mercoledì 6 settembre 2017

viaggio in Etiopia - 1a puntata: (la capitale Addis Abeba)

Per il nostro viaggione, eccoci muniti di guida LP ultima edizione, la 6a; più quella della Rough Guide in e-book (marzo 2015); la Bradt di Ph.Briggs, (7a ed. 2015) veramente ottima (e anche di questa avevo già la prima edizione); e in italiano la Polaris di M.Bocale e P.Borghetti (in formato ebook, nov.2014). E per non farci mancar nulla, una quantità di libri da leggere in viaggio col nostro kindle (diari, vecchi reportages di Kapuscinski, romanzi, libri fotografici, e altro). Una buona carta stradale 1,8 della tedesca Reise Know-how (che è pure impermeabile!).


Dopo aver contattato varie agenzie locali scegliamo quella del bravo tour operator Belayneh Kassie (la sua Ethio Mar - Tours) perché è quella che rispetto ad altre ci prepara un percorso individualizzato per noi due soli,  esteso su quasi 20 giorni (non ci va di fare in gruppo un viaggio tutto di corsa in una settimana... (vedi http://www.ethiomartours.com/who-we-are/). Ce lo ha raccomandato Grazia Pereno. Quindi faremo due giorni pieni ad Addis Abeba, e poi una dozzina di giorni di tour nella Rift Valley e nella Omo Valley, infine al rientro tre giorni per visitare i dintorni di Addis A.

Siamo dunque partiti ieri sera, il 18 agosto, siamo andati a Roma Fiumicino, e lì abbiamo preso un volo notturno diretto ad Addis Abeba della Ethiopian Airlines (prenoto per telefono, tutto molto semplice).

Così già da ieri ci siamo mescolati alla folla di etiopi che tornavano a casa: è stata una buona introduzione.

sabato 19 agosto 2017
Atterrati alle 06:20 a.m. all'aeroporto Bole ancora assonnati (non siamo riusciti a dormire che assai poco e a tratti), dopo le rapide formalità di entrata ci districhiamo dalla bolgia del ritiro bagagli e fendendo la folla raggiungiamo l'uscita, dove ci vengono a prendere Feven, bella e brava giovane moglie del nostro amico Belayneh che in questi giorni è in Italia per un giro promozionale, e l'autista M'say o Messay. Feven ci offre la prima colazione in un bel bar moderno, "Abyssinia". E' una gentile giovane moderna, con un bel capottino rosso che parla bene l'inglese e che ha viaggiato in Europa. Feven non prende nulla al bar perché sta facendo una dieta (fasting) praticamente di tipo vegano, che dura due settimane, e che è tradizionale per gli ortodossi etiopi (altri che vediamo lì agli altri tavoli mangiano in compagnia con le mani, da un piatto unico centrale, in cui ci sono solo cibi vegani).
Poi in pulmino attraversiamo la parte sud di Addis Abeba (o Ababa), passiamo dinnanzi alla chiesa del Salvatore, e arriviamo in poco tempo all'albergo "Azzeman", nuovo e ottimo, tanto raccomandatomi da Belayneh.

la hall d'ingresso con la Reception

 il bar all'entrata

In albergo ci fanno il check-in nonostante sia mattino prestissimo, e cerchiamo di recuperare il sonno con una bella dormita su un letto.
Alle 11 ci viene a prendere Messay che ci porta in giro per la città, dove ci fermiamo dunque tutto oggi e tutto domani.

Intanto ci acclimatiamo, perché AA è la quarta capitale più alta del mondo (dopo La Paz, 3650; Quito, 2850; e Bogotà, 2640) essendo in media a 2400 metri slm circa (in effetti è estesa su varie colline e si va su e giù da 2300 a 2600m), quindi è ben più alta p. es. di Città del Messico, o di Kathmandù, ma più bassa del capoluogo andino peruviano di Cuzco (3400m), e anche di Sucre (2800m) sede del governo boliviano, sempre sulle Ande. Venuti via da una Ferrara torrida con caldo-umido, ci ritroviamo su un altipiano con un sole forte ma con un'aria che è quella che respiriamo quando andiamo sulle dolomiti. La capitale costituisce un distretto autonomo, e sta sull'altipiano dell'Abissinia (che in amharico si dice: Habesh). Ci sono circa tra i 18° e i 21°, man mano che si va verso le ore centrali del giorno. 

