§. - VIAGGIO VERSO AGRA

Partiamo con un pullman; i trasporti su gomma sono un po' più cari dei treni (sarebbero 12  rupie) ma per questo tragitto il percorso stradale è più breve e diretto e la differenza di prezzo per noi risulta minima. In certi pullman ci sono sedili per la Ia e per la IIa classe, che sono poi rispettivamente quelli più davanti e quelli dietro.
In tutto dovrebbero essere solo 220 km. ma ci si mette moltissimo tempo, anche a causa del gran monsone di passaggio.
Aspettiamo ore e ore il bus per Agra, e pensare che il giorno prima comprando i biglietti ci avevan detto di venire qui con un'ora d'anticipo. Si doveva partire alle otto, ma ci muoviamo alle undici e mezza. Si sta tutti schiacciati.
I "cinghiali" o porci selvatici pelosi e scuri, ormai non li contiamo più, così come i trampolieri, anche grandi; dal bus vediamo un gruppo di grossi avvoltoi all'ingresso di un paese. Avvoltoi! porca miseria! fuori da uno zoo non li avevo mai visti, ma si riconoscono subito. Nelle campagne, diverse contadine stanno a torso nudo mentre sono impegnate al lavoro.  Nel tragitto certi villaggi che si attraversano sono molto più primitivi di quanto credessi. Capanne di fango e paglia con graffiature geometriche decorative all'esterno.
Anche i bus non hanno le sospensioni, il cambio di solito gratta con rumore e la marcia scatta d'improvviso come non ci fosse frizione; è normale che non ci sia la portiera, spesso per il caldo vanno con la portiera aperta (o non si chiude proprio, essendo arrugginita); spesso si fermano per fare benzina a pochi ottani (o gasolio, o nafta), o per raffreddare il motore, o per ripararlo in caso guasti. Le gomme spesso sono lisce e lasciano molto a desiderare. E spesso non hanno vetri ai finestrini; i posti a sedere sono molto stretti (noi abbiamo dei gran sederi... confronto agli indiani); non ci sono praticamente posti per il bagaglio, se non in misura minima, e tutto va messo al di sopra del tetto della carrozzeria, oppure lo infilano sul pavimento al posto dei piedi perché tanto loro stanno accovacciati. Insomma non è un viaggiare confortevole, ma intanto si osservano le persone, i loro modi di fare e di comportarsi. Ogni tanto una sosta consente di sgranchire le gambe e di scendere a fare pipì. Gli uomini da un lato del bus e le donne dall'altro, ma le donne semplicemente si accucciano e resta tutto noscosto dai gonnoni (evidentemente non hanno le mutande).
Qui ora nel bus tutti dormono, anche in piedi appoggiati l'uno all'altro...
Arriva il monsone, o noi ci entriamo dentro. Piove dentro al bus da ogni dove, e ci si bagna tutti. Chissà i nostri sacchi sul tetto? E' una alluvione vera e propria; tutte le campagne allagate, la strada è sopraelevata ma certe povere capanne sono già sotto... Ormai anche la strada è a fil d'acqua, molti mezzi motorizzati di ogni tipo sono fermi in panne. Si rischia di sbandare, tutti i passeggeri sono tesi e guardano fuori, non dorme più nessuno, si vede che è eccezionale anche per loro. Quando arriviamo ad un enorme fiume che sulla carta non è nemmeno segnato, ma che è più largo del Po, ed è in piena, e c'è un ponte da attraversare, e quando vediamo che  all'inzio c'è un cartello bilingue con scritto "Submersible Bridge", tutti scattano in piedi. Seppur di poco il fiume è già sopra il livello del ponte! L'autista pensa che se rimaniamo di qua poi non ci muoveremo più, se passiamo, poi di là sarà sempre meglio. Passiamo (pian pianino con gran prudenza). Ecco è così forse che poi ti viene un po' di fatalismo...
Ricordo i due begli articoli sul "Monsone" di Enrico Emanuelli, sulla rivista "Epoca", con bellissime fotografie di B. Brake (il testo era tratto dal suo diario di viaggio: Giornale indiano, A.Mondadori, Novara, 1955).


§. - AGRA (700 mila abitanti), nello Stato di Uttar Pradesh.
Agra  è menzionata già nel sacro poema epico Mahabharata (=Grande India) col nome di "Agra Bana", cioè luogo paradisiaco. Ma oggi come città è un porcaio, era meglio il Rajahstan... E poi è tutta troppo commerciale e turistica, tutto è teso a cercare di fregarti soldi. Finiamo in un Lodge schifosetto, dove ci chiedono un po' troppo per un cesso di stanza. Mentre  discutiamo il prezzo saltano fuori Paolo e Daniela ! Hanno sentito e riconosciuto le nostre voci, stanno proprio nella stanzaccia di fianco alla reception! Paghiamo la cifra più bassa da noi offerta, e ci fermiamo. P&D ci fanno racconti bellissimi su Srinagar e il Kashemir, di quel lago calmo dove si sta su barconi-alloggio, e del giro in barca per i mercati galleggianti, e degli acquisti fatti, e del clima mite... Che bello ascoltare i racconti entusiastici di viaggi in posti favolosi... Laviamo e stendiamo la nostra roba. 
Giriamo insieme per Agra, con un pirletto di un taxi-scooter del tipo "Ape" di quelli dei nostri panettieri, che chiamano tuk-tuk. Poi fa le scene e vuole un sacco di soldi e ci sta appiccicato e non accetta la cifra già alta che gli offriamo. La sera al Lodge il padrone fa da Salomone, lui dietro un tavolo, noi a destra, il pirletto a sinistra, ognuno dice le sue ragioni, e poi il proprietario sentenzia a nostro favore! Il fatto su cui il pirletto si attaccava era che "Daniela aveva perso la borsa con soldi e documenti al Taj Mahal, e una volta uscita, quando se n'è accorta, lui l'aveva riaccompagnata all'uffico, per ritirarla", ma se la borsa si è ritrovata è solo o per culo o per onestà indiana, mica per lui.... è qualcun altro che l'ha riportata tale e quale al botteghino dell'ingresso... Comunque la mancia per avere riaccompagnato là Daniela, gliel'avevamo già data. Uffa c'è spesso da discutere perché loro chiedono alla fine più soldi di quanto era stato pattuito, accampando le più diverse scuse.

