domenica 17 settembre 2017

Viaggio in Etiopia - 9 (un villaggio Mursi) 160 km

venerdì 25 agosto
Oggi andiamo al Mago National Natural Park, in direzione della vicina  nuova Repubblica del Sud-Sudan, con le solite strade di terra dissestate dalla stagione delle piogge appena conclusasi.
Al posto di blocco, cercano di approfittare chiedendo molto di più di quel che era stato pattuito, e che è la regolare tariffa (cioè chiedono il doppio). Ma il nostro bravo Izack tiene duro e così restiamo lì al "confine" un sacco di tempo in attesa. E' già da subito tutto un po' falsato dalla avidità di spillare soldi (che poi dovrebbero andare alla comunità, ma in realtà nessuno sa che uso se ne facciano...). Aspettiamo e aspettiamo (per fortuna che stamattina siamo riusciti a partire ben più presto del solito) perché dicono che avrebbero già superato il limite del "numero chiuso". Ma sembra strano in quanto non è ancora l'alta stagione turistica. Ci fanno aspettare per abbinarci ad un'altra 4x4 in arrivo. Intanto già l'auto viene assediata da ragazzini che chiedono "poto!" per poter pretendere dei soldi in pagamento. Poi i ragazzini si mettono a chiedere invece "caramelle!"(in italiano...).
Avevamo ascoltato tanti commenti negativi o comunque critici, che a questo punto forse siamo già un po' prevenuti. Sembra che i Mursi siano aggressivi di carattere, o con atteggiamento dispregiativo verso gli stranieri.

VISITA AD UN VILLAGGIO DEL POPOLO MURSI
Con certi progetti di sviluppo e cooperazione si è migliorata e ultimata questa sterrata che va fino ad un borgo. Ci sono strabilianti paesaggi.


è nella pianura là sotto

Il villaggio che vedremo è situato giù nella pianura dietro a questi monti, quindi in realtà ci vorrà ancora del tempo prima di arrivare. E' quasi alla fine del Parco naturale nazionale "Mago" e dove inizia il Tama Wildlife Reserve, che è lungo il fiume Omo.
Tramite un progetto di sviluppo dell'area, è stato posto là in fondo un grande stabilimento di inscatolamento dello zucchero per esportazione, che in effetti ha attirato molti lavoratori, e ora questa strada è già molto percorsa da grossi truck (che la mettono a dura prova). Il centro che è sorto attorno, è stato chiamato Hanna Mursi, ma sembra che i mursi non abbiano nessuna intenzione di lasciare i villaggi e trasferirsi là, né semplicemente di andarci a lavorare come operai. Solo alcuni lavorano là ma come guardiani, uscieri, o anche come scaricatori delle merci (e poi dopo il lavoro molti si ubriacano di araki e finiscono con l'avere guai con la polizia nazionale). In effetti -come vedremo- non hanno le capacità, i prerequisiti, per potere fare gli operai, né stare nel settore della produzione. Il "successo" del progetto viene comunque molto sbandierato per mostrare che ora si è dato il via allo sviluppo del territorio mursi. In effetti si sa che la costruzione della grande diga Gibe III, e del lago artificiale che ne conseguirà, punta anche a dare acque al progetto di fare grandi piantagioni di canna da zucchero che ricopriranno questa vallata.

I Mursi sarebbero in questo territorio da circa un paio di secoli, e in questa zona sarebbero circa 3500, ma in generale ce ne sarebbero forse ottomila. Sono pastori seminomadi, cacciatori di dik-dik e anche di coccodrilli del fiume, raccolgono il miele "spontaneo", e coltivano quel po' di sorgo e mais (grazie alle periodiche esondazioni) per fare una loro bevanda fermentata ed alcolica (l'  araki).

un gruppo di vigilanza lungo la sterrata, sul "confine" del loro territorio

Nel percorso spuntano lungo il ciglio della strada diversi ragazzini che per farsi notare si sono dipinti con pittura bianca dei segni che si usano durante certe cerimonie rituali. E così sperano che chi passa si fermi per fotografarli e in tal modo loro possono chiedere dei soldi in pagamento (non un tot per foto, ma per persona).
Gridano chiali come saluto, e lukurri, amico mio...