Dunque nel 1954 lo scrittore Marc Blanpain scriveva poeticamente di questa città: "una dolce atmosfera, delicatamente azzurrina, di quell'azzurro degli alti cieli, le infonde una strana pacifica magia".   Ora che il cielo è terso è effettivamente più primaverile che non ferragostano.
E così vediamo un po' la grande e vasta città girando di qui e di là. Ci pare messa un po' meglio di altre città in via di sviluppo viste in altri paesi del "terzo o quarto Mondo" (come si diceva una volta), pur essendo di quella tipologia in generale (cioè con squilibri sociali fortissimi, zone moderne a fianco di baraccopoli ). Messay spiega -nel suo inglese non sempre ben comprensibile- che le varie zone di Addis, data la sua vastità, hanno nomi diversi, come Piazza, Mercato, ma anche Kilo (per cui c'è Kilo 4 o Kilo 7), e poi Urael, Mekanisa, Kolfe, Addis Ketema, Arada, Lideta, Bole (dove c'è l'aeroporto), e altre denominazioni di quartieri, indicate sui cartelli stradali. Da quel che ne so questi quartieri sono un po' gli eredi di agglomerati tipo villaggio che erano sparsi per queste colline solo fino a pochi decenni fa.
Vediamo begli edifici nuovi, con un ceto impiegatizio e una borghesia, e contestualmente tanta miseria (barboni, accampati, baracche, tende, micro-negozietti di lamiera o di legno, gente di varie età che elemosina, ecc.). Il ceto dei commercianti, degli impiegati, o dei salariati, ha le sue strade,  i suoi negozi, ecc. che però sono molto spesso frammisti con quelli più modesti o poveri. 
Ci sono molte aree verdi e piante nei larghi viali principali. Le periferie sono ancora frammiste con la campagna. Ma è in rapido sviluppo, qui è tutto in febbrile costruzione, in corso d'opera.



 un incrocio

il grande viale Churchill Avenue

il larghissimo piazzale Meskel (già p.della rivoluzione)

 su una delle colline, presso il palazzo presidenziale
 un parco pubblico
il parco dell'Università

monumento al Leone di Giudea (simbolo dell'Etiopia storica e cristiana)

in fondo alla Avenue si vede la torre del municipio, City Hall

Intanto è già mezzogiorno. Qui in Etiopia, a parte il fatto che per il fuso orario c'è un'ora di differenza con la nostra (quando siamo in periodo estivo di ora legale), bisogna sapere che loro contano le ore diversamente. Cioè anziché come noi da mezzogiorno a mezzanotte, e di nuovo da mezzanotte a mezzogiorno, oppure con am e pm, qui vanno dalle 6 alle 18 e poi dalle sei di sera a quelle del mattino. Insomma ore diurne e ore serali / notturne. Per cui per esempio per il nostro appuntamento alle undici, dicono "ci vediamo alle cinque", oppure per il pranzo all'una dicono "alle sette". E così pure gli orologi appesi in albergo o nel ristorante segnano questi orari. Interessante questa diversità nel computo del tempo, e in effetti la nostra scelta appare un po' strana vista da questa prospettiva, che è poi quella che anche da noi si usava nell'antichità, basata sull'alternarsi naturale di luce e oscurità. Quindi lo "strano" è relativo. Comunque per regolarsi con facilità basta guardare il numero dell'ora che sta nel punto opposto dell'orologio, tracciando una linea retta che lo attraversa.
Inoltre anche il calendario è diverso, non solo perché denominano diversamente i mesi, ma perché essendo ancora basato su quello antico giuliano, è composto da 12 mesi tutti di 30 giorni, più 5 (o 6) giorni complementari, per cui è di 7 anni e 113 giorni "in ritardo" rispetto a quello nostro gregoriano, quindi lunedì 11 settembre prossimo (cioè al loro capodanno) inizierà qui in Etiopia l'anno 2010.

