domenica 18 marzo 2018

2, foto degli Akha (e Triangolo d'oro) 1979

2a puntata
foto tra villaggi di interesse etnografico ( Akha, Karen, e KMT )

Vi propongo ora di cambiare continente, e vi mostro alcune foto che si riferiscono ad un viaggio che io e annalisa facemmo da giovani, ben quaranta anni or sono, nell'area detta del "Golden Triangle", del Triangolo d'oro, nell'estremo nord montuoso della Thailandia.  E' chiamato così perché si incontrano i confini di tre Stati. So che oggi è meta di un flusso eccessivo di turismo, a mio parere insostenibile per quelle culture tribali. Ma allora esse erano ancora molto isolate e difficili da raggiungere, e inoltre quasi nessuno in occidente conosceva quelle popolazioni. Mi riferisco principalmente agli Akha, e in parte anche ai Karen. Dunque sono foto di un tempo che fu, quando quel territorio era attraversato da un commercio illegale di droghe (queste popolazioni sono accaniti fumatori di oppiacei) che transitavano attraverso il confine in quelle località montane di difficile accesso e fuori mano, per poi dirigersi a sud. E tutte queste popolazioni sono frontaliere e lavorano nelle piantagioni di papaveri da oppio, o di caffè. [oggi, 2018, gli interventi della Fao e del governo hanno portato nel  corso di decenni a sostituire la coltivazione dell'oppio con l'orticoltura, di peperoni, legumi e frutta, ma anche con la produzione di riso e canna da zucchero ]

Avevamo varie guide della Thailandia, con un capitolo sulla "Northern Loop": quella di M.Villette delle Delta Voyages, tradotta in it. dalla SugarCo nel '79, quella di Christine Routier, della collana Guides Blues della Hachette, anch'essa del '79, quella di K.Bernstein della Berlitz, e la famosa guida di Tony Wheeler, South-East Asia on a shoestring, della Lonely Planet, Victoria, Australia, del 1975, poi 2a ed. '79, e '85. Tutte guide dunque recentissime. [ma oggi -2018- ce ne sono molte altre]

Gli Akha (una popolazione che pare abbia ancestrali antenati tibetani) sono dispersi tra la provincia cinese dello Yunnan, lo Stato autonomo Shan in Myanmar (Birmania), e il Laos (oltre al triangolo del nord Thailandia di cui dicevo, dove sarebbero circa 57 mila, o a detta di altri quasi 70 mila). In questi territori della provincia di Chiang Rai, a ovest di Mae Chan (a una trentina di km dal capoluogo), tra valli boscose e alture, sono presenti anche altre Hill Tribes, come i Karen, i Lahu, i Lisu, gli Yao, i Meo, gli Hmong ... In lingua thai gli Akha vengon chiamati  Ekaw. Mentre altri gruppi etnici si sono in parte assimilati alla cultura thai e all' occidentalizzazione dominante, gli Akha persistono nel continuare a vivere secondo i loro usi e costumi. Quindi preferiscono vivere in luoghi impervi e isolati, continuando col loro stile di vita, che comporta condizioni e lavori molto duri e pesanti, pur di poter continuare a mantenere la loro cultura e identità. Sono semi-stanziali in un'area a nord del fiume Hai Masang (cambiano luogo ogni sei anni circa).
Vivono ancora oggi in villaggi di canne di bambù e paglia, alcune al suolo e molte altre costruite a palafitta con una piattaforma sopraelevata su cui vi è una tettoia. Nella parte inferiore, al suolo, tengono i loro animali (prevalentemente maiali selvatici). Ci sono anche molti cani (un po' "xenofobi")... (che sono pure loro commestibili... ). 