Questa usanza del dipingersi il corpo con linee geometriche bianche (che si ritrova per es. tra i Ndembu descritti da V.Turner, e anche tra molte altre etnie), risponde ad un intento di ornamentazione, per cui ci si dipinge sopra la pelle come una sorta di costume, e quindi si altera l'aspetto esteriore riempiendo la superficie corporea di decorazioni (operazione che altri popoli fanno tramite i tatuaggi). Il corpo viene dunque abbigliato, ricoperto, e anche come "scritto" con segni, linee, puntini e varie figure di valore simbolico.

bambini dipinti




il villaggio vicino

Finalmente arriviamo, al posteggio veniamo subito accolti dalle guardie del villaggio, e guardati con sospetto da curiosi forse del villaggio vicino.  

Scendiamo e ci accodiamo ad una famigliola di europei cui siamo stati come "abbinati".

guide e guardie del villaggio al parcheggio auto


un curioso
un altro avvolto in una coperta da letto in pile sintetico colorato (già visti a Jinka)


ci avviamo a piedi, mantenendo un po' di distanza da quegli altri a noi "abbinati"

Andiamo con la nostra guida locale che ci spiega e traduce, e con la scorta di un mursi armato di fucile (...?!), per "proteggerci"... Ma a quanto pare è obbligatoria. In effetti tempo fa era stata emanata una legge regionale che fa divieto di puntare le armi verso i turisti e visitatori stranieri.
Ci avviamo, seguiti da uomini, donne, bambini (e la guardia armata in divisa). C'è anche una donna col piattello labiale (con disegni geometrici) chiamato "debbi".


Subito veniamo circondati da persone del villaggio che ci chiedono insistentemente di fotografarli (jallùh), e che per l'occasione si sono agghindati a festa.

 ragazzina

 bambini con corna di facocero

 tukul circolare di fango, sterco e paglia
 piccole capanne di paglia a calotta, e donna dinnanzi all'entrata, con piattello labiale
altre capannine di canne di bamboo ripiegate e tenute da cordami, e poi ricoperte di  paglia

Sconcertanti e penosi quei covoni di paglia semisferici, dentro cui si intrufolano per dormire la notte ... (ahi, "Tristi Tropici"!) ...

una "vecchia", chiaramente ubriaca fradicia (di birra di sorgo)


per attirare l'attenzione e farsi fotografare si mettono in testa qualsiasi cosa

 una bambina con zanne di facocero
un'altra ragazzina. A volte gli ornamenti sono di effetto e denotano creatività artistica



(foto ETO)


Siccome mi aveva stancato il giochino di fare foto a pagamento di statuine che si mettono in posa, mentre negli altri villaggi ho preferito scattare immagini spontanee di vita quotidiana, non ho fatto foto alle famose e super fotografate donne mursi con il noto piattello al labbro inferiore (che si trovano in abbondanza sul web e in ogni dove), e poi mi ripugnava accettarle e renderle oggetto di curiosità fotografica. Per cui riporto qui alcune immagini riprese da altri:

(HTRT post cards)
                                                                                                                                                         (foto D.Willetts, Camerapix)
a sinistra il piattello è addirittura nel labbro superiore, a destra quello più comune inserito nel labbro inferiore                                                                                                                                   

Dice la tradizione che quando una ragazza mursi raggiunge la pubertà, o comunque entri i 14 anni le si taglia il labbro inferiore e pian piano le si inserisce un piccolo piattello di legno, il che le conferisce una nuova identità. Diventa una basanai, una fascia d'età per i Mursi che segnala che una ragazza sta nascendo alla condizione di donna. Una volta che il labbro è stato tagliato viene poi ben tirato e allungato per un periodo di un anno inserendovi piattelli via-via sempre più grandi. Poi oltre a quelli di legno (kiyo) si mettono quelli di argilla o ceramica (dhebinya), e allora vuol dire che è sessualmente matura. Venendo collegato strettamente alla fertilità e alla possibilità di matrimonio, un grande piatto da labbra significa esser donna pienamente adulta.
Ma oggi si può citare ad es. un padre, Olikorro Dhumalo, che dichiara: " Io ho molte figlie, tre o quattro, una potrebbe non voler perforare il labbro. Mentre le altre tre potrebbero accettarlo. Se mia figlia non vuole farlo, le dirò: lascia stare. Se ha paura per il male che si sente, non deve farlo. Glielo dirò. Un anno è un tempo lungo, quindi lascia perdere se vuoi" » (cit. da un cartellone esplicativo al Museo Etnografico di Jinka). Quindi ciò ci segnala che l'autorità della tradizione si sta incrinando, e che viene violato un tabù: sino a un paio di decenni fa non si concepiva che si potessero criticare o ignorare (o disprezzare) le usanze, le norme consuetudinarie.

