mercoledì 8 aprile 2015

1) Viaggio in Colombia 2015 (Bogotà, 1)

Diario 22 febbraio / 21 marzo

Prodromi
Erano mesi che rinviavo il pensiero di fare un bel viaggione (e tra le varie mète c'era la Colombia), perché non mi sembrava che fosse il momento giusto, il momento magico. Non me la sentivo, non ero pronto psicologicamente. Strano.
E così è passato del tempo...
Poi la curiosità ha prevalso sulle resistenze, e dunque... : Che Colombia sia!!


Così comincio a leggere delle Guide, a guardarmi dei video su You Tube, a leggere dei romanzi di autori colombiani, e ..... ci sono dentro con l'immaginario. È fatta.
Diverse persone si preoccupano e ci dicono di stare sempre guardinghi perché quello è un Paese molto pericoloso. Io non ci credo, e comunque noi nei viaggi stiamo sempre molto attenti non c’è però bisogno di essere poi ossessivi…

Dopo un lungo primo periodo di eccitazione, con frenetiche ricerche su Google e su You Tube, per poi giungere a stabilire la data di partenza, e fare il biglietto. Che bello! Evviva, andiamo di nuovo in SudAmerica.
Si trattava quindi di dedicarsi a scegliere fra una valanga di nomi di alberghi quello in cui prenotare la o le prime notti....

Ma ecco sopraggiungere un periodo come di vuoto mentale. Giornate che sorgevano e tramontavano fluttuando nel nulla... Quando poi crollavo addormentato le giornate evanescenti si dissolvevano come bolle di sapone, senza lasciare di sè traccia alcuna. L’attesa fino al dì fatidico era troppo tirata per le lunghe.
Solo l'inesorabile approssimarsi del giorno x avrebbe ad un certo punto potuto risvegliarmi da quel torpore alla vita attiva. Quando cioè non si trattava più solo di ricordarsi di questo e quello, ma di fare, di concludere materialmente. Non si trattava più di annotare su foglietti promemoria. La valigia andava riempita e poi chiusa, di internet non era più il caso di occuparsi, c'erano da fare i richiami delle inutili vaccinazioni di rito, i medicinali dovevano stare in un sacchettino, i soldi andavano ritirati in banca, se c'era da fare qualche fotocopia di assicurazioni o di passaporti e patenti, andava fatta, e così via. I giorni a casa si contavano oramai sulle dita di una mano. Era giunta l’ora di convincersi: davvero fra poco la realtà circostante con cui fare i conti sarebbe stata un'altra.

Il percorso che ho in mente sarebbe da Bogotà andare al sud a Popayàn, e al mercato indigeno di Silvia, e da lì magari fare una gita a San Augustin. Poi al centro vedere Villa de Leyva con gita nei dintorni, e magari una occhiata a Tunja, poi andare a Barichàra vicino a San Gil. (non penso che avremo tempo per vedere la zona del caffé, per es. a Salento). Infine a nord sulla costa caraibica, con Cartagena, Santa Marta e il parco Tayrona. Comincio a guardare su internet per gli alloggi.

Nel frattempo ho letto alcuni vecchi articoli che Gabo Màrquez scriveva negli anni Cinquanta per la pagina culturale di un giornale di Bogotà. In particolare quelli sulle leggende relative alla "Marchesina" e all’immaginario villaggio simbolico di La Sierpe isolato nei pressi di una gran palude. Ecco da dove poi è nata l'epopea di Macondo in “Cent'anni di solitudine”... La serie su La Sierpe è un testo fantastico e gustosissimo sulle credenze popolari della gente semplice di quel paesino sperduto, i suoi usi e costumi. Scritto con piglio serio alla maniera di un etnologo, ma satirico, in cui si portano all'estremo paradosso mentalità e comportamenti diffusi, per dare come risultato una sferzante critica sociale.
E poi mi sono gettato a capofitto nel visionare alcune telenovelas colombiane, che mi hanno inizialmente conquistato con la loro semplicità e ingenuità. Ma che poi dopo un poco mi hanno cominciato ad annoiare essendo di un livello "culturale" bassissimo ed essendo tutte composte da una manciata di temi, di questioni, e di personaggi ricorrenti e ripetitivi. Comunque ne ho tratto una idea della sensibilità popolare locale. Poi ho guardato certi sketch, e certi spettacolini che mi ricordavano il nostro "varietà" degli anni in cui ero bambino. Ho anche visto alcuni penosi programmi televisivi. E ho persino dato una rapida occhiata al testo di “Senza tette non c’è paradiso”, un serial tv di dieci anni fa, diventato famoso, di Gustavo B. Moreno (tradotto anche in Italia da Rizzoli RCS).
Infine ho cercato se c'erano video su cantastorie ed ho visto che sono ancora presenti e riscuotono ancora successo, almeno nei villaggi e nelle cittadine di campagna… Certi di loro sono veramente dei recitatori bravissimi e dei grandi affabulatori.
E poi ho letto alcuni studi di etnografia su alcune piccole popolazioni indigene e sulle loro interessanti tradizioni culturali e spirituali.
E ho anche letto alcuni bei romanzi di autori contemporanei, grandi scrittori come J.G. Vàsquez, o A. Mutis.
Sono pronto per entrare nel contesto di quel mondo.