Il Taj Mahal, è l'unico e il solo motivo per venire ad Agra, è un favoloso mausoleo dovuto all'amore 




il Taj Mahal  sullo Yamuna   
dell'imperatore moghul Shah Jahan (che avevo già menzionato sopra per Old Delhi) per la moglie Mumtaz, morta nel 1631 a 39 anni, e da lui tanto adorata. Quando fu detronizzato dal figlio (che diverrà il grande imperatore Aurangzeb) fu posto agli "arresti domiciliari" in un bellissimo palazzo all'interno delle mura del Forte Rosso di Akbar, sulla Yamuna (i fiumi in hindi sono di genere femminile) da cui poteva nella sua lunga prigionia contemplare la propria opera (come si vede nella foto), a forma di "grande corona" bianca (colore del lutto), che è appunto il significato del nome Taj Mahal. E' una delle opere d'arte più famosa del mondo, una delle "meraviglie del mondo" per la sua armonia e perfezione. 



In India l'ingresso ai monumenti è ad un prezzo irrisorio (ma a volte c'è un prezzo distinto per gli stranieri), mentre l'ingresso ai templi, anche se di interesse storico-artistico, è in generale libero.
Al Taj Mahal avevamo visto il tramonto sul fiumone, uno spettacolo fantastico. Dentro al Taj invece faceva un soffoco terrificante. C'era un gruppo di donne coloratissime sedute assieme sul marmo, ed erano anche loro un bello spettacolo.




tramonto dietro al Taj Mahal

Dopo aver mangiato alla cinese, ci chiudiamo stanchi nella stanza. Pareti umide e scrostate da anni, ventilatore rotto che va solo troppo forte e che ti fa raggelare il sudore, tutto sporco, un solo finestrino con sbarre, che dà sul cortile. Rimpiangiamo Udai e anche la terrazza di Jai. Certo che a Jai ti venivano a rompere le scatole continuamente, perché invece della porta c'era una tenda, e loro aprono senza scrupoli, magari per cercare di venderti delle cianfrusaglie (ecco cosa succede quando diventano invadenti, sono eccessivi). Si affronta la notte. 

Le notti...
Le notti indiane ti restano impresse. Quel silenzio particolare che c'è quando fa caldo afoso, un silenzio che non dà una sensazione di vuoto, di mancanza di qualcosa, ma che è "denso", che a volte viene rotto da suoni lontani, ottusi, che in realtà non lo lacerano affatto, ma anzi fanno come da sottofondo al silenzio fendendolo più palpabile. Oppure quella calma della camera, isolata, in contrasto con il casino fuori, per cui ti arrivano tutti i rumori della strada, il vociare e il daffare delle persone, e lì dove sei tu c'è come una precaria sospensione del casino, ottenuta in realtà a prezzo di soffocare. E infatti poco dopo cominci a fare strani giochi tra porta, finestra, sportelli sopra la porta, o tende o finestrini sul corridoio, per creare correnti impossibili d'aria calda, e allora il casino entra più forte con il suo rumore, o entra fisicamente per il fatto che addetti dell'albergo o venditori, vedendo che non sei più barricato dentro, ti bussano, chiamano, fanno capolino. Abitatori del silenzio, o della calma fittizia delle stanze, sono le mosche e le zanzare. Le mosche, di giorno, e moltissimo al tramonto, dopodiché si fermano esauste; e le zanzare al tramonto, e poi nella notte fonda, e all'alba, per poi ritirarsi anche loro su qualche parete o soffitto. Una grande occupazione notturna è il girarsi e il rigirarsi in cerca di qualcosa, di una condizione che sia abbastanza soddisfacente da poter essere assunta come definitiva, e questa ricerca di perfezione in cui ci si incaponisce nell'ottundimento mentale e dei sensi tipico di chi sta nel dormiveglia, è spesso vana, senza speranze, e così il non voler avere il minimo tormento è fonte di tormenti. Ci si gira e rigira, per non appiccicarsi troppo al lenzuolo, per non scoprirsi troppo offrendosi al pasto delle zanzare, per non coprirsi troppo e soffocare, per non star troppo sotto il tiro del fan, del ventilatore, per non farsi tener troppo caldo dal cuscino, per non urtare il compagno, per non essere urtati, per star più comodi, Ogni tanto il pensiero di un ragno, o un insetto, o uno scarafaggio, o un granchio, o un topo, e poi, nel momento più felice, un raglio, un muggito, un abbaiare, una voce, che ti sveglia…
Per certi tutto ciò avrebbe anche un suo particolare fascino (ed in parte è un po' vero...).

Ma ad Agra in realtà c'è anche altro da visitare. Andiamo in tonga, un calesse, che è poi un carretto tirato da un cavallo, dall'altra parte del maestoso fiume. Là ci sono molti lavandai sulla riva del fiume Yamuna, che sbattono la roba con forza su delle pietre, e poi hanno dei grossi bidoni di metallo tipo quelli per il petrolio, e ci fanno bollire l'acqua per il bucato, così ci sono anche i fuochi. Delle operaie di un ospizio estraggono la pomice da mucchi di terra argillosa.

Sull'altra riva del fiume c'è da visitare un bellissimo mausoleo moghul, tutto di marmo bianco intagliato (Itimad-Ud-Daulah), che sembra di stare dentro a una torta di nozze e a una scatola di pizzi. Ci sediamo all'ombra fresca dell'interno sul marmo, chiacchieriamo con delle ragazze spagnole tipo femministe. Anche questo è tutto in candidi marmi, e fu eretto da una regina in onore di suo padre. Là c'è pure la tomba dell'imperatore Akbar (che significa "il grande").
Qui c'erano degli entelli (hanuman langurs), delle scimmie non molto raccomandabili.

Poi a soli 10 km a est del centro, c'è il mausoleo di Akbar, che sembra un po' nello stile di quelle opere architettoniche di Tamerlano a Samarkanda o Bukara che si vedono in foto sull' Uzbekistan ...o anche di architerrure persiane ... Bello.
A 40 km da qui ci sarebbe Fatepuhr Sikri la sede della corte Moghol nel Cinquecento, ma non ce la sentiamo di fare altre visite a resti archeologici e a palazzi storici. Un motivo in più per tornare una prossima volta... Ma è chiaro che non si finirà mai di vedere tutto quel che meriterebbe vedere in India, è troppo grande e antica, bisogna fare delle scelte.