(foto ripresa da internet)

E' questa certo l'usanza più strana per noi e disgustosa, che ha reso così famosi i Mursi, quasi un simbolo della loro "primitività". Molti si sono chiesti per quale motivo lo facciano, o comunque da dove sia sorta questa consuetudine. Certi ritengono che in passato, in un periodo di frequenti invasioni e scontri bellici, ciò avrebbe reso le loro donne inappetibili. In effetti già gli antichi egizi venivano fin qui a prendere le loro schiave (che sarebbero state oltre che bellissime anche delle forti lavoratrici, quindi ottime schiave), e comunque in Etiopia c'è sempre stato un traffico di schiavi in generale, ancora nel Sette e Ottocento, in base ad accordi tra gli abissini e gli arabi yemeniti, il commercio in effetti rendeva bene a certi caporioni senza scrupoli. 
Altri rimarcano che esso è un marchio indelebile di appartenenza e quindi di identità. Altri ancora, al contrario dicono che secondo i Mursi questo ornamento le renda più belle ai loro occhi ...  (anche il senso estetico è relativo alla cultura). Certo i piattelli hanno o avevano, un rilievo come segni di status e di prestigio: tanto più il piattello è grande, maggiore è il valore sociale di quella donna. Ma possiedono anche una funzione propiziatoria e sopratutto scaramantica.

immagine da un manifesto con una vecchia fotografia

In realtà non sono gli unici, per es. anche i Bodi e gli Hamer praticano decorazioni e deformazioni o scarificazioni del corpo a fini estetici, e i Karo e i Nyangatom usano il body painting.
Molti/e hanno delle protuberanze sulla pelle che vanno a formare un disegno, sulla schiena o sulle spalle o sul ventre. Si tratta di incisioni cutanee dentro cui vengono inseriti dei chicchi di riso, in modo che una volta rimarginatasi la ferita, divengono come dei ponfi che nell'insieme danno forma a delle linee e dei disegni di significato simbolico.

Una inchiesta riportata al Museo Etnografico di Jinka riferisce che oggi anche molte giovani mursi considerano ormai l' usanza del piattello come socialmente retrograda e segno di arretratezza culturale, per cui alcune la rifiutano. 


Ma le persone più in età temono la perdita di una fonte di reddito monetario (con le fotografie) e una possibile perdita di distinzione e specificità del loro popolo. Altri dicono che un volto femminile senza piattello appare disgustoso alla vista di chi è di altre etnie (ad es, la vecchia ubriaca che ho fotografato aveva in effetti una bocca schifosa), e che ciò li fa respingere ai margini del mondo di oggi. Ad esempio una donna che è esperta nel taglio del labbro, dichiara (sempre stando alle scritte che c'erano al museo): «Se viene qui uno del governo, o degli stranieri, per parlare con noi, allora gli diremo: "Io non voglio tagliarmi il labbro, No, noi non lo vogliamo, non metteremo più il piattello". Noi diremo questo a loro. Diremo proprio così, ma quando poi se ne vanno noi continueremo a vivere nel modo in cui facciamo. E quando loro ritornano noi nasconderemo i figli avuti nel frattempo, finché non se ne andranno di nuovo. Questo non è ancora accaduto, ma accadrà nel prossimo futuro» (Bi Kalumi Haba, da Makki, nel 2004; da ibidem). Le donne comunque non dovrebbero mai farsi vedere da estranei senza piattello,  possono toglierselo solo nell'intimità della capanna. Una donna senza piattello si dice che si mostri "a bocca aperta". Ora però le cose stanno cambiando. 

donna senza il piattello (foto da: africageographic.com)

Oltretutto in molti casi per farci stare il piattello rotondo, si procede alla estrazione (o demolizione) dei due denti incisivi inferiori, in molti casi già da quando è completata la seconda dentizione... A giustificazione certi mursi dicono che così quando una si ammala la si può imboccare da quella fessura... assurdità per cercare di rendere il fatto in qualche modo accettabile, come se avesse qualche inconveniente ma in compenso anche qualche vantaggio....

