sabato 4 febbraio 2012

sulla cultura tradizionale andina di lingua kichwa (1)

Nella notte tra lunedì e martedì ci sarà la luna piena d'inverno, quindi il culmine della stagione. E così per associazione di idee mi tornano alla mente alcune cose che avevo imparato sulla cultura indigena delle Ande, una cultura molto legata alla dimensione naturale.
Durante un viaggio attraverso i territori dell’area delle Ande dell’Ecuador ci siamo interessati della cultura della nazionalità Kichwa. A Quito ci incontriamo con Richard Salazar, un ricercatore di antropologia culturale che in quel momento lavorava nel Consiglio per lo sviluppo delle nazionalità e dei popoli (Codenpe), e che si autodefinisce di origine meticcia, il quale ci spiega che “gli indigeni delle Ande concepiscono la natura, il cosmo, gli esseri viventi, inclusi gli stessi esseri umani (anche quelli morti, gli antenati), come parte di un tutto indivisibile. Parimenti l’unità morale principale nella loro visione del mondo (cosmovisione) non è l’individuo, bensì la comunità”.  Inoltre abbiamo avuto poi la fortuna e l’occasione di stare a stretto contatto con alcuni indigeni autoctoni. Ad esempio un conoscente ci fa incontrare con una donna della popolazione del Nord, degli otavàlo, Quilumbango Saransig, che è una sua cara amica, sumak mashi (=dolce amica, in lingua Kichwa). 


Quindi dopo pranzo, lei col suo wawa, o guagua (=bimbo) Pumanaqui di quasi due anni, viene a prenderci al terminal de buses, e ci guida al suo villaggio, Peguche, a casa loro, dove siamo accolti da una famiglia di campesinos, contadini. C viene incontro Pacha la sorella di suo marito, anche lei con un bimbo piccolo, Kindi, che significa picaflor, cioé colibrì, e ci porta dalla grande reggitora della famiglia allargata, la Mamà. 
la Mamà


E lì abbiamo passato del tempo in questa grande casa di campagna, a parlare con il suo giovane cognato, Pintag, sulla loro spiritualità. Attualmente c’è una forte ripresa nel dare nomi originari della cultura locale al posto dei nomi latini. Il nome Pintag richiama quello di un generale otavàlo dei tempi della guerra con le truppe dell'Inca. Essendo morto in una prima battaglia, le truppe fecero con la sua pelle un tamburo, in modo che egli fosse presente alla testa dell'esercito durante lo scontro definitivo (poi perso), insomma fu l'ultimo eroico difensore della indipendenza degli otavàlo.
Con Pintag abbiamo passato un paio di intense giornate. Inizialmente gli chiediamo quali scenari futuri prevede per gli indigeni nella nuova situazione di democrazia multiculturale dell’Ecuador, esordisce dicendo che "anche in questo campo i concetti che si esprimono, che derivano dalla cultura accumulata nel passato, poi portano con sè un orientamento della società, perché ogni concetto implica una forma di vita. Sia nel senso che ne è espressione, sia nel senso che apre a certe modalità e a certi percorsi”. Tutta la spiritualità andina parte da cose concrete, reali, in cui si esplica Madre Natura, la Pacha Màma, cioè la terra, le acque, il cielo stellato, le piante, i vegetali, gli animali, che sono gli elementi che sostanziano la cosmovisione dei popoli indigeni.
Ora il mondo indigeno è alla ricerca di nuove soluzioni per potersi meglio autogestire nel futuro. “Bisogna considerare che tutto ciò che accade ha una sua ragione, ma il fatto è che la scoprirai dopo, per cui devi essere sempre aperto. A certi però interessa solo apprendere cose nuove, e poi mai si dedicano ad insegnare, sono in fondo degli egoisti. Noi otavàlo della campagna, ora teniamo il desiderio e la necessità di apprendere, di conoscere, ma non dovremmo dimenticarci che solo il restare nel territorio, radicarsi qui e dedicarsi anche a divulgare, fa sì che poi un domani certe cose concepite nel passato possano realizzarsi veramente. Perciò bisogna rimanere aperti. Se non ora, magari in un diverso momento o sotto diversa forma, poi si vede che c'è sempre una reciprocità nella necessità di apprendere e anche di insegnare. Pertanto dobbiamo sapere attendere per cogliere le opportunità. Non si tratta di credere nel destino, è una forma di vivere la vita. Ogni tappa è importante, ma non solo la prima o la seconda o la terza e poi basta, magari da un segnale il più banale che viene dopo, si potranno capire le ragioni delle tappe precedenti, passate, e poi in una fase successiva ancora, si potrà vedere come raggiungere l'obiettivo, e infine ci si potrà occupare di insegnare agli altri nella fase seguente."











