giovedì 14 settembre 2017

Viaggio in Etiopia - 6 (attraverso le terre dei Banna verso Jinka, 250 km)

giovedì 24
Ripartiamo, destinazione finale di oggi: Jinka, passando per il mercato indigeno di Key Afer.
Questo sempre più entusiasmante giro che stiamo continuando a percorrere attraverso villaggi di varie etnie contempla: da Addis al laghetto di Koka, lago Ziway, parco Abijata-Shala, lago Langano, Shashemene, poi via Sodo, al lago Abaya, villaggio Hadiya, Arba Minch, villaggio Dorze, parco Nech Sar, sul lago Chamo, Jinka, e in seguito il parco di Mago, villaggio Karo, e un villaggio dei Mursi, mercato di Dimeka, villaggio Hamer, Turmi.
Poi verso Omorate, attraversamento del fiume Omo, il villaggio dei Dassanech, e ritornando la cittadina di Konso, infine a Yabelo, el-Sod, Dilla, Yerga Alem,  eccetera...
Tutto si svolge prima in Oromiya e poi nella Regione del sud, quindi dalla valle del gran Rift, alla valle del basso corso del fiume Omo, passando per vari villaggi e mercati. Poi passando da Hawassa torneremo via Mojo alla capitale per visitare in finale alcuni suoi dintorni interessanti come Bishoftu, e i suoi laghetti, un sito paleolitico, e quello archeologico di Tiya.


E' proprio il circuito nel mosaico di culture e di popoli del grande Sud, che è divenuto giustamente famoso per la ricchezza e varietà di incontri che si possono fare viaggiando in Etiopia.


Oramai sempre più le strade che percorriamo sono sterrate, parzialmente asfaltate, sassose, piene di buche e avvallamenti, con grosse pozzanghere, oltre che frequentate da carri, animali, e persone che camminano. Quindi i tempi di percorrenza si sono allungati. Siamo già un po' stanchi del continuo traballamento, vibrazione, sballottolamento che si ha in auto, e così per esorcizzare il fastidio, grido agli ondeggiamenti: blim-blam!, che presto diviene Blayn-belayn, per scherzare sul nome dell'amico Belayneh, il bravo general manager della EthioMar, oppure per i colpi e contraccolpi dico: zàck e zàckete, o Izack e zack! tanto per ridere. Poi si continua ad andare a zig-zag per schivare avvallamenti e buconi, cunette e dossi, o a viaggiare contromano sull'altra corsia perché meno accidentata, o lungo le "spalle" al bordo della strada (cioè la "corsia di emergenza" di terra battuta o di ghiaia che c'è quasi sempre e che servirebbe per gli animali e il traffico molto lento e i pedoni, ma invece tutti questi percorrono la strada camionabile o vi stazionano immobili...).
Così che tutti sembrano degli ubriachi che puntano ad uno scontro frontale, ma poi tutti si schivano all'ultimo istante. Ad ogni frazione di paesino ci sono dei bump per il rallentamento della velocità, ma ce ne sono anche lungo il percorso, tanto che Izack parla di bumpy roads, strade piene di sbarramenti trasversali, o semplicemente piene di cunette e di "ondìne".
Molte volte nei paesi la strada principale per quel tratto è asfaltata, ma poi all'uscita ricomincia la strada di terra. A volte danno l'illusione con un pezzo asfaltato, ma poi si tratta solo di pezzetti intermittenti (?). Insomma viaggiare è faticoso, e il rumore di fondo continuo. Polvere dovunque (bisogna sempre portarsi una bottiglia d'acqua, e magari un collirio).

Stiamo dunque entrando nell'Africa tribale dei villaggi indigeni. In Etiopia vivono circa poco più di una ottantina di etnie, di queste una cinquantina sono nella Regione del Sud e territori limitrofi, una Regione dunque eminentemente multietnica, in cui il multiculturalismo è da sempre "di casa".
Questa regione-stato autonomo è denominata infatti come Regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud, ovvero Southern Nations Nationalities & Peoples Region, o con l'acronimo di SNNPR.