Pur tenendo in conto il necessario distacco emotivo, e il relativismo proprio dell'etnografo, comunque risulta assai arduo per noi capire (e restare indifferenti).... Le autorità governative centrali etiopiche stanno considerando la validità e l'opportunità di bandire per legge questa tradizione (dibattito simile a quello sull'infibulazione in altre popolazioni). 

I Mursi, che nella loro lingua denominano sé stessi Mun, la loro popolazione assommerebbe a 7500 individui. Parlano un linguaggio simile a quello dei Surmi, dunque di una "famiglia" etnica di derivazione Nilotica. Vivono in rudimentali strutture a cupola ricoperte di erba e fieno, che possono venir approntate o disfatte in poche ore per effettuare trasferimenti in altre aree. Un detto che nella loro lingua è: «kalamo ba lalini» significa "cerchiamo buone terre", cioè si autodefiniscono nomadi. Vengono quindi classificati ufficialmente dalle autorità statali come nomadi in quanto di solito non hanno dei villaggi permanenti, ma in realtà sono transumanti. Quanto alla loro attività prevalente vengono definiti "pastoralists". In effetti sono quasi del tutto mandriani, e pastori in senso stretto (herding), ma sono anche piccoli cacciatori, e raccoglitori.  Si dedicano assai poco all'orticoltura, e coltivano mais, sorgo e granoturco, e anche ceci e fagioli, per le loro necessità alimentari di villaggio (il sorgo anche per ricavarne un estratto alcolico tipo birra). In generale dunque le donne si occupano di costruire le capanne, fare e allevare i figli, andare a far legna, procurarsi le erbe commestibili, cucinare, preparare il bullah (un impasto ricavato dall'ensete), andare al mercato, confezionare i vestiti di pelle, e mungere il latte. Forse entrambi si occupano degli orti e delle colture. I maschi debbono  controllare il bestiame portandolo a pascolare (per questo ora sono fuori), e occuparsi di procurare il cibo cacciando e seminando.

Questa visita è stata certo diversa da quelle gradevolissime in altri villaggi (e anche in altri che vedremo in seguito), ed è stata guastata dal pretesa di farsi pagare per le foto, e anche dal carattere artificioso e falsato della visita che non era un incontro con persone, ma solo un pretesto per chiedere denaro. Oltretutto le prime foto che ho fatto erano appunto di individui in posa come statuine, e gli addobbi erano stati messi apposta per attirar foto, quindi al di fuori della loro quotidianità. Il che mi ha disturbato, e così confesso che ho scattato alcune foto "di nascosto" mentre non se ne accorgevano. E questo non per risparmiare i 5 birr a testa ( equivalenti a 18 centesimi di €uro), ma per una mia presa di posizione contestativa di questo andazzo della spettacolarizzazione delle tradizioni per far soldi. 
Alla fine, ritornati allo spiazzo del parking, la guida mi ha ossessionato per avere una mancia (oltre quello che l'agenzia già ha pagato per il suo lavoro), e un regalo di un oggetto o un capo di vestiario. Infine devo dire che in effetti erano tutti molto insistenti e pressanti nelle richieste  (gridando you! you! photo!). E qui tutti ci chiamavano ferenji, estranei (termine derivato dal nome con cui i musulmani chiamavano i crociati europei, i franchi,  franji). Urlano soltanto money, money (come nella canzone cantata da Liza Minnelli), ma da come vivono non risulta chiaro che cosa poi comprino con quei money, forse solo birra...  Ad un certo punto una dice a Annalisa: "regalami una Tshirt!", "mi dispiace non ne ho da darti", "allora dammi questa che indossi!", ....eh no! sembra gente strafottente (o troppo ignorante da non avere notato come si vestono gli stranieri).