Domenica 22 febbraio
Iniziamo un viaggio aereo che poi ci sembrerà non finire mai... Che barba. Ma intanto sto ad osservare i passeggeri colombiani.
Abbiamo preso un mese fa un volo Iberia: Bologna- Madrid- Bogotà che ci è costato 620 €uro a testa a/r; si sarebbe potuto anche spendere di meno, ma comunque non è male.
Tra i passeggeri del primo tratto c'era un tizio che ha già fatto varie volte il volo in Colombia (ha trovato moglie là) e che ha pagato molto meno facendo Madrid- Miami e da lì prendendo un volo per Cali (la città di sua moglie). Per es. Milano Malpensa-Miami (o Atlanta)-e una città colombiana si può pagare 533€. Ma il poveretto è incappato in un bel problemino dato che nel volo Miami-Cali il nome e il cognome sul visto risultavano invertiti, per cui il computer non lo riconosceva come la stessa persona.... E oggigiorno negli USA non sono molto comprensivi, né duttili, o elastici.... (anche se ovviamente la data e località di nascita corrispondevano, e anche l’indirizzo di residenza). Per cui era sospettato di aver voluto imbrogliare (chissà… forse per fini terroristici??....). C'è negli USA una vera e propria fobia un po’ maniacale 
Ma ora pensiamo solo alla Colombia e in particolare adesso a Bogotà :



BOGOTA’
Eccoci arrivati finalmente. Cambiamo solo un pochino di soldi in aereoporto, perché danno 2300 pesos per €uro. Il tragitto dall'aeroporto al centro in taxi dura una mezz'ora e costa circa 12/15 € con due valige e il supplemento per i giorni festivi.
Stiamo nel centro historico, al quartiere detto La Candelaria, il nostro albergo è situato proprio poco prima che le strade inizino ad andare in salita troppo ripida.
Ci sono un sacco di bei posticini per mangiare, e di alberghetti, pensioni, e ostelli. Il contesto è tutto in stile coloniale. Ci piace girellare di qua e di là.


Si dice che la città abbia un clima di eterna primavera, ma già anni fa avevo letto che il giornalista Maurice Cottaz scriveva:
" (…) l'altitudine, in seno ad una cerchia montagnosa, non consente alla città di beneficiare di un clima dolce (…). La città si estende su un pianoro asciutto, punteggiato da una magra vegetazione di savana. Il cielo bigio sembra coprirla di una leggera cupola di metallo, sotto la quale ondeggia una nebbiolina appena percettibile. I raggi del sole si direbbe la illuminino solamente per riflesso (…)". (da: "Le capitali del Mondo", 1960, vol.II, p.271)

E’ vero che c’è spesso un clima molto variabile e il cielo è spesso tutto coperto e un po’ plumbeo, come scrive anche Vàsquez (“nel cielo sempre grigio”). Ma insomma rispetto alle temperature che c’erano a Ferrara nei giorni scorsi, si può dire che qua (almeno di giorno) è come da noi all’inizio della primavera -a meno che non piova- e ci piace. In piena notte ci sono anche solo 7° gradi, ma poi durante tutto il giorno si va tra i 18° e i 21° (o anche più, in giornate di sole spiegato). Le grandi piogge sono tra ottobre e novembre, e in media viene giù un metro d’acqua all’anno, dunque non è molto di più di quel che cade da noi negli autunni/inverni al nord, e in compenso la temperatura è più mite. Al mattino entro le 9 prendiamo la prima colazione all’aperto sul terrazzino, e in quelle mattine in cui è nuvolo ci mettiamo sopra al golfino leggero anche la k-way.

Poi quando certi parlano di orari sicuri per girare nelle strade, o di zone sicure, a noi non ha dato per nulla questa impressione, anzi abbiamo visto che di sera c’è tanta gente in giro, ma forse chi dice certe cose o è un timoroso, o si è lasciato fregare da ingenuo, oppure va fuori dopo le dieci per divertirsi e cercare belle colombine in locali notturni dove si ballano i balli latini e la salsa… e poi ri-esce in strada chissà a che ore picccole, magari alticcio…
Qui viene buio alle sei e mezza, per cui noi andiamo a cena verso le sette e mezza, e alle 10 siamo già in camera assonnati e stanchi dopo tanto girare a piedi dal mattino per tutto il giorno, ma è anche vero che di quel che succede dopo le 22 in realtà noi non sappiamo nulla. I bogotani non vengono alla Candelaria dopo cena, e i luoghi per ballare sono quasi tutti nelle zone moderne dalla calle 70 con la carrera decima in su verso nord.