Passiamo attraverso il territorio Dirashe, abitato dai Gidole. Sono abili terrazzatori dei terreni collinari e montuosi. Quindi sono seminatori e piantatori, e anche orticoltori.

parentsgidole.com

A fianco delle capanne c'è sempre un piccolo magazzino per lo stivaggio di riserve, ed è sopraelevato su dei paletti, e fatto a parallelepipedo alto con rami e frasche.
Alcuni, nei paesi che si attraversano, sono chiaramente ubriachi, ci dice Itzack che bevono molto di quel liquido bianchiccio tratto dal mais, detto chege, un po' alcolico.

Nelle selve sulle colline e i monti circostanti vivono i gelada, cioè l'unica specie di scimmie esclusivamente erbivore, che si trovano soltanto in Etiopia nella Great Rift Valley.

Cominciamo a capire certe espressioni in inglese di Izack, che spesso per dire "penso che", dice I hope. Inoltre dice quasi sempre they quando vorrebbe dire: io, lui, loro, voi ... il che produce dei fraintendimenti, e a volte ci lascia spesso dubbiosi...  !?

Lungo questo lungo percorso, si osserva la vita che si svolge lungo la strada, e poi dal finestrino si vedono scorrere paesini, cittadine, campagne... quindi contadini, ma anche pastori e mandriani.

 attesa alla fermata del bus

 attesa del camion che li riporterà a casa dal lavoro nei campi
attesa da parte di mezzi commerciali che le mucche si decidano a sgombrare
attraversamento di un paesino

lungo la strada
asini con carretti
stazionamento bestiame con interruzione del traffico

Si incomincia a sentire più caldo, e a vedere gente più nera, di carnagione più scura, e si incomincia anche a scendere. Come diceva Marco De Paoli, questa discesa potrebbe esser considerata come metaforica nel senso che si va sempre più in basso nel tipo di organizzazione sociale e di mentalità, quasi giù verso le profondità di un viaggio a ritroso nella storia... (cfr. DePaoli, Etiopia, Mimesis, 2011, p. 169). Ovviamente questa è una visione romantica, ma anche per me è suggestiva e mi è rimasta nella mente.

 depositi per immagazzinamento granaglie o fieno
villaggio (con tetti di lamiera ondulata)

paesino di contadini (purtroppo le costruzioni squadrate han sostituito l'architettura tradizionale circolare)
 negozietto di paese

villaggio



Mi piacciono quegli arbusti con foglie rotonde che crescono sulla terra secca di riporto lungo le strade. Qui ci sono intere vallate con alberi singoli sparsi. Il paesaggio è prevalentemente un misto di giallo e di verde. Moltissime mandrie e greggi. L'attività prevalente di questi semi-nomadi è la pastorizia, sono tutti giovani, se non ragazzi o addirittura bambini, a badare alle pecore e capre, di solito maschi ma non di rado anche ragazze o donne. Inoltre gli animali sono utilizzati lungo la strada per il trasporto di carichi. Ci sono singoli asini che tirano carri pesanti, oppure una coppia, e addirittura anche tre affiancati (questi per scherzo vengono anche detti trasporti "turbo"). Oppure in lunghe file.
a prender acqua con delle taniche gialle



vita di campagna

Ora la terra diviene rossastra, marrone ruggine, verdastra, a volte con effetti quasi violacei.
Proseguiamo per altri 90 km verso Karat (nella Konso Country), e si cominciano a vedere delle pecore con le natiche sporgenti, il sottogola molto cadente, e il corpo bianco con larghe macchie nere. Le donne hanno la gonna che poggia sulle anche, con uno "sbalzo" alla cintura.

