venerdì 16 marzo 2018

1, foto dei Masai, e dal Kenya - 2002

A quanto pare le foto e i commenti sulle popolazioni e le culture nere africane del sud-ovest d'Etiopia hanno riscosso molta attenzione e interesse (vedi i Post caricati dal 6 settembre all' 8 ottobre dell'anno scorso 2017). 
Per cui sono stato sollecitato a caricare sul Blog altre foto consimilari di viaggi precedenti, anche se magari già "pubblicate" in passati diari.
Quindi diciamo foto che possano essere di interesse etnografico.

Per una rassegna di questo tipo andrebbero consultati alcuni vecchi "classici", come:
Renato Biasutti, Le razze e i popoli della Terra, in 4 vol., Utet, Torino, 1941, 1953, 1959, (rist.1967)
Hugo Bernatzik, a c. di, Popoli e razze, Innsbruck, 1947 in 3 volumi, 1954, 1958, tr.it. Casini editore, 1964
Roberto Bosi, Dizionario di Etnologia, A.Mondadori, Milano, 1958

Poi alcune opere generali, ma un po' meno datate, come:

F. Quilici, a c. di, nell'enciclopedia geo. "Il Pianeta", i due volumi (il 6 e 7) "Africa", CEI, Milano-Roma, 1969
F.Quilici, Gli ultimi primitivi, Rizzoli editore, Milano, 1973
E. Evans-Pritchard, a c. di, Peoples of the World, Europa Verlag, 1973, ed. it. a c. di G. Guariglia,  I popoli della TerraA.Mondadori, in 19 volumi, Verona, 1981
R.Gaion e L.Zardi, Popoli diversi, in 6 volumi, ediz. SAIE, Torino, 1979 
I. Lewis, Ch. Furer Haimendorf, F. Eggan, a c. di, e Aa.Vv., The Atlas of Mankind, Mitchell Beazley, Londra, 1982, trad.it. Cosmo - Atlante dell'Uomo, Ist. Geo. DeAgostini, Novara, 1984
Alberto Salza, Atlante delle Popolazioni, Utet, Torino, 1988 [e raccomanderei tra le opere generali soprattutto questo]
D.H. Price, Atlas to World Cultures: a Geographical Guide to Ethnographic Literature, Sage, London, 1990
e i testi di Jean Sellier, Atlante dei popoli d'Oriente, d'Asia, e d'Africa, La Découverte, Paris, 2003-2008, 3 voll. editi in it. da TempoLibro-Il Ponte, 2009-10.



Ora qui vi propongo tre situazioni, relative ad un nostro viaggio del 2002 in Kenya:

-un villaggio tradizionale isolato del popolo Masai,
-delle danze ancestrali propiziatorie Masai,
-e un mercatino indigeno locale di generi alimentari, di popolazioni costiere di lingua Swahili

[foto che avevo già caricato in maggior numero su questo blog nel novembre del 2011; 
e altre immagini le avevo anche già  riprese in una puntata del diario del mio viaggio nel Sud-ovest dell'Etiopia fino al confine col Kenya, cfr. nel settembre 2017 in http://viaggiareperculture.blogspot.it/2017/09/viaggio-in-etiopia-12-turmi-omorate.html , vedi verso il fondo di quel Post].

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 Come guida di viaggio allora avevamo quella di Silvio Fresco sul Kenya, nella collana Ulysse dell'editore Moizzi di Milano, del '93, poi '98 (poi edizione 2001), 224 pagg. 

Ma c'erano in commercio pure quella di M.Amin e J.Earnes, Guide Apa, pubbl. da Zandi-Logos, 1988; e quella di D.Errico e A.Sammarco, edita da Calderini, 1997; o quella di J.Rigel trad. in it. dalle edizioni Sugar, 1982; o nelle "guide blu" del Touring Club italiano, Kenya&Tanzania, 1995. 
E il volume di foto di ambienti naturalistici ed umani dell'antropologo torinese Alberto Salza, edizioni White Star (collegate al National Geographic), 1996, 2006:


Un vecchio studio del 1952 è comunque interessante:
Così come pure il capitolo sui Masai di Cottie Arthur Burland, Men without Machines, Aldus books, Londra, 1965, tr.it. I Popoli Primitivi, A.Mondadori, Milano, 1965, pp. 61-66.

