martedì 19 settembre 2017

Viaggio in Etiopia - 12 (a Turmi, Omorate, i Dassanech e i Surma) 300 km.

26 pomeriggio

Dopo questo bel mercato, riprendiamo il nostro viaggio per altri trenta km di strada di terra dissestata, e giungiamo al borgo di Turmi, che in realtà è un incrocio con benzinai e pensioncine per camionisti. Tra i mille e i duemila abitanti. A circa 900 metri slm.
Ci sistemiamo al "Buska Lodge" dal nome di una montagna vicina ( della catena dei monti Humu). Buona sistemazione, un bel eco-lodge fuori dal paese, nel verde. Andiamo subito a pranzo.
Qualche incomprensione iniziale..., chiedo pasta al pomodoro, ma senza aglio né pepe se possibile,  la cameriera sembra interdetta, chiedo se forse come orario è troppo tardi? non c'è risposta; Annalisa chiede delle verdure cotte, e siccome sul menu c'è scritto che vengono con contorno di riso o di pasta o altro, dice di non volere contorni, solo le verdure. Si crea imbarazzo. Aspetteremo a lungo.  Non di rado accade che ci sia incomprensione, che non ci si capisca. Non è solo una questione di tradurre in un'altra lingua (in questo caso l'inglese, lingua terza) ma a volte del modo in cui viene posta la domanda, che da ad essa un significato diverso dalle nostre intenzioni, per come altri (di un'altra lingua e cultura) la interpreteranno. Ma anche del tipo di domanda o di richiesta o affermazione. Poi certamente si aggiungono le difficoltà di comprensione dovute alla pronuncia, all'accento, o anche ad una traduzione semplificata e univoca di certi termini, che non corrisponde alle intenzioni, o al contesto. Per es. vari anni fa in un viaggio in un altro Paese, in un ristorante, avevo infine capito che se il piatto che si richiedeva non era perfettamente conforme a quel che era previsto nel menu, il cameriere non avrebbe saputo a che prezzo mettermelo in conto. Oppure si può trattare in questi casi di una rigidità di chi sta in cucina (a volte indotta dai troppi passaggi: cliente-lingua-cameriere-cuochi).
Comunque il locale è carino, ben fatto, in stile etnico, ed è aperto, per cui ci godiamo la brezza che qui soffia delicatamente. Cibo buono e curato.

 il bel Buska Lodge
e il suo ristorante (con le lunghe attese)

Dopo pranzo siamo di nuovo in auto per andare a visitare un villaggio dei Dassenetch (o Dasanech), da pronunciare con la c dolce in fondo.
Izack intento alla guida

Izack ci dice che aveva accompagnato anche qui a questo albergo Morgan Freeman, che poi al ritorno gli regalò un bel paio di scarpe da trekking.

Lungo la strada si vedono enormi piloni elettrici ancora non in funzione (cioè senza cavi) che come ci dice Izack porteranno l'energia nel vicino Kenya appena sarà ultimata la grande diga che sbarrerà l'Omo River, stravolgendo tutti questi territori. E' la terza che viene costruita dalla ditta italiana Salini, la seconda è crollata poco dopo l'inaugurazione (cfr. S.Liberti e E.Manfredi, "La diga di cartapesta", in: «Il Manifesto» 24.02.2010)  e questa, più grande, dovrebbe sostituirla fra poco (si legga l'articolo di Neil Shea sulla rivista National Geographic di agosto 2015).

Continuiamo in un territorio piatto e polveroso per recarci a Omorate (un borgo fantasma di casupole dove stanno tra gli altri gli operai cinesi che lavorano alla rete stradale) in quanto lì c'è l'ufficio della dogana, che controlla il traffico col Kenya, dove dovremo mostrare i passaporti, in quanto per andare al villaggio da visitare dobbiamo passare per questa strada oltre il "confine" doganale. Così facciamo questa sceneggiata di entrare nello squallido e scassatissimo bugigattolo dove sta un solitario poliziotto che prende nota del codice del nostro visto. Così abbiamo l'ok della border guard.

Omorate, precedentemente chiamato Kelem, prende nome dal fiume, che qui è nel suo basso corso, ed è il punto più a sud (sud-ovest) cui giungiamo (a 30 km dal Kenya) e anche il punto più basso (della bassa valle dell'Omo, South Omo Lower Valley), trovandosi a soli 400 metri slm. Anni fa era stata tentata le fondazione di una grande piantagione di cotone, poi fallita. Ora si stima vi siano circa duemila abitanti.

