lunedì 7 ottobre 2013

Bali 3 (Ubud)

quarto giorno, sabato 7

Al mattino, a causa dello sballamento che ancora sento dei fusi orari, e del fatto che il fan, il ventilatore a soffitto, non funziona bene, esco alle 8 a fare un giro, ma trovo moltissimi negozi  ed esercizi ancora chiusi o che via via stanno lentamente aprendo solo verso le 9 (perché poi stanno aperti fino alle 21). Qui a Bali si devono lasciare le scarpe o gli infradito fuori dai negozi come pure dalle camere d'albergo, o dai ristoranti (ma oramai molti non sono più rigidi nel chiedere agli stranieri di rispettare questa usanza). Vedo che a Ubud (che è considerata un po' come il capoluogo culturale dell'isola, ed è perciò una meta sempre più frequentata) ci sono in pratica quattro strade affollate: Jalan (che vuol dire via) Rayan, ovvero la strada principale, Main street, che va da est a ovest, e tre perpendicolari che scendono  da nord verso sud ad angolo retto, parallele tra loro, cioè jalan Hanoman (dove c'è la nostra homestay), jalan Wenara Wana, cioè la Monkey Forest Road, che è la più "famosa" e frequentata, con nella parte al centro un grande spiazzo tipo campo di calcio, per varie attività, e in fondo l'ingresso al Parco forestale con le scimmie, e quindi jl. Bisma. Praticamente in queste quattro strade si trova la concentrazione dei negozi e ristoranti e agenzie più di qualità. Ma ora la tendenza è di una estensione e espansione sempre maggiore delle attività commerciali e turistiche con la dislocazione di numerosi alberghi e pensioni, e bar, e posti per mangiare sempre più all'esterno di questa area centrale.
Scendo, e infine giro a destra sino all'ingresso del parco-foresta. A quest'ora ci sono ancora ben pochi turisti in giro. Ritorno e in quel momento una coppia di francesi sta partendo, quando poi usciamo io e annalisa, li troviamo ancora lì sul marciapiede ad aspettare l'arrivo di un auto, ci informiamo e dicono che hanno trovato una guest house più in centro e che costa la metà (cioè 14€ a camera per due), allora ci invitano a salire sulla macchina che è finalmente venuta a prenderli, per andare anche noi a vedere. Si tratta della homestay "Rumah Roda", in jl. Kajeng 24, ma non ci piace granché, ci pare un po' poco pulita e trasandata, preferiamo restare dove siamo (oltretutto non ha stanze adatte per tre letti), e quindi ritorniamo a piedi.
Visitiamo meglio Ubud Palace, e dall'altra parte della strada il wantilan cioè la City Hall, ovvero la sala di riunioni della comunità, e un grande tempio che c'è lì accanto, in cui come sempre si dovrebbe entrare con sarong.


Poi di fronte, dove c'è l'ufficio informazioni per turisti, il Tourist Kantor (era chiamata in olandese cantor la sede della "direzione" del calendario liturgico delle cerimonie), c'è una bella fontana, dove una ragazza russa ci chiede di farle una foto e ce ne fa poi una lei in cambio.
Le decorazioni dei palazzi e dei templi, e i bassorilievi mi ricordano molto lo stile maya del centramerica...
Panziamo al "café Angsa", in Hanuman 43, dove si può stare anche semisdraiati su dei cuscini o materassini posti su dei rialzi in legno con tavolini bassi. Qui c'è l'attrazione della vista panoramica sulle risaie, con quel loro colore verde brillante, perché molti posti sono come dei rettangoli lunghi con l'ingresso sulla strada e con la vista sul retro, dato che subito poco all'interno, cioè dietro alla facciata lungo la strada, c'è già piena campagna.

qui si vede dietro una ragazza semisdraiata


Prendiamo del mie goreng, che sono noodles con verdure saltate, un nasi goreng che è riso fritto condito, delle crocchette di gambero, e due porzioni di spiedini di pollo in salsa di cocco, due dolcini, oltre a due coke, soda, e acqua, totale 16€.
Tornati "a casa" il padrone, cioè il capofamiglia Yandé Budiyasà mi saluta chiamandomi per nome, è qui (mentre di solito passa il suo tempo nel loro hotel) per stare con la famiglia, cioè la madre, la moglie, la zia, e i nipotini, ecc. dato che è sabato pomeriggio. Ci spiega che l'area domestica del compound è rivolta a nord-est ed è suddivisa a seconda dei punti cardinali. La cucina è a sud, e in centro stanno gli edifici per i riti famigliari. Nelle generazioni precedenti si dormiva sotto una tettoia senza pareti, aperta all'esterno (che è pur sempre dentro al muretto di cinta del compound), che sono state poi convertite in casette. I templi sono le costruzioni con le statue, o con i decori intarsiati. Poi ci dice che a Ubud ogni sera c'è una danza, per esempio domani da qualche parte c'è la danza kechak, mentre stasera c'è una rappresentazione del teatro delle ombre.
Andiamo a cena alla "sporca anatra", Dirty Duck, o "Bebèk Bengil". E' stato dato questo nome al locale perché quando si era quasi al termine della costruzione ed era appena stata fatta la gettata di cemento delle piattaforme su cui innalzare le tettoie e metterci i tavoli, era una giornata di monsoni, e delle anatre della risaia sono passate sopra alla gettata lasciando le loro orme sporche di fango. Si attraversa la rigogliosa vegetazione per lungo tratto su un sentierino nel buio, appena illuminato da candele, e ai lati ci sono terrazze di legno o verande, con tavolini bassi e cuscinoni. Bello, molto suggestivo, ed elegante.

Prendiamo una soup, una porzione di anatra gialla, e due di pollo al lime, più il bere, 17€ in tre.
Al ritorno troviamo Yande con altri suoi famigliari e aiutanti, che se ne stanno a gambe incrociate su un lastrone di pietra levigata lucida, a giocare a carte. Gli uccelli di casa già dormono con la testina sotto l'ala (i due merli grossi, il pappagallo bianco, l'altro uccello pure bianco col becco lungo a punta, eccetera) nelle loro gabbie. Il merlo mi guarda e mi riconosce, ma solo apre e chiude il becco in silenzio facendo clak-clak. Una cicala che abita nel cespuglio davanti alla nostra veranda, non la smette mai nel buio di fare il suo ronzìo tipo motorino a pieno volume... non riesco a prender sonno. Le verso tutto il contenuto della brocca del thé che era avanzato sul tavolino, e così dopo un po' si zittisce.

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