Ad Agra si trovano piatti della cucina moghul, che è un po' un misto di di persiano e di turkmeno (o come si diceva una volta, turcomanno), come il riso biryani, che è riso di qualità basmati (quello fine e lungo) bollito con tante spezie (coriandolo, cumino, peperoncino, curcuma, pepe, zenzero, menta, chiodi di garofano) e con verdure (fagiolini, carote, cavolo, piselli, zucchine, bacche) con aglio, cipolle, succo di lime, zafferano, e yogurth. E si può fare anche con della carne a pezzettini, di agnello o di pollo. E anche il kebab è di ascendenza turkmena, con curry e zenzero (ginger), aglio e chiodi di garofano.

VERSO BENARES
Andiamo alla stazione di Agra. Il tratto da qui a Benares costa 27 rupie in IIa classe. 
il modulo da compilare per riservare dei posti su un treno


Fuori c'è uno che rovista nel secchio della spazzatura. La gente si accomoda per terra sul marciapiede e aspetta; cosi i marciapiedi non sono mica tanto tali, ma sono accampamenti. C'è per esempio una famiglia di persone abbastanza decorose, che stende un po’ di giornali e si siede per terra con dei thermos e chiacchiera. Poi dopo un po' c'è un gran numero di gente come al solito che si sistemano sul pavimento.




Ci sono masse di anforette di terracotta con l'acqua fresca, che si vendono a quelli nei treni di passaggio, cosi poi possano buttarle via. Anche noi in treno beviamo il thè col ginger  che sembra un po' pepato, nelle piccole tazze di coccio, e poi buttarle ci fa un certo che di spreco, d'altronde difficilmente si potrebbero usare più di due volte al massimo, perché sono appena terracotta essiccata, e quindi sono porose e tendono a sciogliersi; giusto il tempo di bere una e forse due tazzine, appunto. Alla stazione mangiamo un buonissimo mutton chowmein, che sono spaghetti cinesi con carne di montone, un piatto consigliateci da P&D. Notiamo che ormai non si parla più di pranzo, colazione eccetera, ma di cibo, ci siam cibati con, il cibo era decente, e com'è il cibo in quel posto? ... .Per esempio il cibo che c'è sui treni non è male. Ti portano delle uova fritte, o una frittata con cipolle, marmellata, thè, oppure indian meal non malvagio, ma piccantissimo per me, e anche del curd (=yogurth intero), e altro. Si ordina al tizio quando passa, e poi dopo due stazioni circa, la roba ti arriva su vassoi di latta, e non è per niente cara, anzi, anche considerando che te la portano al tuo posto.
Alle fermate del treno ci si guarda reciprocamente: a volte gli indiani si mettono in semicerchio intorno a noi in silenzio, ci guardano fissi e ridacchiano. In effetti non sono poi molti i turisti che passano da certe stazioncine. . .
La guidina (cioè quella della collana Controcultura) dice giustamente: "accettate gli sguardi indiani, e i loro problemi".
 Da Agra a Benares ci vuole un'intera giornata (20 ore), perché il treno è lentissimo (ci sono quasi 600 km); ad una stazioncina chiediamo "quanto si ferma?", per sapere se facevamo in tempo a scendere per prendere delle banane, e ci dicono "quattro ore", ridiamo. Poi non rideremo ancora per molto. E intanto sale molta gente.



Forse avremmo dovuto scegliere il treno postale che va da Old Delhi a Calcutta (Kalka Mail) prendendolo per il tratto Agra-Benares, anziché un treno che fa solo questo percorso...

In treno un tipo di mezza età con gli occhialini piazza i suoi pantaloni al finestrino, tenendoli da una parte per farli asciugare dopo averli lavati; ha intorno ai fianchi il solito straccio. Poi si infila i pantaloni, si gratta a lungo il pancione peloso, si sfila il lungo straccio e lo sventola anche quello fuori dal finestrino. Lavare e asciugare la roba durante i viaggi à una eccellente occupazione.
Ad ogni stazioncina salgono venditori di thé (ciay), e di cosine da sgranocchiare, spagnolette, ceci con cipolle tritate, robe strane che vengono poi impastate.
In campagna abbiamo visto alcune contadine a seno scoperto, che lavorano la terra con solo una gonna e un velo in testa, che poi eventualmente si rigirano davanti; altre invece hanno il corpetto, ma non come al solito, ma tagliato, per cui si vede la metà inferiore del seno.
Moltissimi pavoni superbi, e stupendi uccelli di tanti tipi, che è bello osservare. Molti grossi avvoltoi. Non ho visto nessuno infastidire un animale. Si vedono in giro anche diverse scimmie.

Ad ogni stazioncina la gente scende dal treno a prendere un po' d'aria; quando riparte inizia a muoversi molto lentamente così che tutti possono risaltar su.
Quel vecchiettino lì che stava seduto per terra verso la porta, faceva un po' pena.

A volte caricano quantità veramente incredibili di bagagli in bauli metallici. I coolies, con una giacca di tela ex-rossa e molta celerità, portano pesi pazzeschi sulla testa. Anche le donne portano pesi sulla testa.

Pian piano non ti sembra più di essere "fuori dal mondo" (dal nostro) e ti abitui a questi paesaggi, a questa umanità, a queste modo di vivere. 
Si riscopre il rapporto col corpo, un rapporto totale, non limitato solo ai momenti di sforzo, o ludici, in cui ti si richiedono energie, fiato, e spinta vitale, né tanto meno ai soli momenti di carattere sessuale per esempio, ma al corpo tutto in ogni istante, nel suo funzionamento, e nella sua stessa presenza. E ti identifichi finalmente con tutto te stesso, perché ti "senti" veramente.

Ci sono due ragazzi spagnoli dall'aria perbene che tirano fuori un profumino fresco, e ce lo fanno provare, dopo tanti giorni di odoracci e puzze, è stata una sensazione piacevolissima, ci si pulisce e disinfetta e si dà un buon odore alla pelle sudaticcia, un tuffo in una concezione igienica di tipo totalmente diverso da quella indiana, un ritorno culturale in Europa per alcuni minuti, e un senso di nostalgia per certi buoni odori, per certa pulizia. Siamo in diversi occidentali, chi qui chi là, e ci riuniamo per il viaggio, scambiandoci notizie e racconti, impressioni e motivazioni del viaggio. Chi ha dei sacchi o zaini grossi, e chi invece, giustamente, non ha con sè quasi nulla.