§- La traversata del fiume Omo, crossing Omo River
Dopo lungo percorso, ci fermiamo in prossimità del piccolo insediamento chiamato Rante village (o Randal o Rate...) di circa 450 abitanti. Ci fermiamo prima dell'arrivo, alla sede della società delle guardie locali, per ottenere il pass. Ci accompagna la guida (scout) Gabriel, o Wonda, essendo il primo il suo nome cristiano o/e comunque il più facile e comprensibile per degli stranieri (già in precedenti casi era stato così), e il secondo il suo nome proprio, nella loro lingua. Il villaggio dei Dassanech o Dassenetch (si pronuncia con la c finale dolce), o Galeb, resta al di là del fiume, sull'atro lato. Non è proprio di facile accesso, devi avere l'ok della corporazione delle guide.
Andiamo a prendere una imbarcazione per attraversare il fiume (sembra che Omo appunto significhi proprio fiume; i colonialisti lo nominarono Omo Bottego, in onore all'esploratore emiliano che vi morì a fine Ottocento).
Scendiamo dalla costa giù alla riva.  Ci sono sia piroghe scavate in un unico tronco, sia una barca di metallo (forse più stabile?). E poi traversiamo le acque marroni color terra, che hanno una non indifferente corrente, per traghettare dall'altro lato.





La cosa buffa è che il barcaiolo, il navigatore, che spinge la barca con un palo, la spinge tenendo la prua dietro e davanti la poppa ... discutiamo un po' tra noi su come mai abbia fatto questa scelta, ma in fondo credo che non abbia minimamente pensato a quale sarebbe stato il verso più giusto come davanti e come di dietro. Quindi secondo me non si è trattato di una sua scelta. E d'altronde le loro piroghe vanno avanti e indietro indifferentemente. Ma in questo caso la parte con la punta è ben diversa dalla parte piatta dove ci sarebbe il posto per il motore, che ovviamente non c'è o forse c'è stato anni fa...
Le loro piroghe sono più efficienti, e vanno più velocemente. Ci vuole abilità per ricavarle da un unico tronco (oppure in altri casi con un fasciame tenuto da corde intrecciate). Poi è risolutivo il collaudo del bilanciamento, perché non debba capovolgersi, o affondare.


ecco l'altra sponda


lava i panni


chi sono questi feranji?

§. il villaggio dei Dassenetch
Giunti dall'altra parte sbarchiamo e poi saliamo su per il costone. Sopra troviamo una specie di comitato d'accoglienza che ci viene incontro, e con loro ci incamminiamo verso il villaggio a circa un km più in là. Una nuova etnia e una nuova cultura ci attendono.


Per prima cosa Gabriel ci dice: here are only woman (=women) and child (=children), men out with cattle, come back every night. Cioè ci dice in un basic-english che ora ci sono solo donne e bambini perché gli uomini sono fuori con le mandrie, e poi ritornano alla sera. Durante il giro tra le capanne Gabriel-Wonda ha avuto da fare con una nonna, con un'altra madre di età adulta, e con una vecchia ubriaca, per tenerle a bada perché avevano qualcosa da ridire con lui, e anche con il body guard (che scacciava in malo modo i bambini lontano da noi).  I Dassenech (chiamati anche Galeb dalle altre popolazioni), sono una delle principali tra le 16 etnie della Bassa Valle dell'Omo, e sarebbero circa tra i 32 e i 48 mila, suddivisi in otto clan di parentela, e sparsi su un'area di 2300 kmq. Un villaggio è appunto quello dei Rante o Rantal. Il nome con cui vengono chiamati significa "gente dell'estuario" in quanto vivono in prossimità della confluenza dell'Omo nel grande lago Turkana (ex Lake Rudolf).  Nei loro spostamenti con gli animali attraversano a volte il confine. Parlano una lingua del ceppo cuscitico. Sono più che altro dei mandriani, campano con l'allevamento di vacche e capre, e praticano anche una rudimentale agricoltura di sopravvivenza, grazie alle colture che beneficiano delle esondazioni del fiume (il che forse cesserà dopo la messa in funzione della diga), cioè il mais, il sorgo, e i fagioli. C'è anche qualche pescatore.
Anche in questo caso forse più che di un villaggio si potrebbe parlare di un accampamento di capannucce semisferiche fatte di rami, foglie, paglia, e altre protezioni (tipo plastiche o lamiere) appoggiate sopra e legate con corde. Non sono certo dei tucul questi, sono dei tuguri... Hanno dei granai tenuti sollevati da tronchetti. Restano a lungo fissi qui ma quando c'è la stagione delle piogge intense e frequenti, smontano tutto, e si spostano più all'interno, per cui sono semi-nomadi.
Le donne oltre a portare molte collane di palline (di plastica, non più di semi) di un bel rosso vivace, si infilano degli stecchini o delle penne in un forellino che hanno sotto il labbro inferiore. Un puro e semplice decoro. Altre invece riciclano tappi di bottigliette, o linguette di lattine, o altri vari oggetti, purché facciano un tintinnio nel camminare. In questa operazione di riqualificazione mostrano di saper essere creativi.
Sembrano più capaci di relazionarsi con gli estranei, in paragone ai Mursi. Ma anche sembrano più in grado di provvedere a sé stessi con le loro varie attività.

