mercoledì 15 aprile 2015

4) Viaggio in Colombia; (Popayàn 2)

lunedì 2 marzo
Gironzoliamo per il centro che è trafficassimo rispetto a ieri e l'altroieri. Poi ci dirigiamo verso la collina che sovrasta la città (con in cima la statua equestre del conquistador Benalcàzar), la quale era nei primi tempi della colonia un acquartieramento (cuartél) dell'esercito spagnolo. Oggi è un punto panoramico con bella vista su tutta la città. Alle sue pendici c'è il museo che vorremmo vedere. Purtroppo il Museo di Storia Naturale invece oggi è chiuso e dunque non possiamo visitarlo.
All'ingresso ci sono due statuone di pietra massicce dell'epoca della grande cultura indigena sorta nell'area dell'odierno paese di San Augustìn sulla cordigliera centrale a est della città (cultura estintasi vari secoli prima della conquista spagnola). Almeno vediamo qualcosa, dato che ieri ci siamo resi conto che non potremo visitare il sito archeologico, dove pensavamo di andare come escursione da Popayàn, perché la strada non è in buone condizioni, con salite e discese e con molte curve, per cui ci vogliono almeno cinque ore da Popayàn, e non è immaginabile fare avanti e indietro in giornata, e inoltre noi abbiamo già fermato la nostra stanza fino al 4 mattina (forse avremmo dovuto raggiungere SanAugustin scendendo lungo l'altra valle, quella del rio Magdalena).

La signora della portineria è dispiaciuta per noi e ci dice che la prima statua porta sul davanti il volto del Sole che sorregge il volto della Luna, madre di questa nostra Terra.
il retro

L'altra statua rappresenta un sacerdote, o uno sciamano, che porta un pendaglio che è in effetti un pendolo per misurare i battiti cardiaci, e alle orecchie sono agganciati strumenti di interpretazione e divinazione.

due statue augustiniane al museo di Bogotà

foto dell'unico tempio di SanAugutìn

Poi ci dice di andare a vedere là fuori la collina chiamata El Morro de Tulcàn, che era una piramide quadrilatera con vari passaggi interni. Vi erano custoditi i resti dei maggiori esponenti di quella cultura. Gli spagnoli insediatisi nel luogo tagliarono la cuspide che aveva su un lato una lastra tramite cui interpretavano le eclissi di luna. Quella era una cultura imperniata su un calendario a base lunare. Anni fa vennero a studiarla degli astronomi durante una eclissi, e restarono delusi perché per le condizioni atmosferiche di quel giorno non si poteva vedere l' eclissi, ma in quella lastra, che faceva come da superficie rispecchiante, la si riusciva a vedere riflessa.
Erano sviluppati, ma in altre direzioni e in altri campi, tra cui appunto la divinazione, la spiritualità, la conoscenza dell'astronomia (o in quel caso forse si dovrebbe parlare sopratutto di astrologia)…
La señora Milena è appassionata di culture amerindie e ci parla di alcune conoscenze, dette esoteriche, che erano tipiche dei popoli aborigeni. Essi sostenevano che la vita viene, scende, dal cielo, dalle stelle, e dal sole e la luna che ci forniscono di energia vitale. Mentre la decadenza e la morte hanno origine nelle profondità della terra, quindi salgono dal basso.
Ci mostra delle fotocopie di articoli di riviste locali, in cui si vede l'interno della piramide, e ci racconta che quando lei era bambina qui attorno c'erano ancora degli antichi canaletti d'acqua, che era purissima, tanto che c'erano anche dei pesciolini di vari colori. Ora si vorrebbero recuperare questi patrimoni storici, ma non è facile farlo.
Ci dice di andare su per la collina dove in cima si intravedono ancora degli scalini di una gradinata che portava in due "àmbiti" successivi da cui si possono compiere osservazioni verso i quattro punti cardinali, e lì si intravede pure l'antico lastrone. Ci fa un disegno del percorso da fare.
ecco il monticello con la statua equestre del conquistador