Bogotà sta a una altitudine media di 2650 metri sul livello del mare, addossata alla cordigliera orientale, e a volte l’altitudine si sente nel camminare in salita o nel fare le scale, per cui se uno va di fretta gli potrebbe venire presto il fittone.
(Mi torna in mente quel signore colombiano che avevo incontrato nel centro di Quito, un professore in pensione che girava in bici i paesi andini … e anche quel divertente afroecuatoriano che sempre a Quito ci aveva fatto tanto divertire con i suoi passatempi e le sue storielle, era un colombiano costeño, un caraibico.)

La città è molto molto estesa (circa 90 km quadrati). Le aree residenziali della gente benestante sono verso nord, dove c’è anche la Zona Rosa moderna con bei bar e ristoranti e negozi, e la zona pedonale fatta a T, e poi c’è l’area degli affari, degli uffici e di lavoro, tra il centro e i grandi parchi, ed è tutta attraversata dal cosiddetto metrò di superficie che è un lungo autobus chiamato Transmilenio, con cui si va da sud a nord in questa metropoli sostanzialmente sviluppatasi per il lungo. All’uscita dal lavoro nel pomeriggio certe vie sono strapiene di gente che fa acquisti o che si avvia verso casa.
I trasporti pubblici sono assicurati da innumerevoli busetas, piccoli bus, che fanno circuiti fissi e costano molto poco.

Nella Candelaria hanno fatto un’opera di riqualificazione molto intensa. Anni addietro era un quartiere popolare emarginato, vecchio e decadente (e malfamato). Ora è un grande quartiere in stile coloniale ben restaurato, non solo con chiese, palazzi e casonas coloniali, ma anche con alberghi, musei, istituzioni culturali, e diverse sedi universitarie e scuole superiori, per cui è popolato da moltissimi giovani e studenti, e frequentato dai turisti. E’ piacevole passeggiare e guardarsi attorno. Qua e là ci sono dei musicisti di strada, o capannelli e assembramenti di ragazzi/e, specie attorno all’ora di pranzo e a metà pomeriggio.


Dato che la città era tutta addossata alla cordigliera, che si può sempre vedere alla fine delle calles con i suoi boschi e prati verdi, si è in seguito sviluppata tutta per il lungo, quindi quello che era il Centro (cioè La Candelaria e il centro “moderno”) ora è un po’ a sud della parte più nuova che si estende verso nord. Per cui in generale l’area diciamo più “viva” e trafficata della capitale si svolge per una quindicina di kilometri nel senso sud-nord. Anche se la città è molto grande ci si orienta abbastanza facilmente. Le strade parallele alla cordigliera, che può fare da punto di riferimento visivo, si chiamano carreras, mentre quelle che le incrociano da ovest a est (che qui si dicono sempre occidente e oriente) si chiamano calles. Per cui gli indirizzi sono facili da decifrare: ad es. la calle 93 è chiaramente abbastanza più a nord rispetto a La Candelaria, e là dove incorocia la carrera 12a è già un bel po’ distanziata dalla cordigliera. Le carreras procedono per numeri ordinali, le calles cardinali; tutte le strade della Candelaria (ma non solo) sono a senso unico, le carreras alternativamente verso nord e verso sud, e le calles alternativamente in salita e in discesa. I portoni sono numerati tra un incrocio e l’altro, così uno sa se è subito vicino all’incrocio o è più verso la prossima carrera. Per es. carrera 73 n.12 – 20, si trova nella 73esima al numero 20  tra calle 12 e la successiva. A volte le carreras sono abbreviate in c.ra o kr e le calles in cl; e a volte le principali hanno anche un loro nome: ad es la kr 14a viene chiamata Avenida de Caracas perché è una arteria importante di traffico, mentre la Avenida de las Americas ha un nome in quanto va in diagonale rispetto al reticolo degli isolati che si chiamano cuadras. Ci sono quindi delle carreras o avenidas che sono lunghe molti kilometri. La città si compone di vari quartieri con nomi come “La Candelaria”, “La Magdalena”, o “Chapinero” (cioè il settore storico, quello degli impiegati, e quello della borghesia)… E poi a fare da riferimento sono anche certi grattacieli (come quello dell’hotel intercontinental “Tequendama”), o certi grandi parchi, molto belli (come il parco nazionale lungo le pendici del monte retrostante, o quello della città universitaria nazionale, o “el Virrey”, o il “93”, o l’immenso parco Simòn Bolìvar  “del lago”, o il giardino botanico o quello sul cerro de Monserrate ….).
Comunque è molto grande ed è cresciuta troppo rapidamente. 
Si consideri il ritmo di aumento del numero di abitanti: 100.000 (nel 1905), 330.000 (1938), 640.000 (1951), 950.000 (1958), 1.200.000 (1960), 1.697.000 (1964), 2.206.000 (1968), 3.982.000 (1985), 5.484.000 (1993), 6.866.000 (nel 2003), e circa 10 milioni nel 2015...

