mercoledì 20 settembre 2017

Viaggio in Etiopia - 13 (i Karo e gli Hamer )

(continuazione del 26 ag.)

Ritornando vediamo dei dik-dik, una gazzella, quegli uccelli blu cangiante, dei tacchini ginnifor, dei babbuini, alcuni gruppi di asini allo stato brado, dei bei cani sempre di una specie etiope col pelo giallone-castano, forse i cosiddetti cani da prateria. Poi capre, sia bianchicce, sia marroncine, pecore di diverse specie (o sotto-specie), e un paio di scoiattoli.
Immensi pianori vuoti, o semi-vuoti, ovvero apparentemente disabitati da esseri umani. 
Arrivati a Turmi vediamo che c'è un cosiddetto bazar, cioè una iniziativa sotto un tendone a favore della raccolta fondi per un progetto da presentare. 
Rientriamo nel bel Buska Lodge.


l'insegna del bagno pubblico per donne


27 domenica
Izack conosce tutti gli autisti che incrociamo, e anche molti degli hotel o dei ristoranti. Ma anche in generale tanta gente: sono oramai 15 anni che fa questo percorso come accompagnatore nei tour.
Partiamo per raggiungere un villaggio Karo.
Si vedono in giro sempre tanti bambini, e anche tantissimi animali ovunque, come lo yellow hornbill (un bucerotide), o uccellini, o scimmie. 
Ci sono molte acacie ombrellifere, e quelle fatte un po' a forma di imbuto, cespugli fioriti, e per es. quelli con le foglie un po' ovali,

oppure una specie di piccoli baobab trees con piccoli fiorellini rosa, oppure i grandi cespuglioni con fiori di un giallo intenso.
La pista per arrivare a quel villaggio è molto lunga.

l'alveo del fiume ha il letto asciutto

E tanta gente sul lato delle strade che va, cammina, cammina. Da queste parti molti che camminano da soli, portandosi con sé i loro reggitesta di legno.
L'auto traballa e vibra tutta, anche a causa delle piccole ondulazioni ravvicinate del terreno. Ci sono buche, avvallamenti, sconnessioni, sassi ... Così c'è sempre un rumore di fondo, fisso, continuo, e spesso non ci si sente tra sedile davanti e sedile dietro. Ci sono tanti villaggi isolati, in questi luoghi sterminati. La gente "cittadina ", come p. es. a Turmi o Jinka, disprezzano  quelli dei villaggi ritenendoli come popoli inferiori. La strada va peggiorando, e c'è anche qui un camion ribaltato, forse durante una pioggia che aveva reso il terreno melmoso. Poi un altro.





Attorno ci sono termitai e uccelli; c'è sempre più terreno sabbioso.

Intanto Izack mette su una musichetta, come un motivetto per bambini, che è cinese, e a lui piace tanto (forse perché piace alla sua bimba). Ma per fortuna mette anche musiche e canzoni etiopi, che di solito non son male. Certe sono d'amore e melodiose, altre sono piuttosto canti ritmati, le cui parole raccontano storie di contadini, o pastori, o vicende di contrasti, o altri temi tradizionali come l'amore, le disgrazie, la sfortuna.

§. ANDIAMO A VISITARE UN VILLAGGIO DEI KARO
Continuando la sterrata verso ovest, dopo Murle c'è in fondo a una lunga strada malmessa il nostro obiettivo. Fermiamo l'auto dove c'è il gruppetto di guide locali e di autisti. Qui c'è pure un "ristorante" per loro.

il ristorantino detto anche "casa per ospiti"

Izack e il "comitato d'accoglienza"

il villaggio è lungo l' Omo river

Scendiamo dalla scarpata e giungiamo in un villaggio della Karo tribe, anche detta Kara, che si chiama Kocho, ed ha solo 527 abitanti. Anche qui siamo in basso, a soli 470 m. slm.
Qui vicino al fiume, come pure nelle visite di ieri, è area malarica, e quindi bisogna abbondare con l'Autan, anche se ormai è abbastanza raro (almeno una volta finita la stagione delle grandi piogge) esser beccati da una zanzara malefica. Comunque è già da Jinka, anzi da  ben prima, che dormiamo sotto delle zanzariere. Può aiutare prendere della vitamina del complesso B (la B1, B6 e la B12), che da alla pelle un odore che è repellente per le zanzare. (Altre prevenzioni sono la profilassi con il Lariam, o il Malarone, o altri farmaci antipaludismo, ma a me disturbano molto, e sono ormai molti anni da che non li ho più presi).

