domenica 1 ottobre 2017

Viaggio in Etiopia - 21 (visita a siti paleontologici e archeologici, Melka Kunture e Tiya)

domenica 3 Settembre

Partiamo con anche Feven per andare fuori Addis. La città stamane è semi-deserta, si fa presto a uscire. Attraversiamo per un'ora circa delle belle campagne. Fa molto caldo, con nuvoloni bassi. Si vedono paesi di contadini, e donne che dopo aver raccolto rami secchi, li dispongono in belle fascine e le mettono in vendita lungo la strada asfaltata. 
Andiamo a sud, prima verso Tefki (o Teji), poi invece a sinistra al bivio, in direzione Butajira e Werabe. Il nostro obiettivo è il sito paleoantropologico di Malke Kuntur (o Melka Kunture), nell'alta valle del fiume Awash Wenz, prima che sfoci nel lago Koka. E' tutta un'area di vulcani estinti.

§. a Melka Kunture

Una volta arrivati purtroppo scopriamo che il museo sarebbe chiuso, ma non perché è domenica, bensì per un contenzioso sindacale degli addetti, per avere gli straordinari in giorni festivi. O almeno così ci dice il portiere al cancello, che poi in via eccezionale ci apre e ci fa entrare, accompagnandoci lui stesso. Francamente così a prima vista il luogo sembra abbandonato. Intanto che percorriamo a piedi il lungo sentiero nei prati non falciati e tra gli sterpi, ci dice di stare attenti che potrebbero venire iene e felini selvatici, ma che in realtà arrivano solo al tramonto e poi di notte.
questo è il campo degli scavi

un bellissimo bruco verde brillante che si confonde tra l'erba

Ci racconta che era stato qui un archeologo francese (J. Chavaillon) negli anni Sessanta/Settanta, e il sito aveva destato molto interesse. Poi le autorità sotto il regime militare comunista (1974-91) lo avevano mandato via, forse pensando di affidarlo a ricercatori dei paesi filo-sovietici. Poi dopo la rivoluzione democratica sono venuti archeologi italiani, e menziona il professor Marcello e la dottoressa Margherita... (così si esprime... anche a noi spesso è capitato che credessero che il mio cognome fosse Carlo, o Annalisa, anche perché nella loro tradizione culturale nella rete parentale non c'è distinzione tra nome e cognome).
Dopo il nostro rientro a casa trovo che sul numero di settembre di "Archeologia Viva", c'è una intervista di quattro pagine alla professoressa Margherita Mussi della univ. La Sapienza, di Roma. Così ricavo che il suo predecessore italiano a Melka K. era stato il prof. Marcello Piperno.


Il sito di M.K. viene definito dal direttore della rivista, Piero Pruneti, come "una delle cattedrali delle testimonianze preistoriche del ns. pianeta, un sito strategico per la comprensione" di quelle epoche. Si dice anche che nell'alta valle dell'Awash ci siano più materiali di studio precedenti i 6 o 700 millenni fa, che non nell'intera Europa. Si tratta di resti di ominini. Poi nel ns continente si è affermata la specie dell'uomo detto di Heidelberg, mentre in Africa la loro evoluzione porterà all' uomo Sapiens. Se in altri siti etiopici si può ipotizzare una prima comparsa del Sapiens arcaico, qui a M.K. si tratta non tanto di una comparsa, ma di un primo popolamento abbastanza stabile e continuativo. Sono fossili di quasi 200 mila anni. Le attività di caccia probabilmente coinvolgevano maschi e femmine (tranne ovviamente in certi periodi come quello del ciclo, della gravidanza o del primo allattamento), e l'intero gruppo poteva accedere alla spartizione delle prede. Qui non era giunta la glaciazione, e inoltre la vegetazione non presenta le specie arboree della savana. Quindi l'adattamento non dev'esser stato facile, ma qui ci sono una gran varietà di risorse litiche disponibili (di pietre da utilizzare come strumenti), in primo luogo l'ossidiana, utilizzata già nei siti della gola di Olduvai, nell'area del Serengeti (nord del Tanganika, in Tanzania). Proseguendo sul sentiero si giunge ad un'area di scavi non completati, dai cui resti si potrebbe dedurre che si cibassero di carne di ippopotamo ...
In mancanza del museo (in cui il custode non ci ha potuto far entrare) si può guardare in internet nel nuovo sito: www.melkakunture.it