Il centro simbolico è la Plaza de Bolìvar, un grande quadrato in discesa tra la kr Séptima e l’ 8a, e tra la cl 10 e  la 11. Vi si affaccia a oriente la cattedrale principale (catedral primada), la capilla del Sagrario, e il palazzo arcivescovile (Arzobispàl) sul lato più in salita; poi il campidoglio (Capitolio Nacional) a sud; al nord il palazzo di giustizia; a occidente il municipio generale (Alcaldìa Mayor) della grande metropoli; con la statua equestre del Libertadòr al centro, opera dello scultore italiano Pietro Tenerani. 


un lama davanti al Campidoglio

Qui convergono tutte le manifestazioni e i cortei, e si tengono i capannelli di protesta, o si fanno i comizi, dato che qui appunto si affacciano le sedi centrali di tutti i poteri del paese. Il palazzo di giustizia l’hanno dovuto ricostruire dopo il famoso attacco dell’esercito nel 1985, quando era stato occupato dai guerriglieri del movimento di estrema sinistra M-19 che tennero in ostaggio i 350 giudici presenti. Nonostante il disaccordo del presidente Betancur l’esercito attaccò e uccise tutti i guerriglieri, ma anche più di cento persone e dodici giudici della corte suprema morirono durante le sparatorie. Sul nuovo edificio è citata una frase di uno dei “padri della Patria” del primo Ottocento, il generale indipendentista Santander: “ Le armi vi libereranno, ma è il rispetto della Legge a darvi la Libertà”.

Alla sera del secondo giorno cambiamo altri soldi, ma seguendo il consiglio di una viaggiatrice li preleviamo direttamente con il bankomat, ottenendo un cambio un po’ migliore (2400 pesos per €uro). E’ più conveniente che non passare da una banca o da una Casa de cambio. Non tutti gli sportelli bankomat (cajero automàtico) prendono carte estere, ma si trova sempre uno sportello che lo fa (ad es. dentro ai centri commerciali o ai grandi magazzini, come l’almacén El Exito), o si usa la carta di credito. Quindi non c’è bisogno di andare in giro con gran quantità di soldi.

A Bogotà ci sono una dozzina di musei importanti, tutte le sedi delle maggiori imprese, le ambasciate, la Banche, e i due aereoporti (quello internazionale detto “El Dorado” e quello per voli interni detto “Puente Aéreo”).
Ci sono ristoranti, trattoriette, o comedores per tutte le tasche e gusti. 


Ma per girare con calma, osservare i bei palazzi coloniali, i giardini, i bar e cafeterias, i musei, e magari anche certi dintorni dove fare una gita, eccetera, ci vuole del tempo. Noi ci fermiamo per sette giorni (forse può essere un po’ eccessivo, ma cinque giorni ci vogliono, considerato anche che il primo giorno si è un po’ imbambolati per il cambio di fuso orario nonché di clima e di altitudine).


Siccome non avevo preso la card per la macchina fotografica, e al duty free dell’ aeroporto di Madrid costava ben 40€ (!!), la compriamo qui (al Japan Photo, sulla 7a), e ci costa 18-20 mila pesos, circa 8€, una card da 8 giga.
Sulla carrera Séptima è ora di punta e c’è una marea di gente, in certi casi si cammina tutti stretti stretti l’uno all’altro come si fosse in un autobus all’uscita degli studenti dalle scuole. Anche Vàsquez lo dice: “nel centro di Bogotà si ha sempre la sensazione di camminare controcorrente, la folla del pomeriggio trasformata in un forte vento di prua. Determinato a vincerne la resistenza, sprofondò la testa fra le spalle e si mise le mani nelle tasche del soprabito (…)”. 
Attraversando una calle nella strettoia di lavori stradali in corso, sembra che un piccione abbia cagato in testa ad Annalisa, una signora le dice “oh, poverina!”, e la aiuta a ripulirsi. Poi più tardi si accorge che le avevano fregato il borsellino, in cui c’erano per fortuna solo pochi spiccioli e la carta d’identità.
Entriamo nel supermarket El Exito, dove prendiamo una sim-card locale per il cellulare. Poi giriamo per cartolerie e librerie in cerca di una buona cartina del Paese e la trovo solo alla libreria Panamericana di carrera séptima. Infine andiamo a riposarci dai rumori del traffico e dai vocii, al bar cafeteria La Postre.
Per pranzo ci facciamo portare con un taxi (sono abbastanza a buon prezzo, e con tassametro regolare) alla zona peatonàl “T” (si pronuncia tè), cioè due strade pedonali incrociate a T nella parte moderna a nord. Andiamo al ristorante Luna, dove stiamo bene. Facciamo un giretto ma la zona moderna ci pare insignificante e in quanto turisti restiamo indifferenti. Dunque ci mettiamo su un angolo per fermare un taxi, ma viene un improvviso scrosciante diluvio (e comunque difficilmente i tassisti si fermano così per strada). Quindi essendo senza ombrello torniamo di corsa nel locale dove il direttore gentilissimo ci chiama un taxi col suo cellulare, e fa fatica a trovarlo data la pioggia.