E' gente di antica derivazione nilotica.  I Karo sono tutti allevatori, pastori, o certi anche pescatori, certi hanno anche un piccolo orticello, mentre altri sono agricoltori, e coltivano sorgo, tiff, o mais, oppure lavorano in piantagioni di cotone. I karo sono oramai ridotti a uno scarso numero a causa delle emigrazioni verso le città, e forse rischiano seriamente di estinguersi almeno per quanto riguarda la loro specifica cultura materiale. Sono soliti dipingersi il corpo, body painting, con calce bianca, e praticare delle dolorose (e pericolose) cicatrizzazioni a scopo decorativo. Anche loro portano degli acrocchi in testa, delle calotte come supporti per infilarci penne d'uccello. E usano i reggitesta di legno per riposare e dormire, in modo da non schiacciare la pettinatura e preservarla. Mangiano la carne di vacca e di capra, o di pecora, e bevono la birra di sorgo fermentata. Ma alcuni lavorano in paese, e altri invece commerciano persino con i loro detestati nemici Nyangatò, e frequentano i  vari mercati locali.
Sanno costruire delle belle capanne robuste e ampie.






depositi di sorgo o mais, sollevate di quasi un metro da terra su dei paletti



il "centro" del villaggio di Kocho

giovani donne che si dipingono a vicenda decori punteggiati in calce bianca
Queste decorazioni ornamentali vengono fatte con della terra bianca dei ruscelli, o con cenere bianca, oppure con del caolino, un minerale che appunto dipinge di bianco la pelle.

(da una post-card)


I bambini sanno dire qualche parola in inglese (ma non in amharico, che sarebbe la lingua franca in Etiopia, ma forse perché non vanno a scuola, stando a quanto dice Izack).

Inoltre ci sono alcune differenze, per esempio nei costumi, àbiti e ornamenti, e quindi nei colori, tra un clan e un altro, e un villaggio e l'altro.

(da un manifesto)


ragazzine (da internet)


Anche qui però non si vedono pozzi (ma forse saranno fuori dal villaggio), né vedo le taniche gialle piene d'acqua (ma saranno magari dentro qualche ripostiglio). Penso che se fossimo venuti qui solo qualche anno fa (cioè prima della costruzione di certe pompe per tirar su acqua e prima dell'adozione delle taniche di plastica) mi sarei chiesto come fa tutta questa gente per bere? bevono forse solo la birra di sorgo? o bevono l'acqua del fiume?? (che è proprio marrone da tanto è melmosa...), e non sembrano attrezzati per la raccolta dell'acqua piovana.

Comunque questo villaggio è  già meglio di quelli composti solo di piccole capannucce di paglia, che paiono delle tane. I Karo hanno la nomea di essere un po' scontrosi, ma in questo caso non ce ne siamo accorti per nulla.
A volte le donne si forano il labbro inferiore attraversandolo con un ossicino, o con la cartilagine della penna di uccelli, o anche un chiodo o stecco di avorio, che viene anche adornato con piume. Tutti/e curano il decoro del corpo.
(Avevamo da poco visitato al Museo dei Tropici ad Amsterdam una bella esposizione sul tema del body painting. E qui ritroviamo quel gusto dei puntini bianchi che si vedeva nelle fotografie, ma che noi avevamo già visto in certe etnie del SudAfrica).
Si dice che tra i vari loro villaggi i contrasti e le alleanze si rincorrano e si sovrappongano di continuo. Ma i loro nemici sono i Nyangatom, che per primi hanno comprato dei fucili mitragliatori e che quando loro ancora avevano solo lance e frecce, li hanno costretti a perdere non pochi terreni da pascolo, così le faide sono poi proseguite senza sosta dopo che anche i Karo hanno potuto acquistare dei kalashnikov. Sino a che non è stato siglato un armistizio nel 2010.
Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=YG0n7kHTlFo

§. pitture e decori
Dunque anche i Karo si dipingono il viso e il corpo, ma senza quella monetizzazione ossessiva dello scatto fotografico dei Mursi, gli basta che i visitatori vengano e che paghino la quota della tassa di soggiorno. Così dopotutto ho avuto modo di riguardare con più calma l'operazione di body painting, vista come body art. Quel tracciare dei segni, che di per sé non hanno singolarmente un loro significato preciso o strumentale (anche se hanno un intento comunicativo), ma che nel loro insieme rimandano a quell'opera di "segnificazione" di cui scrive Cardona (Antropologia della scrittura, Laterza) a cui si rifà anche Remotti nel delineare il concetto di cosa sia cultura (in Enc. del corpo, Treccani). Il modificare la natura, e in questo caso semplicemente il proprio stesso corpo nudo, rivestendolo di pelli e di perline, e il proprio volto ricoprendolo con una sorta di maschera ottenuta con semplici puntini bianchi, è un modificare tracciando un proprio segno. Queste etnie, e in modo più vistoso i Mursi, hanno espresso in questo modo, anche dunque al di fuori di ricorrenze, cerimoniali e riti, la propria visione culturale, la propria cultura in pieno senso antropologico. L'uomo nudo è come gli animali delle loro mandrie, è privo di segni. Ma non si dedicano a cercare di disegnare delle figure, comprendono che basta una serie di punti o di linee, o un ornamento, una piuma sul capo, una pelle di capra con i bordi decorati di conchigliette bianche, delle perline. In più c'è la parte dell'esibizione. Questa rispecchia il fatto che essi han intuito che quel che attrae i bianchi occidentali è la spettacolarizzazione di questi adornamenti. Rendere spettacolo semplicemente con un "travestimento". L'ambiente naturale, con inserite le loro bet, le loro capanne di paglia coi ripostigli per immagazzinare i grani, e l'ambiente sociale umano con i segni distintivi del loro adattare i corpi e i volti ad un proprio disegno, è operare una simbiosi di natura/cultura, in cui l'elemento culturale copre e rifoggia la forma naturale dei corpi e dell'ambiente. Quindi è una forma "spontanea", o meglio elementare di body art, e dunque una forma significativa di complessi di segni, una forma comunicativa tramite un insieme di segnali.