Ma in definitiva il punto principale è che in questo modo non c'è stato nessun tipo di rapporto tra noi e loro, addirittura nemmeno con i bambini. Peccato. Sono dunque molto chiusi in sé stessi, oppure incapaci di relazionarsi con quelli da cui vorrebbero avere pagamenti, e regali. Di nuovo mi vien da commentare: "tristi tropici"... Si sono ridotti a vendere la propria immagine e con essa la propria dignità.

Comunque è stato interessante perché in un certo senso è stato anche un po' un "viaggio indietro nel tempo". Loro veramente vivono infilandosi sotto quei piccoli mucchi di paglia. Non hanno imparato nemmeno a praticare veramente l'agricoltura (insegnatagli da funzionari federali), o a costruirsi delle capanne-tucul di fango e argilla secca, e paglia -se non in rari casi- che rendano la loro vita migliore. .. (cfr. P.Oliver, Shelter in Africa, Barrie&Jenkins, London, 1971 ). Sono veramente popoli che sino a pochi decenni fa sarebbero stati chiamati popoli primitivi, o popoli di natura, e che ora chiameremmo popoli con scarsi mezzi tecnici, o con scarso dominio sulla natura del loro ambiente. Questi mursi vanno addirittura fino ad un lontano mercato per comperare, con i soldi che hanno racimolato, della verdura. Ma qui la terra è esuberante e prolifica, perché non imparano a a fare un orto? (... non riesco a rassegnarmi, perché mi dispiace per loro...). Sono certamente "popoli di interesse etnologico".

Mi ha proprio fatto tornare alla mente il romanzo di fantascienza "Brave New World" di Aldous Huxley (1932), dove c'è un mondo futuro globalmente omologato e omogeneo, dove si può andare in visita turistica nella "Riserva degli uomini selvatici" a vedere come vivrebbero gli uomini lasciati allo "stato naturale" lontani dalla civiltà di cui sono ignari... Ironico non è vero?

Questa la nostra prima reazione, ma poi dopo ripensando, ho valutato altri aspetti.
Comunque per esempio la «Africa Geographic» on-line magazine

ha elencato in 6 punti le buone ragioni per cui nonostante tutto proprio i Mursi sono la tribù etiopica che più attrae la curiosità dei visitatori stranieri, e che esercita la maggiore fascinazione: 
1. sono una tra le ultime etnie a mantenere i propri usi e costumi tradizionali nella vita quotidiana; 2. le donne sanno inventare magnifici copricapo; 3. i piattelli labiali incuriosiscono quale segno sempre visibile dei riti di passaggio ancestrali; 4. in una loro nota cerimonia vi sono i combattimenti tra maschi con bastoni, che rappresentano una forma di violenza ritualizzata e dunque ammissibile; 5. mantengono l'antica usanza di praticare il baratto o la vendita o la condivisione di beni coi villaggi vicini della loro etnia; 6. la loro lingua particolare del gruppo nilotico-subsahariano, che è simile a quella dei Suri (o Surmi) ed è comprensibile in un'area nelle immediate vicinanze della loro. 
E infine io aggiungerei: la loro specialità è che sanno adornarsi con grande effetto estetico.

(jimmynelson.com)