Quando si separano si salutano dicendo “chào” all’italiana. Mentre quando si ringrazia rispondono “con gusto”. Spesso anziché il verbo dare usano regalar.
Dopo un riposino usciamo di nuovo, e passiamo davanti a una bella libreria grande e fornita, del Fundo de Cultura Economica, con testi a livello universitario, dove prendo un libro sulle leggende Bogotane. Passiamo davanti al museo archeologico, che è in un palazzo coloniale del Seicento, ma purtroppo è chiuso per lavori di restauro.

Mercoledì mattina andiamo a visitare il Museo del Oro. Prima mi fermo al minimarket OxxO a prendere uno spazzolino da denti. Poi andiamo a vedere un posto (Masaya hostel) dove forse prenotare per l’ultima notte quando ritorneremo qui alla fine, ma per ora rimandiamo la cosa.
Andiamo verso la grande Avenida Jimenez de Quesada (il fondatore della città). Alle 9 apre il museo, nella carrera sexta, ci danno il biglietto per stranieri, e data l’età (+65) entriamo gratis (come succederà anche in molti altri musei colombiani). E’ grande e ben fatto, è proprio stupendo. Il Banco de la Repùblica ha collezionato un patrimonio eccezionale di 34 mila manufatti in oro, e 20 mila altri oggetti delle culture prehispaniche dell’attuale territorio colombiano. Forse è il maggiore museo di questo genere. In una sala-cassaforte El Salòn Dorado, custodisce ottomila pezzi esposti in modo molto suggestivo nel buio totale, con sottofondo di canti aborigeni.



Negli anni trenta del secolo scorso i tombaroli (huaqueros) scavando in una camera funeraria trovarono un poporo d’oro, cioè un contenitore per la calce che si mescola alle foglie di coca per fare il mambe, un composto, se era d’oro è perché serviva durante cerimonie religiose. I venditori pensavano di fonderlo e smerciarlo più agevolmente  come era uso comune fare; il Banco de la Repùblica volle comprarlo per preservarlo e da qui venne l’idea di costituire una collezione di oggetti d’oro prima che venissero distrutti. 

Questo è del 300 avanticristo, e appartiene alla cultura Quimbaya nella cui sala si può ammirare. E' un museo straordinario da visitare e rivisitare (in Italia vedi: Oro della Colombia, i tesori delle città perdute, edizioni Colombo, 1993).
Ci soffermiamo nella sala della cultura Muìsca (o mwiska), che è la popolazione aborigena del territorio in cui si trova ora la città, e di quello subito più a nord, il Boyacà (una popolazione di lingua del ceppo Chibcha). E’ proprio qui che risiedeva lo Zipa, cioè il capo della confederazione di tutti i cacicchi di questa savana di Bacatà. Da lì prende il nome la città di Santa Fé (cioè santa fede) di Bogotà che fu fondata appunto in questa vallata e poi dichiarata capitale del Vicereame di Nuova Granada. Il Capo con cui si incontrarono nel 1537 i Conquistadores e che fu da loro ucciso, si chiamava Tisquesusa, ed era il quarto della dinastia iniziata nel 1470. Anche lo Zipa suo successore, Zaquezazipa (o Sagipa) fu ucciso l’anno dopo, e fu l’ultimo.
Ma il Museo ha una dimensione nazionale e quindi vi sono sale relative a tutte le popolazioni e le culture originarie del paese. 

Ancora oggi vi sono minoranze indigene, prevalentemente di lingue di ceppo Chibcha o Quinbaya, e al nord Tayrona. Ogni tanto a Bogotà si ha occasione di incontrare qualcuno di evidente aspetto indigeno, 

di pelle color ramato, o marrone. Ma più che altro la popolazione colombiana odierna è composta da individui di origini miste. Nelle statistiche demografiche i discendenti da meticciati tra indigeni e europei sono computati al 58% del totale; mentre al nord sulle coste caraibiche si tratta piuttosto di mulatti derivati da incroci tra discendenti di neri africani e di europei (14% del totale del paese); invece gli individui di pelle bianca (ovvero rosa), cioè i creoli, sarebbero il 20% circa, abitanti soprattutto delle maggiori città; quelli di pelle nera o scura, il 4%, anch’essi concentrati soprattutto sulla costa nord; e i discendenti di incroci tra “indios” e neri di origine africana o caraibica il 3%. Ma anche i “puri” indigeni andini dalla pelle color bronzeo, sarebbero stimati attorno al 4% del totale… ( …?!!!). Inoltre ci sono a oriente nella selva, tribù amazzoniche con la pelle rossastra.
Di fatto un po’ tutti hanno ascendenti mescolati tra “bianchi”, “neri”, "marroni"e “rossi”…

