domenica 8 ottobre 2017

Riflessioni sul viaggio nel sud-ovest d' Etiopia - 23 (e alcune cifre e testi di rif.)


Il viaggio è stato un po faticoso e stancante, ma tutto era molto interessante e dunque è stato un bel viaggio. Abbiamo visto paesaggi stupendi, animali, e diverse popolazioni tribali che vivono ancora in modi tradizionali, dai più semplici, fino agli allevatori, e a quelli ai primordi dell'agricoltura, ma che sonno fare complessi intrecci di vegetali, a quelli che sanno fare utensili in terracotta o di ceramiche, e addirittura a certi che sono tessitori. Tutti questi stanno in villaggi con capanne, ma certi hanno una organizzazione sociale complessa. Però si può davvero dire "che tristi tropici...": alcuni villaggi facevano anche un po’ pena per le condizioni di vita durissime (sopratutto per le donne). Ma gli usi e costumi sono sempre molto interessanti, e spesse volte anche belli. 

Dunque ricapitolando... i vari popoli ed etnie che abbiamo visto (sia pure solo vedendone i villaggi dalla strada, o incrociandoli ai mercati, ecc) sono stati nell'ordine: a Addis gli Amhara e i Tigrini, poi i contadini Oromo nello Shoa (e non solo contadini), gli Hadiya, i Rastafari di origine giamaicana, i Wolayta, i Sidamo del nord, i Dorze di montagna, i Guji del lago Chamo, e i pescatori Ganjule, i terrazzatori Gidole del Gamo-Gofa, i Konso delle campagne, gli Tsemay, i Banna, i Karo, i Galeb (o Dassenech), gli Ari o Arsi, i Mursi, gli Hamer di differenti villaggi, i Bòrana, e dei Maale e  Moguji e Bashada, e Dime ai mercati di Jinka e Dimeka, i Nyangatom (o Bume), i Surmi (o Suri) della bassa valle, alcuni Maasai del nord, e anche Samburu d'oltre confine, di nuovo dei Karo, e altri Hamer, gli Erbore (o Arbòre),  i Konso dei borghi murati e di Karat, i Bòrana (o Borna) del distretto di Yabelo, e quelli musulmani di el-Sod e dei pozzi cantanti e i pastori di villaggio, i coltivatori Sidàmo del distretto di Yrgalem e i pescatori, gli agricoltori Oromo-Wollo del nord. In complesso un bel numero ... e si può fare facilmente confusione.

Come dice la pubblicità di una agenzia viaggi: «Luoghi e popoli così, non si vedono "per caso"», bisogna sapere dove e come raggiungerli e andarci con determinazione.
Il giro di visite a villaggi indigeni, e a mercati locali, in particolare nella valle dell' Omo river, è stato di indubbio ed entusiasmante interesse sul piano etnografico e antropologico. E mi ha stimolato delle riflessioni, di cui alcune già le ho espresse qua e là nel corso del Diario, tra le altre vi sono anche le seguenti:

Mentre anni fa in occidente ci si dedicava allo studio delle società dette “primitive”, ora si è spostata l’attenzione su quelle più complesse e industrializzate o globalizzate, e si tentano sempre più  autoanalisi della cultura (sia egemone che subalterna) dei Paesi della nostra stessa area geografica e sociale-culturale, o comunque su quelle società investite dai processi di mondializzazione, e in particolare quelle che più stanno subendo l'impatto con una globalizzazione "neo-liberista". Ma non si vede perché non si possa proseguire a interessarsi alle società che continuano a vivere secondo i dettami della loro tradizione, magari assumendo a modo loro certi moduli dal’ esterno, ma reinterpretandoli, dando vita a loro specifiche vie di “modernizzazione” non sempre coincidenti con una pedissequa occidentalizzazione, o mala copia dei paesi del G-12.
Già accennavo scrivendo dell'impatto ambientale delle dighe costruite dalla ditta Salini, che si impone l'interrogativo su che cosa si intenda con "sviluppo"? e come si intenda gestire la transizione da una condizione ritenuta di "sottosviluppo" ad una di sviluppo civile e sociale.

A causa del peso del passato in cui queste popolazioni subirono il colonialismo e il neo-colonialismo europeo, si tratta di società in cui è forte una spinta al mantenimento di un loro integralismo culturale, e in cui viene a volte criticata la coincidenza della politica di “de-tribalizzazione” con una “deculturalizzazione” per spingere verso la modernizzazione. Sono società che persistono comunque a seguire i propri moduli caratteristici di organizzazione sociale, usi costumi, modelli comportamentali, valori, spiritualità, mentalità ecc. pur assumendo elementi esterni e integrandoli in sè magari conferendo loro un senso particolare, dandovi significati nuovi…
Naturalmente qui affiora il pericolo dello svilupparsi di reazioni eccessive alla potente opera di acculturazione che continua ad essere indotta dall’esterno, e dunque anche alla accoglienza di ideologie estremistiche in ambito politico o religioso-integralista.