E resta sempre affascinante la lettura di Karen Blixen (tr.it. 1986); o  della nostra Kuki Gallmann, Notti africane, o Sognavo l'Africa o altri degli aa.'90; o il libro di Flavio Giri sulla riserva Masai-Mara, 1994; o di Ch. e M. Denise-Huot, Meraviglioso Kenya, trad.it. Ist. DeAgostini, Novara, sulle terre dei Masai ... o di Corinne Hoffmann, White Masai, Arcadia books, 2001 grande best-seller. E altri di ricordi e di viaggi o soggiorni, come 

Quindi come si vede c'erano già allora diverse possibilità in campo editoriale.
Ancora all'epoca del nostro viaggio, quindi sedici anni fa, permaneva qualche residuo mentale di un alone di "orientalismo romantico" riguardo al Kenya. Proprio nel 2002 era stato ritrasmesso in televisione, il documentario del viaggio di Overland del 1998, in Kenya (v.puntata n.11) 

che aveva contribuito a mantenere ancora viva l'aura di grande avventura con un pizzico di mistero, nell'inoltrarsi in una terra in cui si potevano incontrare la natura incontaminata, gli animali selvatici, e popolazioni "primitive"...
Ma nella realtà il paese era molto cambiato dai tempi degli esploratori di fine Ottocento, tanto da rendere possibile e redditizio il turismo delle agenzie viaggi. Anche se le traversie politiche e sociali sono state gravi e pesanti, cfr. F.Grignon e G.Prunier a c. di, Le Kenya contemporain, Ifra, Paris, 1998 ...
Comunque quel Paese ci ha regalato alcune visioni ed emozioni splendide!


Eccone dunque alcune foto che possono avere un interesse sotto un profilo etnografico:

Siamo entrati in un villaggio di Masai (o Maasai) che sta dentro al vasto territorio del Parco naturale di Tsavo -Est (come anche alcuni altri piccoli villaggi per es. dei wa-Kamba, una etnia Bantu...). Come impianto esso è rimasto sostanzialmente uguale nelle sue strutture a come era sempre stato, a memoria degli abitanti locali.

Per questo piccolo centro abitato vale quanto già dicevo qua e là nel diario dell'Etiopia a proposito dei villaggi tribali, cioè di quegli spazi interni definiti da una barriera (che qui è di rovi e arbusti spinosi) che li separa dallo spazio naturale circostante, e segna il luogo dell'Uomo. Perciò è uno spazio riservato ed esclusivo, bisogna avere il permesso per introdurvisi, per entrare in qualità di ospite. E' il luogo intimo di vita quotidiana della comunità.
Siamo gli unici visitatori, giungiamo in auto con un autista locale che ha combinato questo incontro.

la porta d'ingresso nel "recinto" del villaggio 



 le capanne come si vede hanno una struttura in ramoscelli e un impasto di fango d'argilla e sterco animale




il nostro accompagnatore, e la sua nonna



 preparativi per la danza col salto in alto

accensione del fuoco per sfregamento

I masai vivono sia in Kenya che in Tanzania ed in parte anche a cavallo della frontiera dell'Etiopia (per questi ultimi vedi le righe finali della puntata 12 del mio recente diario di viaggio nell'Etiopia del sud-ovest: http://viaggiareperculture.blogspot.it/2017/09/viaggio-in-etiopia-12-turmi-omorate.html). Sono un popolo che parla una lingua di origine nilotica, il maa. Sono ripartiti in diversi grandi clan. Hanno una struttura patriarcale e poligamica, sono anche cacciatori, e si cibano di carne ovina e latte, e in determinate occasioni bevono il sangue di vacca.
distribuzione scodelle di sangue bovino
(vecchia foto Ist.Geo.DeAgostini)