L'unica persona con cui si è intrecciato un rapporto in una piacevole chiacchierata, è stato un omone grande e grosso a piedi scalzi con addosso una coperta in pile con disegni di orsacchiotti (evidentemente concepita per il lettino di un bambino europeo), il quale è l'intellettuale di questo popolo. Non solo ha studiato, ma ha anche vissuto qualche anno in Australia. Ora è considerato un po' un portavoce dei Mursi, ed è stato consultato anche dai deputati della Camera delle Nazionalità, e anche a livello governativo. Izack lo aveva incontrato ad Addis vestito con giacca, camicia bianca, e scarpe. 
Lui è ritornato al villaggio per aiutare la propria gente, e fa anche da maestro di scuola. In effetti una scuola vera e propria non c'è qui nel villaggio ma solo in quello vicino. Lui raduna alcuni bambini e ragazzi per insegnare loro a leggere e scrivere. Allora Annalisa gli dice che noi abbiamo una cinquantina di penne biro proprio per darle alle scuole, e gli chiede se ne vuole. Dice che sarebbe un bellissimo regalo, ma ne accetta solo sette-otto. Dice che di fatto sono pochissimi quelli che vogliono imparare a scrivere, perché sono le famiglie che non vogliono che perdano tempo, mentre c'è da badare alle greggi e alle mucche e ai fratellini più piccoli. E poi non credono che la scuola potrà mai servire a nulla per loro (oltretutto la loro lingua non ha mai avuto scrittura, per cui di fatto si tratterebbe di imparare a scrivere e leggere in un'altra lingua). Quindi non capiscono che senso abbia. Per cui dei bambini di questo villaggio nessuno va a scuola. Dice di essere ritornato volontariamente presso il suo popolo per esser utile. Izack che è presente, dice che c'è una ONG australiana qui vicino, e che lui è sempre stato là con loro, è stato educato e istruito da loro (cioè vuole dire che è stato assimilato e integrato nella cultura britannica).
Annalisa insiste a dargliene una quindicina, ma per non sprecare penne, dice che ne accetta solo quanto gli basterà per questo prossimo anno scolastico. Lui non è propriamente un insegnante, e sta scrivendo un progetto da presentare alle autorità amministrative, per far venire dei maestri veri e propri. Lui sta solo cercando di invogliarli sperando che a qualche bimbo piaccia e che resti invogliato a andare alla sua scuoletta. Annalisa chiede dunque se se delle biro possano essere utili, e lui risponde che "possano essere una buona porta" per fare delle prove, e per esercitarsi. 


In effetti è questa la situazione in molti paesi africani (non tanto in Etiopia, anzi) se si considera la popolazione al di fuori delle città o borghi. Dopo un momento di entusiasmo per le campagne di alfabetizzazione, negli anni della conquista dell'indipendenza, quando si credeva che presto sarebbe cambiato il mondo, e in primis l'Africa (nella speranza dell'avvento di un "nuovo Regno"), in seguito si è assistito però ad una contrazione, anche molto forte, della scolarizzazione. Se troppo poco o nulla cambiava nelle condizioni di vita, allora nel loro animo perdeva di senso essere pronti per lo sviluppo e la modernizzazione... "se poi questa non arrivava mai a casa tua ..." allora la cosa risulta per loro incomprensibile. Il che mi fa venire in mente anche una problematica storica su cui ho scritto di recente: cioè che senso assume l'introduzione dell'alfabetizzazione in un contesto in cui una comunità passa tutta la propria esistenza immersa in una cultura di oralità piena? l'alfabeto avrebbe dovuto servire a conservare meglio la memoria nel tempo, ma poi  si è constatato che intervengono effetti collaterali contrari, come ad es. per i poemi, i canti, i proverbi,  le storie, ecc., si tende a fissare un canone scritto e tutte le altre versioni orali ne restano escluse con danno per la memoria collettiva, e se inoltre avrebbe dovuto servire a dare l'avvio ad un tipo di società più "moderna", ma poi si è constatato che questo processo  è dipendente da altri fattori... allora andare a stare seduti in una scuola per ore non ha più alcuno scopo (inoltre si veda p. es. lo studio già del 1988, di Paola Belpassi B., Leggere e scrivere in una cultura orale, proprio su queste problematiche, ma in Guinea-Bissau).


Ora, ricapitolando dunque questa visita intensa: ci vuole un'ora e mezza di sterrata per raggiungere i Mursi. Lunga sosta davanti alla associazione delle guide che ha il monopolio assoluto degli ingressi, dove cercano di spillarci soldi pena il restare lì in attesa indefinitamente. Quando si va dobbiamo accettare anche una guardia armata. Poi superate le montagne si apre alla vista una immensa distesa in pianura di un territorio pressoché non abitato, che è il Mago Park. Durante il percorso vediamo delle Combus monkeys (che sono endemici etiopi, sia quelli più grandi che i più minuti). Stranamente si avvistano ben pochi uccelli. Arriviamo ad un primo villaggio, ma non ci fermiamo perché questi avevano causato dei guai, e c'erano state delle questioni nel mese scorso non solo con la nostra agenzia ma anche con altre (infatti Izack ci sta venendo malvolentieri). Non a caso ci preavvisa che i mursi abbiano un caratterino un po' suscettibile, e comunque di considerare che sono invadenti e grezzi di modi (per questo noi ci teniamo in seconda posizione dietro agli altri visitatori, ovvero una famigliola, coppia con figlioletta,  e che vengono subito assediati mentre noi intanto ci guardiamo attorno). 