Certo senza i loro stili di vita, i loro usi e costumi (tra cui oltre all'abbigliamento c'è pure l'ornamento sulla pelle), che cosa resterebbe della loro specificità culturale, della loro identità? ben poco. Cioè solo la lingua che parlano (ancora per quanto tempo resisterà?) e l'architettura delle loro abitazioni. In molti altri casi si è visto che l'indossare una T-shirt di materiale sintetico e con colori e disegni non specifici, o addirittura adottare un abito "moderno", e il parlare la lingua della maggioranza (in questo caso l'oromo o l'amhara) rende di primo acchito difficile distinguere una appartenenza culturale, a ciò si aggiungano le casette dei piccoli paesini di campagna, specie quelle lungo il tracciato stradale, tutte squadrate o rettangolari, e l'omologazione diviene presto completa. Per quante generazioni ancora si manterranno questi segnali, e si continueranno a tramandare questi stili di vita e forme mentali? fino a che non impereranno i tablets o gli smart-phones, potentissimi mezzi di condizionamento mentale? o c'è modo di distinguersi e farsi distinguere anche nella omologazione esteriore di massa?

Come indicazione bibliografica, tra i molti, segnalo di F. Remotti, Fare Umanità, Laterza, 2013, Parte II, cap. IV

Su questa etnia ora si veda: Felix GIRKE, The Wheel of Autonomy, Berghahn books, 2018 (anche in formato Kindle)



Ritorniamo al nostro Lodge per un tardivo pranzo. Prendiamo un piatto tradizionale e tipico etiope, il Shiro (detto anche "Tegamino"). Che è una crema di fagioli locali (o fave), e pomodori, cipolle, aglio. Molto buono. Noi anziché con l'injera (che proprio non ci piace) lo mangiamo con il pane. Arriva con  sopra un tipico coperchio di paglia per mantenerlo al caldo. Originariamente il piatto con il coperchio stava appoggiato sopra ad un gran cestone tondo, anch'esso in paglia colorata a disegni geometrici, chiamato masob.

                                  coppa di coccio per il shiro, e fette di pane


Si prende un po' dalla coppa e lo si spalma sulla fetta di pane.
Poi andiamo a curiosare al negozietto che c'è in ricezione, dove prendiamo alcune cosine.
Oggi fa un caldo, caldissimo! Ieri pure ma c'erano alcune nuvole, mentre oggi è proprio il sole che ha raggi fortissimi che ti bersagliano attraversando un cielo limpido e una bella aria pura (qui non ci sono certo industrie inquinanti...). E picchia come un martello arroventato. Quanti gradi ci saranno...?

§. ANDIAMO DAGLI HAMER
Nel tardo pomeriggio andiamo verso sud a visitare un vicino villaggio abitato dagli Hamer (Hammer, Amarr, Hamar). La popolazione hamer già l'avevamo vista incrociandoli al mercato (sia a Dimeka che a Key Afer) vedi indietro alla puntata n.10. Sarebbero in totale circa 60 mila, di lingua del ceppo omotico, quasi uguale a quella dei Banna. Ma vi sono poi alcune differenze tra i diversi villaggi, sopratutto nei modi di vestirsi, ma anche in alcuni aspetti sociali. Rispettano un grande spirito supremo che chiamano Barjo.



Generalmente si dice che siano gente tranquilla e socievole. Entriamo nel grande recinto che contorna tutto l'abitato, con una guida locale. Vivono in aree ulteriormente recintate per ogni famiglia, con due o tre capanne a seconda del numero dei famigliari. Annesso c'è un recinto per le bestie. E così via accanto ci sono le altre famiglie, spesso parenti. Sono sopratutto pastori (capre e pecore), e hanno delle mucche, solo in certi villaggi allevano anche animali da cortile, in particolare galline. Coltivano ortaggi, ma anche miglio, luppolo, e certi tengono piantagioni di cotone o di tabacco.
Come sempre anche qui tutti i maschi son fuori con gli animali e ritornano all'imbrunire. Intanto donne e prole sono intente a preparare le pelli, a macinare, a farsi le acconciature ai capelli, a raccogliere bacche e erbe, e cucinare i cibi.
Gli abbigliamenti li abbiamo già visti nelle foto delle precedenti puntate sui mercati, anche se certi particolari cambiano a seconda del villaggio di provenienza.

Gli uomini hanno orecchini, e braccialetti, e le donne anche collane e cavigliere, e oltre alle conchigliette, anche con ornamenti che risuonano (tipo tappini di bottiglie).