Pintag
Ma non si tratta solo di una migliore organizzazione economica e sociale, dice ancora Pintag, ma anche di "migliorare la condizione spirituale, per cui tutte le cose buone che accadono, tutte le esperienze fatte nel passato, devi poi ricordartele e conservarne il senso dentro di te, per poi poterle trasmettere e proiettarle nel futuro". E ribadisce che “ogni cosa che c'è e ognuno di noi come individuo ha un significato unico; c'è una ragione per cui ciascuno è in questo mondo, in questo tempo, dato che ognuno è parte della Natura dentro la quale ha da svolgere un proprio ruolo, e la sua presenza assume il proprio significato.  Siccome in tutto quel che facciamo dobbiamo passare per quella che è la nostra specifica porzione della energia universale, allora si capisce come ciascuna forma di vita si relaziona con le altre, e i vari livelli dell'esistenza sono interrelati", e così pure è per il Kay Pacha, la dimensione tempo, comprendente pasado-actual-porvenir-futuro, cioè tempo passato - tempo presente - tempo prossimo - tempo futuro, come è rappresentato nel simbolo della Tawa Chakana, cioè dei quattro ponti scalonati (che gli spagnoli chiamarono croce andina).
Nella spiritualità ancestrale andina "il passato non è di dietro, e il futuro davanti, come pensate voi occidentali che avete una concezione lineare, rettilinea del tempo”. Ci spiega che loro pensano al passato come all'epoca di quelli che sono stati i primi, ñaupaq kausaqunak. Quindi non ritengono che gli esseri umani che ci sono stati prima, siano dietro di noi, e che quindi si sia noi ora in prima fila, ma all'inverso. Per la cultura aborigena "quelli che sono stati i primi, ci stanno davanti, noi ci siamo aggiunti dopo, siamo in coda. E' come per i numeri. Il passato è quel che ci sta di fronte, davanti, dinnanzi, e non è dietro, ultimo. Voi europei dite che il passato è finito, non c'è più, è morto, ma è al contrario: del futuro non si sa nulla, ora nemmeno esiste, il passato invece è tuttora vivo, ha dato forma al presente e ancora lo influenza o condiziona, agisce su di noi. Ma non solo il passato prossimo, ma anche il passato remoto, anteriore. Esso condiziona –o addirittura forgia- non solo l’attualità ma anche ciò che è prossimo a venire ne è influenzato, e persino il futuro lontano. Guai se non imparassimo da tutti quelli che prima di noi hanno affrontato tanti problemi, e le necessità di sopravvivere in un certo ambiente."
E' evidente che in questa fase di recupero di una concezione prehispanica, per lui è fondamentale tenere dinnanzi a sè i modelli precedenti; ma d'altronde anche in Europa certi  ebrei religiosi dicono che “le nostre radici sono dinnanzi ai nostri occhi”. E ci spiega come “in ciascun luogo il tempo proceda a spirale, e quindi anche chi arriva in coda per ultimo avrà i predecessori proprio dinnanzi a sé”. Per esemplificare traccia sulla terra il sacro simbolo del caracol, della chiocciola a spirale.
Poi aggiunge che "se parlare significa pensare, quindi è da qui che deriva il come apprendere le conoscenze, e perciò è importante in educazione, insegnare a saper parlare, a sapersi  bene esprimere, perché comporta saper pensare, e quindi è un insegnare a saper pensare. Inoltre bisogna sempre parlare del passato, e non trascurarlo e darvi poca importanza. Però bisogna stare molto attenti, vigili, perché non ci si deve perdere avanzando nel cammino”.
Prendendo spunto dall'acqua della tazza da cui sta per bere, ci parla della sacralità della Natura e di tutte le sue manifestazioni, le montagne, i laghi, i ruscelli, la pioggia, l'aria, la vegetazione, le varie forme di vita che si sono sviluppate, ... A questa si aggiungano “la sacralità del sole, cioé della fonte inesauribile di luce e di calore, che danno rilievo e colore al mondo, e della luna per tutti gli influssi che essa ha sulla terra, sul mare e su tutti i viventi. Se dunque recuperassimo il sentimento di questa sacralità, e partissimo da lì per sviluppare la spiritualità e i nostri valori di riferimento, nei nostri comportamenti come esseri viventi, come figli di madre natura, forse non saremmo giunti a questo punto di grave crisi del nostro ecosistema, tanto danneggiato dall'inquinamento da mettere a repentaglio la sopravvivenza di varie specie...”
La popolazione autoctona andina quindi è dedita al recupero, alla conservazione, e diffusione dei saperi tradizionali, affinché la cultura, e quindi in primo luogo la lingua, non vadano disperdendosi, ma anzi affinché siano rinvigorite, rinnovate e poste in grado di prendere parte al mondo moderno, per dare un impulso allo sviluppo di una nuova coscienza tra gli indigeni, di un nuovo atteggiamento di rispetto da parte della società attuale nei loro confronti, e di predisporre ad una visione più olistica delle problematiche di sviluppo che si armonizzi con il rispetto di madre natura.
Ci dice che nella concezione ancestrale del tempo storico, esso era visto come una successione di periodi, o fasi, detti Pachakutin (che significa rifacimento, ritorno, ricorrenza), e ci informa che da poco è terminato il periodo oscuro, dalla conquista spagnola alla ricorrenza del cinquecentenario, per cui ora sta iniziando (ritornando) un periodo (il decimo) di luce e di rinascita. Ritornerà un periodo di fioritura culturale e spirituale.
Ci porta a far visita a un luogo sacro in montagna, prendiamo la nostra macchina e dopo un po' di strada sterrata in salita su per una collina isolata,  