Si incomincia a riflettere su quanto ci circonda, e sul Viaggio. Ne discutiamo con i vari compagni con cui ci aggreghiamo di volta in volta. C'è questa idea di un viaggio alle proprie origini, di un ritorno alle matrici, di un salto al di fuori del tempo e dello spazio, in una dimensione a parte. In India la compresenza di tutti gli elementi delle problematiche che ti premono, emerge sempre con grande forza. C'è un mondo arcaico, ancestrale, vivono valori mitici, la religiosità è ricondotta alla sua essenza, lo scontro con un'altra cultura ti induce a riflettere su quella e contemporaneamente sulla tua, sei spogliato dell'esteriorità, i condizionamenti sociali sono altri, ma la tecnica, l'industrializzazione, il nucleare, sono presenti egualmente, così come il peso del colonialismo, e la problematica politica e ideologica.  In India non sfuggi a nessuna problematica. Inoltre incontri compagni di viaggio di ogni mentalità e formazione che son qui con differenti motivazioni. Questo mondo brulicante ti parla anche di filosofia, e di spiritualità.
Inizialmente non sei in grado di districarti, poi cominci a sentire che devi innanzi tutto fare chiarezza in te stesso.
Nella guidina "Andare in India" si consiglia: "non vi aspettate di poter ingabbiare nella razionalità, nei nostri tempi, nell'efficienza, quello che vedete, lasciatevi andare...."


§. A  BENARES


Benares o Varanasi (800 mila ab.) si sviluppa solo sul lato sinistro del sacro fiume, la Ganga, ed è contenuta tra il fiume Varuna, affluente nord e il fiume Asi, affluente sud  (da cui il nome in hindi di Varan-asi), città tra le più antiche dell'India, è ritenuta risalire al primo millennio a.C., essendovi già un centro abitato e un suo relativo regno quando vi giunsero i conquistatori Arii, anche oggi è chiamata a volte con l'antico nome di Kashi (ad es. nei testi buddhisti è ancora chiamata così; fu la prima città in cui predicò il Buddha). 
E' notoriamente "la capitale" spirituale di tutti gli hindu, la città santa dell' hinduismo dedita alle sacre acque, alla sacralità dell'acqua come elemento vitale, alla dea Ganga, che rappresenta il fiume Gange, il fiume simbolo del fluire dell' esistenza stessa, e del Grande Viaggio, maha prasthan, dalla nascita alla morte, il viaggio dunque della vita.




A Benares un vecchio all'ingresso del Tempio Vishvanath mi lega un laccietto con un nodino, al polso destro, e poi uno anche ad Annalisa che però se lo leverà e che io metterò attorno al collo. Questi due laccetti non li toglierò per molti mesi. Parecchi indiani li portano, credo dividano le parti pure da quelle impure del corpo. Comunque questa dimensione del simbolico qui ora la accetto, e per me saranno il simbolo del legame con la sapienza antica della Grande Madre India e del viaggio in me stesso. 
 i vicoli del centro storico della città santa di Benares sono molto stretti e affollati



Forse quel vecchietto era solo un pover' uomo che cerca di campare vendendo laccetti, ma forse no, non importa, per me è il volto vetusto che mi ha fermato davanti ad uno dei massimi templi dell'India in una stradina straboccante di umanità e di tensione spirituale, per fissarmi negli occhi con un sorriso e dirmi in un'altra lingua che dovevo accettare di istituire un legame con tutto ciò. 
Resto a osservare cosa fa e a guardare tutti quelli che entrano ed escono (qui i non-hindu non possono avere accesso) ed è uno spettacolo straordinario di volti, di costumi, di tipi. E' un tempio molto frequentato, di metà Settecento, fatto costruire da una regina (maharani) di Indore.
Benares è una immensa stalla (è diffuso un po' ovunque l'odor di stallatico). Mucche e bufali dappertutto, ma anche altri animali di tutti i tipi, specialmente capre e cani, polli e qualche gatto, porci selvatici, eccetera. 
In un baracchino di un negoziante abbiamo visto una mangusta che allontanatasi evidentemente un po' troppo viene richiamata dal padrone, e torna indietro (!).

La confusione qui è incredibile, nonostante che i mezzi motorizzati siano scarsissimi. C'è una folla umana senza fine, coloratissima, variata. Molti vocianti, molti silenziosi. SÌ vede ogni e sorta di abbigliamento, e più che altrove anziani quasi nudi con colori in fronte. Le donne in effetti si disegnano di solito un cerchietto ben fatto colorato oppure si incollano un dischetto di carta di vari colori, mentre gli uomini fanno spesso gran pasticci con spruzzi di colori o incollandosi fiori, oppure, il che a volte fa un po' schifo, appiccicandosi dei chicchi di riso stracotto colorati; poi dopo un po' questa roba si scioglie o cade.




C'è una quantità mai vista di rickshaws armati oltre che dei normali campanelli già di elevata potenza, di ben altri quattro sulla ruota davanti, che vengono usati in continuazione (ma capite veramente cosa vuol dire in continuazione ?).

E' oramai quasi buio. Giriamo le viuzze e i vicoli stretti stretti che portano al grande fiume; è un vero labirinto, se non si ha il coraggio di girare senza temere di perdersi, il fiume sacro a Benares non lo si potrebbe vedere mai. E' sera e fa un caldo soffocante, non c'è un filo d'aria, e quasi manca la luce per orientarsi, il tutto da un senso di oppressione.  Bisogna scansare le persone che ormai a mala pena si intravedono, le vacche sacre che ingombrano i vicoli-budello e spesso ti stanno proprio tra i piedi, ma ... "don't trouble him!" dicono, anche se Annalisa quasi viene schiacciata contro il muro dal culo di una di queste ottuse ma forti bestione ! 

E i bufali, che incutono un po' di timore, e le ampie merde per terra. L'atmosfera è veramente pesante, con odori da stalla, ma anche forti profumi indiani che nel caldo umido vengono accentuati e resi un po' stucchevolmente troppo dolciastri (sono i fiori, oramai marciti per il caldo).