 l'ingresso al villaggio 


mi sembrano forse più solide e compatte rispetto alle capannine dei Mursi





l'entrata di una capanna

la copertura tradizionale di frasche e paglia



le nuove coperture in lamiera






ecco l'intero villaggio, ora stiamo per  andarcene, Annalisa parla con la guida




ritorniamo indietro
il barcaiolo

Fa un caldo veramente pesante, dev'essere senz'altro almeno sui 38-39°, e senza movimento d'aria. Poi verremo a sapere che a metà giornata la temperatura in realtà era stata sui 41°.

Per uno studio della loro lingua (e cultura) si veda:
M. TOSCO, The Dhaasanac Language, R. Koppe Verlag, Köln, 2001

Dassanech vicino a Omorate (jimmy nelson.com)

§. riflessioni sulla gestione dei conflitti

ሞርጋን ፍሪማን ለናሽናል ጂኦግራፊ ቀረጻ ኢትዮጵያ መጣ Morgan Freeman was in Ethiopia

Quando saremo tornati a casa verrà trasmesso da Sky sul canale della National Geographic un documentario a puntate intitolato "La nostra storia" (The Story of us) con Morgan Freeman, 

il quale nella seconda puntata compie un viaggio proprio qui in un villaggio dei Dassanech (chiamato Damech) per capire come mai combattano contro un popolo tribale vicino, i Nyangatom (pastori e mandriani, di ceppo nilotico, vengono chiamati anche Bume). I Nyangatom come i Karo sono noti per le pratiche di pitture corporee.

Gli scontri per questioni di diritti di pascolo hanno causato in questi ultimi due anni una ventina di morti. Si tratta anche di faide che durano da generazioni causate da reciproci furti di bestiame. Freeman intervista un guerriero Dassanech che è considerato un eroe per aver ucciso con un mitra K47 (non con la sua lancia) un paio di nemici, e ne va orgoglioso, tanto che porta una serie di scarnificazioni che vengono praticate sul petto per rendere ben visibile l'onore e il rispetto che si deve a un guerriero. Una spiegazione potrebbe essere -come asserisce il suo accompagnatore John Lomala- che chi si vorrebbe sposare ma non avendo abbastanza capi di bestiame, non può scambiarli con una moglie, per cui va a rubare quelli che gli servono prendendoli dai nemici, quindi senza nessun senso di colpa, dato che si sentono vittime delle razzie e scorribande dei vicini. Ma va anche detto che in tempi di siccità i pascoli inaridiscono e dunque diminuiscono, per cui è vitale che le proprie mandrie possano nutrirsi. Combattono dunque per l'acqua, l'erba, e insomma per definire i confini e stabilire dei principi che sanciscano il diritto a certe terre. Osservato dall'esterno questo stillicidio di vite e di risorse alimentari tra due piccolissimi villaggi vicini può sembrare difficilmente comprensibile. Dato che il documentario cerca di riflettere sulla storia delle società umane, e il tema della costante presenza di guerre e conflitti è uno dei principali punti sotto esame, poiché sembrerebbe che, almeno là dove non ci sono risorse sufficienti per tutti, le guerre siano una parte integrante del ciclo della vita...  
La visita di Freeman è dovuta al fatto che gli anziani stanno organizzando un incontro per fare una cerimonia di pace tra le due tribù, per cercare un modo di por fine agli scontri. Ma c'è dell'astio da parte dei giovani che vogliono mostrare il loro coraggio e valore (e poter sposarsi), nei riguardi degli anziani che invece sembra siano stanchi di questo annoso conflitto. Il filmato mostra che tutti gli uomini di Damech sono riuniti in attesa dell'arrivo degli avversari. Quando arrivano li ricevono cospargendoli di acqua chiara da un recipiente di zucca per purificarli, e sacrificano dinnanzi a loro una mucca. Compiono assieme un rituale con le sue interiora, e più tardi i due gruppi si nutriranno della stessa carne. Estraggono il "primo" stomaco pieno di erba da ruminare, e si cospargono a vicenda con quell'erba simbolo dei pascoli contesi. A questo punto si incomincia a parlare di pace. Un anziano condanna i furti e chiede a tutti di maledire d'ora in poi i ladri, di entrambi i villaggi. Gli anziani dicono ai guerrieri che uccidere e rubare ha solo provocato danni per tutti. Questa cerimonia si era già tenuta sette anni fa, per cui si potrebbe dubitare della capacità di mantenere le promesse fatte. Ma gli anziani intervistati dicono che certamente sarà Dio a vegliare sulla pace. Molti si abbracciano e poi due vengono mandati poco più lontano a seppellire una lancia, il che sta a significare che ora che si sono affratellati possono seppellire le armi. Tutto sembrerebbe essere finito bene. 
A volte sembrerebbe che l'unica soluzione per garantire la pace sia la separazione delle parti in lotta (come era stato fatto ad es. nel Nord Irlanda con il grande lungo muro di divisione tra le due comunità), ma qui si è proceduto in modo diverso. Quindi Freeman conclude che una via di uscita alla violenza è trovare un equilibrio tra conflittualità e convivenza, come hanno appena fatto i Dassanech (o Dassenetch) e i Nyangatom (o Bume) assieme.