giungiamo quasi in cima, lasciamo l'auto e saliamo a piedi sul cocuzzolo (a 2837 m) di questo dosso (Pucarà de Rey Loma) ricoperto d'erba, dove c'è un unico albero, isolato, che resiste alle forti folate a raffica del vento. Da lì si gode un panorama straordinario: da una parte si vede giù la Laguna San Pablo (chiamato, dagli antichi abitanti Cara, Imba cocha), un bel laghetto sulle cui rive le donne del paese vicino vanno a lavare i panni. Venerato e rispettato sin dai tempi più remoti per la sua origine mitica. E dall'altra parte si vede la grande montagna Imbabura (di 4600 metri) a 60 km dalla cittadina, che da il nome alla provincia, e che la gente chiama taita, papà, poiché gli si attribuisce la paternità di tutto il popolo degli otavàlo, e, come di rimpetto a questa, si vede piuttosto in lontananza la maestosa montagna Cotacachi, che, pur trovandoci all'equatore, ha dei ghiacciai perenni (la cima è a quasi 5000 m.); essa ha un nome proprio (in spagnolo Maria Isabel Nieves) e gli indigeni per grande rispetto la chiamano Mama Cotacachi. E' un vulcano semi spento, ma potente. Secondo le fiabe locali i due si guardano e si desiderano, ma anche un po' si fanno ogni tanto dei dispettucci o degli scherzi, e giocano tra loro. Taita Imbabura presenta da questo lato una parte rocciosa che sembra un po' a forma di cuore, lì si trova l'anima della montagna. Certe leggende dicono che là dentro ci siano grandi ricchezze (si dice che forse là è stato nascosto all'arrivo degli spagnoli il tesoro di Atahualpa), e/o che se si riuscisse ad andare dentro, là non passa il tempo, e pare che qualcuno avesse trovato il modo di entrarci, e dopo 50 anni sarebbe uscito con la stessa età di prima...Quanto ai poteri di questa "vertiente mitica", di questo leggendario versante del monte, essa si farà conoscere pienamente solo da un Eletto il quale incontrato il tesoro dovrà fondare là sul sacro monte una città nuova... 
Taita Imbabura è il padre e quindi il protettore degli indios, simbolo di forza e durezza, e di virilità, da lui dipendono il tempo atmosferico locale e i buoni raccolti. Gli indigeni vengono periodicamente qui a svolgere il rito del Wakcha Karay (scritto anche Huaccha caray, regalo per i poveri), cioè a implorare la loro protezione e esprimere desideri per l’avvenire delle proprie comunità, per cui la gente si raccoglie qui intorno portandosi il pasto, che viene benedetto dallo Yachag, dallo sciamano, e si condivide tutto. Pintag ci racconta la leggenda della bella laguna e dell'albero che le fa come da sentinella. Tantissimo tempo fa ci fu un lungo periodo di aridità che flagellava tutta questa regione, e pertanto la gente pensò che si sarebbe dovuto compiere il sacrificio di una giovane per offrirla a Taita Imbabura e calmare il sacro monte che era divenuto così poco generoso. Una bella indigena chiamata Nina Paccha (fonte di luce) fu l'eletta, però il suo giovane innamorato Guatalquì, non era disposto a perderla, e così fuggirono assieme. Tutti si misero al loro inseguimento, e quando stavano per raggiungerli, il cielo si illuminò per un forte lampo, e Nina Paccha sparì. Il grande padre l'aveva trasformata in una bella laguna. Inoltre sorse un terribile fulmine proprio dove si trovava il giovane innamorato, che sfumò e germogliò in forma di albero lechero, così volle taita Imbabura affinché facesse da guardiano permanente della sua amata. Dato che la gente era immobilizzata dalla sorpresa e dallo spavento, una forte e abbondante pioggia incominciò a cadere su tutti i campi coltivati. Fu così che la laguna e l'albero si convertirono in templi rituali da dove si potevano alzare implorazioni per la semina, il raccolto e per la vita stessa...
Insomma quando si giunge là, bisogna chiedere permesso all'albero, e anche ai due grandi monti, e mostrare rispetto.
 il lechero