casa e deposito pannocchie di mais


Gli Akha si fanno tutto da sè, p.es. coltivano il cotone e filano e tessono e colorano i loro abiti (una giacca contro il fresco del clima montano, e una gonna corta sopra il ginocchio), che adornano con bottoni, piume, semi, conchiglie e perline, e anche vecchie monete, e hanno le abilità per foggiare i loro monili e ornamenti in metallo o argento. Hanno copricapi elaborati, e gambali copri-garretti colorati.  Ognuna/o porta sempre con sè il patrimonio di famiglia, e quindi anche per questo sono tutte/i vestite e adornate nelle fogge tradizionali. L'unico elemento in lento mutamento è il sovrapporsi di credenze del buddismo popolare thai, alle antiche visioni del mondo e della vita, regolate dal loro codice consuetudinario AkhaZang. Non esiste scrittura della loro lingua, quindi non hanno un alfabeto proprio, ed è tutto tramandato oralmente tramite proverbi, detti, e regole ancestrali. Oggi vi è una piccola minoranza che frequentando le scuole missionarie ha aderito ad alcune chiese protestanti o riformate dell'occidente. Le loro principali ricorrenze e cerimonie sono ad aprile (il Chong Khai Deng), e a settembre il Cha Ching Lo, o "swing Akha", la "festa altalenante" (swinging festival), e la festa del Top Spinning (della filatura) a dicembre. Durante queste festività ci sono danze che per es. consistono nel saltellare a ritmo senza inciampare tra grossi pali di bambù tenuti raso terra, che vengono mossi continuamente. E' un esercizio di abilità e di sincronismo non facile.
Credono molto negli spiriti buoni e malvagi, presenti ovunque, e praticano un culto dei defunti. Hanno vari tabù e prescrizioni in campo religioso. Il loro calendario prevede cicli di dodici anni.

Alberto Salza nel suo "Atlante delle popolazioni", Utet, 1998,

 scrive a p. 341: appartengono al gruppo linguistico sino-tibetano, «Vivono in Myanmar (regione di Kengtung), in Laos settentrionale, e in Thailandia (provincia di Wai - ChiangRai) in villaggi di montagna. Gli archi posti all'ingresso di ogni villaggio recano simboli di fertilità, le case sono costruite su palafitte. Ogni dieci anni i villaggi vengono spostati per sfuggire i mali causati da spiriti maligni, e per cercare nuovi terreni. Principlamente agricoltori, coltivano mais, grano, canna da zucchero, fagioli, tè, tabacco, banane, cotone, e riso da cui distillano acquavite. In alcune zone vengono allevati bufali e cavalli per poi esser venduti; polli e porcellini sono mangiati e sacrificati in cerimonie rituali. Sono organizzati in clan esogamici e patrilineari; è diffusa la poliginia. Il capo villaggio funge da giudice nelle contese, assistito da un consiglio di notabili. Una certa libertà sessuale prevede per le giovani una istruzione nell'arte amatoria da parte di un vedovo di mezz'età (shaw), scelto dagli anziani del villaggio; una vedova istruirà i ragazzi. Insieme al culto degli antenati, è diffusa la credenza in spiriti benevoli o malvagi (che, se offesi, causano malattie e disgrazie), le cui azioni sono esorcizzate dal grande sciamano (Tumo).»

Dunque per giungere fin qui, siamo andati con un treno locale fino al capolinea a Chiang May, abbiamo raggiunto Tha Thon su un fiume (il Mae Kok) da dove con una piroga, o "lancia a coda lunga", cioè a motore, siamo arrivati infradiciati a causa delle rapide a Chiang Rai (allora nel 1979 non c'era un buon collegamento di bus tra le due cittadine, e la strada era molto malandata, mentre adesso i turisti arrivano a Chiang Rai con un ora di volo direttamente da Bangkok...!), che era come un grosso paesone di campagna, e lì abbiamo preso una 4x4 con una guida locale che aveva un accordo con le tribù del nord per lasciarci passare. Ci siamo diretti verso i monti Tanen per stradine sterrate (e fangose), e poi su per sentieri non facilmente carrozzabili in salita per un totale di 7 km. fino ai villaggi Akha.  Scendiamo dall'auto, e c'è un odore particolare, essendo da poco piovuto: forse la presenza di vari animali, e l'assenza di gabinetti per le persone, si fanno sentire in un clima umido. Certi ci avevano commentato che "qui la civiltà non era arrivata", e che questa gente viveva ancora "come fossero all'Età del ferro"... 