Incominciamo con il visitare il Museo Nazionale, molto interessante anche se un po' fatiscente e trascurato (iniziato nel 1952 e aperto dal 1958).

Al piano interrato c'è una replica dello scheletro di "Lucy", che in amharico chiamano Dinquinesh, che significa "splendida", "bellissima", la nostra Eva nera, la più antica antenata dell'umanità, la ominide più famosa del mondo, scheletro scoperto nel '74 in Etiopia, nel territorio del popolo degli Afar (da cui il nome scientifico australopithecus afarensis). Fu una scoperta sconvolgente perché vi era la prova che questa specie aveva già camminato per lunghissimi percorsi da bipede, molto prima di quello che era stato chiamato Homo Erectus. Ogni tanto viene esposto anche lo scheletro originale (che noi vedemmo a New York in una mostra al Museum of Natural History nell'84), ma che normalmente è custodito qui in un laboratorio protetto, e in esposizione vi sono solo repliche. E si vedono anche altri reperti paleoantropologici importanti e più recenti (come Selam un bimbo morto 150 mila anni prima di Lucy, trovato nel 2000, o il fossile più antico di homo sapiens trovato nel '97 nell'area del fiume Awash, e anche un cranio di h.erectus, ovvero di homo rhodesiensis, e i reperti dell'area della bassa valle dell'Omo, di 1 milione e 8 centomila aa. fa, ecc.).
(foto dell'Institute of Human Origins, Nat. Mus.)
E' questo uno dei luoghi che ci tenevamo a visitare, avendo visto vari musei con settori di storia dell'evoluzione umana, da Burgos a Parigi, a Londra ecc. Pertanto l'Etiopia, e la grande valle del Rift (ovvero "fossa tettonica"), e la valle dell'Omo, è il luogo delle nostre comuni lontane origini, la "culla dell'umanità" (si vedano i due video di Overland intitolati "alle origini dell'Uomo", di G.Tenti e F.Boggio-Robutti, del 2002, o  il libro di R.E.Leakey e R.Lewin, Origini, 1977 tr.it. Laterza, 1979, cap 5 "La culla dell'Umanità". Poi il n. di marzo 2006 del National Geographic e il n. di ottobre 2015. Tra i testi divulgativi più recenti vedi l'articolo di Stefano Mammini su "Archeo" di gennaio 2017: https://www.academia.edu/31738770/Grande_madre_Africa).

Poi ci sono riproduzioni di bassorilievi di vacche sacre precedenti il 1° millennio a.C. ritrovati sui monti Simien.


Agli altri piani sono esposti reperti dell'antico regno di Axum, e ci sono poi mostre di oggetti relativi a vari sovrani etiopici (dall'imperatore Menelik al dittatore rosso Menghistu Maryam), al piano terra, e al primo e secondo piano materiali etnografici, come sculture, e anche opere di artisti contemporanei.

Poi essendo ormai ora di pranzo andiamo nell'adiacente ristorante dall'altro lato del giardino, denominato appunto "Lucy restaurant", molto ben curato sul piano estetico, tutto in legno. Dove assaggiamo per la prima volta piatti tradizionali etiopi.


Messay che da spiegazioni del menu ad Annalisa al Lucy restaurant

Annalisa prende un menù fisso fasting, che ha come entrata una crema di carote buona, e poi una scelta tra due secondi piatti. Ovviamente la prima curiosità va al piatto nazionale che tutti gli etiopi mangiano almeno una volta al giorno, cioè la injera con le varie salsine (wat). Si tratta di una crèpe, o pancake, o piada, fatta però con il grano tiff che è specifico dell'Etiopia. E' umida e molliccia, tradizionalmente si serviva stendendola su un gran cestone rotondo, il masob, con sopra un coperchio conico, pure di paglia colorata. Essa dunque fa da "piatto" su cui si posano le salse o condimenti, e da cui si strappa un lembo (o lo si ricava da un rotolino di injera posto di lato) con cui prendere su un po' di una salsa, o ragù. Si consuma in comune, usando tre dita della la mano destra. Per cui ci si lava le mani prima di pranzo (la cameriera versa da una brocca di metallo dell'acqua che cade in un catino). E anche dopo pranzo, essendo tutte le dita della mano unte e impiastricciate di cibo.



