venerdì 9 ottobre 2015

Il disprezzo verso la cultura 2


C'è qualcosa di storto nelle società umane?, o forse nella stessa "natura" dell'uomo?, che va corretta. Continue sono le azioni che vanno contro ogni rispetto della dignità altrui, in dispregio del cosiddetto diritto consuetudinario tramandato oralmente da una generazione all'altra e dei valori che ogni tradizione culturale riconosce come superiori alle contingenze del quotidiano, e che permettono la convivenza sociale. Un primo intervento fu quello di istituire dei magistrati di giustizia, che ritroviamo per es. nel corpo di leggi Assire, e in quello Hittita. Né mancarono sacerdoti e sovrani che stabilirono regole per gestire l'amministrazione della giustizia secondo criteri generali.
Ma per evitare l'arbìtrio di tiranni e anche di magistrati onnipotenti e incostanti, e preda di avversioni e  di simpatie, che perseguitavano i loro avversari così come favorivano oltre misura chi era loro fedele, Hammurabi stabilì un codice che dovesse essere rispettato anche dai potenti (e dagli stessi sovrani!). Hammu-Rapi fu un re babilonese che governò per ben quarant'anni a partire dal 1792 a.C. Come accennavo, già altri prima di lui stabilirono regole valide per tutti, ma non sono così onnicomprensive e coerenti, tanto da poterle considerare un vero e proprio Codice.
Una stele che riporta tutto il Codice di Hammu Rapi, è stata ritrovata in ottimo stato di conservazione a Susa (oggi nel Khuzestan iraniano) nel 1901.

La sua particolarità è il tentativo di dare una base oggettiva alla equivalenza tra la violazione della legge e la corrispondente pena (anche se si distinguono tre classi di sudditi). Dunque se qualcuno ha rotto il naso del querelante, al violento per punizione verrà rotto il naso; se con un colpo contundente è stato rovinato l'occhio destro e la vittima ha perso la vista, si accecherà l'occhio destro del violento; se con un pugno è stato rotto un dente a qualcuno, si romperà un dente a chi ha dato il pugno…. eccetera. Senza possibilità di eccezione per nessuno.
Quindi questo è un -oserei dire- "rivoluzionario" tentativo di imporre una giustizia equa e proporzionata basata su fondamenta "oggettive". Perciò il codice di Hammu-Rapi è passato alla storia. Lo scopo era anche di far capire al violento la gravità delle sue azioni, e delle loro conseguenze, facendogli provare ciò che esse implicano in termini di sofferenza per l'aggredito.

Poi vennero nel XIV sec. a.C. i concisi, e lapidari dieci comandamenti mosaici a ribadire i concetti più basilari.

Ciò non toglie che  in quella lontana epoca diverso dal nostro era il significato che si dava alle parole e il contesto in cui queste assumevano un senso, e poi non toglie il fatto che in realtà non si risolse definitivamente il problema. Tanto che per ancora molti e molti secoli, si continuò a violare le norme di convivenza, e continuò non solo nei secoli di sovrani finalmente cristiani, quindi non solo nell'Alto Medioevo e poi anche nel Basso Medioevo, ma anche nei secoli "moderni" quando comunque ancora imperversava ad es. la Santa Inquisizione con le torture per chi si sospettava avesse pensieri eretici … l'equanimità e il sentimento di umanità non erano le priorità nelle menti di chi deteneva un potere assoluto.




Ma è stato così ancora ai tempi del nostro Cesare Beccaria che si lamentava nel suo famoso opuscolo di protesta del 1764 (nel Secolo dei Lumi...) della sproporzione tuttavia esistente tra i delitti e le loro pene. E si interrogava sulla legittimità di chi fosse preposto a decidere che certi atti fossero da considerarsi violazioni delle norme vigenti. Non solo ma dissertava sulla arbitrarietà usuale nel comminarle e sulla disparità dei modi in cui queste venivano fatte scontare, tanto che infine definiva le prigioni come luoghi infernali anziché luoghi di giusta correzione e punizione per i rei, e quindi dei focolai di rivolta antisociale, e in particolare come sappiamo si soffermava sull'abuso di potere da parte della patria potestà all'interno stesso dell'ambito domestico e famigliare (vigeva ancora la famiglia come organizzazione di ruoli gerarchica e patriarcale).
Qualcuno ricorderà per es. il film di M.Forman (del 2006) con J.Bardem e la N.Portman, "L'ultimo inquisitore" ("Goya's Ghosts" = i fantasmi di Goya).