Nel villaggio ci sono altri mursi con kalashnikov e AK47. Tutti quelli che ci avvicinano sono in "tenuta da cerimonia", o comunque agghindati per l'occasione, con collari, bracciali (ottenuti piegando metalli provenienti dall'esterno), e bizzarri copricapo forse di argilla sbiancata con calce. E già lungo la strada avevamo visto ragazzini tutti dipinti con linee e puntini bianchi, apposta solo per avere i soldi delle foto (un tot a testa). E' tutto dunque un po' eccessivo e ossessivo. Gli stessi bambini non si incuriosiscono minimamente ai miei giochini colle dita o agli inviti di Annalisa, che fa scherzi e buffe facce. Sono troppo compresi nella parte, e sotto osservazione degli adulti.

La guida locale ci spiega che i Mursi sono giunti qui dal vicino Sud-Sudan, "la migrazione era avvenuta molto, molto tempo fa -dice- circa 45 anni addietro" (....?!... da parte degli storici si ipotizza invece circa almeno un paio di secoli fa). E dice che ci sono Mursi anche in Kenya e altrove (dove? forse in Sud-Sudan? lui non lo sa). Ricordo che anche i Dorze avevano fatto distinzione tra come era "ai tempi dei nonni" e attualmente, ma con motivi di maggiore credibilità. Poi la guida locale ci dice che loro possono sposare fino a cinque mogli, ma che solitamente la quasi totalità ne hanno una sola o due, perché è costoso mantenere grandi famiglie. Per ogni sposa devono dare dei capi di bestiame e quindi se hai figli maschi prendi del bestiame da quella fonte, e così ne hai per sposare le femmine. Annalisa gli dice che non sarebbe possibile che tutti avessero cinque mogli. E gli chiede: ci sono forse così tante nascite di femmine in più dei neonati maschi? ma lui non sa rispondere, se non che in generale gli pare che ci siano più bambine che bambini (il che poi stando alle cosiddette statistiche sembra anche vero, ma in realtà in percentuale superano appena di poco i maschietti).
punto di vedetta (foto di G.Giansanti, riferita ai Mursi)

(che assomiglia a questa foto di copertina dell'autobiografia di I.Eibl-Eibensfeldt)

Nel caso delle altre etnie e degli altri villaggi visti, direi che è inappropriato definirli "poveri" in quanto hanno scelto consapevolmente di continuare a vivere secondo le abitudini ereditate, ma in molti casi sembra che abbiano quel che è per loro il minimo necessario, o comunque sanno arrangiarsi a produrselo in proprio. Mentre invece molti di quei pochi che sono andati a vivere una vita "moderna" e stanno alle periferie delle città in baraccopoli di lamiera ondulata, quelli sì che sono poveri, non hanno la possibilità di comprarsi quel che gli serve, e non sanno come e cosa fare per procurarsi una fonte di reddito monetario.
Ma i Mursi e gli altri della valle dell'Omo, certo non sono "culturalmente poveri", ma forse li definirei "poveri" dal punto di vista sociologico, sono stretti tra due mondi, e sono in crisi, la loro identità si sta forse "impoverendo", non sanno che strada prendere e stanno assistendo alla fine del loro mondo. Ancora un paio di generazioni e forse non sapranno più che cosa possa significare il dire di essere Mursi. Erano in un mondo dai valori consolidati, e ora sono dei marginali, oggetti da baraccone che recitano un teatrino insensato per strana gente di altri mondi. E' un po' troppo poco per fare da collante e tenere assieme una identità.

tipico bracciale Mursi a forma di cuore, che forse in origine gli uomini usavano anche tenendolo in bocca a fior di labbra, per sembrare più minacciosi, come in questa foto sotto:
dal bellissimo volume fotografico di Gianni Giansanti, 2004 (retrocopertina)