A livello generale, spesso il gruppo etnico, o la popolazione, percepita come avversaria, contendente, è assai spesso un gruppo o una popolazione vicina, confinante, sia come in questo caso per una concorrenza spietata nell'usufruire di pascoli, o terreni coltivabili, sia per una estraneità che li contrappone sul piano delle caratteristiche culturali. O la rivalità per la sopravvivenza porta ad enfatizzare anche le differenze, oppure le sia pur minime differenziazioni sul piano linguistico o degli usi e costumi, porta all'insorgere di divergenze, rivalità e avversioni.  Per cui spesso i peggior nemici sono i più prossimi, quelli con cui più di frequente vi è contatto. La percezione delle dissimilitudini porta a precisare la propria identità collettiva ed acuire il sentimento di appartenenza etnica. E la diversità si manifesta  eminentemente nelle espressioni culturali. Da qui i processi di demonizzazione o di disumanizzazione dell'avversario, del nemico. E da qui anche la funzione etnodifferenziatrice della cultura (sia materiale che di spirito) [cfr. J.V. Bromlej, cit. p.322].

Per dei video su un villaggio dei Nyangatom (Bume), si vedano quelli di Gianluca Afflitti:
https://www.youtube.com/watch?v=lG6Ow7KHMyQ

e per le loro danze e canti: 
https://www.youtube.com/watch?v=xYAD4U_f1Pg

calotta porta penne e piume (da una post card HTRT)

gusci di zucca per proteggere dal sole (post card HTRT)

Speriamo che questo accordo con i Nyangatom durerà e sarà confermato in occasione della grande cerimonia Dimmi, che è l'occasione per festeggiare e propiziare la fertilità della terra, e la pace degli uomini. (si veda l'articolo di Alberto Salza sulla rivista "Africa": https://www.africarivista.it/nella-valle-dellomo-per-la-festa-della-fertilita-e-della-pace/126677/ )

mappa dei gruppi etnici del sud, vicino al lago Turkana
da Nat.Geo.-Italia, ag. 2015, p.41

§. i Surma
Più in su, sempre sulla riva destra dell'Omo, verso il Sud-Sudan, tra i Monti della Luna, c'è territorio dei Surmi (o Surma, Surema, Sumrema, o Suri), gente che incontriamo qua e là, o ai mercati... (riporto qui sotto da foto per postcard HTRT o manifesti). Anche loro avevano la tradizione dei piattelli labiali, 



che nelle nuove generazioni è praticamente quasi venuta meno (come si vede da queste post cards):





