domenica 30 ottobre 2011

una discussione avvenuta tra Parmenide, Zenone, e Socrate nel 450 a.C.


Prima Socrate e poi anche Zenone (di Elea) pregavano Parmenide di chiarire bene ciò che aveva detto (l'identità fa riferimento alla singolarità e unicità del medesimo, e il simile e il dissimile non possono essere attributi del medesimo soggetto) e di non sottrarsi. E Parmenide cominciò:
«Bisogna obbedire dunque, sebbene abbia l'impressione di trovarmi nella condizione del cavallo di Ibico (poeta di Reggio C. del VI sec a.C.). A questo cavallo da corsa, ormai anziano, che si accingeva a gareggiare con il cocchio e che per l'esperienza tremava dinanzi a ciò che l'aspettava, il poeta paragonò se stesso, e disse che anch'egli, contro la sua volontà, pur così vecchio, era stato costretto ad affrontare cosa sia l'amore: anch'io, ora che me ne ricordo, ho l'impressione di avere molta paura se considero come riuscirò, alla mia età, ad attraversare un mare così vasto ed esteso di parole. Tuttavia devo compiacervi, dal momento che, come dice Zenone, siamo soltanto tra noi. Da dove cominceremo? E qual è la nostra prima ipotesi? Oppure volete, dato che mi sembra si giochi un gioco alquanto serio, che cominciamo da me stesso e dall'ipotesi di me stesso, ipotizzando, intorno all'uno in sé (sia che l'uno sia uno, sia che non lo sia), e vedere che cosa ne consegue?» (Platone, Parmenide, 137 a-b).

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