E inoltre non si vede perché proprio ora noi occidentali dovremmo abbandonare lo studio di società e culture che stanno attraversando una fase di rapida (o troppo rapida) metamorfosi o trasformazione, cercando di incamminarsi a seguire i dettami globalizzanti… (il che però non coincide necessariamente né con “incivilimento” e nemmeno con esterofilia, o cambiamento di identità). Il temine di identità culturale non va certo per questo cancellato o evitato (almeno sinché non vi sarà un valido lemma alternativo), piuttosto va corretto o meglio limitato, e criticato l’uso improprio del termine. Teniamo sempre presente che sono solo il tempo e le consuetudini che daranno un significato, o significati rinnovati, ad un significante, o che introdurranno o inventeranno un nuovo termine meno ambiguo. 

Dunque nonostante tutto, ancora oggi in pieno processo di mondializzazione planetaria con i suoi effetti livellanti e appiattenti, e di acculturazione, ci sono tuttavia comunità che vivono secondo i loro primitivi moduli culturali e sociali autoctoni (pur con i loro cambiamenti in questi ultimi tempi). Esse erano state scoperte e studiate da viaggiatori, esploratori e poi geografi, etnologi, sociologi ed antropologi culturali, ma vengono ora "dimenticate" o trascurate dagli studiosi occidentali (quasi come dando per scontata la loro imminente scomparsa), acuendo così l’effetto di marginalizzazione e svalorizzazione delle loro culture, e favorendo di fatto la politica di globalizzazione gestita delle grandi multinazionali.

Quanto è stata nefasta una certa opera di “integrazione forzata” o “assimiliazione omologante” da parte delle società maggioritarie, o dominanti -con effetti devastanti sul piano delle vite individuali, che ha portato all’estinzione culturale di interi popoli-, così pure è pericolosa anche la visione pessimistica che porta a svalorizzare queste comunità come se fossero relegate e relegabili solo ad una sopravvivenza fittizia o folkloristica ad uso e consumo esclusivo del turismo di massa.

E qui si potrebbe riaprire una riflessione sul rapporto tra crescita del turismo e la deculturalizzazione degli oggetti (cose e persone) di sguardi intrusivi e irrispettosi. Ma molto dipende dalla tipologia del turismo in questione, cioè dalle modalità di organizzazione, e dalla cultura degli invadenti stranieri che esibiscono a volte un atteggiamento sprezzante di superiorità. 
Come ho scritto in una puntata precedente, anch'io mi sono sentito imbarazzato a fare foto a persone, e mi sono sentito disgustato dall'esibizionismo e dalla teatralizzazione di sé da parte dei bisognosi di mezzi monetari. Tutto ciò che guasta o impedisce il trascorrere di una giornata "normale" dei contesti che si vanno a visitare, porta come conseguenza la falsità, l'innaturalezza, la artificiosità di quel che si ritrae con la fotocamera. E contribuisce ad una relazione malata, fatta di finzione, che induce una distorta incitazione a invidiare e imitare i ricchi occidentali stimolando l'illusorio obiettivo di poter diventare come loro (avendo in mente un modello di "noi" in cui noi stessi non ci riconosciamo).



Ma se si pratica un approccio rispettoso, anche se curioso, si può riuscire a farsi considerare ospiti che vengono in visita nel paese ospitante e ospitale. E a dialogare, sia pure solo con gesti e con espressioni del viso e del corpo. Quindi sono d'accordo con chi sostiene che si dovrebbe semplicemente mostrarsi nella propria umanità e cogliere il diverso nella propria "normalità". Ma non è facile creare certi contesti favorevoli. Comunque come scrivevo in qualche puntata precedente, a volte questa relazione distesa e rilassata si è creata. Certo spesso lo straniero turista entra in mondi diversi per attraversarli di fretta e poi scomparire (è questa una caratteristica del turismo: oggi qua domani là). Ma non caricherei troppo di negatività questi incontri seppure fugaci. 
Tutto serve poi a riflettere sia su quel che si è visto, sia su come ci siamo mostrati e comportati. E tener presente che entrambi i soggetti abbiamo qualcosa da imparare, se non altro per relativizzare il valore assoluto che tutti noi esseri umani attribuiamo alla cultura di cui siamo parte. (oggigiorno è anche più complessa la problematica, dato che iniziano ad esserci anche turisti "interni", cioè gente della capitale o di importanti città, che vanno a fare un tour nella valle dell'Omo per conoscere queste popolazioni di cui hanno sentito parlare)