Ma ho fotografato anche i vari pannelli esplicativi (che stanno per sbiadirsi o rompersi).
E' poi uscito su AV, un articolo su nuovi importanti ritrovamenti nel vicino sito di Gombore (cfr. n.189, maggio 2018, p.7)

Le ricerche della équipe di Chavaillon, erano state menzionate anche nella intervista che fece Folco Quilici a Luis Leakey nel 1963, dicendo che si trattava di un importante punto del percorso che portò dal Serengeti alla Galilea i primi uomini in cammino verso nord (vedi F.Quilici e C.A. Pinelli, L'alba dell'Uomo, De Donato editore, Bari, 1975, p. 335 segg).

Sui siti sud-etiopi e kenioti si veda il libro di Salza e altri "Ritorno alle origini":


§. i resti archeologici di Tiya
Poi riprendiamo il pulmino e ci dirigiamo verso il sito archeologico di Tiya, che credevamo più vicino. Comunque arriviamo, più o meno a quota 2300/2400 metri, non lontano dalle sorgenti dell'Awash. Il campo si chiama in inglese Graved Stelaes, o Tiya Stelae Field.


Si tratta di 41 stele in pietra alte sul livello del terreno fino a 5 metri. Si stima da alcuni resti ossei, che risalga a circa sette secoli fa. Quindi è un sito cimiteriale che è esistito principalmente tra il XII e il XIV s. d.C. Un luogo sacro di sepoltura di guerrieri valorosi, di eroi, e di una regina o sciamana.


la regina di Tiya?


una sciamana?




Altre invece sono colonne falliche poste sopra alla tomba. Molte sono ricche di figure e simboli in bassorilievo, raffiguranti spade e decori vari. Tutto ciò testimonia di un notevole grado di civiltà raggiunto sull'altipiano dell'Abissinia almeno dal XII secolo. Questa località, poi abbandonata dopo la conversione al cristianesimo di quelle popolazioni, è stata dichiarata nel 1980 dall'Unesco sito patrimonio dell'umanità.

C'è ancora molto da studiare questi resti archeologici, su cui al momento esiste un solo libro, in francese, di Roger Joussaume (direttore di ricerca al CNRS, oggi ottantenne), del 1995 (éditions Chauvinoises) relativa alla campagna di scavi da lui diretta nel 1982: "Tiya, l'Ethiopie des megalites" (su cui v. anche un suo articolo nella rivista «Annales d' Ethiopie» 1985):

sottotitolo: Du biface à l'art rupestre dans la Corne de l'Afrique

Infine vado a sbirciare nel mini-negozietto annesso di souvenirs


Siti interessantissimi, come probabilmente è nelle regioni più settentrionali, anche il sito di Amba Focada, ricco di pitture rupestri preistoriche, studiate all'epoca dell'occupazione italiana da Antonio Mordini dell'allora servizio etnografico dell'Africa Orientale. Dopo il nostro ritorno a casa è uscito anche sul n. 393 di novembre della rivista mensile "Archeo" un insieme di articoli per uno "Speciale - Africa, la prima arte" (pp. 86-101).
In questi ultimi decenni la storia del continente nero è stata radicalmente riscritta, grazie a tanti studi e scoperte. Ne esce una storia antica e ricca, ed interessante. Sono stati anche scritti testi di storia letteraria, artistica, religiosa e anche di filosofia. Resta purtroppo che colonialismo (e poi il neo-colonialismo) hanno fatto un vero disastro, e ora il loro retaggio è difficile da decostruire, più difficile di quel che si era immaginato.


Andiamo per un lunch tardivo all'unico posto per mangiare che ci sia nel raggio di molti chilometri, è un bar in corrispondenza con una pompa di benzina. Ci si lava le mani (o almeno la mano destra) prima di mangiare, con quel filo scarso di acqua "corrente" che esce dal rubinetto nella toilet. Feven e Messay invece debbono lavarsele sia prima, dato che mangiano con le mani, sia dopo, dato che poi la mano resta unta. Provvede la cameriera con una brocca con cui prende su dell'acqua da un secchio che c'è lì in terra.
Poi porta il gran piatto di alluminio coi bordi, uno per ciascuno di noi due, e solo uno per loro due (Messay e Feven) che condividono il piatto. Prendiamo una gran porzione a testa di scrambled eggs, dato che la fanno con 4 o 5 uova, perché qui quasi sempre si tratta di ovine piccole.