E' davvero un punto panoramico bellissimo, e questo albero lechero in quella posizione dominante sembra proprio essere un guardiano, o un testimone, in costante comunicazione e dialogo con il lago, con la valle e con le due grandi montagne. C'è silenzio assoluto, e di solito tira un forte vento. E' certamente un luogo in cui si percepiscono forti energie presenti. Perché il lechero si trova qui? Pintag ci parla del fatto che qui si può avvertire la energia principale e suprema dell'universo chiamata in kichwa Aya Uma (aya è lo spirito e uma la testa, quindi sarebbe il capo-spirito ovvero il Grande Spirito venerato anche dagli "indiani pellerosse" del nordAmerica, mentre gli spagnoli lo definirono il gran demonio, o testa di diavolo, ma la traduzione era una forzatura consapevole). Certi sostengono che questo albero solitario è divenuto un vero e proprio simbolo della "otavaleñidad", quindi di quel qualcosa comune che provano indios, meticci, e ladinos che è l'identità culturale locale, pur variamente intesa.
Dunque prima di venire abbiamo comperato alcune offerte da portare in omaggio, una banana, un sacchettino di cioccolattini, un mandarino, due piccoli panini, ecc. e ognuno ha dovuto prendere solo i suoi e pagare per proprio conto. Insomma non è come fare la spesa, e dunque questo ha fatto un po' tribolare il negoziante per dare a ciascuno il suo resto separatamente, come si conviene per tradizione. Giunti qui, dopo aver chiesto il permesso, ci siamo disposti in cerchio e Pintag ha intonato una melodia, poi dopo un lungo silenzio ciascuno di noi quattro è andato a scavare una buchetta in terra ai piedi dell'albero, dove ha deposto la sua offerta e l'ha poi ricoperta con quella terra, e tornando a sedersi al suo posto sul prato, Pintag l’ha invitato a pensare mentalmente qualcosa che desiderava particolarmente e che potesse essere nel prossimo futuro di generale gradimento. Infine lui ha intonato un'altra melodia, siamo rimasti lì ancora un po' in silenzio e in meditazione. C'erano dei gran nuvoloni anche neri, e il vento era proprio molto forte. Quando Pintag ha detto che il ringraziamento era terminato, ci siamo alzati. Proprio in quel momento si è aperto un grande varco tra le nuvole, e siamo stati inondati dal forte sole equatoriale, ci siamo detti che sembrava come un segno di accoglienza e gradimento. Quindi all'improvviso si è alzata in volo una grande aquila ! che è salita altissima, e poi se n’è andata lontano.
E' stato magnifico, emozionati abbiamo abbracciato quell'albero come fosse un anziano parente, con affetto. Siamo rimasti un po’ a guardare dei cavalli lontani. Poi mentre ci allontanavamo un cagnetto vagabondo si è avvicinato alla buchetta che avevamo fatto, e ha incominciato a mangiarsi le nostre offerte...
Poi Pintag ci ha portato a visitare le cascate, che si trovano nell'area di una ex grande hacienda in cui c'era un opificio di tessitura, e dove ora ci sono povere venditrici di cibo.
Si tratta di un bel bosco grande esteso, curato come parco pubblico, e piuttosto frequentato e visitato. 