Ci sono dei giovani con delle lance notevoli, o con la faretra sul dorso. Certi con grossi machete. Si vedono anche i covoni tradizionali, così come erano da noi una volta. Siamo entrati dunque nel South Omo, dove vivono varie popolazioni di tipo negroide, e altri di tipo sud nilotico. Qui si entra nell'Africa più tradizionale e tribale. Più si va verso sud e più si vedono villaggi di capanne, e ci si trova in un territorio naturale diverso da quello dell'altopiano abissino.

da un classico libro divulgativo di Roberto Bosi, Bompiani, 1979, 1987


Risaliamo a 2000 m., poi ridiscendiamo. Altri 71 km e giungiamo a Weyto. Ci soffermiamo ad un locale posto di ristoro (per sgranchire le gambe, bere, e pipi).
Si attraversano e si attraverseranno vari paesaggi, dalla savana, alla steppa, alle foreste tropicali, da un altipiano alle colline e ai paesaggi montuosi.

volume della serie "i popoli della terra"

§. considerazioni generali introduttive
Questa Regione del Sud e in particolare la valle dell'Omo (sia l'Alta che la Bassa) è anche detta "il gioiello d'Africa" per il mosaico etnico che la popola, si pensi che si parlano circa una cinquantina lingue, e un centinaio di dialetti di comunità o villaggi isolati. E' un vero melting pot, un contenitore di stirpi e etnie varie. Ci sono genti di origini nilotiche, sudanesi, omotiche, cuscitiche, e semitiche ...
Personalmente (menzionando l'appartenenza di territori e villaggi che attraverseremo o visiteremo), non sapendo se e quali popolazioni vengono definite formalmente come nazioni oppure nazionalità o con l'appellativo di popoli, mi riferirò ad esse col termine generico di etnia, intendendo una comunità con una sua precisa identità sociale e culturale (oltre che eventualmente linguistica).
 Ci vivono agricoltori che sono sedentari, ma anche cacciatori-raccoglitori che sono nomadi, ma alcuni sono semi-nomadi, ci sono poi pastori transumanti, e mandriani, e anche guerrieri di tradizione. Le donne in generale sono coloro che tengono assieme economia e società, dato che sono loro che vivono prevalentemente dentro o vicino ai villaggi per tutta la giornata, raccogliendo, seminando, e accudendo le capanne e i bimbi e i vecchi, e preparando il cibo.
L'artigianato e i mestieri si accordano ai saperi tradizionali. Quasi tutte le etnie presenti vivono in villaggi più o meno grandi, in appezzamenti per i membri del clan o della parentela prossima, o per poche famiglie. Villaggi in cui vi sono o capanne di legno e di vari materiali e dimensioni, costruite direttamente sul suolo di terra, o piccoli semplici rifugi di paglia intrecciata. Vi sono capanne per famiglie nucleari, o anche per parenti stretti, o per aggregati domestici e parentali allargati.
Tutti questi villaggi sono isolati, privi di corrente elettrica e quindi di luce artificiale, privi di un sistema di condutture di acqua corrente e potabile facilmente accessibile, e privi di combustibili per cucinare, per cui debbono accendere il fuoco a legna, di solito all'interno della capanna, e sono privi di servizi igienici (tipo gabinetti in comune), e spesso anche di stalle separate dalle abitazioni. Essi inoltre sono ancora in grandissima misura esterni ad una economia monetaria, e privi di attrezzi adeguati alle loro attività produttive (quasi tutti gli aratri -detti a uncino- sono ancora di legno,

e le falci sono rudimentali). Le cose stanno lentamente cambiando nel senso che andando nei mercati (spesso a due giorni di cammino) riescono a procurarsi alcuni articoli che essi non producono, come ciabatte infradito, pentole e padelle, attrezzi in metallo o in plastica (tipo taniche e secchi), ecc. che comprano con le poche monete racimolate con le vendite, per quella finalità, o facendo degli scambi.