Nonostante tutto c'è qualcosa di incantato. Si percepisce "tangibilmente" di  essere -qui nel centro storico della città vecchia di Benares- in un mondo molto lontano dalla civiltà cui siamo abituati, misterioso e che incute qualcosa tra il rispetto, la riverenza, e il timore. Certi momenti ricordo scene di film di Fellini, per es. il Satyricon, e di Pasolini, molte cose. Mi pare ora che non siano immagini del fantastico, che non abbiano reinventato il passato, o il mondo reale, ma mi sembrano ora film assolutamente descrittivi...  Oppure anche all'inverso, come scrive la guidina a volte l'atmosfera in cui ci si trova può essere un po' onirico - psichedelica (sopratutto girando oramai al tramonto).




Nei vicoletti, continuamente piccoli templi con Ganesh, il dio con la faccia da elefante, 
il simbolo di una marca di sigarettini beedies

o altre divinità ricoperte di carta lucida colorata, illuminati da lucignoli, con petali odorosi di fiori e bastoncini profumati. Ogni tanto emergono dal buio finestrini illuminati di stanzini certamente troppo caldi dove gruppi di allievi studiano sotto la guida di un qualche santone-Maestro, accovacciati per terra al lume fioco della fiammella a petrolio. Si sentivano le voci portare nell'aria calda le loro parole. Questo camminare nel buio era anche un percepire presenze, fiati, odori, vicinanze. Sono tutti a piedi nudi e non senti i loro passi. Si è come dentro ad un Grande Sogno descritto da Jung, con simboli religiosi ancestrali, in una atmosfera ovattata. E' stata una gran cosa andare in giro al buio (tutto il centro vecchio è pochissimo o per nulla illuminato) abbiamo fatto proprio bene a seguire questo consiglio. Turisti in giro per conto proprio ora non ce ne sono affatto, e sei veramente immerso dentro questa realtà altra.

Improvvisamente sbuchiamo su un piccolo ghat (la denominazione delle gradinate sulla riva del fiume) "minore", 



e al primo momento provo una certa emozione nel vedere all'improvviso uno scorcio del Gange, scuro all'imbrunire, maestoso, potente, ammaliante. Poi sediamo sui gradini del Dasaswamedh ghat (sulla scalinata appunto che scende direttamente nelle sacre acque) osservando alcuni che terminano le loro lente abluzioni. Ci sono tanti pellegrini, e sadhu, donne, vecchi, ognuno impegnato in qualche funzione.
 
Poi prendiamo una barca che ci permette di osservare i fedeli dal fiume



 Poi andiamo di nuovo per queste viuzze soffocanti verso il luogo dove cremano i morti. Man mano che ci si avvicina si viene avvolti da un fumo denso, odore di carne bruciata misto ai profumi dolci e intensissimi dei bastoncini e dei legni aromatici. Ci sono cataste di legna, poi sul piccolo terrazzo due roghi bruciano, alcune ombre si muovono. Quel che resta dopo tre ore di fuoco verrà gettato nel Gange. E' il Manikarnika ghat.
Il Manikarnika Ghat adibito alla cremazione
 Intanto molti cani si aggirano nella speranza di qualche bottino. Più sotto, un cadavere attende il suo turno semisommerso dalle acque del fiume, avvolto in un sudario rosso; è una donna, dato che il lenzuolo è colorato.

Fuori dall'acqua i parenti attendono; sono solo uomini, per evitare che le donne, come si dice sia avvenuto certe volte, si gettino nel fuoco per abbracciare il congiunto e andarsene con lui. Dopo aver bruciato il morto i parenti tornano a casa, e per 13 giorni bevono solo latte o lassi e mangano solo frutta per lutto. Procediamo in fila indiana (!) a ritroso, ma a volte ci si perde un po' di vista lo stesso data la ressa. Questa breve visita ci impressiona indelebilmente.


L'accompagnatore barcaiolo,  purtroppo alla fine ci chiede di fargli il favore di andare a visitare una fabbrica di sete e di broccati, di dubbio gusto, dove lui lavora come operaio, così avrà una mancia dal suo padrone. E allora sono per fargli questo favore andiamo a vedere.


Il mattino alle 4 e mezza ci svegliamo 




e andiamo sul Gange, benché in piena e con corrente forte. I barcaioli faticano molto a spingere contro corrente e ad un certo punto si incagliano e non si riesce più ad andare né avanti né indietro nonostante i loro notevoli e ripetuti sforzi. Speriamo di non rovesciarci! Ci sono dei piccoli ma potenti gorghi. Stiamo vicinissimi a gente che se ne sta nelle acque solo poco più in là dove non c'è corrente e fanno tranquilli le loro cose ovviamente senza degnarci di un solo sguardo. Purtroppo l'alba non la vediamo, nel senso che il sole non sorge mai per via di una fitta coltre di nuvole, ma lo spettacolo è comunque affascinante, e poi la luce cresce gradualmente. Ai ghat, c'è la gente che fa le proprie abluzioni con grande calma, chi medita, chi beve le sacre acque, chi soffrega le brocchette di ottone, molti si lavano i denti con un bastoncino sfilacciato in cima. Si spogliano, si rivestono, lavano la propria roba. Dalla barca li possiamo stare ad osservare. 



Più oltre c'è il ghat dove bruciano i cadaveri, già visto, e poi più in là ancora quello per i lebbrosi, ma là non ci si può andare; in tutto lungo il fiume ci sono 64 ghats. Penso alle fognature di questa grande città santa, che ospita continuamente masse umane di pellegrini malati, feriti, o moribondi, e tutto finisce nel fiume Gange. Eppure loro continuano ad essere convinti dei poteri curativi e anche immunizzanti di queste acque e scrivono persino specie di trattati scientifici su questo tema! Certi si lavano i denti e risciacquano la bocca, certi addirittura bevono l'acqua fiumana, e se ne riportano a casa un secchiello o un vasetto, un barattolo.
I personaggi che si vedono andare verso il Vishvanath Temple (detto anche Tempio d'Oro, menzionato già più sopra) con fiorellini, brocchette d'ottone con l'acqua del Gange, frettolosi, senza fermarsi ai negozi. Vecchi con grandi barbe bianche, poco o nulla vestiti, donne anziane, alcune giovani con i bambini piccoli. Gettano qualche petalo di fiore nelle "cappellette", pregano un attimo con le mani congiuri te e gli occhi chiusi, nei templi grandi si chinano a toccare la soglia che spruzzano con l'acqua del Gange, entrano rapidi; parecchi all'uscita danno qualche monetina a qualche mendicante. Ci fermiamo un po' ogni tanto per stare ad osservare. Portano corone di fiori, e anche dei dolcetti che smangiucchiano lentamente, perché hanno la funzione di farti rilassare, di immergerti in pensieri e in meditazione, ed entrare in contatto col divino. 