 Di solito gli uomini hanno una sola moglie, o al massimo due, solo rarissimi (ricchi di bestiame) ne hanno tre (il limite fissato dalle norme consuetudinarie è di 4).
Le donne portano solo una pelle di capra, di copertura sotto la vita (anche se ai mercati si mettono una canottiera o Tshirt). La pelle animale la infilano dalla testa attraverso un largo buco cucito ad anello con conchigliette lungo il bordo. Se gli uomini si mettono delle perline colorate in testa, le donne le portano attorno al collo o sulle spalle. I colori indicano l'appartenenza ad un clan o a un villaggio. Di solito sono dunque di colore diverso rispetto per es. a quelli degli Ari o Arsi.


a questa donna abbiamo regalato una saponetta, 
(il ciuffetto del bimbo ha una funzione anti-malocchio)

giovane sposata

Le maritate portano dei pesanti collari di metallo, chiamati binyere quando la chiusura è una sporgenza di foggia fallica, che è anche un simbolo di fecondità. La prima moglie, e comunque moglie principale, ha un solo anello, la seconda ne porta due, e la eventuale terza tre. Il collare può anche venire decorato con pelle d'antilope, dato che in quella specie quando si accoppiano poi restano assieme per tutta la vita, il che costituisce un augurio per il matrimonio.


bimbo con i capelli rasati a cresta

Le acconciature a caschetto, goscha, richiedono tempo, attenzione, e capacità. Ci sono varie fasi. E come già detto in ogni tribù ci sono diverse varianti tra nubili e maritate, e tra i villaggi.
La capigliatura femminile infine viene fissata con burro, o altro grasso animale, resina e fango o polvere di una terra rossastra, o di polvere ferrosa. O anche con pasta di henné o ocra. Essendo di fattura assai laboriosa quando riposano o dormono di notte, usano un reggi-testa (borkota o teras) fatto con un legno locale resistente anche se di poco peso, in modo da non rovinare la acconciatura, che viene chiamata aidadà. L'ocra è molto preziosa e come le perline viene comperata (o ottenuta tramite scambio) al mercato.
Anche il corpo è tutto molto unto di grasso e di colore dell'argilla. Forse da qua deriva il nome greco con cui erano conosciuti nei paesi mediterranei, cioè aithiops che in greco vuol dire color rame, o argilla, o color bruciato. Quindi gli etiopi sarebbero uomini dalla pelle bruciata, abbronzata, cotta al sole. Abbiamo visto il minuzioso lavoro di una donna di una certa età che acconciava i capelli di una giovane del tutto nuda che se ne stava seduta a gambe larghe per terra ed era completamente ricoperta di uno strato di grasso color ramato, l'unto rendeva lucida la pelle. Questa cura del corpo è per farsi belle al ritorno dei mariti, o degli uomini. (cfr. P.J.Laurent, Beauté immaginarie, Anthropologie du corps, Academia-Bruylant, Louen, 2010).  Di solito hanno un caschetto di ciocche a boccoli finissimi, considerati molto "nobili", mentre altre volte hanno come delle "scaglie" di ricci, o anellini nei capelli, in questo caso si tratta delle nuove spose giovani o giovanissime. Le nubili portano un dischetto tra i capelli. (su questi temi cfr. Y. Le Fur, Chevaux chéris, modes d'emploi, catalogo della mostra al Museo Quai Branly, Actes Sud, Paris,2012). Come scrivevo poco sopra, quelle con il collare di metallo hanno lo status di prima moglie. Si tratta di collari di ferro molto pesanti e che sfregano la pelle (ma spesso sono di ottone, o rame), che qui si chiamano ensenté, ma solitamente si dice binyere, e che dovranno portare per sempre, per tutta la vita.
In genere portano anche pesanti collane di conchigliette. Le giovani portano anche collanine, collari o bracciali di perline colorate intrecciate, e vari altri monili, all'avambraccio, alle caviglie. Molti bimbi piccoli hanno una "cresta" di capelli, tipo mohicano.
Le loro danze sono fatte di piccoli salti, e di molleggiamenti sulle ginocchia, seguendo ritmi più o meno incalzanti.

Cerco di decodificare:
Le acconciature a caschetto, i decori dei loro abiti in pelle d'animale, la quantità e il peso delle collane colorate, eccetera sono tutti elementi di mascheramento per sminuire la individualità ed enfatizzare l'appartenenza etnica, di villaggio e sociale, sono parte 1) del "gioco" della cultura e 2) della conformazione ad un complesso sistema semantico chiamato tradizione, e della stretta interdipendenza tra loro. Alludo a tutta la lunga operazione di vestizione, di pettinatura e acconciatura (p.es. rasare i bambini lasciando una criniera, e segnarli con tratti di calce), e di addobbo, ma anche al semplice badare che la parte lunga della gonna resti di dietro.
Mi ritorna in mente il libro di Caillois che comprai a Parigi nel '68: Les jeux et les hommes - le masque et la vertige, 1958, Gallimard, 1967. Si tratta per lui di condividere le regole del gioco, cioè di "un insieme di restrizioni volontarie, accettate di buon grado, e che stabiliscono un ordine stabile". Per dichiarare che "non è tanto il giocare [il ludico] in sè stesso, ma le disposizioni psicologiche che esso traduce e sviluppa, che possono in effetti costituire importanti fattori di civilizzazione." Elaborando dunque sue riflessioni a partire dal testo di Huizinga  ("I limiti tra ludico e serio nella cultura", del 1933, pubbl. 1938 col titolo Homo Ludens), proponeva una teoria interpretativa delle differenti culture.