Certe etnie praticano delle scarificazioni sul corpo che generano cicatrici decorative. Le decorazioni femminili e maschili sono sempre elementi importanti in una cultura o comunque per una identità (così come lo sono ancora anche da "noi"). In quei villaggi in cui sanno fabbricare terraglie e ceramiche, questa è una attività specifica, oltre alla costruzione di ceste e borse e gerle con fibre vegetali intrecciate. Anche certi tessuti li fin certe comunità li fanno loro stessi a mano intrecciando strisce schiacciate con una pietra, o in alcuni casi tessendo. Per i liquidi, se non hanno ceramiche, usano delle sorte di zucche svuotate e seccate (oppure adesso delle taniche di plastica).
In generale le attività di caccia per alimentazione o per le pelli, viene ormai solo sporadicamente praticata in alcuni villaggi, da piccoli gruppi, e solitamente si tratta di piccola cacciagione, di animaletti come le lepri o poco più, o di uccellagione con l'arco. I cacciatori conoscono vari tipi di veleni provenienti da bacche o foglie o cortecce, e sanno come lavorarle e diluirle.
La caccia più pericolosa è quella del mamba, che è un serpente arboreo  velenosissimo, e assai lungo e veloce, la cui carne è considerata molto buona, e il veleno serve appunto per la caccia (sopratutto il black mamba). La caccia avviene o con trappole generalmente di corde intrecciate, o ancora con lance e frecce. Ma di solito i grandi predatori hanno la meglio rispetto agli uomini. Lo sciamano gettando al vento dei resti di una caccia, saprebbe prevedere la fortuna o meno della caccia che si sta intraprendendo. Bisogna essere esperti nel comportamento delle varie specie per sapere come ingannare le prede con astuzia. Impronte, orina, escrementi, sono segnali da cui situò sapere chi e da quanto è passato in un territorio. Se la preda viene colpita e fugge non si sa se e quanto è stata ferita. In certi casi la caccia è praticata individualmente, o se no da piccoli gruppi. Riescono ad interpretare molte cose dalle macchie e da come sono le impronte. Bisogna dunque allenarsi di continuo, per acquisire l'abilità di colpire subito e a fondo.
Quando ritrovano la preda, generalmente la riveriscono dicendole che dispiace di averla uccisa per cui la ringraziano; e spesso dicono all'animale che sanno del vuoto che lascia per il suo gruppo, e lo consolano assicurandogli che rinascerà. Poi bisogna riportare la carne al villaggio, dove verrò distribuita equanimemente. Poi si separano perché alcuni debbono rimanere a macellare o a recuperare elementi utili, come la pelle, ma di solito non si salutano separandosi, per scaramanzia (o per loro abituale costumanza).
Ma la gran parte delle popolazioni di queste comunità etniche, come vedremo sono pastori o mandriani transumanti, quindi nomadi o semi-nomadi. Il nomadismo puro sta scomparendo. I governi costruiscono dei pozzi permanenti, in luoghi di accesso da parte di più villaggi. E ora molti si sono sedentarizzati e sono divenuti totalmente dipendenti da quelle fonti d'acqua potabile. Purtroppo i luoghi di frequenti contatti favoriscono anche le epidemie e i contagi tra etnie differenti, che tradizionalmente vivevano per conto proprio.
I contadini, e in generale gli addetti all'agricoltura, non sono molti in questa regione, le coltivazioni di cereali come il grano, il mais, il sorgo, oppure l'orzo e il tiff sono rivolte strettamente alle necessità della famiglia o del villaggio, e nel loro complesso non sono sempre sufficienti per i bisogni alimentari interni dell' intero Paese (e altre produzioni come il cotone, o il caffè e il thè sono quasi del tutto rivolte all' esportazione, o comunque di proprietà straniere). Forse l'unica area pienamente agricola  (anche per quanto riguarda gli ortaggi) nella Regione del Sud è quella dei Konso.
Scarsissimi sono gli ospedali, le infermerie, o i punti di soccorso medico, alta la mortalità infantile (e i neonati con handicap pare vengano soppressi), rare le farmacie e i veterinari (e care le medicine). Tutt'ora insufficienti i servizi di trasporti e le infrastrutture per le comunicazioni stradali. Per cui quasi tutti questi villaggi etnici sono isolati o difficilmente accessibili, e comunque lontani dalle strade principali (diversa è la situazione dei paesi di campagna con abitazioni in muratura, di solito lungo la strada). Diffuso l'alcolismo.