A Varanasi aveva predicato il Buddha, e a soli 10 km dal centro, c'è Sarnath il luogo dove tenne il suo primo sermone al pubblico, qui è eretta la famosa colonna di Ashoka, il primo imperatore di religione buddhista, che è ora anche un simbolo dell'India unita. Ma se Sarnath rappresenta la nascita del biddhismo, esso poi fu perseguitato e quasi si estinse in India, diffondendosi a Sri Lanka, nei regni himalayani, in Birmania e nel Sud-Est asiatico. Oggi c'è un timido e graduale ritorno, anche grazie al gran numero di profughi tibetani.
Benares non è solo il luogo dove si va a morire, ma a Mir ghat c'è un tempio nepalese con sculture ispirate al Kama Sutra, sull'arte erotica. Nè solo un luogo per pellegrinaggi religiosi, ad es. vicino a Varanasi 'è anche l'Università indù, Banaras Hindu University, l'unica al mondo, fondata nel 1916, dove hanno studiato per es. S.Radhakrishnan, e Robert Pirsig. 
Il giorno dopo torniamo con altri amici nel ginepraio dei vicoletti per cercare di ritrovare ad ogni costo un magnifico tempietto incontrato per caso ieri. Giriamo a ruota libera, ma senza trovarlo. 
 lavandaia che stende i panni

Poi vedo un vecchietto che esce da un ricovero per pellegrini con una brocchetta vuota in mano e con un solo straccio a mo' di mutande; decido che sicuramente sta andando verso il fiume e lo seguo sperando di poter più facilmente orientarmi ripartendo dal lungo-Gange. In effetti è così, fa un giro complicato che da soli non avremmo mai saputo compiere, e trotta svelto svelto. Ci porta sullo spiazzo che da sul Grande Ghat, o Raj Ghat, quello dove vengono portati i turisti perché ci si può arrivare sull'unica strada larga asfaltata della Varanasi vecchia. Gironzoliamo tra gli ombrelloni dei "santoni" (sadhu) che stazionano lì e dei maestri spirituali che hanno la loro sede di insegnamento sui gradini del ghat

Poco più in là ci sono anche vari vecchi barconi ormeggiati, dove ci dicono che vivono per una rupia a notte i junkies, cioè i bucomani e i vari "spettri" bianchi che a volte si incrociano a Benares; poveretti questi drogati pesanti, naufragati qui a morire, che pena...
Un tizio vede una sacra vacca cagare e si precipita a raccogliere con le nude mani la merda ancora bella calda, sorride radioso e se la porta a casa. Spesso si vedono (e si sentono col naso) dischi di merda spiaccicati sulle pareti esterne delle case ad essiccare, saranno poi utilizzati come combustibile organico per far da mangiare.
Il tizio che fa come il capo dei camerieri dell'albergo è un leccone mellifluo e fastidioso. Non si creda che eravamo in chissà che favoloso hotel, tutt'altro; in India in molti posti anche parecchio scassati c'è una pletora di gente che ci lavora o lavoricchia o che gravita attorno, forse in cambio di mance o solo di qualcosa da mangiare e basta. Il padrone è un grassone, finto gentile; alla sera si stravacca sul charpoy all'aperto e si fa fare i massaggi dal suo adulatore. 
Annalisa saggiamente decide di dormire fuori, sul balcone; io continuo a fare docce. Le serate e le nottate sono sempre scandite da qualche canto o da qualche festa. A Benares ci sono praticamente sempre delle piccole feste qua e là, perché la gente ci viene da tutto il mondo hinduista e ha festività famigliari, regionali, tribali, diverse. Proprio vicino a noi c'è appunto una festa del quartiere, per cui c'è anche un fastidioso e gracchiante altoparlante che ogni tanto emette brevi invocazioni o preghiere a un volume assurdo.

Per venire dal centro della città, dove c'è il nostro alberghetto si deve passare per una zona di prati spelacchiati e di spiazzi di terra, una zona incredibile. Attraversarla la sera col buio (qui non c'è ancora l'illuminazione pubblica al neon) fa sinceramente un po' paurina, sebbene non succeda poi mica niente... Ma è una zona talmente povera, che la definirei miserabile, derelitta. 



C'è proprio un pezzo di campagna, qualche cumulo di pattume, uno stagnetto, la strada di terriccio melmosa, e bestie in quantità. Seguire la strada tortuosa è un po' difficile all'inizio, e ci si potrebbe perdere, dato che ovviamente non ci sono scritte, insegne, e dunque anche la mia conoscenza dell'alfabeto hindi qui non serve. Ma poi la strada la si impara (nel bisogno si memorizza alla svelta e meglio). Molti ti chiamano, ti parlano, ti interrogano, ti vengono dietro, e ti senti come un po' "isolato", in balia di chiunque. Ma in realtà è povera gente e sono solo curiosi, non hanno magari mai incontrato da vicino uno straniero bianco. C'è gente per terra accovacciata che dorme, maiali pelosi e scuri che girovagano, e grossi bufali, vaccherelle sul punto di morte, malati, storpi, gente che viene a Benares sperando in chissà cosa, ragazzini impertinenti, occhi indagatori, cubabitacoli abitati da disperati, poverissimi negozietti per tentare di sopravvivere. 

"E' un mondo grande e terribile, o mio piccolo kela" diceva a Kim il vecchio saggio lama.