Abbiamo regalato qua e là delle bustine di crema per il viso.  Nessuna di quelle che le hanno accettate ha ringraziato nemmeno con una espressione del volto, ma poi sembrava di intuire che apprezzassero. La conferma l'abbiamo avuta al momento di andarcene: una giovane ci è venuta dietro fino al parking perché ci voleva far capire che lei non l'aveva avuta; comunque poi non ha fatto alcun cenno di apprezzamento e se ne è andata senza salutare (comportamento a quanto pare per loro del tutto normale).

Come accennavo, rispettano una divinità superiore, Barjo. Comunque anche qui è molto profonda la credenza negli spiriti e nella magia e malocchio, e ricorrono a esorcismi e amuleti per proteggersi, sono vive molte superstizioni ad es, riguardo agli spiriti maligni. (viene in mente il libro di Naipaul, The Masque of Africa - Glimpses of African Belief, 2010, tr. it. Adelphi).
Da piccoli sia a femmine che maschi viene praticata la circoncisione. Come sempre ci sono tanti bambini. I figli in genere non vengono mandati alle scuole. Sembra effettivamente che gli scolarizzati non abbiano poi più molta coscienza della loro identità originaria, e che siano più propensi a assumere una identità nuova "moderna" magari anche andando a vivere in paesi, e cittadine (o nelle periferie delle città), secondo le modalità là vigenti. E quindi questi divergenti sono più disposti a lasciare perdere usanze e costumi tradizionali. Per cui chi vive nei villaggi in molti casi è rimasto lì perché non ha alternative possibili, non solo dunque per una scelta, cioè perché è talmente attaccato alla cultura specifica originaria. Ma di fatto chi ha sempre e solo vissuto nel mondo del villaggio ha orizzonti limitati, non basta andare una volta la settimana a un mercato. Ci sarà più probabilmente un intreccio complesso di una varietà di elementi. Certo la vita nelle campagne è dura, ma lo è anche per quei pochi di loro che sono emigrati nelle baracche delle periferie urbane, dove se non trovi come procurarti i soldi di uno stipendio (o non sai fare quei mestieri e quelle attività che son richieste in città) rischi seriamente di finir molto male.
Ma comunque queste sono solo mie impressioni e elaborazioni mentali.

Le capanne sono grandi e sono vere e proprie case con la base in legno, e sembrano piuttosto robuste.
Dentro alle capanne hanno un soppalco, e l'entrata è un po' sollevata e sembra come una finestra bassa.
Ogni entrata, nel villaggio, nel recinto, in casa, comporta di abbassarsi e chinar la testa, il che è anche considerato un segno di rispetto.

Appena arriviamo ci si avvicina una donna con un bimbetto che ha una escoriazione brutta ad un piedino. Le diamo i soldi per pagare il medico, e per comprare una pomata. Ma insistiamo e le facciamo promettere che andrà da un medico e che userà i soldi per il bambino. Sembra sincera, perché è molto preoccupata per il suo piccolo, e in effetti qui molto facilmente si potrebbe infettare.
La recinzioni o palizzate di separazione sono ben costruite, sono fatte di tronchesi. Hanno evidentemente un forte senso della proprietà famigliare, pur in un contesto comunitario.
Tutti dormono sdraiati sulla nuda terra polverosa, con il proprio poggiatesta, a forma di piccolo sgabellino, che si portano sempre con sè quando vanno altrove. Durante le notti fresche si mettono sopra una coperta, e dormono con le collane e gli altri decori e gioielli addosso.
Qui quasi tutti i giovani hanno bei lineamenti e un corpo asciutto e muscoloso, atletico, e la pelle molto nera, tanto che in confronto a loro Itzack sembra un europeo abbronzato, appunto è di natura più color ramato o argilla, che non nero, quindi si vede che lui è un amhara-tigrino, uno dell'altipiano  abissino, mentre questi sono proprio neri, popoli dell'Africa Nera.

Gli hamer sono allevatori e transumanti e dunque molto legati alle loro bestie, poiché passano tutta l'esistenza assieme a loro.