Fuori nella piazza “Parque de Santandèr” c’è una Feria Artesanal (fiera artigianale) permanente con copie degli oggetti del museo, ma anche ponchos, ruanas (particolari tabarri tessuti a mano o con aghi, o con telai) tipiche colombiane, amache, mochilas ovvero borse di tessuto, maschere, o altri oggetti.  Ma ci sono anche in strada un poco più in là molte bancarelle di prodotti artigianali, tra cui anche una, tenuta da indigeni (forse Cofanes o Coyaimas), che vendono prodotti andini (“de la Pachamama a su mesa” dice la scritta), come Quinoa, olio di Sacha inchi (un’ arachide), maca andina in polvere, pomata di coca, o di kano (mistura tra marihuana e tabacco), mambe (“farina” di coca), “farina” di algarrobo, amaranto, eccetera. Prodotti naturali he si impiegano per scopi curativi o salutisti.

Stiamo per comprare una scatola di bustine per fare il mate de coca (cioè un infuso), ma poi veniamo distratti. Entriamo nella chiesa di San Francisco, una delle più vecchie della città, molto suggestiva, con uno sgargiante altare barocco in oro che appare eccessivo.
Attraversato il vialone, dove c’è un baracchino ambulante che fa la spremuta di canna, ne prendo un bicchierone perché ho una gran sete, ma poi vedo residui di ghiaccio, e non bevo. Attraversiamo la Plazoleta del Rosario, con tantissimi studenti che fanno un intervallo. Ci sono molti lustrascarpe in fila che mi fanno cenni. Juan Gabriel Vàsquez per dire che gli usi sono cambiati, fa riferimento a loro perché sono una “istituzione”, scrivendo: “ I lustrascarpe non diventano più “proprietari” del loro luogo di lavoro –quei 2 mq di spazio pubblico- in virtù di un patto d’onore, ma grazie all’appartenenza a un sindacato, il pagamento di una quota mensile, il possesso di un documento ben plastificato da mostrare alla minima provocazione (…)”. 

La folla ora è divenuta veramente accalcata e fitta, quindi proseguiamo.
Lì vicino ci sono moltissimi negozi e uffici per la vendita di preziosi. Uno ha per insegna: “Compra venta con pacto de retroventa”. Si fanno pegni. Anche ci sono sportelli dove si possono comprare “bonos para cancelar deudas”, che sono dei biglietti dal valore di un certo tot di pesos, accettati perché garantiti, in quanto includono gli interessi.
Ma in questa zona ci sono soprattutto gioiellerie, e negozi di smeraldi. La Colombia è il primo produttore di smeraldi di alta qualità a livello mondiale. Ci sono le sei migliori miniere del pianeta. Nell’edificio di calle 16 con la carrera quinta, c’è il museo internacional de la esmeralda. Il valore di uno smeraldo ben tagliato e levigato dipende da cinque fattori: il colore, la purezza, la taglia, la lucentezza, e il peso.
Pranziamo in un locale all'aperto, nel retro di un negozio. Poi giriamo ancora. Ci sono vari negozietti non solo di artigianato, ma anche Panaderias (dove si possono fare anche buonissime prime colazioni), Fruterias, posti che fanno succhi di frutta tropicale, come la guanabana, o la guayaba, o il lulo, ma anche di canna o di caruba, e trattorie con carne arrosto o Asaderos, e Lechonerias, la cui specialità è la pochetta di maialino da latte o lechona. Oppure posticini che fanno tamales con chocolate, oppure la oblea che è come una piadina che viene poi guarnita, oppure le arepas, tortine di farina di mais bianco, che utilizzano al posto del pane, eccetera. Ma poi ci sono una miriade di ambulanti con bancarelle, baracchini, carriole, persino carrelli del supermercato, o passeggini riadattati per vendere in strada. Ci sono pure persone che "affittano" cellulari per far telefonare a prezzi modici, e moltissimi sono i clienti  che sono passanti senza telefonino.