Come accennavo in alcune puntate precedenti, l'attenzione al proprio corpo è di primario rilievo, e -seguendo Remotti- gli atti più significativi sono nel mettere e coprire, e nel togliere, e tagliare, ed incidere. Mettere ornamenti e tracciare segni e indossare abbigliamenti, mettere profumi  o maschere, e d'altro canto togliere con le circoncisioni, i tagli di capigliatura, ma anche con le scarnificazioni, e le incisioni e cicatrizzazioni decorative.
E per esempio è importante dal punto di vista antropologico e etnografico, osservare le modalità con cui i vari popoli curano i decori, i monili, ciò con cui si adornano, e quindi anche le pitture e i tatuaggi sul corpo (detti anche body art), e tutta l'arte dell'ornamento (parure), per riflettere sulla relatività dei criteri di bellezza, e quindi la relatività dell'estetica e dei suoi valori, come se il corpo nudo già non bastasse.
( Sul body-painting tra i moltissimi che se ne sono occupati, si vedano p.es. le osservazioni di Victor Turner in "La foresta dei simboli" del 1967,  e la voce "Decorazione" di M.Bussagli nell'enciclopedia L'Universo del Corpo, Ist. Treccani, 1999, vol III, pp. 106-110, e di F. Remotti in ibidem sotto voce "Cultura", i §. 3, 4 e 5, pp. 72-79, e il cap. IV "interventi estetici sul corpo", del suo libro Fare Umanità, Laterza, 2013; e quelle di Giovanna Salvioni, nel suo capitolo nel volume di G. Guariglia "Il mondo spirituale dei primitivi", del 2007; e nel testo di Adriano Favole, La bussola dell'antropologo per orientarsi in un mare di culture, Laterza, 2015, il cap. 1.  Abbiamo visitato in giugno ad Amsterdam una esposizione specifica dedicata a questo tema dei segni sul corpo nel Tropen Museum che dà molti spunti al riguardo, come già ne avevamo visto ad Addis Abeba, a Pretoria, a Berlino, a Ginevra o a Parigi e Londra e in altri grandi musei nelle sezioni etnologiche).


Hans Silvester, Natural Fashion, trad.it. "Decorazioni tribali", ediz. L'ippocampo, 2007

A.van Dijk, Footsteps in dust and gold, 2014

da: africageograohic.com




il museo tropicale di Amsterdam

il museo etnologico di Berlino (a Dahlen Dorf)

Sally Price,  Primitive Art in civilized places, 1989, 2002, tr.it. I primitivi traditi, Einaudi 1992, 2015

Poi si dovrebbe fare una riflessione sul tema affascinante della maschera, che è tanto importante nei contesti tribali, dove si mostra che essa mentre copre e cela  l'identità del suo portatore, ancor maggiormente rivela quanto sia più determinante l'identità culturale collettiva della società a cui il portatore appartiene (nel senso più letterale del termine). Simile discorso per i costumi dell'abbigliamento rituale e cerimoniale.

E inoltre ciò si prolunga nelle strumentazioni ed attrezzature, vere e proprie protesi del nostro corpo, e nelle forme date alle abitazioni, e ai villaggi nel loro insieme, con le loro architetture esteriori e i modelli di interni, e le decorazioni e gli intrecci, e i disegni e le pitture ... e le incisioni sul territorio, con le geometrie dei campi coltivati, o i terrazzamenti di colline, eccetera. La mano dell'uomo ovunque si posa modella la natura, la antropizza.

Dopo di che bisognerebbe ridiscutere anche su che cosa si può intendere per esempio con turismo "sostenibile", e quale sia la differenza tra fare il turista e fare il viaggiatore, senza metterci troppa dose di autostima. Poi è da discutere anche il rapporto che creano con le popolazioni locali sia il cooperante (che opera entro un certo insieme di parametri), sia l'antropologo o etnografo (e su questi si vedano le riflessioni di Gabriella Rossetti nel suo studio e diario: "Terra incognita", Rubbettino edizioni, 2004).

Mi tornano in mente i sollevatori di secchi d'acqua nei "pozzi cantanti", a cui sono stati fatti lavori di ampliamento dell'accesso ai pozzi, per aiutarli, ma non si è pensato a fornirli di una carrucola. E come mai con il contatto che c'è stato ormai da più di una quindicina di anni fa con la società "meccanizzata", nessuno dei locali ha pensato di costruirsi delle carrucole in legno copiandole da quelle in metallo dei pozzi "moderni"? come mai non c'è stato in questo caso un processo di  "contagio", di "contaminazione", di inculturazione ... E la stessa domanda un po' me l'ero fatta vedendo i villaggi con le donne col piattello labiale, o le scarificazioni, o pensando alle pratiche di infibulazione ... o anche semplicemente alle tecniche di edificazione delle capanne più solide e confortevoli. Dato che anche gli abitanti dei villaggi (villagers) più isolati ora si recano ai mercati, punti di incrocio di culture, e crescendo il fenomeno del turismo, ci si potrebbe aspettare un processo più accelerato di diffusione dei modelli culturali delle società più prospere, ma come si sa c'è differenza tra il diffondersi di una informazione "imperfetta" e una informazione cosiddetta "perfetta" e che possa far compiere un salto qualitativo ad una cultura tradizionale ... quindi una informazione che ponga interrogativi del tipo dei dilemmi etici, o similari (come p. es. l'enigma su chi ha gli occhi azzurri)... 
Per cui nei villaggi in cui le giovani si lasciano deformare il labbro per potervi inserire un piattello, finché questi sono del tutto isolati è loro lecito pensare che chi non ha il piattello semplicemente non è della loro stessa cultura, come chi ha un abito di un altro colore è di un altro villaggio, ma dopo che le prime giovani si sono recate al mercato regionale, e hanno visto che le giovani di città si vestono come pare a loro, certe potrebbero cominciare a coltivare il desiderio di vestirsi secondo i propri gusti. Egualmente se si è sempre tirato su un secchio da un pozzo passandoselo a vicenda, e poi si constata quanto meno fatica e quanto più velocemente si può tirarlo su facendo passare una corda su una rotella, allora insorge la voglia di copiare quell'attrezzatura... e forse anche di vestirsi con una gonna diversa, o di non voler storpiare il proprio labbro, o di non lasciar tagliare la propria clitoride... eccetera...  Quindi si possono avere "gli occhi azzurri" senza che ciò comporti alcunché di grave, insomma si può avere una gonna gialla, o non impiastricciarsi i capelli con burro e terra, mantenere integro il labbro e la clitoride, e non portare un collare pesante di metallo sigillato al collo a vita, ed essere comunque una "brava moglie" ...