Le salse wat  variano di colore e consistenza a seconda di ciò di cui son fatte, e la varietà è ampia, si va dal ragù di carne, o tipo gulasch, a ingredienti vegetali (shiro) come crema di fagioli, di fave, o di lenticchie, o spinaci o biete e bietole, o erbette locali tagliuzzate e passate in padella, ecc. Le salse sono piene di aglio e cipolle e sono piccanti dato che sono insaporite da peperoncini locali, o abbondante pepe o altre spezie (come il ber-beri) come anche di coriandolo, estragon, o altri sapori locali (fir-fir o fit-fit). Il tutto non incontra molto i nostri gusti, e sarà di laboriosa digeribilità, pur essendo le salse buone. Questo perché l'injera viene lasciata fermentare per due o tre giorni (quindi ha un sapore acidulo di andato-a-male).
Io invece prendo del pesce alla griglia (forse della tilapia di lago) che viene servito misto con carne arrosto e con su della ratatouille, e di contorno patate arrosto, zucchine e riso.
Mentre stiamo finendo, si mette a diluviare, rinunciamo alla frutta e cerchiamo di raggiungere la macchina che è posteggiata nel giardino di fianco al museo. Quindi ci infradiciamo dalla maglietta ai sandali. Messay ci accompagna all'albergo dove ci cambiamo infreddoliti. Che sbalzo rispetto al gran caldo di Ferrara!

Nel pomeriggio dopopranzo, andiamo a visitare la cattedrale ortodossa etiope della Ss.Trinità (Kidist Selassie) con curiosi affreschi e raffigurazioni sacre diverse dalle iconografie tradizionali europee. Per es. la santa Trinità è raffigurata da tre celesti personaggi uguali.


Si da pari spazio sui lati destro e sinistro a immagini dal "vecchio" Testamento, e dai Vangeli. Anche certe scene bibliche sono un po' differenti dalle nostre usuali. Notevoli le statue del Saggio e dei quattro apostoli principali, e le vetrate, tra cui l'incontro tra Salomone re di Giudea e del regno israelita unificati, e Makeda la sovrana del regno Sabeo (che probabilmente si estendeva nella parte sud del mar Rosso, sulle due sponde dello stretto detto Porta del lamento, tra gli attuali Yemen e Eritrea).


La chiesa è anche luogo di una parte dedicata alle autorità, quali le tombe dell'imperatore Haile Selassie (=il potere della Trinità) e della regina Menen sua moglie, che sono sarcofagi di stile neo-egizio, con lunotti axumiti, in marmo lucido assai pesanti di fattura. Poi ci sono lapidi e monumenti a patrioti della resistenza anti-colonialista. La cattedrale fu costruita subito dopo la liberazione della città nel 1941 dal dominio fascista italiano. C'è pure la tomba di Sylvia Pankhurst (figlia dell'anarchico Silvio Corio, la quale oltre ad essere stata una suffragetta femminista e una pacifista, fu attiva in campo anti-colonialista, e trasferitasi in Etiopia visse e morì qui nel 1960, suo figlio Richard morto nello scorso febbraio fu professore all'università di AA). E di fianco c'è un piccolo museo sia di storia religiosa che politica e civile, che ha pezzi molto interessanti: libri antichi, in particolare bibbie e vangeli, e rare croci copte del regno axumita, sorto nel IV s. a.C. il cui re Ezana si fece cristiano già nel 328 d.C. (è fondamentale un suo editto scolpito su una pietra).