Il giorno dopo andiamo con gli altri a vedere com'è il Tourist Bungalow di qui, a Parade Kothi, per eventualmente cambiare posto, che però è distante dal centro città. Lungo il percorso incontriamo altri (occidentali) già visti chissà dove e quando. Loro si fermano in un posticino a bere del lassi, che è una specie di frullato di latte e yogurt, diluito con acqua, e col ghiaccio e qualche erba aromatica (non pulita) e non so che altro, che noi certo non beviamo per via dell'acqua. D'altronde il posto è lercissimo, e qui tutto è lercissimo. Davanti c'è la bella vista di un cimitero di camion vecchi e rotti, e delle poche auto, e di scooter, gente che ci abita in mezzo, bimbi che ci giocano.


Mangiamo in un ristorante cinese che sta sotto il livello del suolo, con un soffoco pauroso. Un altra volta facciamo una lauta colazione in un alberghetto indian style (distinguono così gli alberghi per indiani da quelli moderni per occidentali) dove passiamo le ore mattutine solo per avere quattro cazzatine che ordiniamo, ma in compenso dove c'è il cesso, e siccome tutti noi ci andiamo spesso, la cosa è interessante, e poi c'è un balcone da cui si può osservare il via-vai sottostante, i carretti, le bici, i rari taxi, la gente che passa. C'è anche un altro alberghino in pieno centro, dove mangiamo da soli del riso scotto come al solito, e mal o poco mondato, con dentro vari sassolini, e uova fritte in un qualche unto, e dove hanno anche delle camere, chiediamo quanto costano e di vedere come sono, così tanto per far loro un po' sperare che ci andremo, così magari tengono il prezzo del cibo un po' più "basso"; e allora ci aprono una stanza per mostrarcela, ma c'erano dentro una coppia di americani che giustamente si incazzano, ma loro invece se la ridono.
Una sera andiamo in un ristorante cinese fighissimo. Tutta una famiglia di cinesi-cinesi, non cinesi d'India, dalla bellissima vecchia dell'epoca imperiale, ai giovani occidentalizzati. Si mangia superbamente roba sweet and sour, che a me piace. Minestrone di verdure con l'ananas, pollo con il mango e robe simili. Thé non zuccherato. 
Ma va via la luce e quindi si spengono tutti i ventilatori, è veramente penoso e inducente a claustrofobia. C'è una ragazza "fantasma" ormai ridotta a poco, cinese, sembrerebbe una rifugiata, che viene nutrita da una amica indiana benestante. I benestanti li riconosci anche dalla ciccetta... Ma si fanno fantasie diverse sui personaggi che si vedono nel viaggio.
Quando giriamo per i vicoletti, gli altri  si fermano in un negozio che vende cose di ottone, e io mi siedo sui gradini ad aspettare guardando la gente che passa. Davanti a me un vecchio bellissimo, tutto bianco vestito di bianco, con i capelli lunghi bianchi, la barba bianca, e un sorriso dolcissimo. Gli do qualche moneta e poi sto ad osservarlo mentre chiede silenziosamente un obolo ai passanti. Mi sembra sereno, sicuro di sé, tranquillo. Mi guarda con occhi profondissimi e pieni di saggezza, non parla mai, mi sorride, si crea una tensione tra noi, lui vorrebbe comunicarmi tante cose e invitarmi a stare con lui ma non sa come farlo e se farlo. Ci sorridiamo. Le contrattazioni e le discussioni alle mie spalle nel negozio, al solito lunghe ma stavolta lunghissime, mi lasciano solo di fronte al mio vecchio saggio per diverso tempo, mentre una folla infinita e continua passa, scorre, va e viene tra noi. Il padrone del magazzino di fianco anche lui seduto sui gradini se ne accorge (?) e va a portare una offerta di petali a una "cappelletta" vicina.

Annalisa annota: "Sto scrivendo questo in treno e mi viene in mente di quella ragazza inglese che scriveva in treno e tutti la guardavano stupiti; quando il treno ha sostato a lungo in una stazioncina, si è formata una folla sul marciapiede del binario per osservarla dal finestrino. Qualcuno di noi si era scocciato di questo loro continuo guardarci come bestie rare, ma un indiano ci dice subito che non è così, che ci guardano con ammirazione (!)".
Quando siamo andati al Vishvanath Golden Temple e in giro lì intorno, nella viuzza c'erano tantissimi rivenditori di fiori, di ghirlande, di fior di loto, colori in esplosione, profumi, e tanti religiosi vestiti di arancione e altri di rosso cupo, brocchette rilucenti, una festa, paliamo al primo piano della ressa di fronte per poter vedere da un balcone qualcosa dell'interno del tempio "inaccessibile ai non-hindù" e dedicato al Lingam, il simbolo fallico della creazione.
In un altro quartiere poco più in là si apre all'improvviso un largo spiazzo, inusitato per la Benares vecchia, è un luogo sacrissimo anche se a prima vista non sembra, anzi pare un luogo di recenti demolizioni che poi dovrà essere messo a posto. Là c'era il tempio più importante dell'hinduismo dedicato a Shiva e lì i fanatici islamici durante la conquista, nel Seicento, ci avevano costruito al suo posto una moschea. Tra l'altro gli islamici distrussero moltissimi templi (e avevano anche addirittura costruito un palazzo sulla riva sinistra del Gange, per spregio, ancor ora l'unico edificio esistente al di là). Ora la moschea profanatrice è stata demolita e quindi c’è lo spiazzo, e il luogo è veneratissimo dagli shivaiti anche se non è stato ricostruito il tempio perché c'è una voragine, un buco nel terreno, che loro credono sia il buco che  il Lingam di Shiva  ha fatto sfuggendo alla profanazione e saltando di là dal muro della moschea in costruzione e cadendo profondamente nella terra. Il forte odore di marcio è dovuto alla gran quantità di fiori in decomposizione che i fedeli gettano giù in questo “Pozzo della Conoscenza”. Lì c'è un patio sotto cui ci sono un sacco di persone, di pellegrini, gente che arriva lì da lontanissimo, che lì si mette a dormire, che sta accucciata a chiacchierare. Bellissimi sadhu tra cui un gruppo di anziani che si stanno mettendo in ordine i capelli, la loro roba, che si spidocchiano o si fanno i segni colorati a vicenda. Si fanno delle strisce grosse di vari colori orizzontalmente sulla fronte o verticalmente altrove sul viso, o cerchi tipo terzo occhio. 
Più in là c'è un marciapiede con su una grande statua kitsch del toro Nandi  la cavalcatura di Shiva, tutta dipinta di rosso e inghirlandata dai fedeli. Nonostante cartelli anche in inglese, Annalisa cammina senza avvedersi su quel gradino o marciapiede, e compie atto proibito perché ha calpestato il suolo sacro con sandali di cuoio, e come sempre nei luoghi sacri hindù non si può avere nulla di cuoio o di vitello. 
Ma fortunatamente tutti capiscono che non l'ha fatto apposta, e così non succede nulla.