Comunque, almeno a livello di una semplice informazione utilitaristica per una maggiore efficienza economica, mi chiedo come mai nessuno di coloro che sono stati inviati dai governi regionali e nazionali nei vari villaggi per es. per istruirli su come organizzare attività agricole, non abbia mai pensato anche a indire incontri tra villaggi meno "progrediti" e quelli più "avanzati" (cioè che praticano l'agricoltura, o l'artigianato di ceramiche, o che sanno tessere, o forgiare metalli) per far loro visitare realtà economiche più efficienti e produttive, e stimolarli a imparare mestieri o anche solo a copiare dalla attrezzatura di popolazioni vicine, per mettersi più al riparo da carestie ? forse per rispetto delle culture tradizionali ? 
Ma come si sa, ricevere una informazione (meglio se "perfetta") è un prerequisito necessario ma non è sufficiente: molto dipende dalla qualità dell'informazione, dal suo contenuto, da come è formulata, dal contesto e dal modo in cui essa viene comunicata, e in molti casi non è sufficiente a modificare una cultura, entrano in campo una miriade di altri elementi che si intersecano e si intrecciano.

Questo almeno nella logica di una diffusione "a macchia d'olio" delle culture più sviluppate nei contesti più arretrati, per cui basterebbe il contatto per innescare una disgregazione della cultura più "debole" o con meno capacità tecnica ... La forza di vischiosità delle tradizioni, il loro estendersi su tempi lunghi, porta ad essere reticenti e sospettosi verso i cambiamenti e può anche provocare reazioni di rigetto e chiusure involutive.

"Purtroppo" poi i pochi giovani curiosi che magari hanno ricevuto delle borse per poter studiare in una cittadina, spesso hanno poi lasciato definitivamente il loro luogo d'origine, e questo per i tradizionalisti del villaggio costituisce un forte deterrente per le aspirazioni ad "ammodernare" il proprio stile di vita.
Insomma la realtà è estremamente complicata e variata, e i problemi sono tanti. La problematica della dinamica culturale è complessa, e quindi comprendo anche che una giovane non amerebbe vestirsi come se fosse di un altro villaggio, o come se appartenesse ad un'altra religione, o tatuarsi segni specifici di un'altra etnia solo perché più estetici, eccetera...

 Certo io non saprei dire quali soluzioni possano meglio aiutare i popoli delle varie etnie autoctone a migliorare le proprie condizioni di vita senza perdere la propria identità culturale (quindi i propri valori di riferimento fondamentali). Quali dunque potrebbero essere le vie alla modernità che non intacchino le credenze consolidate, dunque quali i percorsi di mutamento sociale che non mutino anche i principi etici di base... La dinamica del rapporto tradizione/innovazione, cioè tra continuità e discontinuità è assai intricata (cfr. il mio post dell'aprile dell'anno scorso su questo stesso Blog: http://viaggiareperculture.blogspot.it/2017/04/preannuncio-delluscita-del-mio-ultimo.html ). Resto convinto, seguendo Edgar Morin, che l'uno "tira" con sè l'altro inevitabilmente, in quanto un elemento ne implica necessariamente anche altri contrastanti nel processo dialettico del divenire storico: le innovazioni possono costituire un arricchimento, ma la specificità di una cultura può risultarne indebolita e impoverita.
Inoltre siamo chiamati non solo a constatare che le culture sono in più o meno lenta metamorfosi continua, ma anche a stimolare l'avvio di trasformazioni positive (per esempio nel campo dei diritti umani). Joseph Campbell diceva che se in un percorso di sviluppo dei propri potenziali, ci si imbatte in una cesura, una frattura, vale la pena avere il coraggio di compiere un salto, poiché spesso essa non è poi così ampia e profonda come ci poteva sembrare in un primo momento.


Però io personalmente non saprei indicare un percorso chiaro, nè per esempio io saprei come rendere effettive le leggi sulla diffusione dell'istruzione (qui in Etiopia non esiste obbligo scolastico), almeno a livello di una prima alfabetizzazione tra gente che non vede quale vantaggio potrebbe mai avere dal fatto di saper leggere e scrivere. La spesa pubblica per l'istruzione è salita al 4,5% del PIL. Gli analfabeti sarebbero diminuiti in percentuale, e attualmente si stima siano "solo" il 51%. 
Ma a parte l'abbandono scolastico e l'analfabetismo di ritorno, sono ancora assai basse le percentuali, e anche i numeri, dei bambini e ragazzi scolarizzati, e in molte situazioni (come forse sono proprio quelle della regione del sud-ovest SNNPR) il tasso di analfabetismo e il numero degli analfabeti è anzi cresciuto in questi ultimi anni, rispetto ad una prima fase in cui si era diffuso un generale entusiasmo e una speranza di cambiamento (e mobilità sociale) tramite la scuola, e ciò riguarda nello specifico i  cosiddetti villaggi etnici o tribali. 
Su questo forse ha anche inciso la curiosa decisione del 2010 di abolire ogni tipo di corso a distanza.