Quindi forse lo spirito equanime che motivò il codice di quel lontano sovrano di giustizia babilonese  -una volta prese le debite distanze storiche- andrebbe ripensato e in buona parte rivalutato (si pensi solo alle leggi che ancora nel nostro civile Novecento appena trascorso, discriminavano nel nostro paese gli ebrei per la sola colpa di esser nati tali, e usavano diversi pesi e misure per giudicare e condannare i critici del sistema politico vigente… quand'anche non avessero commesso alcun reato nei fatti, ma che erano condannabili sia pur solo per delitto d'opinione).
rogo di libri da parte dei nazisti in Germania negli anni Trenta

Tuttavia l'esperienza storica ci dice che non è mai accaduto che con l'aggravare e inasprire la minaccia e l'esecuzione di pene severissime, siano diminuite le infrazioni, o per lo meno pur essendo sempre stata l'autorità per millenni assai dura nel punire, non si sono comunque mai estinti i reati... (insomma la historia magistra vitae ci insegna che  non c'è "bisogno" di mozzare la mano ai ladri, come si faceva nel medioevo, per assicurarsi che non si rubi più… o credere che quella condanna sia così esemplare da scoraggiare  i furti….).
Anzi la pace sociale e la diminuzione dei furti, dei crimini e dei reati, si è avuta sempre e solo in misura proporzionale alla equanimità esistente nel contesto sociale, e al grado di benessere della popolazione (cioè diminuendo la drammaticità del bisogno di sopravvivere, diminuiscono anche i furti…). Ma in effetti non è tutto poi così semplice, entrano in campo anche molti diversi fattori, non solo sociali ma anche psicologici, e non ultimo quello del tipo di educazione ricevuta in famiglia, e il fatto di esser stato cresciuto e formato al rispetto di valori etici universali, e infine in parte anche al livello medio di istruzione e di cultura delle persone (sperando che basti per prevenire pregiudizi e ostilità).
Ma questi ultimi elementi su che base si possono sviluppare? Come si possono prevenire violenze e guerre (come quelle a cui mi riferivo nello scorso Post)?
Sul rispetto del prossimo, e sulla accettazione del fatto che c'è chi è diverso da "noi", e sul dialogo con l'estraneo (nelle società antiche vigeva il culto dell'ospitalità). Sulla considerazione che siamo tutti esseri umani, sul significato che si conferisce all'aggettivo qualificativo di "umano" (e quindi anche "umanitario"), che vada al di là delle specifiche determinazioni di culture, tradizioni, e credenze le più varie. Comportarsi in modo umano verso gli altri,  e prestare sempre attenzione al lato umano delle questioni. Di fatto i contrasti potranno non sfociare in violenze se ci si baserà sulla costante ricerca di dialogare con "l'altro" e sul ricercare un patto (compromesso) di convivenza con "gli altri". E' anche il principio su cui si è fondata la stessa ONU come organizzazione per il confronto pacifico tra le nazioni, e sede in cui dirimere le conflittualità. Sostanzialmente al posto del processo di demonizzazione del diverso visto come potenziale nemico di cui aver paura, si dovrebbe cercare di radicare il rigetto verso la guerra e l'autoritarismo come soluzioni.

Anche in ambito privato ognuno sostenga e difenda quel che ritiene di poter qualificare come "giusto", purché lasci lo stesso diritto anche a chi è d'altra opinione. Cerchiamo il modo e la misura in cui ognuno possa pensare, comportarsi, atteggiarsi ed esprimersi come crede meglio.
In sostanza la regola aurea è: fai pure quel che ti pare nella misura in cui non rechi danno ad alcun altro, nel rispetto reciproco. Cioè in definitiva: non imporre alcunché a nessuno, tanto meno con violenza.


La storia è piena di eventi tragici causati da chi ha voluto imporre a tutti di credere e di fare ciò che si riteneva fosse "giusto" (inteso come inverso di "sbagliato").
Il che è oggetto di meditazione  particolarmente importante e urgente oggi che viviamo in società in rapida trasformazione, società sempre più articolate al loro interno e complesse, in un contesto di sempre crescente tendenza alla mondializzazione per cui tutti i problemi sono divenuti di tipo planetario e vanno dunque affrontati e risolti in modo concordato.

Questo volevo dire soprattutto per quanto riguarda il pericolo che rappresenta il disprezzo verso le culture diverse dalla propria, e il suo potenziale altamente infiammabile.
Ma nello scorso Post parlavo in particolare di chi dimostra di provare disprezzo nei confronti della cultura intesa in senso generale, la cultura umana, ciò che l'uomo ha creato come propria espressione creativa culturale nel corso della storia dei popoli e delle società.

[ prosegue ]

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