Usciamo e ci avviamo per la strada che va tutto attorno alla collinetta con l'intenzione di salirci. Ma fa proprio troppo caldo, o meglio oggi il sole è veramente troppo forte e intontisce. Torniamo indietro e facciamo due passi in quel quartiere (barrio Caldas e poi barrio La Pamba), dove si incontrano molti studenti (anche il museo fa parte dell'Università del Cauca) e ci sono vari posticini carini tipo bar o tavola calda. Ci fermiamo stanchi in un bar dove io prendo uno spuntino, una piccola empanadita de queso e un frullato. E intanto ci riposiamo e ascoltiamo musica e canti tradizionali. Finiamo di nuovo in centro per sederci all'ombra sotto agli alberoni del Parque. C'è anche oggi uno spettacolino, cioè un tipo fa giochetti di prestidigitazione per poi cercare di vendere pomate e unguenti miracolosi. La gente si sofferma e guarda. Pranziamo tardi in un bar dove prendo un buon sandùche (=sàndwich) integrale e da bere un fruppe (=frappé) di avena, mentre Annalisa un sandùche vegetariano e un jugo, un succo di frutta naturale (tot. 6 €uro e mezzo).
Intanto viene anche oggi un temporalone che poi diventa un diluvio con la pioggia in verticale a goccioloni grossi. Va via la luce. La temperatura crolla e viene un bel po' freschino. Quando smette usciamo e c'è un blocco totale del traffico di auto, pullman, busetas, camion, fuoristrada, moto, motorini, eccetera … sono tutti nervosissimi e clacksonanti. Gli scappamenti esprimono la tensione dei guidatori con i loro sbuffi di nafta, gasolio, benzina da pochi ottani, miscele varie, inquinando più dell'inquinabile (e sostenibile) per cui ci teniamo il fazzoletto alla bocca. E c'è un gran rumore che rimbomba nelle calles, di motori, di accelerate e di frenate degli autisti esasperati… Insomma un mix di fumo-puzza-tensione nervosa.
Riprende a scrosciare, ma questa volta non c'è più da riderci sopra, il diluvio è davvero di quelli universali e senza scampo. Ci infradiciamo fino al midollo, nonostante la giaccavento leggera ma "impermeabile" (poi presto ex-impermeabile),  le scarpe grosse che ci eravamo portati da casa per le località di altitudine, il cappello "impermeabile", e l'ombrello… insomma i calzoni miei sarebbero da strizzare. Interrompiamo la ricerca che stavamo facendo di un certo locale, e ritorniamo in piazza per rifugiarci nel solito Cuaresnor dove me ne sto in piedi vicino-vicino al forno elettrico per fare le pizze, e dopo troppo tempo un po' mi dis-intrido d'acqua pian pianino i pantaloni, in misura da potermi almeno sedere su una sedia.

Popayàn nel 2005 era stata dichiarata dall'Unesco Ciudad de la Gastronomìa, la prima dell'America Latina a meritare questa distinzione, per la varietà dei suoi piatti regionali e per aver mantenuto i metodi tradizionali di cucina. Tra questi le empanaditas de pipiàn che menzionavo più sopra, e i tamales con le patate gialle (papa criolla) e salsa di manì, cioè di arachidi e peperoncino andino. Tra l'altro si dice che la regione del Cauca abusi un po' troppo della salsa d'arachidi messa dappertutto. Ma la cucina payanesa è anche la carne desmechada (disossata e a pezzetti), il sancocho (brodo denso a base non solo di patate ma di vari tuberi, yucca, banana, legumi vari e carne); la trippa; il brodo di costoletta; gli ullucos (che sono dei tubercoli); ajì de manì y piña (piccante di arachidi e ananas); la caratata (un antipastino, o tapa); la salsa hogao (un condimento di largo impiego che è un soffritto fatto per tre quarti di pomodori e un quarto di cipolle, con sale, pepe, zafferano, origano, comino), che si usa principalmente con i patacones (frittelle di banana, condite con hogao o con purè di fagioli neri) … eccetera. Insomma una ricchezza di piatti che poi si è diffusa in tutto il Paese. Comunque tutto buono e non pesante o comunque digeribile. Questi patacones invece, che ti rifilano in ogni occasione, sono delle insulsaggini solo per riempir la pancia, quindi delle vere e proprie "patacche". Poi si trovano las delicias, cioè vari piccoli spuntini, mantecati, o tipo panpepato (alfajores), torticas, gelatine, panderitos che si sciolgono in bocca. E infine la carne salpicòn, cruda e pepata conservata fredda e con lulo,  o guanàbana, o mora.
Questi i piatti tipici, comunque i menù di solito sono piuttosto vari e si trovano anche posticini con cucina italiana, o cinese, o internazionale. 

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