una insegnate in un corso di alfabetizzazione per adulti 
(foto Ist.Geo.DeAgostini)

una classe con  età miste

una scuola per bambini

Simile discorso dicasi per il terrificante problema del boom demografico: il tasso di natalità è al 32,4 per mille, per cui la popolazione è in rapidissimo incremento. A fronte di una media di speranza di vita che è di 64 anni, ovvero ipotetici 62 anni per gli uomini, e 66 per le donne, vi è il tasso della mortalità infantile entro il 1° anno di vita, che è di 43, ed entro il 5°anno è di 62 ogni cento, e la mortalità delle madri per parto è di 378 ogni mille. L'aumento degli investimenti nella sanità pubblica è passato dal 3% del 2005 a quasi il 5% nel 2014. Il che ha permesso di abbassare un poco il tasso di mortalità infantile e alzare il livello medio della speranza di vita, ma ha portato ad un tasso di incremento demografico della popolazione del 2,6% annuo 
Inoltre per quanto riguarda il rapporto tra giovani ed anziani, la fascia d'età degli abitanti entro i 14 anni è del 44%, mentre quella di chi ha compiuto i 60 anni è solo del 4,6%. Comunque il numero medio di medici per ogni mille abitanti è di 3,5. E un quarto dei bambini di meno di 5 anni è sottoalimentato...



Inoltre con questo trend ogni progresso economico effettivamente compiuto in questi ultimi anni verrà presto azzerato. I numeri sono impressionanti: nel 1990 erano stati raggiunti i 44 milioni di abitanti, e nel 2015 essi erano divenuti 90  e l'anno scorso, a fine 2016 si sono superati i cento milioni...! Lo sviluppo è notevole (il PIL ora è a +6,5% annuo), ma non è tale da poter garantire lavoro alle nuove generazioni, e alle future, se non forse in misura simile all'attuale, tenendo conto che di fatto le sperequazioni sociali vanno allargandosi, e si sviluppa principalmente la "borghesia" urbana e un "ceto" addetto al settore terziario, mentre crescono le baraccopoli e i senza tetto anche nei contesti urbani (dove si incontra la vera povertà).  L'accesso ad acqua potabile è diffuso nelle città, mentre nelle campagne almeno metà della popolazione ha difficoltà a usufruirne. La crescita spropositata della capitale A.A. da 1.400.000 dell' 85, ai 3.500.000 (o 4 milioni?) del 2015 è mostruosa. A questo flusso continuo di inurbamento, si aggiunge l'emigrazione all'estero (non solo l'esodo degli "ebrei neri" etiopi) che pure presenta un trend in continuo aumento, e anche difficoltà e ostacoli crescenti (non solo in stagioni di carestia o di conflitti bellici, che ora in Etiopia sembrano un poco acquietati, ma anche per la minore disponibilità di paesi terzi all'accoglienza). 


                       

Non accennerò nemmeno alle problematiche di tipo sanitario e di igiene pubblica. L'incremento dell'HIV è tale che già in diversi Paesi africani il livello medio di aspettativa di vita è molto diminuito rispetto ai primi anni '90, e in Etiopia la situazione è divenuta allarmante, dato che ne sono infetti 760 mila persone cioè l' 1,2% degli adulti (per cui l'Etiopia è seconda solo dietro al Sudafrica), e alla diffusione epidemica di varie malattie (in certe zone p.es. la malaria, o il tracoma).  
Molto diffusa è una droga tradizionale (ma soprattutto nell'Est) che è il chat, o qat.

A livello più generale la condizione della donna è migliorata nelle realtà urbane (che sono il 20% della popolazione complessiva), ma resta fortemente subalterna e molto discriminatoria nelle realtà di campagna e di villaggio (anche se la mentalità delle nuove generazioni sta cambiando). Le famiglie nucleari (cioè contando solo genitori e figli) sarebbero composte in media da 5 persone (ma la differenza tra agiati e disagiati è grandissima), ma nei villaggi tradizionali prevalgono le comunità domestiche allargate. Resta comunque tra i sei Stati al mondo con più alta mortalità infantile.

La forza lavoro impiegata nel settore primario è del 72,7% ed è principalmente dedita ad una agricoltura di sussistenza, nel secondario solo del 7,4%, e nel terziario è quasi del 20%. Mentre a livello del prodotto interno lordo, il 40,5% proviene dal settore primario (allevamento, pastorizia, agricoltura, caccia e pesca), il 16% da quello secondario (industria, artigianato, edilizia, miniere), e 43,5% dal terziario (commercio, più finanza, e servizi).
[sono tutti dati tratti dal "Calendario Atlante DeAgostini per il 2018", Planeta Libri, Novara, 2017] 