Ma i masai sono sopratutto allevatori e pastori (bufali e bovini, e pecore e capre). Fino a poco fa rifiutavano di cibarsi di cereali e verdure. Recentemente alcuni villaggi stanno incrementando le attività di orticoltura e coltivazione. Le capanne sono basse e di solito senza finestre, dove cucinano i cibi e dormono. Hanno alcune danze tradizionali, e hanno grande cura dell'abbigliamento e dei decori, è molto noto il loro collare largo di perline colorate che portano durante le cerimonie (ma non solo). Esiste la figura di "conservatore delle tradizioni", Oloborueng-enné. Le varie funzioni e ruoli nella società sono ripartite per fasce d'età (5), e tra maschi e femmine.
cerimonia  d'accoglienza tra i guerrieri adulti (foto I.Geo.DeAgostini)

Ultimamente molti dei loro "guerrieri" hanno trovato lavoro presso piantagioni, o  ditte, o Resorts, come guardiani, poiché sanno come tener lontani animali pericolosi e serpenti (e ladri o intrusi). La loro cultura è stata ben studiata ed è ampiamente conosciuta (sono forse la popolazione tribale più conosciuta dell'Africa nera).
Si veda https://it.wikipedia.org/wiki/Masai  
o anche https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/102002129   
oppure https://www.exploring-africa.com/kenya/masai/il-popolo-masai
inoltre alcuni testi di Salza sui Masai si possono leggere su: http://www.luomoconlavaligia.it/author/albertosalza
(o si veda sulla sopracitata guida di S.Fresco, edita da Moizzi, alle pp. 86-89)

[o in altre -oggi numerose- guide del Kenya: come quelle di Antonio Diguida; quella di Massimo Bocale e altri per le edizioni  Polaris; o di D.Facchini; o la Rough Guide di R.Trillo, trad. it. da Feltrinelli; o la guida Mondadori; o il volume del National Geographic; o la Lonely Planet di Ham, Kaminski, Butler e Duthie (2018); ecc...]

Nella collana "I popoli della Terra", tradotta dall'inglese, il volume sull'Africa tropicale, a cura del prof. G. Guariglia, Europa Verlag e A.Mondadori, 1973, ediz. 1981, ha un capitolo, alle pp. 108-115 sui Masai di G.W.B. Huntingford, molto interessante.

Alberto Salza nella sua opera "Atlante delle Popolazioni", Utet, 1998, 

scrive a p. 367 a proposito dei Maasai: (...)«pastori nomadi del Kenya e della Tanzania, la cui vita materiale si organizza attorno al possesso di bestiame:le transazioni commerciali, quelle matrimoniali, e le cerimonie rituali, vengono regolate da scambi in bestiame. I villaggi sono costituiti da un grande recinto spinato, disposto circolarmente attorno alle capanne di fango e sterco, ospitanti diverse famiglie. L'organizzazione sociale si basa sulla divisione in fasce d'età, secondo cui un gruppo di coetanei viene iniziato nello stesso periodo: intorno ai 14 /16 anni i ragazzi vengono circoncisi entrando a fare parte della classe dei guerrieri (moran); lasciano il villaggio e vivono nella savana accudendo le mandrie di buoi gibbuti, zebù, mucche, pecore capre, e asini. In passato i moran organizzavano scorrerie a danno delle tribù confinanti (p.es. i Kikuyu) e la società stessa era organizzata in funzione della razzia e della guerra: si diventava "guerrieri" solo dopo aver ucciso un leone, armati di lancia e scudo. Ancor oggi la classe degli anziani detiene l'autorità politica e religiosa. I governi centrali incoraggiano queste popolazioni ad abbandonare la vita pastorale e a sviluppare l'agricoltura stanziale.»
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E riguardo alla danza notturna,
vi abbiamo assistito in uno spazio apposito all'aperto. Si tratta di una parte della danza che usano fare la notte che precede una importante (e rischiosa) battuta di caccia grossa. E' anche accompagnata da canti corali molto ritmati, e battendo e sollevando i bastoni; vi prendono parte sia uomini che donne con ruoli diversi