Anche il bosco è caricato di sacralità, come già abbiamo visto la cultura locale e le tradizioni  mantengono una relazione molto stretta e fortemente sentita con il contesto ambientale naturale, in special modo con le montagne, i boschi, gli alberi, le fonti, i fiumi e i laghi, e al proposito hanno presenti moltissimi significati che sono attribuiti agli elementi naturali, e ricordano molte leggende e miti, che hanno poi ispirato una gran varietà di racconti e fiabe, come anche di riti e cerimonie, e feste. Qui c'è la sacra fonte, dove sono disciolti molti minerali provenienti dalle profondità della terra, il luogo è chiamato baño del Inca, perché qui si immergeva il principe Atahualpa (o Atawallpa) per purificarsi e intercedere con l'elemento delle acque, yacumàma.
La cascata principale compie un salto d'acqua di 18 metri di altezza, è formata dal rio Peguche che sgorga dal lago di San Pablo, e dopo la cascata cambia nome e viene chiamato Jatun Yacu (grande acqua). Perciò la comunità indigena del luogo si denomina Fachallacta, o "figli della caduta d'acqua", intesa quest'ultima quale sinonimo della forza e potenza dell'acqua. 


Questo è un luogo sacro per gli otavàlo, che qui vengono a compiere abluzioni e immersioni rituali, soprattutto durante la luna piena (quando l'effetto della attrazione lunare sulle acque è maggiore), per cui gli indigeni bagnandosi stabiliscono dei patti con lo spirito del fiume per caricarsi di forze e di energie per poter affrontare i prossimi lavori che li attendono.
Questo accade in particolare con il bagno rituale Armaytuta, durante la cosiddetta fiesta de San Juan, cioè con la festività del dio Sole, lo Inti Raymi, che si tiene nella notte tra il 21 e il 22 giugno nel momento culmine del solstizio (qui conosciuta appunto come "la notte del bagno"). In quella occasione si beve la bevanda sacra, la chicha de jora, cioè birra di granturco germogliato, si mangia in comune, api con cuy,  si cammina nel bosco sino alla cascata con musica e canti, poi si inala il vapore e le gocce d'acqua, e infine si danza al grido "churay! churay!" diffuso in tutte le Ande, oppure "hala-ha! ha, ha!", e si mangia un po' di "motecito" (una pappetta di mais bollito, come una polentina) a discrezione del sacerdote della cerimonia, cioè a seconda di quanto intensamente si balla (e le danze durano tre giorni e tre notti !). Queste feste collettive devono essere (da quanto ci riferiscono) molto coinvolgenti e travolgenti, e quando gli indigeni incominciano a bere basta poco perchè si inebrino e allora si scatenano in urli, canti e balli esagerati. Il professor Giovanni Onore, entomologo,  quando siamo stati in visita a casa sua a Quito, diceva che gli indigeni non sono forniti degli enzimi sufficienti per metabolizzare l'alcol, quindi non lo "digeriscono" e basta loro una minore quantità rispetto a noi europei per cadere ubriachi fradici (ne abbiamo visti parecchi). Per gli indigeni di tutto il nord questa festa in occasione dei raccolti d'estate è molto sentita come un riferimento culturale importante, e i preparativi (anche in senso "spirituale") durano diversi giorni. E’ anche questo un modo per affrontare il futuro della nuova stagione.
Ecco cosa può creare uno sguardo magico: ci fa vedere in un parco dove viene la gente a passeggiare per ricreazione, e in una bella cascata, cose sorprendenti e favolose; tutto dipende dal tipo di sguardo che si è attivato…
Oramai prossimi al crepuscolo andiamo con la nostra auto, sempre per una stradona di terra e sassi verso un villaggio e ci fermiamo vicino a una casa contadina, qui ci porterà a vedere la pietra nera, che si chiama hatun rumi, grande pietra, è molto rispettata, e spesso ci si reca lì a tenere cerimonie. Scendiamo a piedi lungo il muro della casa, Pintag saluta e chiede il permesso, il prato è sempre più scosceso e oramai umido, e la luce comincia a scarseggiare. Passati a fianco di una grossa mucca (che io nella penombra credevo potesse essere un toro) arriviamo a questa grossa pietrona nera, ed in effetti è molto suggestiva, anche perché c'è vicino un torrente con molti alberi alti che svettano lungo le sue rive, e quel poco di chiarore che c'è ancora li mostra come in controluce, mentre le acque sono un po' luccicanti. Il silenzio qui è totale (a parte il sottofondo del mormorio del ruscello e qualche muggito). Giriamo attorno alla pietra nera, e vedo che le rugosità della roccia sono state dipinte perché sembrava di poterci intravedere delle figure, che così sono state evidenziate e poste in risalto. Si tratta di un volto di profilo di uno che soffia dentro una grande conchiglia per farla suonare. Queste figure vengono mantenute e ridipinte.