Si è puntato molto sullo sviluppo industriale dell'agricoltura, e ciò è stato realizzato affittando vaste proprietà a ditte straniere. Ma dei 74 milioni di ettari effettivamente coltivati, solo 12 sono coltivati per il mercato interno, mentre il resto è in mano a grandi corporazioni estere che fanno crescere qui quel che poi si trasportano nel loro Paese, cioè Arabia Saudita, Egitto, India, Cina (un terzo delle transazioni economiche si svolge con la Cina), paesi asiatici emergenti, USA, UE ecc.. Si parla di una versione soft di quel che fu il neo-colonialismo prima, e gli effetti dell'imperialismo poi. Ma ora tutto avviene legalmente in base a concessioni e ad accordi governativi. Versione soft che si chiama anche neo-liberismo multinazionale nel contesto delle attuali politiche economiche della globalizzazione. E' il fenomeno della "deterritorializzazione". Non si tratta dunque soltanto di delocalizzazione delle aziende, magari per pagar meno la manodopera, per cui pezzi p.es. dell'economia europea iniziano la loro genesi altrove, e quindi certi prodotti vengono fatti altrove per poi venire controllati e ultimati in Europa (o altre "madrepatrie"), e portano il marchio, o l'etichetta, di prodotto p.es. italiano, ma proprio di una deteritorializzazione delle fonti stesse dell'economia di uno Stato-Nazione.
E inoltre paesi "in via di sviluppo" come l'Etiopia vedono non solo passare sempre più fette della loro economia da una logica commerciale di scambio, ad una monetizzazione del mercato, ma ad una sempre maggiore finanziarizzazione dell'economia.
Come evitare di veder prevalere soluzioni alloctone? per es. affidandosi ad imprese cinesi e asiatiche in sempre più vasti settori? ma il fine è pur sempre quello di favorire le grandi potenze, cercando di estorcere una porzione dei profitti. Che cosa resta in loco? e chi lo gestisce? e come?

La scrittrice Noo Saro Wiwa, nel suo diario-romanzato "In cerca di Transwonderland"(ediz. it. 66thand2nd, 2012) compie un largo giro del suo paese d'origine, per concludere sconsolata: "Intanto i sogni della mia infanzia di una Nigeria moderna sono ad un punto morto"... e questo lo pensano anche quegli etiopi che erano espatriati al tempo della dittatura e hanno vissuto in occidente, e ora ritornano di frequente a trovare i parenti. Avevano sperato in migliori risultati dal boom economico in atto... e in effetti molto se ne va in esportazioni (cioè in rientri di prodotti o di profitti di ditte estere), e quel che resta è dovuto alla corruzione dei politici che serve solo ad arricchire chi è al potere. Anche la moderna Addis oltre ad un grande cantiere dei palazzinari cinesi, è un immenso caos, simile al suo famoso merkato, in cui convivono uno a fianco dell'altro benestanti e miserabili (chiamati meskin), e le enclaves moderne sono luoghi a parte per le élites. I grandi contrasti sono esposti a vista e sono abissali.
Una venatura un po' mesta la si legge in diversi romanzi della letteratura etiopica attuale, da Maaza Mengiste, a Nega Mezlekia, Tsehaye Hailemariam, Dinaw Mengestu, Tsegaye Gabre-Medhin, Solomon Deressa, ad altri, o dai saggisti come Tekeste Negash... ecc.

Inoltre "sotto traccia" il processo di modernizzazione si rivela diventare di fatto un percorso di occidentalizzazione della società civile e politica, per cui non c'è solo sviluppo e avvento della modernità (ed ogni società avrà la sua via specifica alla modernità, il suo concetto di modernità) ma  c'è una nuova sorta di post-colonialismo che punta alla occidentalizzazione, paradossalmente anche se per es. questo avviene per tramite dell'India moderna o della Cina industriale, che già hanno assimilato  -in certi settori- modelli occidentali, quindi avviene  "per interposta persona".

Come diceva un intellettuale camerunese, "L'Africa odierna si è più impegnata ad occidentalizzarsi che non a modernizzarsi". I ceti benestanti urbani più che altro mirano ad uno stile di vita e modalità di tipo occidentale. Per cui di fatto si accetta che soluzioni più civili e moderne siano quelle che si possono riprendere dalle società occidentali o occidentalizzate, compiendo una equivalenza tra ciò che è più civile e ciò che proviene da società industrializzate. Un'altra autrice camerunese scrive: "E se l'Africa rifiutasse questo modello di sviluppo?". Giusto. Allora cosa? come?

Ma sopratutto si è compiuta una troppo scarsa e insufficiente riflessione su una ipotetica via africana alla modernità, su una cultura africana moderna. Anche se si è passati dai concetti di "negritudine" a quelli di "Afrocentrismo", sono dibattiti che sono spesso rimasti elitari, e hanno riguardato la letteratura, le riflessioni sulla cultura orale che si va ponendo per iscritto, le specifiche spiritualità e visioni del mondo ed il loro recupero e valorizzazione. Come "coniugare tradizione e modernità"? ma anche come mantenere la propria identità culturale anche in contesti più "civili" cioè urbanizzati ?

Quindi c'è una dialettica tra unità (del mondo "moderno") e diversità (di vie) che è dovuta non solo ai fenomeni del diffusionismo culturale, e tramite contaminazioni, ma è oramai legata ad un processo di meticciati e di interconnessioni sempre più strette. Come si fa a "sradicare il sottosviluppo" ( S. Latouche) e ad essere favorevole ad una riattualizzazione delle tradizioni? Come essere orgogliosi di mantenere viva la propria "africanità" coltivando una ideologia "africanista", e d'altra parte voler vivere secondo modelli occidentali, cioè dell'ex mondo colonialista? Spesso c'è molta ideologia.