L'antropologa Laureen Hutton in un suo video fa notare come in ogni etnia e villaggio sia intensa la coesione sul piano spirituale. In generale queste popolazioni conoscono molto bene il loro ambiente di cui fanno parte, e con cui ci deve essere armonia. Di giorno gli uomini sono fuori, essendo per lo più appunto pastori o mandriani, e dunque sono le donne che restano nei villaggi e passano le giornate tra loro e con i bambini e con gli anziani, e sono loro che trasmettono le basi culturali da una generazione all'altra. I canti sorgono spontanei quando gli uomini ritornano, specie se tutto è andato bene o se per es. portano una cacciagione abbondante. Mentre nei periodi di siccità le donne raccolgono radici il cui succo è nutriente e utile anche per altri scopi, o tuberi per alimento, o bacche dolci. E nel frattempo fanno oggetti intrecciati, o vasellame. Per molti popoli dell'Africa orientale la natura e l'essere umano così come gli animali e la vegetazione sono animati dalla stessa forza vitale, che proviene dalla stessa fonte di energia che è in loro. Per cui non c'è differenziazione tra sacro e profano, essendo l'energia presente ovunque. Il legame con il passato, con le generazioni dei predecessori è considerato guida per il presente e per il futuro. Le danze rituali sono originariamente una forma di culto.

Su questa vastissima e variegata area della Regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud, si vedano per es. il documentario del canale televisivo «Arté», filmato dal grande fotografo americano Art Wolfe: "Voyages au but du Monde" in 13 puntate, la puntata "in Omo Valley, Ethiopia" del 2013; lui è autore dei volumi fotografici "Africa" (2001), e "Tribes" (1997). Poi il documentario dell'etnologo Ph. Frey, "Les peuples de l'Omo", girato dal fotografo Muammer Yilmez; e quello di Jean Pierre Tixier "Au coeur de la vallée de l'Omo", del 2016; e infine quello con Marc Vella, con il suo pianoforte portato in giro per tutto il tour: "La caravane amoureuse en Ethiopie".
E anche il bel documentario "Etiopia, gioiello d'Africa", del 2015, prodotto dalla EthiopianItalia (che è la sezione italiana delle linee aere etiopiche, ed è anche una Agenzia Viaggi). E un gran numero di altri.

Per quel che riguarda l'economia, considerando l'intera Etiopia, l'agricoltura -nel senso di una agricoltura estensiva- è relativamente assai poco sviluppata. I contadini coltivano campi piccoli o medi, solo per sopperire alle necessità di una famiglia o di un clan, o a quelli di un villaggio; e in generale in Etiopia l'uso del suolo vede un 16% di arativo (in un paese industriale e di terziario come l' Italia è il 31%), un 20% di prativo, e il 12,5% ricoperto di foreste, per cui il 51,3% risulta incolto. Pertanto si vede quanto sia più importante il settore della pastorizia e di allevamento rispetto a quello agricolo. Si consideri che p. es. per quel che riguarda l'allevamento del bestiame, si contano tra i bovini 57 milioni di capi, tra gli ovini 30 milioni e egualmente 30 milioni per i caprini, poi asini e muli sono quasi 8 milioni, e i cavalli 2 milioni, e i suini 34mila ... su una popolazione umana di quasi 90 milioni di abitanti (mentre ad es. da noi in Italia i suini sono 8milioni e mezzo, i bovini sono sei milioni, gli ovini sette, e i caprini un milione, gli equini meno di mezzo milione, rispetto a un totale di 61 milioni di umani). Nella composizione del Pil per settore economico: in Etiopia il 40,5% viene dal settore primario, e il 16% da quello secondario. (Ma su questi e altri dati vedi più avanti la puntata n.23.)