Fuori pioviggina, e ritorniamo in albergo. Alle 7 c'è un buffet, con ampia parte dedicata a chi fa il fasting. Anche qui vediamo gli altri clienti, in massima parte etiopi o africani, forse membri di un convegno svoltosi nella hall dell'hotel, che mangiano con la mano destra, lasciando la sinistra penzoloni lungo il fianco. Sono abilissimi a prendere i cibi senza macchiarsi o sbrodolare nel percorso fino alla bocca...
tagliatelle di injera tagliata a striscie, al ragù


Intanto c'è accesa la tv etiope con notizie sul continente. Si capisce che oggi è una festività e si vedono scene di gente che sfila in strada con canti e inni. Da quanto ci dicono oggi è l'ultimo giorno di un periodo di 14 gg.  in cui si mangia solo "di magro". Ci sono sette periodi dell'anno in cui si osserva questa dieta vegana, cioè capodanno (Enkutatash, 11 settembre), la festa della Croce (Meskel, 26 settembre), il Natale (Genna, 7 gennaio), l'Epifania (Timkat 18 gennaio, giorno del battesimo), la Pasqua (Fasika, in aprile), eccetera, cioè le "feste comandate", e inoltre ogni mercoledì e venerdì. (Si veda in internet: fasting in ethiopian orthodox church). Di queste diete viene detto esplicitamente che non sono state indicate da Dio, ma dalla tradizione della Chiesa, e questo lo trovo molto corretto e rispettabile.

Passiamo dalla sede della Ethiopian Tourism Organisation, in piazza Meskel, dove prendo alcuni depliant e opuscoletti; una carta stradale; un libretto sull'Etiopia anche se è del '97 (popolazioni, lingue, storia, geografia, artigianato, parchi, città, consigli utili, in 132 pagine), carino; una guida di Addis scritta nientemeno che da Graham Hancock (l'autore de "Il segno e il sigillo").






Domenica 20 agosto
Al breakfast ci sono dei buoni pasticcini, vedremo che la pasticceria a Addis è eccellente con vari negozi. Anche il pane è sempre buono. Poi prendo uno yogurt all'arancia.
Conosciamo Izack, che viene a presentarsi dato che da domani mattina sarà lui il nostro guidatore.

Andiamo anche oggi in un museo, quello Etnografico della Università. L'università di Addis Ababa era stata voluta e fondata da Hailé Selassie che mise a disposizione un ala del suo palazzo perché  iniziasse subito ad essere operativa (la prima università dell'Africa Nera, per africani).



Quindi vedremo anche alcune sue stanze private di abitazione, il leone cui era affezionato (imbalsamato), e il primo gabinetto-bagno privato del Paese.

Il museo è concepito e fatto bene, articolato per riti e cerimonie, e per fascie d'età.
Poi è suddiviso per tipologie delle credenze popolari e del folklore delle varie etnie che popolano l'Etiopia.

carta stradale della capitale

Le donne, si abbigliano usualmente con l'abito tradizionale consistente in uno scialle ampio e leggero (shammà anche scritto: chamàr)  sopra ad una tunica.


studentesse universitarie

Mentre gli uomini di solito si vestono in modo occidentalizzato, ma ancora solo pochi decenni fa anche loro avevano uno scialle-copricapo (che ancora si vede un po' nelle campagne).
(foto CorrieredellaSera 1979)

Dopo di che andiamo nel quartiere "Piazza", con le vecchie strade in cui per un certo periodo abitarono gli italiani (erano 40 mila nel 1941). Per pranzo entriamo nell'albergo dedicato alla regina consorte Taitù, un vecchio hotel (l'edificio risale al 1887) che era vicino alle fonti d'acque termali calde, Filwoha.
 quadro dell'imperatore Menelik II

dipinto dell'imperatore con la regina consorte Taitu

Qui al pianterreno ci sono un ristorante, e in una saletta laterale un buffet per il fasting.  E' di vecchio stile "coloniale". Sarebbe tutto da restaurare, rinnovare e rifare, ma nonostante il suo ambiente decadente, è suggestivo.