Forse affidandosi a volenterose imprese solidali non governative di aiuto allo sviluppo sostenibile, iniziative no-profit. Ma già si dice che "l'Africa è un vasto cimitero di buoni progetti". E come dicevo alla puntata n.10, ciò significa allora contrastare grandi interessi di dimensioni globali, che stanno impossessandosi del continente. E purtroppo forse si tratterebbe di piccoli combattenti contro grandi mulini a vento. E ora il vento è a vortice, soffia sia dall'est che dall'ovest...

Vi è poi in Etiopia anche la problematica assai delicata della relazione tra componenti religiose differenti all'interno della popolazione della confederazione etiopica, che per ora tiene anche se è precaria e con un forte incremento delle aree islamizzate (34% della popolazione), nonostante resti una maggioranza cristiana ( 43,5% ortodossi della chiesa "locale", 18,6% di varie chiese protestanti, e 0,7% di cattolici).

Quale Etiopia vi sarà nei prossimi decenni? un Paese più "modernizzato" o più in crisi dell' attuale? Le società tradizionali (tranne in alcuni dei superstiti villaggi più o meno isolati, come quelli da noi visitati) sono incrinate se non crollate, e non solo a livello sociale ma anche culturale. 
In alternativa però vi sono solo le brutte  periferie scassate e in costruzione (e le baraccopoli), delle città e cittadine e borghi "in via di sviluppo" (e lì chi non ha un salario è veramente povero o in miseria, mentre nelle campagne la situazione è diversa). 
cfr. per es. Pedro Ceinos, Atlante illustrato delle minoranze etniche, tr. it. Red edizioni, Como, 1992, il paragrafo di V. Luling di "Survival International", intitolato "Si sta spazzando via una forma di vita", pp. 92-93, 



Ma va sempre ricordato che, come dicevo nel diario di viaggio, la realtà della capitale e di alcune capitali degli stati regionali, sono un mondo a parte, in un mare di campagna, contadini, pastori, mandriani, e villaggi. Quindi vi sono almeno due Etiopie e così pure vi sono due Afriche, la tradizionale e la moderna, ma in realtà la situazione è più complessa, per cui vi sono molte Etiopie e molte Afriche ... che quasi non sono comparabili tra loro. Quindi modi e stili di vita, usi, abitudini, mentalità, livelli di istruzione, oltre che lingue, culture (e religioni) diverse e differenti ...



Edith Lord, 

Queen of Sheba's heirs: Cultural patterns of Ethiopia,

Gli eredi della regina di Saba, studio dei modelli culturali in Etiopia, Acropolis Books



Mentre gli sguardi di intellettuali come già nel passato nel caso di Curzio Malaparte 
viaggio del 1939 ristampato nel 2006

e poi in seguito anche di Moravia o di Pasolini, nei loro famosi viaggi in Africa, e nei loro reportages, erano anch'essi tinti di "orientalismo" e di una visione "romanticistica", per quanto le loro associazioni di idee e all'epoca le loro suggestioni fossero stimolanti sul piano intellettuale. 


Naturalmente l'obiettivo che aveva in mente Pasolini nei suoi "Appunti per una Orestiade africana" del 1968/69, era relativo al voler fare un film, un'opera teatrale, o letteraria, per cui il suo era anche lo sguardo di un artista e di un poeta, e in questo quadro molti suoi spunti sono e rimangono intriganti e di notevole impatto. 



Ma la realtà della nuova Africa è quella dei contesti urbani e della politica, e meno quella delle culture e delle civiltà autoctone, come lui forse sperava o si illudeva. Ormai l'unità del continente, l'africanismo, l'africanità e la negritudine, 


 





sono concetti che son stati scavalcati dagli eventi storici. Così come la rivoluzione politica e sociale da parte dei "dannati della Terra", o le varie "vie africane" al socialismo (Etiopia, Angola, Mozambico, Congo-Brazzà, il Benin, la Tanzania, e anche il Mali, e il Burkina Faso, e le Seychelles, ecc.) sono fallite. L'illusione che la transizione al socialismo sarebbe stata più facile e più breve nel continente nero che non nei paesi industrializzati dell'occidente ha mostrato i suoi limiti. Non si passa in modo né rapido né indolore dal tribalismo al socialismo, (e nemmeno al capitalismo attuale) ...








E intanto la realtà dei villaggi etnici (pur in lenta trasformazione) è sempre più marginale e marginalizzata, e la differenziazione sociale e intellettuale tra i differenti ceti e anche clan, è -se possibile- sempre più marcata. 