Ci sono in giro molte swastika (e una grande campeggia proprio sopra l'edificio della Stazione ferroviaria), ma sono antichi simboli che qui non hanno nulla a che fare col nostro ricordo dell’uso che ne fece il nazismo tedesco.
Nella piazzola più in là, dove passa furtiva una scimmia, e dove uno tira fuori da un sacco di merda (letteralmente) delle "polpettine" che fa essiccare al sole (una volta secche serviranno; per mantenere la brace a lungo accesa e riscaldare un ambiente umido) e ci sono baracchini di fiori o di polveri colorate per pittarsi, o di immaginette. Compro una vacchetta in pietra e un piccolo lingam fatti di una pietra molto dura e scura. 
Uno regala un grande fior di loto molto bello ad Annalisa.
Le lunghe soste specie per il caldo ti portano tanti pensieri.
A Benares si può comprare bellissima seta, ma anche avorio e oggetti in bronzo, Ma in realtà c'è assolutamente di tutto, specialmente oggetti di tipo religioso. Si vendono anche cose vecchie, a volte bellissime, di squisita fattura.

Siamo nella zona commerciale che sta "dietro" al vecchio centro lungo il fiume, e per non stare a ritornare nella parte moderna per andare in Banca e alla Posta, le cerchiamo lì nel quartiere vecchio, e ci ritroviamo a non capire più niente, anche ora che credevamo di saperci orientare. Le banche in effetti, come molte altre istituzioni, non hanno l'aspetto che hanno da noi, se non raramente, o per lo meno non si vedono o non si presentano con quei segnali di riconoscimento abituali. Intanto stanno spesso in qualche appartamento di case, o in interni di cortili, e poi non tutte le banche hanno il servizio di cambio per le valute straniere, o se lo hanno non sono autorizzate a farlo a stranieri. Quindi devi andare a cercare certe banche; e di solito queste hanno insegne e si fanno riconoscere come tali magari semplicemente per essere quelle più nuove e moderne. Ma non sempre. Questa volta appunto nella zona in cui siamo ci sono solo insegne in hindi, oppure solo i simboli delle banche (ogni banca ha un suo marchio). Entriamo in questa e ci dicono di andare in quella, saliamo scale, scendiamo, entriamo in case e cortili. Finalmente, esausti troviamo la banca giusta grazie alla mia conoscenza dell'alfabeto, ma naturalmente non hanno ancora l'organico degli impiegati al completo perché hanno appena aperto.... non si capisce che orari facciano questi qui. Aspettiamo in una stanza. In tutta la banca i ventilatori si sono fermati e oggi c'è particolarmente soffoco. Aspettiamo. Arriva il tizio e si scoccia di dover lavorare subito e poi per una cifra cosi piccola; in effetti loro devono riempire un sacco di carte, hanno una burocrazia mostruosa. Poi si vede che qui di turisti ne salgono pochi e quindi è molto sospettoso, e si sventaglia e ci guarda. Poi passa la patata a un collega appena arrivato. Finalmente possiamo andare di là dove ritireremo i soldi ma là l'impiegato ora non c'è ...... mai spazientirsi! Si aspetta. Si ricomincia con i controlli. Abbiamo i soldi. Stesso casino per trovare un ufficio postale per fare certe cose. E ci passiamo davanti, senza riconoscerlo come ufficio postale. è tutto così scassato e fatiscente, con davanti carretti, cavalli, merde, una fontana che produce solo melma, varie bancarelle e botteghini, tende per abitarci ..., e ci sono i soliti casini, gente, venditori, risciò, ... animali.
Insomma, alla fine completiamo la nostra faccenda. 
A Benares si può trovare da mangiare bene: una puré di spinaci; delle patate con piselli con un po' di limone; le malai kofta, cioè delle polpettine di verdure con panna (di origine malese); e alu panir, patate con formaggio fresco sciolto, che sono buonissime. E ci sono vari tipi di pane o piadine non lievitati, oltre al chapati, c'è anche il roti e il buonissimo naan.
Dopodomani saremo di nuovo in treno.

Stiamo per intraprendere un viaggione di due giorni e mezzo, si noti 2 gg e mezzo, ininterrotti, cioé notti e dì, per andare da qui a Kathmandu in Nepal. Questa sì che sarà una avventura.  Si deve andare da qui a Sonpur, poi cambiare e andare a Raxaul, (se non fosse possibile dovremo cambiare anche a Sagauli), e poi da là raggiungere Birganj sul confine con un tonga, un calessino. E una volta passata la frontiera c'è un pullman per Kathmandu che ci impiega altre 12 ore. . .

(per il tratto successivo si veda il post in questo blog, con il diario del viaggio 1978 da Benares al Nepal, che ho già messo nel dicembre scorso, vedi il primo dic. 2011, 
cui poi segue quello di rientro in India, a Calcutta)...


PS: mi scuso se non so mettere le mie foto a colori che feci allora (si tratta di diapositive), ma non ne sono capace. Ho messo solo alcune foto in bianco e nero che ho passato allo scanner. Ho altrimenti fatto ricorso ad alcune immagini presenti su dépliants, o cartoline di allora, o prese in internet.
 per la lettura completa di tutte le otto puntate su questo viaggio del 1978, vedi:

Pakistan (9.sett.12); poi Amritsar - Old Delhi (5.nov.12); poi la presente puntata: Rajahstan - Agra - Benares (6.nov.12); quindi il Nepal (1°.dic.11); poi Calcutta-Madras (24.ott.12); quindi a Goa (25.ott.12); e su Bombay e Elephanta, con il rientro via Karachi ( 26. ott. '12); e infine per le considerazioni post viaggio ( 29 ott. '12).


3 commenti:

  1. Rajasthan fa parte delle città piu belle dell'oriente,

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  2. anche Delhi fa parte delle città piu belle dell'oriente, cultura, architettura, piazze veramente da scoprire

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