primo villaggio
l'ingresso
annalisa entra
maiali e cani 

lo spiazzo centrale


donna che si lava ad un catino

partono verso il mercato


si è sgombrato il cielo,
una vecchia (cinquant'anni?) sfumacchia con la sua pipetta


stanno tutti preparandosi per andare giù al mercato

nonna con bimba
la bimba ci vede e si spaventa, la nonna ha la bocca rossa per il betel

Generalmente gli uomini lavorano nelle piantagioni, nei campi, e anche in parte negli orti, mentre le donne vanno a raccogliere acqua in pozzi a volte a molti km di distanza, preparano i pasti, sistemano le abitazioni, lavorano negli orti, filano il cotone e tessono, e vanno giù ai mercati. Anche gli uomini vanno ai mercati e badano ai figli piccoli ma in modo saltuario.

 anche gli uomini scendono più a valle con una gerla
anziana con pipa
maialini
donna che fila intanto che cammina

fìlano

 un uomo mostra a Annalisa come caricare la pipetta per l'oppio (sarebbe proibito fare queste foto)

anche i padri (o zii) si occupano dei bambini

Abbiamo visto che diversi bambini giocavano legando un filo ad una zampina di coleottero (o di una mosca o una farfalla) e poi facendolo volare intorno a sè.

tavoletta sulle spalle, un sistema per portare anche grandi pesi
grande capanna a palafitta
piano terra e piano rialzato





padre che spipazza, con figlioletto
(non si potrebbe fotografare chi fuma oppiacei)