il buffet fasting

salone col pianoforte

Ci accomodiamo a un tavolo con una vecchia tovaglia un po' macchiata e bucata. Annalisa prende solo degli spaghetti al pomodoro, e io delle lasagne di pollo. Qualità mediocre ma quantità che ci sazia abbondantemente. Con la bottiglia d'acqua, pane e servizio, iva, il totale è di 7 €uro e 70 in due.
C'è anche un negozietto interno di oggetti d'artigianato


§.- GITA FUORI CITTA',   A ENTOTO
Dopopranzo andiamo su verso il monte Entoto (la cui cima è a 3200 m.) a nord della città, del gruppo chiamato anche Entoto Hills (dato che il dislivello che si percepisce rispetto all'altipiano è di soli sei-settecento metri).
Innanzitutto passiamo per un mercato di abbigliamento, con negozietti quasi tutti uguali.





 Quindi attraversiamo i quartieri periferici si tiene la sinistra su per Intoto Street, che continua come strada n.3, e usciamo dall'area della municipalità autonoma della capitale, entrando già nel grande stato autonomo federato chiamato Oròmiya (che qui sul monte Entoto corrisponde alla ex-area geografica tradizionale di Shoa, o Shewa, e abitata dall'etnia Arsi). E iniziamo la salita con tornanti verso la montagna. Il paesaggio cambia: ora attorno c'è foresta.


Ad una curva di un tornante c'è una vista panoramica della grande città. E' considerata una vista romantica per fidanzati. Tutto intorno in effetti c'è una fitta foresta di eucalipti e di conifere, piantati per volere della imperatrice Zawditù, in quanto qui c'era il palazzo reale di suo padre l'imperatore Menelik II (chiamato dagli etiopi Atse Minlik), e gli eucalipti furono fatti venire dall'Australia. Addis Ababa significa Nuovo Fiore, e lì sotto all'Entoto fu fondata la nuova capitale nel 1889.
Qui le scritte sono tutte in amharico... ma non è facile da imparare... con il suo antico alfabeto ge'etz

E' interessante vedere il mercatino della periferia che sale verso le prime pendici, poi le casupole, e le stradine o sentieri montani, e i venditori ambulanti. In uno spiazzo più in alto c'è un mercato del piccolo bestiame, e si vedono greggi di capre e di pecore; e anche un mercatino di cose varie.
 salendo; noi in auto, moltissimi a piedi 

ragazza con cellulare

pellegrini che salgono alla chiesa di Kidist Maryam (santa Maria) più in alto
ecco la vista panoramica sulla città
e chi si incanta a guardare
 su in alto fa freddino e bisogna coprirsi

ecco i rimasugli del miserrimo mercatino in chiusura 




negozietti


 queste le baracche dei montanari (con parabolica)

Poi tenendo a destra in fondo intravediamo la chiesa di Kisist Maryam (Santa Maria) dove ci sono le tombe di Menelik II, e della regina Taitu.

Poi ridiscendendo vediamo le code alle fermate dei minibus per tornare in città dopo aver fatto le compere al mercato contadino, e una gita in collina.


Così abbiamo dato una occhiata anche alla realtà extraurbana. C'è sempre una gran quantità di gente che cammina sul bordo della strada e confluisce in città.
Come scriveva più di cinquant'anni fa il giornalista Angelo del Boca: "chi va a piedi, chi è sul cavallo o l'asino, questa folla invade Addis: si riversa nei mercati; ingombra disordinata e indolente le arterie principali, dove incontra il rimprovero altezzoso degli autisti frettolosi; si arresta e sofferma a guardare i palazzi, le chiese, le statue, o i leoni in gabbia dell'imperatore, il traffico serrato della metropoli. E' osservando questa folla -che ogni giorno fa raddoppiare la popolazione della capitale- che si ha finalmente una idea precisa della vastità di questo impero abissino, e delle varie razze che lo compongono, dei secoli che dividono il Nuovo Fiore dal resto dell'universo etiopico (...) [alla sera col sopravvenire dell'oscurità] la città si copre per la seconda volta di fumate aromatiche e azzurrine che soltanto il venticello notturno, carico dei profumi dell'eucalipto, dell'acacia e della mimosa, riesce a spazzar via. La metropoli ritrova così la pace, le lampade al sodio splendono per nessuno, la iena cala dalle colline di Entoto, mentre l'ultimo pellegrino lascia la città" ("Lettera da Addis Abeba", 1964).