Cominciamo dunque ad approssimarci alle varie etnie e popoli di cui visiteremo alcuni villaggi isolati e tradizionali, o di cui solo incroceremo e osserveremo gente che commercia o vende proprie coltivazioni o viene a fare acquisti nei mercati, o espone i prodotti del proprio artigianato locale.

§. in visita al grande mercato di Key Afer

Altri 41 km e andiamo a visitare il mercato di Key Afer, nel territorio del popolo Tsemay, ma che è molto frequentato dalle varie genti del circondario, ed è molto bello, colorato e vivace. Anche qui veniamo affidati a una guida del posto. Gli Tsemay sono sia pastori che agricoltori. Le donne indossano una gonna di pelle morbida e scura. La parte dietro struscia sul terreno essendo appesantita da un legno o un monile, per cui lasciano traccia dei loro spostamenti.
Ci vengono anche i Benna, e gli Hamer, i Karo, i Galeb e altri di altre etnie. Ognuno ha la sua economia, e dunque le sue motivazioni per venire magari da molto lontano fino qui al mercato.

I Banna (o Benà, o Banah) sono belli fisicamente, i giovani magri, robusti e slanciati sono neri-neri, con un perizoma in tessuto colorato e stretto (io per scherzare dico: con la minigonna), ma spesso anche nero, e sembrano degli atleti olimpici con quel loro corpo perfetto, muscoloso e asciutto. A volte portano una coroncina colorata, intessuta, magari con una penna, o un ciuffo di lana bianco sulla testa. Hanno un portamento controllato e signorile. Le donne hanno un grande triangolo di pelle sul davanti (e sono le prime che vediamo che ancora si coprono con pelli animali), che infilano dal collo, e tanti monili, collane, bracciali in metallo, spesso conchigliette cucite sui bordi delle pelli, oppure qualsiasi cosa faccia un suono, come tappi di bottiglia o pezzetti di metalli, e "perline" di plastica. A volte hanno una Tshirt occidentale che è stata loro regalata, e che mettono per l'occasione di andare al mercato. Portano con sè dei gusci di zucca (calabasa) con dentro il burro da vendere, o i loro cereali. La loro alimentazione consiste prevalentemente di cereali, e bevono il latte dei loro animali.
In etnografia di fondamentale importanza è osservare come ci si adorna per l'apparire. Quindi gli abiti, i loro colori, la loro foggia, e i decori, i disegni, i segni sul corpo, gli oggetti che lo adornano (collari, bracciali, gambali, braccialetti, collane, ciò che si pone sulla testa, la acconciatura, o anelli, e orecchini, o piercing...) sono tutti elementi del decoro e della "parure", che distinguono una cultura o una tradizione, o uno specifico villaggio dagli altri (o anche una singola individualità). Quindi questi elementi solitamente sono presenti nei musei etnografici, come vedremo anche nel museo di Jinka, e ovviamente sono presenti nel luogo di incontro e socializzazione per antonomasia, che è il mercato. Bisogna saper osservare i particolari.
I Benna sono un popolo  che parla in orominya usando un dialetto del gruppo sud-omotico. Essi abitano in villaggi ben ordinati, con capanne decorate da disegni. Hanno un loro dialetto (che li distingue dai vicini), e un loro capo (o Ras). Sono in tutto circa 35 mila, e qua ce ne sono settemila, sparsi in un territorio molto vasto; in parte sono cristiani e in parte musulmani, ma pur sempre legati a loro tradizioni specifiche e a credenze animistiche e a superstizioni di tipo magico. I capelli sono ben acconciati a freccine e con ornamenti di perline azzurre o blu, portano una fascia in testa, spesso con una piuma d'uccello. A volte hanno un pugnale, una cartucciera per il tabacco, e una pipa. Consumano i cereali che producono, e bevono il latte delle loro mucche. Le donne Benna quando si incontrano si salutano con un leggero bacio sulla bocca, che si chiama sindinta.