Infine riposiamo nel vecchio bar “La Romana”, dove prendiamo una buona cioccolata in tazza (in Colombia la fanno molto liquida, diluita con latte, io la preferisco alla nostra che per i miei gusti di solito ha troppa fecola). 
Torniamo in albergo. Come ormai di consueto passiamo di fianco all'istituto culturale e biblioteca dedicato a G.Garcia Màrquez che con tanta profondità ha saputo scandagliare l'anima colombiana.
Sto leggendo la raccolta dei suoi corsivi, e reportages, ma sopratutto delle sue recensioni di film e libri, che scrisse da giovane quando inviava articoli al quotidiano "El Espectadòr", negli anni 1954/55, e che quando fu raccolta in un volume si intitolava "Entre cachacos", cioè tra bogotanos, ovvero: detto tra noi; e che in italiano ovviamente è tradotto "Gente di Bogotà". Molto gustoso e interessante.



da questo romanzo fu poi ispirato il noto film di Francesco Rosi (1987) col medesimo titolo

 Poi andiamo in cerca di una farmacia e troviamo quel che volevamo facendo una bella coda in una Drogueria, che in realtà è come una parafarmacia e un negozio di sanitari e altro, dove c’è un botiquìn per le medicine senza ricetta.
Infine ceniamo in una hamburgueseria, in una sala che c’è entrando nel Teatro La Quinta Porra, e che ha sempre solo musica jazz, e fa non solo hamburger ma una gran varietà di piatti, anche arabi, e anche vegetariani.

Giovedì andiamo a vedere un altro albergo per il giorno del ritorno, poi facciamo dei giri, e andiamo con un taxi al museo Nacional che apre alle 10 ed è un po’ lontano. Ha sede in un vecchio penitenziario della regione del Cundinamarca, costruito da un architetto danese come un panoptico di Bentham. 

Fu dichiarato monumento di valore storico, e quindi se ne fece un restauro integrale tra il 1989 e il 2001, e poi vi fu installato il museo storico nazionale con collezioni d’arte, storia, archeologia e etnografia. E’ molto interessante e ben fatto, con filmati di interviste, o documentari, e effetti audiovisivi. Ingresso gratuito. 

All’uscita vediamo che c’è una grande manifestazione il cui corteo del sindacato insegnanti blocca completamente la strada in direzione del centro (vedo uno striscione: “…e se l’istruzione fosse davvero gratis per tutti?”). E’ impossibile ritornare in centro almeno per qualche ora.
Allora ci facciamo portare da un taxi ancora più a nord, a Usaquén. Si tratta di un quartiere che una volta era un villaggio, che ha ancora una parte del suo aspetto tipico. Giriamo un po’ prima di orientarci, è un posto modernissimo che non ci interessa. Come al solito chiediamo informazioni (e abbiamo sempre trovato persone gentilissime). Una signora ci accompagna perché sarebbe stato troppo lungo spiegarci bene che percorso fare per giungere alla parte storica. Lì guardiamo un po’ di venditori che espongono le loro cose mettendo su un lungo muretto dei teli con sopra le mercanzie. Di fianco a un tizio che osserviamo perché è proprio molto "indio", con il volto molto rugoso e incartapecorito “abbronzatissimo”, una signora richiama la nostra attenzione. 

Ci ha sentito parlare e lei ha vissuto vari anni a Roma, così ha nostalgia della lingua italiana. Si chiama Fanny e vende copie di oggetti precolombiani che fa lei a mano. Ma non le compriamo niente dato che eravamo appena stati in negozi simili e avevamo già preso dei regalini da portare a casa. Ci da il suo numero di cellulare, dicendo di chiamarla per qualsiasi problema potessimo avere.
L’atmosfera del luogo è gradevole. Ci fermiamo qui a pranzo, ma finiamo in un ristorante carissimo, Casa Vieja, dove mangiamo dei piatti di carne con contorno, spendendo 15€ a testa.
Poi già che siamo “intrappolati” e non possiamo tornare, andiamo con un taxi lungo la avenida circunvalar addossata alla montagna, a visitare la Quinta de Bolìvar. Una grande casa coloniale con parco e tenuta, dove aveva vissuto il Libertador. Le stanze sono ancora arredate come allora. Erano gli anni in cui il generale venne emarginato dai suoi rivali. Contiene vari suoi oggetti, ma manca la sua mitica spada poiché durante il leggendario ingresso del gruppo di guerriglia urbana M-19 venne rubata. Poi con l’armistizio del 1990 i rivoluzionari deposero le armi e la si ritrovò nel loro arsenale, e fu subito chiusa in una cassaforte del Banco de la Repùblica.
Il giardino tropicale è molto bello con alberi e fiori che Bolìvar piantava personalmente. Interessante e anche gradevole.
Ai suoi tempi questo "buen retiro" era molto fuori città, un po' isolato, e l'eroico generale si sentiva tagliato fuori da tutto. Torna in mente il racconto di Màrquez del 1961, el coronel no tiene quien le escriba (trad.it. assieme a altri racconti brevi da Feltrinelli, nel 1969, anche da qui è ispirato un film di Ripstein, del 1999)

Poi finalmente torniamo in centro dove abbiamo un appuntamento con una conoscente colombiana che vive da decenni a Ferrara e che ora è qui col marito ferrarese. Andiamo assieme a chiacchierare al bar Juan Valdéz (una catena nazionale), che è famoso per la qualità del suo caffè.  Ma a mio parere di solito qui il caffè è o troppo forte (tipo alla turca), o troppo diluito (tipo all’americana). Quindi io prendo una cioccolata, che come ho già detto mi piace ed è proprio fatta col cioccolato e non col cacao. C'è anche un tradizionale preparato popolarmente chiamato chuculà, che prevede semi di orzo, frumento, mais,  vèccia, fava, soya, cacao, chiodi di garofano, e cannella…, tipico della regione di Boyacà. Lo vediamo in un mercatino, un bicchierone 40 centesimi di euro.