Discendiamo a Addis e poi facciamo un lunghissimo giro in auto per vedere le parti più moderne della metropoli. La città è molto cambiata (rispetto a quel che ci aveva detto un nostro amico) e ora ci sono palazzi, e grattacieli di ottimi architetti,

(da una guida turistica)
come una "nuova" sede universitaria della fine aa. '60

 come la sede dell'OUA (l'Organizzazione Unitaria Africana, una sorta di ONU del continente):
(foto ETO)
con le sue artistiche grandi vetrate a mosaico (del 1963)


o sedi di grandi banche o di ministeri governativi:
sede della Banca centrale 
 la Africa Hall


la sede della Economic Commission for Africa (ECA) dell'Onu, 
in virtù della quale si dice che AddisAbaba sia la capital city of Africa

Ci sono pure tante ambasciate (tra cui quella degli USA è una vera e propria fortezza). Intravediamo la recente chiesa di Santa Maria, di una forma strana e originale con tante cupole allungate verso l'alto. Poi c'è la nuovissima Rail-line sopraelevata (una metropolitana di superficie), con tre linee in funzione e un'altra in costruzione. Una linea sta in mezzo tra le due corsie della circolare esterna Ring Road.

L'area di espansione della città è tutta su terreni demaniali, ed è enorme, la capitale forse fra alcuni anni verrà a raddoppiare la sua estensione (già oggi gli abitanti, registrati o meno, ammonterebbero a quasi 4 milioni).

Passiamo davanti alla vecchia stazione dei treni, ora in parte museo, che è appena stata restaurata, e la ferrovia dalla capitale al porto di Gibuti, è stata rifatta ed elettrificata.


Ripassiamo dalla grande piazza Meskel (cioè della croce, alludendo a quella reliquia ritrovata dalla regina Elena di Costantinopoli), che durante la dittatura della giunta militare (Derg) filosovietica, era la Piazza della Rivoluzione, dove c'è ancora un obelisco con la stella rossa a cinque punte in cima.

Qui ai tempi di Menghistu Maryam, era venuto anche Fidel Castro ad assistere ad una parata militare (erano anni in cui era presente una base sovietica e un forte contingente militare cubano).

Passiamo accanto al Mercato generale (=Markatu), intravedendo le stradine laterali. E' considerato il più grande mercato d'Africa, nel cui labirinto di vicoli è facile perdere l'orientamento.

(foto da internet)

Osserviamo che si salutano battendo le spalle destre tra loro o/e reggendo il braccio dx con la mano sinistra mentre si stringe la mano dell'altro, ciò è segno di rispetto. E si soffermano spesso a fare lunghe chiacchierate. Un detto ricorda che "un Salmo comincia con un Alleluia, un discorso con un proverbio", forse per questo quando si parlano ci mettono un bel po' di tempo per arrivare al dunque...


una cineteca

Infine torniamo in albergo a rifare le valige poiché da domattina inizierà il nostro giro del Sud-ovest. E quindi usciremo dal territorio della capitale (che è come una enclave) ed entreremo nella regione autonoma del popolo Oromo, che attraverseremo per poi dirigerci verso la regione dei popoli del Sud.

In albergo ci sono riviste e giornali che commemorano i 5 anni dalla scomparsa del grande leader popolare della rivoluzione democratica, il Presidente Meles Zenawi, morto mentre era a Bruxelles, il 20 agosto 2012 ( a quattro giorni di distanza dalla morte del Papa ortodosso etiope Abuna Paulos, veneratissimo  dal popolo dei fedeli cristiani).


(prosegue per altre 22 puntate)

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