Anche in questo caso vale ciò che commentavo in vari passaggi sparsi durante il diario dell'Etiopia. La danza è una delle forme primarie di espressione umana, è il movimento con cui lo stato d'animo interiore, l'intimo, viene manifestato e comunicato. La danza si associa al ritmo, alle percussioni, ed è accompagnata da espressioni vocali, da canti corali. Poi si svilupperanno strumenti musicali (oltre a quelli di percussione) che siano a fiato o a corda, per aiutare a creare una atmosfera suggestiva. Questa esprime la sacralità della cerimonia danzata, e cioè il suo qualificarsi come momento fuori dall'ordinario, di forte intensità emotiva e partecipativa. Quindi fondamentalmente stabilisce una unione con il divino, con la dimensione interiore e trascendente. Le prime danze miravano ad ingraziarsi le forze della natura in vista di un obiettivo imprescindibile, come lo è in questo caso la caccia per la sopravvivenza. E contestualmente rafforzavano il sentimento di fusione, di identificazione col gruppo, davano corpo all'identità collettiva. Quindi essenziale è la trasmissione empatica di una vibrazione all'unisono di corpo, udito, canto, che possa far avvertire l'unità dei molteplici componenti individuali, in uno spazio-tempo riservato. E' una cerimonia rituale propiziatoria e liberatoria.
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vi riporto alcuni testi che sono una lettura consigliabile sui Masai e sul Kenya:

 testi autobiografici di un Masai: Tepilit Ole Saitoti,

e si vedano anche questi, di due studiosi, che hanno vissuto a lungo nel paese:



Sui Maasai, sui popoli del Lago Turkana, e sui Samburu, e altro, vedi articoli di Alberto Salza (che ha passato anni tra le popolazioni di questa area geo-etnica della famiglia linguistica Karamojong) sul suo blog: http://www. luomoconlavaligia.it/author/albertosalza ; e il suo Atlante delle Popolazioni, UTET, 1998, citato sopra, alle pp. 202-215.

Vedi anche: Jean Sellier, Atlante dei popoli dell’Africa, cit. sopra; e l'opera L'Africa in due volumi, a c.di F.Quilici, dell'enc. geografica "Il pianeta", Comp. Edizioni Internazionali, voll. 6 e 7, Milano-Roma, 1969



e le foto di Giuseppe Valanga, Bruna Aime, e Ugo Nespolo, CSC, 2001


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Mentre invece meno suggestive, ma pur sempre interessanti, sono le foto di un mercato che si teneva alla periferia di una cittadina (la parte vecchia di Malindi), sempre durante il viaggio dell'estate 2002. Quindi qui si passa da un villaggio tribale ad una società semi-urbanizzata. Si tratta della popolazione costiera di lingua swahili, e di religione prevalentemente musulmana e animista.



Anche qui valgono i cenni fatti durante le visite a mercati nell'Etiopia sud-ovest (vedi Post dal 14 settembre all'8 ottobre del '17), il mercato è la grande occasione di incontro tra persone di villaggi e provenienze diverse, che si possono osservare e conoscere nel luogo dello scambio di beni. Quindi mentre si viene per procurarsi ciò che ci manca, tramite uno scambio o tramite il mezzo monetario, l'intermediazione monetaria, si entra a contatto con altri. E' un luogo di intersezione di etnie, di culture, di economie, di società, di credenze e religioni differenti, che qui trovano uno spazio neutro accessibile. E' il luogo della sospensione delle ostilità. Ed è un luogo di crescita e maturazione individuale nell'apprendere a comunicare e a contrattare. Lì si trova quel che "da noi" non si trova. E' il luogo della agognata abbondanza.









usciamo

Andiamo anche in un grande opificio artigianale in cui sotto ad una amplissima tettoia ci sono vari artigiani del legno seduti per terra che scolpiscono a mano ciascuno una sua figura in numerose copie sempre uguali, mettendoci tutto il tempo che è necessario anche facendo due chiacchiere tra loro. Compriamo un bellissimo complesso di una madre leopardo con i suoi due cuccioli (che una volta tornati a casa metteremo nella libreria in sala).



e anche due ferma-libri con immagini di elefanti, per un nostro scaffale:












(prosegue in altre puntate su altri miei vecchi viaggi)

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