Inoltre le "vie" alla modernizzazione non sembrano essere per nulla originali né alternative a quei passaggi storici traumatici -e tragici- che da noi hanno accompagnato l'industrializzazione otto-novecentesca. Ma le condizioni dei subalterni sembrano omogenee a ciò che sta accadendo in tutta quella parte del pianeta che è coinvolta e travolta dalla globalizzazione.
Anche in Etiopia -come in altri paesi di quello che una volta si chiamava il Terzo Mondo-, il rapido sviluppo è intrecciato anche con l'acquisto a prezzi di favore di terre che il governo espropria e vende alle grandi multinazionali affinché vengano nel paese a fare imprese. Ma in realtà poi tutti i prodotti di molte delle nuove piantagioni o aziende industriali vanno all'estero, al paese "d'origine", che ha investito qui solo perché i costi sono bassi (sia dei terreni che dei materiali, che del lavoro). Cfr per es. un simpatico servizio della Rai su https://www.youtube.com/watch?v=l2uHOyEPEEo


Per quanto riguarda la cultura, di grande interesse poi è lo studio della storia del pensiero africano, con i suoi risvolti "filosofici".
Ma comunque bisognerebbe riprendere a studiare queste società tradizionali, e queste culture ancora in grande parte legate all'animismo o al totemismo. Sono forme espressive dell' "umano" di straordinario interesse, forse sopratutto nei loro risvolti spirituali, filosofico religiosi.



Soffermandosi a riflettere su una ricerca che ci porta a approfondire le nostre stesse origini culturali sia pur lontane nel passato, un passato ancestrale dei tempi delle grandi madri, ...


tanto lontane nel tempo che vi si sovrappongono immagini mitiche e favolose di perfette Eve primordiali, provenienti direttamente dall'Eden, o di divine Veneri nere... (così la nostra cultura occidentale  ammaliata da esotismo e orientalismo, se le figura nell'immaginario collettivo) ...
Si vedano ad es. Angelo e Alfredo Castiglioni:



Naomi Campbell, modello ideale di Eva Nera


Un approccio stimolante lo si può avere partendo dalle opere d'arte tradizionale, come accennavo più sopra,
e con lo studio delle basi dell'animismo, e del totemismo, ma anche dello spiritismo e della magia, e del culto dei morti e degli antenati. Che sono ancora presenti allo stato puro in almeno il 2,6% sull'insieme delle popolazioni etiopiche (molto di più nella regione del sud-ovest), e allo stato latente è ancora molto diffuso un sostrato di credenze tradizionali, con esiti di sincretismo.




Antichi mitologemi si sono strutturati con l'inizio delle prime coltivazioni, e dunque della sedentarizzazione.



questa carta etnografica e economica dell'Africa orientale è contenuta in 
J. Campbell, Historic Atlas of World Mythology, vol. II, "The Way of the Seeded Earth", tomo 1, p.16, 

Qui si mostra come le prime seminagioni e colture fossero di miglio, teff, sorgo, fonio, ed ensete, nelle aree abitate da popolazioni semite e camite, e  nilotiche, nell'alto corso del Nilo Azzurro e Bianco, e sull'Acrocoro Abissino, attorno al lago Tana, dove già era consolidata la domesticazione animale, la pastorizia e l'allevamento (caprini, ovini, armenti, asini, e camelidi), àree culturali che ai primordi dell'orticoltura e dell'agricoltura di sussistenza, sono state le matrici di antichissimi racconti mitici i cui nuclei si sono mantenuti sul lungo periodo e si sono diffusi lungo il mar rosso e fino al delta del grande fiume sulle coste mediterranee.
La loro cultura era basata sulla energia vitale che scaturisce dal suolo, in cicli di fioritura, morte, e risorgenza. Il che si esprime in melodie, canti e danze con una musica che parla da sola.

Tra l'altro sono popoli molto belli con cui dunque è facile identificarsi (p.es. si veda una carrellata di ritratti di volti etiopi in: 
https://www.youtube.com/watch?v=VlhcYwMwXpA  )


Infine volevo dire che concordo -ma non sempre e non del tutto- con i commenti di vari e numerosi diari di viaggio che ho letto. I più stimolanti sono stati quello di Marco De Paoli, e quello di Massimo Rossi, ma anche la prima edizione di Philip Briggs, e anche mi è piaciuto il diario un po' romanzato di Virginia Morell. Come pure tra i diari-reportages fotografici ho ammirato quello di Gianni Giansanti,  quelli di Pino Ninfa,  di G.Barili e M.Lombardi, già citati, e di Francesca Mascotto (Tesori Antropologici, Biblos, Padova, 2008, §. "nella valle dell'Omo" pp.188 sgg. e anche sul sito http://antiquaagredo.sitonline.it/1/valle_dell_omo_gallery_francesca_mascotto_163295.html), che rendono visivamente bene la realtà del sud-ovest del Paese. 
Da leggere con attenzione  le belle pagine del Blog di Fabrizio Loiacono, detto Fabris: obiettivosulmondo.com che nei suoi due viaggi del 2010 e '11 accompagna alle sue magnifiche foto, testi molto ben fatti sulle varie etnie.


(Turmi: tessuto) 

Infine bisognerà riflettere più a fondo sugli effetti trasformatori e ammaliatori del turismo, ora che sta diventando un fenomeno sempre più diffuso nel sud-ovest tipico. (Si vedano i testi di Marco Aime, L'incontro mancato. Turisti, nativi, immagini, BollatiBoringhieri, Torino, 2005, e Sensi di viaggio, ediz. Ponte alla Grazie, 2016).

(segue dunque una bibliografia, in una ultima puntata n.24)

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