Loro due prendono injera (la piadina fermentata fatta con impasto di teff) con carne (siga), tirano su con strisce della injera -strappate dal bordo- dei pezzi di carne tipo spezzatino stufato (wat) di agnello (bege), da tenere con le tre dita, e ci mettono su del ber-berri in polvere (che è fatto con pepe, cipolla e aglio) con gran abbondanza (in modo che tutto diventi piccante).
Tutto buono e porzioni più che sufficienti. Bibite in bottiglia. Vado a pagare, offro io. Totale per tutti e quattro, mangiare e bere comprese le tasse, sono 11€uro e 30 cents, quindi meno di tre euro a testa.

Durante il diario ho spesso accennato ai cibi perché sono una via importante per la conoscenza di una cultura, e quindi ingredienti -crudi e cotti- e modi di cucinarli sono essenziali con i loro odori e sapori per capire una popolazione e i suoi modi di interagire con l'ambiente naturale ed i suoi usi e consuetudini. La alimentazione con i suoi correlati (caccia, allevamento, arte di cuocere sul fuoco, coltivazione, preparazione ed elaborazione dei cibi, ecc.) è basilare non solo sotto l'aspetto della cultura materiale. Il cibo ovviamente viene prima dello stesso linguaggio, prima dei suoni e dei ritmi. E' a fondamento del rapporto con l'ambiente naturale e vivente circostante.

§. nuovamente sui piatti della cucina etiope
 La culinaria delle varie regioni etiopiche è variegata, però poi di fatto mi pare che in generale, anche tra i ceti istruiti e/o benestanti, si tenda a mangiare sempre tutti i giorni a ogni pasto, l'injera con un qualche condimento (kimemi), salsa (mereki) o crema (kibati) o sugo, o ragù, che sia vegetale oppure di carne, che quindi è l'elemento di contorno che varia il sapore e il contenuto del boccone preso con l'injera. Per cui tutti i piatti si chiamano wat di qualcosa, con riferimento ai mucchietti posti di lato (un po' come in altre cucine è il curry). Kai wat è con condimento molto piccante, alicha wat lo è un po' di meno; doro wat è fatto con carne di pollo, shirò wat è una puré di fagioli o di ceci o di fave (con aglio, pepe, cipolle e a volte zenzero), misr wat di lenticchie, e nei giorni di fasting, di dieta leggera, ci sono vari wat, ovvero stufati di altre verdure, come ad es. spinaci o barbabietole, e il fit-fit che è una salsina fatta con burro chiarificato e speziato.

(si riveda la 1a puntata, al ristorante Lucy di fianco al museo)
Meno frequenti i piatti cucinati in padella e fritti, come la carne (siga tibs)  o tipo cotoletta (siga kutilet), o arrostita (siga arosto). Un altro piatto diffuso è il fir fir =cioè strisce, listarelle di injera, ovvero tagliatelle, mescolate con spezie (ma fir fir significa solo rigirate, quindi può riferirsi anche ad altri piatti). E il kitfo, carne trita molto speziata (ma è cruda e quindi per i nostri stomaci sconsigliabile, a meno che non sia sotto forma di polpette bollite). Poi ci sono le uova (inikulali), cucinate in vari modi, di solito strapazzate con cipolle, o pepe verde (karia), o salsa di pomodori (tamatim), e gli inikulali fir fir sono le uova rivoltate. Non manca la pasta, tipo spiggtti o makarronni, con della salsa rossa molto speziata sopra.


Qui in campagna forse nei paesini di contadini vigono ancora modelli di vita tradizionali.

Al rientro attraversiamo vari paesi, prati verdissimi, collinette, e vasti territori semi-disabitati. Riesco a far qualche foto dal finestrino, gente alle fermate del bus, trasportatori, asinelli, e vari soggetti riferiti alla assillante problematica dell'acqua





 coda al rubinetto





Abbiamo anche visto un funerale, in cui tutti camminavano svelti svelti ripetendo delle nenie lamentose. Una donna in mezzo alla processione portava una gigantografia del defunto.

Feven

Arriviamo, salutiamo calorosamente Feven, e andiamo a cena.

(continua)

Nessun commento:

Posta un commento