Certo in un primo momento viene da pensare che il "mestiere di modello" sia da queste parti il più richiesto e meglio pagato, per cui loro recitano la loro sceneggiata. Ma poi a distanza di tempo, sopratutto riguardando certe belle foto fatte da fotografi professionisti, mi rendo conto che sono quelli che meglio hanno capito che cosa piaccia a noi occidentali europei... Insomma hanno constatato quali siano i nostri criteri estetici, e bisogna ammettere che certi si adornano e si addobbano con grande gusto, e con ottimi effetti. Si riguardino alcune immagini riprodotte più sopra o alle puntate 23 e 24, e si vedrà che i Mursi sono i migliori dal punto di vista dell'effetto su un cacciatore di foto esotiche. Conoscono assai bene l'arte della parure e dell' agghindamento... e la utilizzano con gli stranieri dediti ai "safari" fotografici... Bravi. Cfr.: https://www.youtube.com/watch?v=oG_utiFNW70
Si leggano anche gli spunti che può dare Giulia Grechi, La rappresentazione incorporata, una etnografia del corpo tra archetipi coloniali e arte contemporanea, edizioni Bonanno, 2010

Tanto più che per es. ai nostri giorni anche in occidente si è diffusa moltissimo la moda di farsi fare dei tatuaggi su varie parti del corpo, e di colorare i capelli o farsi curiose acconciature (ho visto p.es. di recente una esposizione di immagini ad Amsterdam al Tropen Museum, su questi temi)

(però così stando le cose comunque a me per es. interessa di meno di altri villaggi, forse perché sono più preso da uno sguardo antropologico-culturale ed etnografico, e dunque sono più curioso di osservare e conoscere come vivono realmente nel quotidiano).

Comunque questa fotogenicità, finisce quasi per creare una nuova  (per l'Etiopia) professione, quella appunto di chi si propone come modello opportunamente agghindato, e potrebbe già essere una nuova caratteristica distintiva dei Mursi, un nuovo elemento della loro stessa identità, un tratto scaturito da un virtuale specchio, per effetto e contrario... se non fosse che si sta diffondendo lungo tutta la valle dell'Omo, e questo esibizionismo mercificato sta diventando un tratto caratteristico in generale delle Valley Tribes quello di mettersi e sapersi mettere bene, in vetrina.
Questi fenomeni andrebbero studiati oltre che da etnografi e antropologi culturali, anche da sociologi, e magari da behaviouristi; sarebbe interessante dedicare loro una ricerca di etologia umana, e etologia delle interazioni sociali. O anche nell'ambito di uno studio di psicologia dell'espressione artistica (p. es. di psicologia della Gestalt). 
Si vedano alcune pagine di Eibl-Eibensfeldt, grande studioso della mimica umana, in cui fa riferimento all'Africa nera: per es. cfr. in "L'avventura umana", 1976 (tr.it. 1980), e in "L'albero d'oro della vita", 1992 (tr.it. 1994).

Per approfondire si veda il sito sui Mursi on-line istituito dalla Università di Oxford:  mursi.org
Si legge che i mursi credono in un grande spirito che chiamano Tumwi. Le loro cerimonie sono gestite e organizzate da una sorta di sacerdote chiamato komoru, che è tale per diritto di nascita in quanto appartiene ad una delle dinastie sacerdotali che hanno origine in un clan, i Komorté. Ci sono poi alcuni artigiani, o sapienti, che hanno invece specifiche conoscenze sul piano pratico, chiamati Nana, essi per es. conoscono l'arte di costruzione delle capanne o di certi strumenti, e le erbe mediche. Poi vi sono le guaritrici, dette Ngerrea, che sono considerate "donne di Tumwi", e sanno assistere ai parti, e risanare chi ne ha bisogno. Hanno capacità di intuire una malattia e sanno come affrontarla. 


Infine arriva un altro fuoristrada portando due spagnoli, e poco dopo anche uno con due francesi, proprio quelli per i quali abbiamo dovuto aspettare al posto di blocco, benché noi fossimo giunti per primi. In tutto quindi ci sono ormai ben 7 altri turisti. A quel punto ritengo che come visitatori stranieri siamo decisamente in troppi, e preferiamo venir via.

Ce ne andiamo, ed eccoci ritornati a Jinka nel "migliore" punto-ristoro del luogo, dove tutti mangiano con le mani da piatti in comune. 

(continua)

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