                                  due Banna e una ragazza"moderna" di città
donna Hamer con bimbo

Dunque qui convergono varie etnie diverse. Come dicevo, ci sono oltre agli Tsemay anche Ari, Benna, e Hamer. E' bello e colorato, con tante offerte sui teli stesi in terra. Dai sacchi di farina, o di  chicchi di sorgo, alle polveri di terre colorate, tinte vegetali, fasci di pali per le capanne, caffè, bracciali di metallo, collanine, tabacco, zucche vuote, tabacco, e poggiatesta, sculture, conchiglie,  ma anche infradito, scarpe, oggetti moderni vari, taniche, eccetera. Generalmente nei mercati c'è un responsabile incaricato di gestire l'andamento del mercato stesso, il quale da il via all'inizio delle contrattazioni (e anche da poi il segnale di chiusura).



copertina di un libro divulgativo di Roberto Bosi, Giunti-Martello editori, 1978
R.Bosi è autore di un Dizionario di Etnologia e di ricerche sui Boscimani, sui Làpponi e sugli aborigeni d'Australia
____
Raccomando a chi voglia fare questo viaggio di attenersi a delle ovvie e semplici regole di attenzione.  Cioè: fuori AddisAbeba e comunque almeno a partire da dopo Arba Minch, bere soltanto acqua minerale in bottigliette industriali (sono prodotte in Etiopia); quando ve la portano controllare che sia sigillata, e aprirla voi stessi. Lavarsi i denti con l'acqua di bottiglia e mai con quella del rubinetto (anche se ci fosse un filtro). Non mangiare mai verdure crude, o carne o pesce crudo. Ricordarsi di dire di non mettere ghiaccio nel bicchiere d'acqua, mai né ghiaccio, né ghiaccioli, né gelati. Controllare se il bicchiere ha odore di lavatura di piatti, e controllare le posate, specie le forchette. E dare una attenta occhiata al tovagliolo. Controllare che la carne sia ben cotta dentro. Preferire cibo arrosto, al forno, o alla griglia. O cibi bolliti e lessi. Forse è meglio evitare polpette, o cibi di cui non si vede e non si conosce l'origine, la composizione e la preparazione. 
Lavarsi le mani il più spesso possibile; mai toccarsi gli occhi se non dopo essersi lavati le mani. 
Mangiare in modo parco anche se si ha fame. E bere molto (acqua o bibite ma in bottiglia sigillata).

Dette così sembrano regole da maniaco, ma in realtà sono attenzioni molto semplici e importanti, da osservare senza viverle come una ossessione, ma con tranquillità. E' sempre importante fare il possibile per prevenire, anziché contorcersi per il mal di pancia, o farsi venire la dissenteria, o la febbre, o una banale infezione. (Se doveste avere diarrea e contemporaneamente vomito continuo, assumere con urgenza sali minerali, e integratori.  E consultare un medico prima di debilitarsi troppo).

Ma in realtà, nella quasi totalità dei casi, non c'è proprio nulla di cui preoccuparsi. Basta stare un po' attenti a certe cose, dato che si attraversa un territorio carente dal punto di vista sanitario, e in cui si entra in contatto con tanta gente diversa che vive in condizioni disagevoli (comunemente nei villaggi e nei paesi, ma anche nei borghi e nelle cittadine, non hanno il gabinetto, e data la carenza d'acqua si lavano raramente le mani).

(continua)

Nessun commento:

Posta un commento