Sul popolo dei Surma si veda: http://www.nationalgeographic.it/fotografia/2011/09/16/foto/ tra_i_surma_dell_etiopia_dove_il_corpo_status_symbol-484257/1/
La gran parte dei quasi 30mila Surmi si trovano in territori di difficile accesso, che stanno a ovest di OmoRate e di OmoMursi, lungo il fiume Kibish, che scorre quasi parallelo all'Omo river, tra il monte Magi e i monti Corma che fanno da confine con il Sud-Sudan (vedi: https://www.youtube.com/watch?v=MCQQ9cK1I_A).
I loro villaggi che stanno nella parte alta del fiume, Upper Omo Valley Tribes, si chiamano Aka Surma. Sono gente in media molto alta (sugli 1,90), e portano varie scarnificazioni e cicatrici come marchio tribale sul volto, sul torace sulla schiena. Le donne hanno anch'esse come in altre etnie un piattello labiale, di legno o di terracotta, solo che a volte è trapezoidale, e a volte è infilato nel labbro superiore. Gli uomini sino a pochi anni fa vivevano sempre praticamente nudi, ma ora spesso si mettono una tunica o una coperta annodata su una spalla, e le donne hanno una pelle (o anche un tessuto) che pende dalla vita sul davanti.


Come abbiamo osservato nei mercati, anche loro, come altri, hanno una penna d'uccello o uno stecchino infilato nel labbro inferiore che pende fin molto sotto il mento. I Surma sono noti come pericolosi razziatori di bestiame, ma anche per una cerimonia violenta, donga o "Suri stick fighting", in cui due giovani lottano tra loro menando forti fendenti con un lungo palo. (vedi p.es. il video di Melak Tadesse qui sotto indicato, del 2017, su un pubblico torneo di Donga):

https://www.youtube.com/watch?v=SCjgqCxwxVA
https://www.facebook.com/experienceAwayoflife/

Di fatto non è raro poter assistere a un duello in quanto si debbono preparare per quella cerimonia del rito di passaggio donga, spesso dunque si tratta come di allenamenti, anche per divertimento loro e degli spettatori, quasi uno "sport" di lotta, di combattimento. Erano e sono popolazioni di pastori e mandriani, ma anche di guerrieri, e l'addestramento alla guerra era questo (e anche il saper rubare bestiame, con i conseguenti scontri che può generare).
Collegata a questa è anche l'usanza di bere il sangue bovino caldo direttamente dalla giugulare (comune anche a vari altri popoli dell'Africa orientale) che ritengono dia forza, vitalità e energia. (non ci si meravigli troppo: quando ero piccolo ricordo che i miei nonni in Brianza, Lombardia, ogni tanto mangiavano il tradizionale "sanguinaccio", che è sangue suino coagulato; che poi dal '92 fu proibito per ragioni igieniche).
In entrambi i casi è di nuovo quel che Naipaul chiama l' idea di una energia da convogliare attraverso un sacrificio rituale (da La maschera dell'Africa, 2010).

Su YouTube si possono trovare parecchi video sui Surma o Suri, e sulla cerimonia Donga. Tra i vari, interessante quello di G.Borgioni e Silvana Santoro:  https://www.youtube.com/watch?v=zYGYGIP15_E&t=28s  
e sul Blog di Fabrizio Loiacono:  http://www.obiettivosulmondo.com/2012/05/etiopia-2011-etnia-dei-surma/#more-311


Mentre invece più a est nell'area di Moyale, e lungo i confini con la parte nord del Kenya (cfr. L.Guerretta, "Alla fine della strada asfaltata", 2009)

nei pressi del Lago Turkana, si trovano a cavallo della frontiera anche dei gruppi di Masai (o Maasai) e di Samburu (ma questi stanno più sul versante Sud del lago, quindi nel nord del Kenya):
in un villaggio Masai da me visitato sedici anni fa
Si vedano le foto dei villaggi Masai nel mio diario: http://viaggiareperculture.blogspot.it/2011/11/in-un-villaggio-di-masai-2002-1.html e nelle nove puntate sul viaggio che avevamo fatto in Kenya, poi nel marzo 2018 un certo numero di quelle foto le ho riproposte con un mio commento, cfr. in http://viaggiareperculture.blogspot.it/2018/03/viaggi-alcune-foto-di-interesse.html


(foto da "Il Grande Atlante", Rizzoli, vol. 4)

Gruppi di Masai sono stati da tempo studiati nelle terre a sud lungo il confine, e per es. lo riportavano già anche i geografi della fine anni Venti /inizio aa. Trenta del Novecento, come si vede da foto sulla vecchia Enc. Treccani  (vol.XIV, 1932):



§. alcune info su questo territorio

Appunto subito dalla parte al di là della linea di frontiera, vivono i Samburu (popolazione di ceppo nilotico, che avevamo incontrato anni fa  nel  Kenya) in parte in villaggi che sono nel territorio della vastissima riserva nazionale che porta il loro nome.