Purtroppo non si svolgeva in questo periodo il loro famoso rito di iniziazione all'adultità, che è la cerimonia più emblematica degli Hamer, la quale per i giovani maschi consiste nel saltare nudi sulla schiena di una serie di tori (o buoi) affiancati e camminarci sopra fin dall'altra parte senza cadere, che chiamano Uklì Bulah, o Oukouli, ovvero  Bull Jumping Cerimony. Chi riesce a farlo per tre volte senza cadere, potrà sposarsi. Viene preparato e addestrato da padrini (detti maz) ovvero da chi ha già superato la prova. Durante questo rito le ragazze nubili del loro clan, per sostenere e incitare i ragazzi titubanti o delusi per una caduta, chiedono loro di frustarle sulla schiena con un frustino di nervo di bue o un lungo ramo flessibile e scortecciato, o con una striscia di cuoio. Si vedono ancora certe donne sposate (quando son senza le solite canottiere o Tshirt a strisce colorate) che portano sulla loro pelle i segni delle scudisciate avute in questa occasione. Questo atto consente al clan di non macchiare l'onore del gruppo, e così le donne si sacrificano e intanto dimostrano di essere altrettanto coraggiose dei ragazzi. Inoltre così diviene compio del fratello la scelta del futuro fidanzato e sposo.

un giovane che prende lo slancio (da una post card HTRT)
(foto viaggionelmondo.net)





questa foto è da un'altra tribù, ma anche qui le donne portano i rami per venire battute 
(queste 5 foto sopra non sono mie)

Si veda ad es. il video su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=2FSZk7UL4qI

Nella precedente puntata n.12 di questo diario, avevo accennato ad una trasmissione Sky del National Geographic, che ho visto dopo il ritorno a casa, con Morgan Freeman. Nell' episodio 3 della prima serie, Freeman si è recato proprio in un villaggio degli Hamer qui vicino, per assistere a questa cerimonia con l'antropologo Samuel Tepara.


Questi gli dice che gli mostrerà quel che fanno le ragazze hamer per amore, per amore dei giovani del loro villaggio. Si tratta di un villaggio che esiste da almeno due secoli, popolato da allevatori di bestiame e pastori, e i vari nuclei familiari messi assieme costituiscono una comunità molto solidale. Le nubili di una certa famiglia allargata fanno il tifo per i celibi della loro rete di parentela, con canti ritmati dai sonagli legati agli arti (vedi foto più sotto), suonando corni e trombette, e con grida varie.
Una parte cruciale della cerimonia è relativa alla fustigazione delle nubili, ovvero alla "dimostrazione d'amore" che esse compiono per loro pari d'età. Chiedono questo ai loro fratelli o cugini. Quella che prende coraggio si presenta davanti ad un giovane e lo provoca, lo istiga a fustigarle. E' ovvio che ai nostri occhi europei questo sembra un atto orribile, ma il dottor Tepara dice che in questo modo, i giovani sapranno che le loro donne, cioè le loro parenti o le loro future mogli, saranno disposte a tutto, qualunque cosa succeda, a qualsiasi sacrificio, pur di sostenerli nei momenti difficili, ed essere al loro fianco. Le donne interrogate da Freeman tramite interprete rispondono che per loro è scontato, se uno della famiglia rischia e soffre, e affronta prove difficili, anche le donne soffriranno altrettanto. La cosa serve sopratutto ad incitarli nel ritentare il salto dei tori.
Ma comunque ci venga spiegato e "giustificato", per noi assistere ad un atto così doloroso e violento, e che ci sembra crudele, e poi vedere le ferite fresche aperte e sanguinanti sulle loro schiene, è un qualcosa che fatichiamo ad accettare, sia pure in nome della tradizione e degli usi e costumi di quella cultura tribale...
Quindi tutti gli uomini e le donne sono presenti a questa cerimonia. Ciascun ragazzo, nudo, dovrà saltare almeno 3 o 4 volte, e se cade verrà umiliato e deriso, ma istigato dalle donne a saltare di nuovo. Il tutto con musica e forti ritmi scanditi.
Freeman conclude -osservando come poi le donne orgogliose sfoggiano pubblicamente le loro ferite-, che esse sono un segno di come le donne siano legate ad un contratto di amore e sacrificio per il clan o il villaggio, insomma per la comunità in senso lato (sbsb).
Più in generale Freeman conclude che diversamente forse le società umane nel corso della storia non ce l'avrebbero fatta a restare coese nella misura necessaria per affrontare la vita e i pericoli ed andare avanti. Grande è dunque il riconoscimento che in questo caso si deve alle donne e al loro coraggio. Comunque in effetti i legami sociali si basano spesso su forme di amore sacrificale.


Benché noi non avessimo potuto assistere direttamente alla cerimonia del salto dei tori, sta di fatto che anche il solo sentirlo raccontare, e poi vedere le immagini (foto e video) su YouTube, e poi al ritorno il documentario di Freeman, è stato francamente scioccante constatare la parte riservata alle donne. Con questo si tocca veramente la distanza culturale che ci caratterizza. Anche se le consuetudini sociali -anche nella storia della nostra stessa civiltà- hanno mostrato situazioni e condizioni di estrema violenza a cui han dovuto soggiacere e conformarsi le donne (e gli uomini) del nostro stesso passato. Un individuo ben integrato nel suo contesto di vita (Lebenswelt) assume una certa forma mentis, e ciò vale ovviamente anche per le donne Hamer. Infatti esse si offrono volontariamente alla fustigazione rituale.
I giovani poi potranno portare piume o bracciali o anelli che mostrano il loro grado di abilità e di coraggio. E le donne esibiranno le loro cicatrici vantandosi. E' un po' la diffusa idea di una energia da imbrigliare  tramite un sacrificio rituale (parafrasando V.S.Naipaul, La maschera dell'Africa, già citato, 2010)

Mi fa venire in mente per associazione un famoso documentario che vidi da ragazzo, "Mondo cane" (1962), oramai per fortuna culturalmente superato, ma che era stato rappresentativo di certe nostre mentalità tipiche di chi si autoreputa appartenente ai popoli "civili" e del rigetto profondo che provavano gli europei di fronte a certi costumi e pratiche di altre culture. Il film si riduceva ad una descrizione solo di cose raccapriccianti e per noi inaccettabili, presenti in varie popolazioni, perciò stesso definite "selvagge" in tono dispregiativo.