ciao

In tutte queste Hill Tribes ci sono dei tradizionali capi-villaggio (tipo cacicchi), e uomini-medicina, o guaritori (ma anche tipo sciamani, per i rapporti con il mondo degli spiriti e dei defunti), solo che è difficile identificarli, anche perché il governo e le organizzazioni umanitarie e le agenzie dalla Hill Tribes Commission, disconoscono la loro autorità e alloro ruolo, facendo di tutto per intralciarli, in modo da portare le popolazioni a utilizzare centri riconosciuti e ufficiali di previdenza e assistenza. Questo però mina le società tradizionali e contribuisce allo sfaldamento della cultura e spiritualità originaria. Questo avviene anche con le scuole, dove si insegna solo parlando in thai, e che sono spesso scuole-convitto, per cui i ragazzini vengono tolti alle famiglie e educati a valori differenti da quelli nativi.
Ciò era dovuto in parte all'ambiente corrotto e al diffuso uso di droghe. Ma ora non è più così. Già quando ci siamo andati noi, si calcolava che la superficie coltivabile dedita al papavero fosse di dieci mila ettari, il che era già una notevole riduzione rispetto al passato ...(!) Ora si è arrivati ad una severità estrema nello stroncare questa produzione da parte della Hill Tribes Commission, obbligando (la raccolta dei papaveri rendeva abbastanza bene) a riconvertire le produzioni.
Ci sono ora delle associazioni che capiscono che una limitata produzione di papaveri da oppio sia essenziale anche per la medicina tradizionale, e che in generale l'opera di modernizzazione se troppo forzata o a tempi troppo rapidi, potrebbe portare in futuro ad una perdita di identità e alla scomparsa di questi popoli. Si veda p.es. il video del 2013 "The Akha: at a crossroads", in cui si spiega quali siano le delicate problematiche da affrontare per aiutare questa etnia a trovare un suo giusto equilibrio tra la modernità e la propria identità etnica e culturale. Ad es. dice un operatore, Athu Pochear della associazione per la cultura e l'educazione Akha: «Per decenni queste piccole comunità che praticano unaagricoltura di sussistenza sono state coinvolte nelle politiche relative alla produzione di oppio. Molti Akha non hanno ricevuto la cittadinanza né è stato riconosciuto loro il diritto a possedere le proprie terre. Il che li rende molto facilmente vulnerabili. Alcuni problemi per la sopravvivenza della cultura indigena provengono dal fatto che alcuni individui sono stati indotti a cambiare religione dall'azione di missionari venuti da fuori. Altra problematica che pesa sulla cultura locale è che essi non solo sono quasi tutti analfabeti, ma che fanno parte di una cultura orale che non ha propri testi scritti. Poi dobbiamo lavorare su molte tematiche, dai diritti umani alla salute [rifiutano le vaccinazioni e le medicine industriali], e alla difesa dell'ambiente naturale. Inoltre non vogliamo limitarci a curare la educazione l'istruzione dei bambini nel rispetto della loro cultura, ma ci vogliamo occupare anche delle donne, degli anziani, eccetera, in modo da costruire una comunità salda, ma consapevole di essere in un contesto asiatico. Vogliamo insegnar loro come aiutare sè stessi, e a come proteggere la persistenza dei simboli della cultura Akha. Vogliamo proteggere la loro stessa forma di vita, in un modo sostenibile. Tutto è unito: natura, cultura e ambiente. I genitori spesso rifiutano di inviare i propri figli a scuola, anche perché alcune organizzazioni offrono gratuitamente gli studi se vengono a risiedere nelle loro sedi. Certi genitori accettano che i figli vadano in città, ma ignorano quali siano le condizioni di vita là, non sanno che occorre saper fare un mestiere una professione. E non conoscono come ci si procuri il cibo, e la casa... Comunque noi non sappiamo che cosa si svolga nei centri scolastici privati, quale sia l'educazione che danno... Certi genitori sono contenti che i loro figli imparino a leggere e scrivere, e li mandano là, ma non sanno che cosa comporti, come vengano cresciuti, vestiti, abituati. Nelle scuole-convitto [collegi] fanno degli scolari ciò che vogliono e che credono, ma senza prendere in conto la famiglia di origine, senza rendere partecipi i genitori né rispettare le loro decisioni. Dicono che lo fanno perché non insegnano quel che occorre per la vita nei campi, ma per la vita in città. (...) Mai tengono affrontano la possibilità che i ragazzi restino nel loro paese, in campagna, e quindi a coltivare o a allevare il bestiame. Ma ciò che è molto importante è che non parlano mai della loro cultura, queste etnie hanno molte conoscenze sul loro ambiente, hanno molti simboli, che si riferiscono ai lavori nei campi, nella foresta, come procurarsi da mangiare, come relazionarsi con la propria gente. (...) [ nei loro villaggi devi sapere di tutto, ma essi sono fuori da una economia monetaria, mentre in città conta solo avere del denaro con cui poter comprare cose]. Per la nostra associazione è importante come insegnare ai ragazzi delle conoscenze che servano a fare le cose necessarie in campagna. Praticamente tutte le organizzazioni private e missionarie insegnano la loro religione, che è qualcosa di completamente nuovo per i bambini Akha. Insegnano le loro cerimonie, loro canti, eccetera. Insegnare ai bambini una nuova religione significa che i modi di vita Akha spariscano. Ogni religione ha implicita, porta con sè, una forma di vita. Le attività della giornata sono altre, i pensieri sono altri... Condizionano i loro cervelli. Così questi allievi si trasformano in altra gente, diversa dalle loro famiglie. Loro non insegnano a sapersela cavare da sè, ma fanno in modo che siano dipendenti da loro. E' vero che chiedono e raccolgono varie donazioni per i loro alunni, ma non tengono in conto che qui c'è corruzione, chi ti regala qualcosa pretenderà qualcos'altro. Sono persone corrotte, non sono la generalità della gente, a volte sono organizzazioni dirette da una sola famiglia o da una o due persone, rappresentano una piccola percentuale, ma tutte non ammettono una compartecipazione nella gestione, o controlli della loro gestione. Quel che io penso è che se qualcuno vuole aiutare o fare donazioni, venga qui viva nel villaggio stia con una famiglia... parli con loro e spieghi. E' sempre meglio cercare di avere scuole dentro al villaggio che non costruirle lontano e far alloggiare i ragazzi lontano da casa. In questo modo i figli stanno con la loro gente e apprendono la loro forma di vita, il loro life-cycle, ciclo di via. In molti casi i genitori aiuteranno i loro figli, e i figli i loro genitori. E quando insorge un problema i figli possono fare domande, e conoscere quale è la situazione che c'è nel villaggio. (...) Le donazioni per i singoli donatori occidentali sono magari poca cosa, ma quel denaro qui in Thailandia è sufficiente per mettere in piedi anche grandi progetti. (...) Questa gente raramente nella loro storia hanno voluto guerre. Questa gente ha bisogno che ci sia pace, e conservare questa loro cultura è conservare queso ciclo di  vita. Qui tutto deve stare in equilibrio, l'ambiente naturale, la gente, tutto. Se dunque qualche straniero vuole aiutare gli Akha, intanto per prima cosa venga qui, parli con loro, li conosca, perché bisognerà parlare assieme, discutere con loro e prendere decisioni assieme, con la gente del villaggio. Ci vuole un mediatore culturale per questo e noi vorremmo fare questa cosa, vorremmo che si fosse sempre in tre parti per poter poi decidere le cose» (https://www.youtube.com/watch?v=UMcuNyvOark   oppure   https://www.youtube.com/watch?v=wUKhFkDIEyg).