(foto di J.Nelson, da una brochure di card set del Museum Volkenkunde ad Amsterdam, cfr. beforethey.com) 

(si vedano altre foto sue sul sito https://www.jimmynelson.com in particolare la quarta foto è di Samburu, e la settima di Mursi, ma vedi anche https://www.jimmynelson.com/peoples-places  dove cliccando su Samburu vedrete una nutrita serie di spettacolari fotografie di quella etnia).

Il nome del lagoderiva dal nome del gruppo etnico che popola le sue rive e l'entroterra subito al di là della linea di confine
un villaggio dei Turkana nel nord del Kenya

Sui Maasai, sui popoli del Lago Turkana, e sui Samburu, e altro, vedi articoli di Alberto Salza (che ha passato anni tra le popolazioni di questa area geo-etnica della famiglia linguistica Karamojong) sul suo blog: http://www. luomoconlavaligia.it/author/albertosalza , e nel suo "Atlante delle Popolazioni", UTET, 1998, alle pp. 202-215.
E il volume

...dicevo: poco al di là del confine c'è anche l'ormai famoso villaggio di Umoja (=unione), dove vivono solo donne -circa 50- con i loro bambini (figli naturali o adottivi), e dove è interdetto agli uomini avere residenza (su cui si veda un documentario nell'ambito della trasmissione Sky di cui accennavo più sopra, con Morgan Freeman, vedi: https://twitter.com/natgeochannel/status/930933439213191168 o anche: https://www.facebook.com/natgeotvUS/videos/10155625644071005/?comment_id=10155626434476005&comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R0%22%7D 
oppure #StoryOfUS o anche #storyofus) 

Il villaggio è stato fondato circa 28 anni fa dalla matriarca Rebecca Lolosoli e altre 15 sue compagne, come rifugio per donne vittime di soprusi, abusi, violenze, mutilazioni genitali, pestaggi, da parte di contesti in cui vige un patriarcato assolutista, tipico della società Samburu. Ne parlò ampiamente il giornale britannico "The Guardian" nel 2015 (cfr https://www.theguardian.com/global-development/2015/aug/16/village-where-men-are-banned-womens-rights-kenya). Qui la matriarca con le sue compagne ha costituito un organo di governo di sole donne, ma seguendo la tradizione gerontocratica. 



L'assemblea generale si svolge all'ombra di un albero, "the tree of speech", e ogni donna ha diritto di parola e di poter dire la propria opinione senza timori. Una delle occupazioni centrali è l'educazione, per cui tutte le bimbe/i vanno a scuola, e l'insegnamento più importante è quello di abituare figlie e figli del villaggio alla parità tra i sessi, e alla eguaglianza di diritti e di rispetto dovuti a chi svolge le varie mansioni lavorative. Un raro esempio di società pienamente matriarcale in cui dominano le madri. I proventi monetari vengono dall'artigianato (bigiotteria), da donazioni internazionali di carattere solidale, dalle tasse d'ingresso che devono pagare i visitatori, e dalla gestione di un piccolo campeggio turistico vicino al fiume. Per il resto il sostentamento proviene dai loro orti e coltivazioni, dall'allevamento di pollame e di vacche, e da scambi commerciali.

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Nell'area del territorio dei Samburu attorno al grande lago Turkana (= lago color di giada) -un tempo chiamato dai colonialisti Lake Rudolf-  sono stati rilevati giacimenti petroliferi, per cui forse l'energia elettrica prodotta dalla diga nella valle dell'Omo in territorio sud etiopico, servirà allo sviluppo delle industrie estrattive del nord kenyota.

Sui Dassenech e altre popolazioni attorno al lago Turkana vedi sul "National Geographic - Italia", dell'agosto 2015 (vol.36, n.2) alle pagg. 32-57, l'articolo (e le foto) di Neil Shea, "Ultimi riti sul mare di giada".