Qui tra gli Hammer, per esempio -come accennavo- si pratica sia la circoncisione del prepuzio del glande nei ragazzi, che il taglio del cappuccio della clitoride (o di parte delle "piccole labbra")  delle ragazze. E non dimentichiamo che in altre popolazioni tribali si praticano addirittura la mutilazione genitale maschile (p.es. in certi casi si asporta lo scroto, i testicoli) e l'escissione femminile (cioè la clitoridectomia radicale o l'infibulazione delle piccole e grandi labbra). (Ma pratiche simili sono ancora presenti anche nel Mediterraneo e nel ns continente europeo). Ora poi non mi soffermo nemmeno sulle modalità con cui si opera in questi villaggi... con lamette da barba strausate... senza disinfettanti...

Verso la fine della visita accidentalmente io ho invece dato per sbaglio un violento urto contro un basso paletto conficcato a terra vicino ad altri, sono tronchetti che servono da futuro sostegno ad uno di quei magazzini per lo stivaggio di cereali. Il calcio che inavvertitamente gli ho dato è stato abbastanza forte, perché mi ero mosso in modo deciso per affrettarmi a raggiungere gli altri che si erano allontanati, ed essendo distratto dal fatto di guardarmi attorno, non avevo abbassato in tempo lo sguardo...

insomma avendo i calzoncini corti, mi sono fatto una ferita, una abrasione della pelle in corrispondenza dell'osso della tibia, niente di che, però dato che prendo da anni delle pillole anticoagulanti, quel po' di sangue non smetteva di fuoriuscire. Devo dunque assolutamente tornare alla macchina per disinfettarmi (le mosche sono già subito arrivate), quindi non proseguo la visita, che qui si interrompe.
Comunque ai loro occhi ovviamente ciò non è che un nonnulla in confronto ai lividi e alle cicatrici sanguinanti delle schiene femminili causate dalle forti scudisciate con rametti d'albero. Oppure delle scarnificazioni a scopo decorativo... Se me ne fossi lamentato, di certo avrei fatto la figura di essere da meno di una "donniciola", di una "femminuccia" come si soleva dire anche da noi... (in effetti qui le donne invece sono realmente molto robuste e forti, come lo erano da noi le contadine).

Prima di ripartire la guida mi vuole parlare. Mi soffermo anche se non ho avuto simpatia per questo accompagnatore, che in definitiva non ha saputo illustrare nulla. Gli avevo chiesto di parlarmi delle crocchie a calotta porta-penne, e dei bambini mezzi rasati a zero. A parte che non ti parlano mai dei loro problemi o tanto meno di differenze o conflittualità interne. Spesso queste guide locali non sono dei veri mediatori interculturali. Comunque mi dice che lui aiuta una associazione di assistenza agli orfani, e se posso dargli qualche vestito. Mi sembra in realtà che dicesse così per far intendere che lui ha bisogno (o desiderio) di vestiti per sé. Gli do -un pochino a malincuore- i pantaloni che uso di solito, e anche lui li prende e se ne va senza ringraziare (eppure lo sa un po' di inglese). Anche questi hamer mi sembrano un po' dei grezzi, non hanno usta, non conoscono le buone maniere urbane e borghesi...(ovviamente!). (vedi anche più avanti alla puntata n.17)

Saliti in auto per seguitare col nostro percorso, incrociamo lungo la strada molte donne hamer che evidentemente tornano o da un pozzo o da un lontano mercato (come già cfr. più sopra alla puntata n.10).



Sono molto diffusi i monili e le decorazioni fatti di piccole conchigliette bianche, che si denominano cauri, queste sono state per secoli utilizzate come monete, e quindi la loro abbondanza attorno al collo o sui bordi delle pelli e delle vesti, è sempre stata segno di ricchezza, e prosperità. Essa ha il suo nome scientifico in latino di Cyprea moneta, in quanto Cipro era la patria di Venere-Afrodite, e in effetti è anche simbolo sessuale assomigliando alla vulva. Oggi è utilizzata come amuleto, talismano porta fortuna. Proviene dall'arcipelago delle Maldive, e tramite mercanti musulmani giungeva al porto di Mombasa nella colonia britannica del Kenya, o a Lamu, e di lì al lago Turkana (già lago Rodolfo) alle foci dell'Omo. C'è sempre stato un gran traffico da parte di mercanti e c'è ancora, anche se il suo valore è oggi insignificante. Comunque sfoggiare di averne molte, magari antiche, cioè risalenti alla bisnonna, o addirittura ad antenati, è segnale di benessere e di potere del clan di appartenenza o della propria famiglia.
Si coglie a prima vista la diversa appartenenza tribale tramite le differenze nell'abbigliamento.