§. 2 - Passiamo da un villaggio dei Karen. I quali sono famosi tessitori, i loro costumi sono fatti di buona stoffa. Ma si occupano prevalentemente di agricoltura, praticano il metodo "taglia e brucia" che comporta una continua rotazione di seminagioni, o una attività itinerante per cui ci si sposta su nuovi terreni. Hanno un buon artigianato. Una volta facevano i conduttori (kornaks) di elefanti asiatici, ma oggi i pachidermi si sono quasi estinti in Thailandia, ed è proibito il loro sfruttamento in lavori pesanti tipo spostare grossi massi o tronchi (qualcuno si è riconvertito in accompagnatore di turisti in brevi tour locali a dorso d'elefante).





Dei Karen (chiamati anche Padaung in Myanmar)), l'antropologo Alberto Salza, in "Atlante delle Popolazioni" op.cit. più sopra, scrive a p. 362: «sono governati da un capo ereditario e da un consiglio di anziani. L'economia si basa su agricoltura (coltivazioni a debbio di riso all'asciutto, legumi, patate, peperoni, tabacco, cotone, e canna da zucchero) e allevamento (capre, e cavalli), integrati da caccia e pesca, e commercio (sopratutto per i thailandesi). Sono organizzati per gruppi famigliari a discendenza matrilineare, guidati dalle donne più anziane, che presiedono alle cerimonie dedicate agli antenati. Le credenze tradizionali (spiriti, fantasmi, sciamani, stregoni) convivono con la religione buddista.»
Sui Karen si veda anche il capitolo di R.Kennedy Skipton, alle pp. 126-129 nel volume relativo all'Asia sudorientale, a cura di A. Turton, della serie "I Popoli della Terra", a c. di E.Evans-Pritchard, in 19 voll., Europa Verlag, tr.it. A.Mondadori, 1973, edizione 1982.


Infine andiamo  a Chiang Saen proprio dove c'è il famoso triangolo, cioè l'incontro tra Thailandia, Laos, e Myanmar (Birmania). Più su c'è il paese di Mae Sai (o Mae Suai), a 1512 metri di altitudine, con un mercato proprio sul confine, dove giungono le varie etnie di montagna per vendere i loro prodotti e comperare generi di necessità con i pochi bhat che i bambini o le donne sono riusciti a racimolare, ma di fatto molte contrattazioni riguardano principalmente trattative di scambio. E' il punto più nord del regno thai, e le popolazioni limitrofe passano tranquillamente avanti e indietro essendo lavoratori frontalieri (soprattutto i Shan del Myanmar). Mentre gli stranieri occidentali sono sottoposti ad un rigido controllo. Vediamo per la nostra prima volta i famosi grossi sigari "birmani". Ma c'è anche il traffico illegale di giada. Altre merci sono i lavori in seta, le lacche, intarsi su legno, e ceramiche, e abiti tradizionali, bigiotteria, ecc.



Poi ci rechiamo sulle rive del Mekong (ancora di dimensioni iniziali), e infine andiamo a Mae Chan, e di lì fino in un paesino a soli tre chilometri da Mae Salong, dove avevano trovato rifugio dei cinesi durante la guerra civile degli anni anni '46/'50, si trattava dunque delle famiglie di soldati dello Yunnan, legati al Kuo Min Tang, l'esercito cinese nazionalista e anti-maoista del Presidente Chiang Kai Shek. Con la vittoria dell'armata comunista, qui sono rimasti, e costituiscono ora una piccola minoranza etnica. La gente ha un aspetto migliore, e pulito. Vivono seguendo le antiche consuetudini cinesi tradizionali.