Da questa area attorno al lago Turkana, erano passati anche quelli della famosa spedizione "Overland" ideata da Beppe Tenti, consistente in una carovana di 4 grossi trucks che nel 1998 e poi 2001 andarono nei luoghi in cui erano stati ritrovati reperti di ominidi risalenti a un milione e 800 mila anni fa (vicino alle rive del Lago Turkana sono stati ritrovati i resti del cosiddetto "ragazzo del Turkana", un giovane esemplare di Homo Erectus, e dell'Homo Rudolfensis), e sopratutto alcuni resti della migrazione di gruppi di homo sapiens verso nord (quindi dalla gola di  Olduvai nella valle del Serengeti nel nord del Tanganika [Tanzania], e al nord Kenyano, fino alla valle dell'Omo), poi trasmessa in tv dalla Rai (v. le puntate 11 e 12 trasmesse nel 2002):


F, Boggio-Robutti e C.Giraudo, copyright Trekking International, Milano, edizioni Ciscra di Rovigo,  2002 

Dunque se ora dalla riva del fiume Omo, all'altezza di Omorate, si prosegue per una decina di km. all'interno, verso il confine con la repubblica del Sud-Sudan, sulle pendici montuose, si può raggiungere la località di Omo Kibish, dove Richard Leakey (e altri) eseguì degli scavi presso una formazione rocciosa all'interno del Parco Nazionale dell'Omo, in un sito detto "Sito di ominidi di Kamoya" (o "the Omo Remains"). Qui Leakey trovò nel 1967 resti di homo sapiens-sapiens moderno, di 125 mila anni fa, che fecero grande scalpore (cfr. R.Leakey e R.Lewin, Origins, 1977, tr.it. Laterza editori, Bari, 1979, testo riedito con aggiornamenti e modifiche nel 1992: Origins Reconsidered). Più tardi con altri reperti di successivi scavi, e anche grazie all'analisi con strumenti più perfezionati, si stabilì che alcuni erano di 196 mila aa fa, e quindi i più antichi resti della nostra specie. Il che spostò di molto all'indietro la comparsa dei primi esemplari dell'uomo sapiens-sapiens detto "moderno" (vedi la rivista "Science" del maggio 1985, e "Nature" del febbraio 2005). La più famosa scoperta di Richard Leakey fu quella dello scheletro completo di un ragazzo di 11 o 12 anni di 1,6 milioni di anni fa, noto come "il ragazzo di Turkana" (cfr. http://www.nationalgeographic.it/scienza/2012/08/09 /news/nuovo_antenato_uomo_enigma_leakey-1202786/

Purtroppo ora il sito si ritrova nelle vicinanze di un triangolo di territorio (Ilemi Triangle) che è rivendicato sia dal Sud-Sudan che dal Kenya; data la precarietà delle nuove istituzioni sud-sudanesi, è attualmente sotto amministrazione keniota. Comunque, essendo nei pressi del confine e con un'area contesa, al momento non è consentito l'accesso a stranieri...

Tutta questa parte più a Sud, diciamo tra il lago Turkana e a est il lago Chew Bahir (ex lago Stefania), e fino a Moyale, è un po' il "cuore di tenebra" dell'Africa (per riprendere il Heart of Darkness di J.Conrad, citato anche da  M. DePaoli nel suo libro sull'Etiopia).
Un recente numero del «National Geographic» aveva una parte dedicata alle popolazioni che si trovano nell'area attorno al lago Turkana, sia in Kenya che in Etiopia ("Nat.Geo. - Italia", Agosto 2015, vol. 36, N° 2, pp. 32-57), intitolata "Ultimi riti nel mare di giada", in cui si tratta oltre che dei Masai e di altri popoli, anche dei Dassanech di cui vi ho appena riferito, e che vi consiglio di leggere:



donne Maasai

e i Daasanach


L'autore del testo è Neil Shea (vedi il suo film di cui parla su Instagram in: @neilshea13), e le magnifiche foto sono di R. Olson (vedi altre sue immagini su Instagram in: @randyolson).

(continua)

P.S.: una versione ritoccata e abbreviata di questo Post, e senza foto,  è stata pubblicata come articolo nella «Rivista Italiana di Antropologia applicata», a.IV, ed. I, n. di giugno 2018, (n. dedicato alla tematica del terrorismo nelle sue molteplici forme)

1 commento:

  1. https://www.facebook.com/experienceAwayoflife/
    Thank you you very much for sharing my video and I like your blog

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