Ci danno un po’ di consigli per il nostro itinerario prossimo. E infine ceniamo al bar “De Una”, un localino simpatico, sulla calle 11.

La mattina dopo ci dicono che un signore è venuto a portare un borsellino per noi. In effetti avevamo dentro anche una card, una tarjeta, dell’albergo con l’indirizzo. E così la carta di identità ci è ritornata indietro! Cerchiamo su internet e troviamo una occasione sia per la prima che anche per la nostra seconda tappa dopo Bogotà. Negli indirizzi mail la chiocciola @ si dice "arroba"
Poi scendendo entriamo al Museo Botero, dove ci sono –oltre alle sue opere- anche dei bellissimi quadri di sua proprietà di grandi pittori del Novecento. Da lì con lo stesso biglietto entriamo nel museo della Casa de la Moneda, cioè la vecchia Zecca dello Stato. Un palazzo coloniale molto bello, con inserti e ampliamenti modernissimi. Anche qui ci sono pitture e sculture, ma di artisti contemporanei. E una bella esposizione illustrata della storia della moneta e dell’economia dell’epoca coloniale. E’ stato tutto molto interessante.

Infine usciamo per andare a mangiare, ma è proprio l’orario dell’intervallo-pranzo di impiegati, studenti, e lavoratori… code ovunque per entrare. Entriamo in un bel Asadero, ma è strapieno, poi entriamo in un misero buchetto tutto frequentato da neri, ma hanno solo pesce e io non ne ho proprio voglia. Allora seguiamo il consiglio che sia il tizio dell’asedero, che ora il nero ci consigliano disinteressatamente: una specie di mensa, un comedor, che è vegetariano, in carrera quinta-bis. “Govinda’s Loto Azul”, che mi pare sia proprietà della società Vrindavana. Ci mettiamo in fila nella breve coda e capiamo che bisogna pagare prima di sedersi ai tavoli, per cui cerchiamo di scegliere rapidamente che piatti ordinare. Pranzo abbondante e buono per 5€ a testa.

Alla Candelaria non ci si può troppo distrarre a guardarsi attorno, perché i marciapiedi sono tutti scassati, rotti, pieni di buche, dislivelli, e così mentre guardavo all'insù sono andato a dare un bel calcio contro a un piccolo paracarro di pietra che non avevo visto…
Il tempo atmosferico e quindi il clima è di una variabilità continua. Per cena andiamo in una specie di bistrò dove prendo dei tagliolini alla crema e annalisa una trota rosa alla griglia.

Sabato 28
Chiacchieriamo oltre che con il nostro solito amico cameriere, anche con la signora grossa che rifà i letti, e con il recezionista. Un francese conosciuto ieri mattina alla colazione, ci racconta che ha viaggiato molto facendo il cooperante in Africa. Chiacchieriamo anche con una coppia di canadesi, e una di italiani. Poi usciamo a cercare per il ritorno e vediamo un pauio di ostelli, ma non prenotiamo.  Lo so che non abbiamo visto o fatto varie cose, non siamo andati in gita alla cattedrale di sale a Zipaquirà, né alle cateratte Salto de Tequendama, né al lago Guatavita, e non siamo andati nemmeno su al santuario di Monserrate con la funicolare, 


il santuario di Monserrate (3152m) visto dal centro moderno

né al ristorante di Andrès Carne de Res, né a certi altri bei musei, o altre zone della città, comunque Bogotà ci è piaciuta ( e poi alla fine ritorneremo per un giorno e una notte per salutarla).
Almeno abbiamo assaggiato il piatto tipico della tradizione santafereña (cioè della città coloniale di Santa Fé de Bogotà) che è lo Ajiaco. Si tratta di una sopa (zuppa) di pollo, con pannocchie di mais lesse e tagliate a metà, con tre differenti specie di patate (papas), con alcune altre verdure lesse e erbe aromatiche, eventualmente capperi e un po' di panna, e con sopra una fetta di avocado (aguacate o palta), viene servita ben calda in una terrina. 





Ciao Bogotà, hasta luego.
………….

il diario prosegue nelle prossime puntate  (23)

Nessun commento:

Posta un commento