Un lavoro di studio di queste popolazioni è stato compiuto da Paul e Elaine LEWIS, Peoples of the Golden Triangle, edizioni Thames&Hudson, Londra, 1984. 
Sia sugli Akha che sulle altre popolazioni dell'area, si veda nella collana "Popoli e Nazioni", nel vol. sul Sud-Est asiatico, Time-Life Books, 1987, tr. it. CDE- gruppo Mondadori, 1987, al cap.6, pp. 130, 138-139.

Quindi in serata ritorniamo giù in città al nostro ostello, chiamato pomposamente Guest House, che è sulla riva di un ruscello.


per ritornare sull'altra riva...

Qui all'angolo c'è una bancarella che vende cose di vario genere, ma per lo più di generi alimentari, e tra l'altro c'è una testa mozzata di una scimmia e una mano mozzata di una grande scimmia. Se è stata uccisa da poco si possono mangiare le cervella, che dicono  che sia crude che fritte siano un boccone di carne molto buona e molto delicata di sapore. Ovviamente la vista e il pensiero ci hanno lasciati esterrefatti e ci hanno inorridito. E' un cibo abbastanza consueto, e dunque in casa sanno come aprire la calotta del cranio, e poi ci si serve se si preferisce la carne cruda, oppure la si frigge...
D'altra parte in questi villaggi montani p. es. mangiano la carne di maiale (del maialino che hanno sempre avuto in casa e con cui i bambini della famiglia hanno giocato, e sempre chiamato per nome), e perciò debbono saperlo uccidere e macellare. Non si affidano ad uno "specialista", ad un macellaio, ma ogni famiglia lo fa da sè. Come d'altronde si è sempre fatto anche nelle nostre campagne sino a non molti anni fa. Ed è una risorsa, non soltanto un cibo, poiché come si soleva dire: del maiale non si butta via nulla, perché si fanno molti usi delle più diverse sue parti. (Per es. sul culto del maiale e su ciò che è commestibile cfr. Marvin Harris, Good to Eat, Food and Evolution, 1985, tr.it. Buono da mangiare, Einaudi, 2006; e anche il suo Cows, Pigs, and Witches, 1975). Inoltre loro mangiano anche certi cani, e per es. le cavallette fritte (come nella confinante Birmania, vedi il mio diario caricato il 26/07/2011). Altrove abbiamo visto mangiare le formiche o gli scorpioni, o gli occhi di tonno, o i ragni fritti, i porcellini d'India, ecc. o il sanguinaccio (che si usava anche da noi, come pure le interiora o frattaglie, la trippa, i testicoli, opp. le cervella di vitello, o la coppa di testa, ...).
Ma fattostà che la vista di quella testa di scimmia con gli occhi sbarrati (e di quella manona pelosa e muscolosa), ci è rimasta impressa nella memoria.

Ritrovarci a confronto con la diversità che riconosciamo nell'Altro quando è di fronte a noi, ci permette di prendere più approfondita consapevolezza della nostra stessa identità. La diversità ha molte gradazioni, dalla quasi-somiglianza del nostro vicino, dal quale ci differenziano solo piccoli particolari che noi enfatizziamo appunto per il bisogno di tracciare delle linee di confine all'immagine di noi stessi, e sino alla differenza radicale -come per esempio con le etnie appena osservate nelle foto qui sopra- che ci mostrano una alterità che prima di incrociarla forse non immaginavamo nemmeno che potesse esistere. Qui tutto è differente rispetto al nostro quotidiano, dal clima, al paesaggio con vegetazione, animali, terra  e cielo diversi, al contesto umano, antropologico, che si esprime in una cultura, un linguaggio, una gestualità, una mentalità, abiti e abitudini, cibi, credenze differenti dalla nostra. E' una esperienza importante e di valore formativo.

(segue in una prossima puntata, di nuovo in Africa)

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