(foto ETTE)


Anche le pelli avevano tradizionalmente un valore, a seconda che fossero di leopardo, di leone, oppure di mucca o di capra. Quindi queste donne le sfoggiano quando vanno ad un mercato. 

(foto ETO)

Sarebbe estremamente interessante e istruttivo poi guardarsi il documentario etnografico, ovvero il film di antropologia visuale, del regista nord-americano Robert Gardner: "Rivers of sand", sulla condizione femminile tra gli Hamer, del 1974.
Collezioni di foto più o meno di quello stesso periodo sono quelle dei fratelli Castiglioni.


Al giorno d'oggi -come abbiamo visto- d'altronde si vende di tutto, qualsiasi cosa pur di procurarsi del denaro per poter fare degli acquisti al mercato (verdure, oggetti in plastica tipo perline o taniche, o infradito, oppure tegami). Vendono persino dei poggiatesta, che sono di solito da loro considerati oggetti strettamente personali.


 Andando via dal mercato, una anziana si avvicina al finestrino dell'auto e ci offre un suo bracciale (o gambale) a sonagli per scandire il ritmo con lo scuotimento di baccelli secchi, le do un foglio da 100 birr (cioè 3 €uro e mezzo), ed è prima sorpresa e poi molto contenta.


Questi ornamenti, come anche i collari o i braccialetti, o le cavigliere, non sono solo decorativi, e anche oggetti che si indossano per cerimonie particolari, ma sono pure come amuleti con un potere protettivo.

bracciale Hamer tintinnante per avambraccio o garretto, accompagna il ritmo nelle danze




Su questa etnia e la sua cultura si veda: 
I. STRECKER e J.R. LYDALL, The Hamar of Southern Ethiopia, (in 3 volls), K. Rennes, Hohenschaftlarn, 1979

(foto da un depliant ETO)

 (foto di Hamer da post cards HTRT)

Comunque in generale in questi ultimi villaggi visitati (Benna, Ari, Dassanech, Karo, Hamer ecc.) non ci siamo sentiti presi d'assalto al grido ferenji ferenji! come scrivono altri viaggiatori nei loro diari, gli unici erano forse i bambini per i quali il nostro arrivo è una occasione di gioco, e il richiamo you, you era una espressione di divertimento e eccitazione. Chissà forse i bambini credono veramente che i bianchi si chiamino, e che tutti noi apparteniamo al popolo  di lingua inglese... Dunque forse solo i Mursi per ora sono stati quelli troppo insistenti e anche un po' sfacciati (per non dire aggressivi che mi sembra troppo), e certi loro gesti o atteggiamenti un po' falsi o per lo meno teatralizzati.
Queste popolazioni invece mi hanno impressionato piuttosto per il loro modo di vivere estremamente essenziale, e "spartano" per quanto riguarda vari aspetti della cultura materiale (il termine "povero" assume in questi contesti significati diversi da quelli che noi abbiamo in mente, e forse bisognerebbe essere più cauti nell'impiegarlo con troppa disinvoltura).
Qui si può osservare il cuore ancestrale dell'Africa nera, con forti continuità rispetto ai moduli di vita dei primordi dell'umanità, e si viene calati in una dimensione arcaica dell'esistenza e della cultura umana. Tuttavia anche qua i contatti, gli incontri con gente di altre culture, il venire a sapere di altri modi di vivere, il succedersi delle generazioni, l'osservare mezzi di trasporto motorizzati, oggetti e attrezzi in metallo, o in plastica, eccetera, porta a cambiamenti, e soprattutto a mutati atteggiamenti mentali, e innesca degli sconvolgimenti.

C'è un divertente video su YouTube che riguarda la visita ad un villaggio Hamer da parte di un giovane spagnolo molto sportivo, che forse è un maratoneta professionista, Raùl, il quale con la sua simpatia riesce a coinvolgere giovani e ragazzini di un villaggio hamer a seguirlo mentre fa un giro di corsa di dieci chilometri nel territorio circostante... (vedi Maraton Man: la primera carrera hamer de la Historia, https://www.youtube.com/watch?v=qxR7nbQLYcU&t=484s ). 
Oltre al solo fatto di essere disponibile a conoscere una persona straniera e bianca da vicino, sentirlo parlare in una lingua inaudita, vedere i suoi modi di atteggiarsi e di interloquire, così diversi e in gran parte forse indecifrabili, già è sintomatico di una attitudine di apertura più che di diffidenza o di paura. Poi intraprendere una corsa senza alcun obiettivo, può essere persino incredibile (anche se come è noto gli etiopi sono dei formidabili atleti nelle gare su lunga distanza, ma non credo che gli Hamer ne siano tanto informati o abbiano seguito le olimpiadi per televisione...).
Direi che questo gradevole video è emblematico delle trasformazioni sul piano culturale in seguito a contatto e forse contagio dall'esterno...

(continua)

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