C'è anche una spirale, che Pintag dice che rappresenta il tempo e dove si può ben vedere che il passato è sempre davanti al presente perché man mano che segui col dito il percorso un tratto del precedente si trova dinnanzi. Restiamo lì un poco in silenzio, io sono ammaliato per non dire stregato dall'ambiente circostante e dalla imponenza magica del grande masso scuro con le sue figure che oramai appena si intravedono. Gli alberi in controluce ondeggiano per il vento, e si levano profumi di fiori. Quindi risaliamo in silenzio su per il prato nel buio totale e raggiungiamo l'auto.
Pintag aggiunge che loro credono che ci siano momenti in cui lo spirito di una qualunque cosa o persona possa manifestarsi, trovare una porta di passaggio da una dimensione ad un'altra, un canale di comunicazione tra i Pachakuna; con un appropriato "camino", percorso, di preparazione puoi comunicare, puoi avere accesso entrando in sintonia con l'energia universale Aya Huma. Ti può aiutare l'energia specifica di una montagna, lo spirito del monte  (Apu), oppure altre, e per quello che riguarda lo spirito dei defunti, “a mezzogiorno, alle quattro del pomeriggio e a mezzanotte del lunedì e del giovedì si riescono a percepire dei colpi, delle scosse che facilitano il passaggio. Ma in generale il tuo spirito può incontrarsi con lo spirito di qualsiasi cosa sia piccola che molto grande, e per ciascuno c'è il suo momento magico da saper cogliere”. I trapassati e i viventi dunque si possono toccare con mano…
Un'altra persona indigena con cui facciamo conoscenza e poi amicizia è un vero e proprio personaggio pubblico, un rappresentante della cultura Kichwa, che si chiama Pumaquero, della nazione Puruhà (o Purwa), una popolazione del centro dell’Ecuador andino (provincia del Chimborazo). 



Gli parliamo della visita all’albero lechero sopra Peguche, e lui commenta che secondo lui si sarebbe dovuto utilizzare il suo nome originario in kichwa (cioè pinllu o pinkul); la simbre è l'energia del nome, se non si utilizza il nome autentico non giunge tutta la energia. Comunque dice che ci sono simbres che non si rivelano a chi non è iniziato, ad esempio nelle scritture (e allude ai quipùs e ai simboli sui tessuti) ci sono dei codici che sono riservati. Anche nella provincia di Chimborazo c'è un albero sacro; è vicino a dove si trova un antichissimo tempio andino, a 3260 metri, sul monte del Puñay.
Solo dunque questo ritornare al proprio passato, ma a un passato visto con gli occhi odierni, un passato rivisitato e ri-semantizzato, ritengono che potrà garantire loro di prospettare e di incominciare a vedere e costruire un futuro prossimo, dando luogo ad una cultura indigena rinnovata e rivitalizzata, nella conservazione e consolidamento della indipendenza del loro percorso di evoluzione culturale verso una società andina moderna all’altezza dei tempi, godendo lo stesso rispetto delle altre culture del mondo.


(per ulteriori approfondimenti -e foto- si veda in questo Blog il diario del viaggio compiuto nel 2009  sulle Ande dell'Ecuador, postato il 26 luglio scorso)


(continua)

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